Addio, UTET!

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Che tristezza leggere del fallimento della UTET Grandi Opere!

Come molti altri della mia generazione e di quelle precedenti (magari anche delle successive ma meno, temo), sono “cresciuto” con il Grande Dizionario Enciclopedico nella sua terza edizione, del 1966-1975, acquistata dai miei genitori (forse a rate) in luogo della Treccani che ai tempi era “roba da ricchi” per via del costo notevole, e i cui volumi leggevo quotidianamente come fossero romanzi, voce per voce, pagina dopo pagina, ricavandoci dati, nozioni, conoscenze, saperi, idee, progetti, aspirazioni, utopie – preziosissima cultura, insomma. Tutti mattoni imprescindibili per la costruzione del mio personale “piccolo mondo”, del tutto armonico con il “grande mondo” là fuori.

Oggi, che grazie al web abbiamo a disposizione un bagaglio di informazioni infinitamente più grande di quello pur ampio che il Grande Dizionario Enciclopedico offriva, per giunta costantemente aggiornato, l’impressione è che paradossalmente (o forse no?) ne sappiamo meno del mondo che abbiamo intorno o, meglio, ne capiamo meno. Non per fare del banale e infondato nostalgismo, ma quei grandi volumi della UTET (che ai tempi era un’unica entità editoriale, mentre oggi il marchio è principalmente di proprietà della De Agostini), col loro peso così percepibile, soprattutto per un ragazzino qual ero ai tempi in cui li leggevo tanto avidamente, forse rappresentavano il fondamentale peso della cultura meglio che molto del web attuale, almeno simbolicamente. Di sicuro richiedevano un cospicuo impegno alla lettura, ma di contro regalando un così intenso piacere per la scoperta tecnica, scientifica o culturale, che oggi credo sia uno zelo andato ormai smarrito o quasi. Il che non significa automaticamente che era meglio prima, ma che non fosse peggio come si potrebbe ritenere magari sì, ecco.

Be’, altra cosa assolutamente sicura è che i volumi del Grande Dizionario Enciclopedico UTET resteranno a fare bella mostra di se stessi nella mia biblioteca di casa, finché ci sarò (vedi qui sopra): i valori di bilancio se troppo negativi possono anche determinare una triste fine commerciale, ma il valore della cultura resta invece imperituro e determina sempre il successo personale di chi ne sa godere.

Urgente!

[Foto di Mohamed Hassan da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Se c’è un termine che, in tutta sincerità, sto cominciando a odiare in maniera viscerale, per come venga usato sempre più copiosamente in ambito professionale e non solo, con toni nevrotici se non a volte isterici e se possibile ancor più, questo, dopo il lock down, che indubbiamente in generale ha esasperato certi animi molto più dell’ammissibile, influendo pure su ciò, è urgente.

Oggi tutto o quasi è “urgente”. Il lavoro è urgente, la consegna è urgente, il riscontro è urgente, la risposta pure e la telefonata e appuntamento anche – ma non di rado diventa “urgentissimo”, superlativizzando l’inopinata nevrastenia che, appunto, spesso viene manifestata e palesata dall’uso del termine e che altrettanto spesso ignora la pericolosità di rendere tanto pressanti certe cose che invece abbisognano di maggior tempo (il che non significa automaticamente “lentezza”, sia chiaro) per poter essere compiute al meglio.

Ma perché, poi, è tutto così urgente? Rispetto a cosa, e a vantaggio di chi? Che bisogno c’è di tutte queste immediatezze, improrogabilità, improcrastinabilità tanto forsennate?

Non è forse che, dietro tutta questa urgenza, si voglia nascondere la sostanziale incapacità di agire diversamente, ovvero con maggior buon senso e assennatezza, oltre che quell’ansia fobico-isterica di cui ho detto sopra che affligge palesemente un po’ troppa gente? Non è, forse, pure un’ennesima manifestazione dell’incapacità di pensare e costruire il futuro, vivendo sempre e solo nel presente ovvero – come si dice – “alla giornata”, in un mondo nel quale troppe cose vengono ignorate finché diventano “emergenza” così generando, inesorabilmente, ulteriore “urgenza”?

Ecco, sono domande alle quali, io credo, servirebbe qualche buona risposta. Urgente, già.

Impariamo la filosofia con il patriarca di Kiev!

Oggi, ad esempio, impariamo cos’è un sillogismo.

Sillogismo” è un «termine filosofico con cui Aristotele designò la forma fondamentale di argomentazione logica (s. categorico), costituita da tre proposizioni dichiarative connesse in modo tale che dalle prime due, assunte come premesse, si possa dedurre una conclusione
Ecco, di seguito schematizzato, un esempio assai calzante:

[Foto di Håkan Henriksson (Narking), opera propria, CC BY 3.0, fonte Wikimedia Commons.]
    • Prima proposizione: il patriarca di Kiev ha definito il Covid «una punizione divina contro i gay» ovvero «contro i matrimoni omosessuali».
    • Seconda proposizione: il patriarca di Kiev ha contratto il Covid.
    • Conclusione: il patriarca di Kiev è gay ovvero si è sposato (in gran segreto, nel caso) con un altro uomo.

Un’argomentazione logica pressoché perfetta, senza dubbio.

Arrivederci alla prossima piccola lezione di filosofia!

La lingua è viva, viva la lingua!

[Foto di Michael Schwarzenberger da Pixabay]
In questi giorni sto lavorando alla revisione di un testo che, mi auguro, sarà pubblicato prossimamente, e mi sto rendendo nuovamente e vividamente conto di quanto potere abbiano le parole, e quanta bellezza espressiva ed esprimibile. In certi passaggi basta cambiare di posto a una sola parola, in una frase, per variarle totalmente senso, ritmo, mood, per modificare la forma del contenuto, ridisegnare la visione mentale che suscita, mutare le coordinate semantiche, per dare un’accezione diversa al messaggio che trasmette. Con una sola parola, un avverbio, un aggettivo, il soggetto di essa, messa prima o dopo rispetto a come era prima nella frase. È una cosa ovvia, forse, eppure sempre sorprendente, a volte sconcertante.

Meravigliosa.

Constatare come la lingua sia un organismo vivo e pulsante di energia espressiva, è meraviglioso, e come manipolarla con gli strumenti della letteratura sia tanto un piacere quanto una responsabilità grandissimi. Non solo: ci si capacità continuamente di come quello linguistico sia un mondo che nessuno mai può dire di conoscere perfettamente anche quando l’abbia esplorato a fondo – i linguisti, ad esempio – e che ogni viaggio in esso, sia lungo solo qualche frase oppure centinaia di migliaia di parole, è sempre un nuovo viaggio mai fatto prima, occasione certa di nuove scoperte, nuove intuizioni, nuove strade espressive. Anche quando le parole elaborate sono le stesse.

Socraticamente, con la lingua bisogna (bisognerebbe) sempre sapere di non saperla (tutta): è la condizione migliore – anzi, l’unica – atta a proseguire il viaggio tra le parole e nella loro bellezza, e a farne di continuo un’esperienza meravigliosa e potentemente vitale oltre che fondamentale per chiunque, dal più fine linguista all’autore letterario finanche all’uomo della strada. I quali, se ben consci del grandissimo tesoro a disposizione, godranno sempre di un’energia di rara forza e importanza.

 

“Infodemia” (un altro virus assai pericoloso)

[Giacomo Borlone, “Danza Macabra”, Oratorio dei Disciplini a Clusone (Bergamo)1485. Fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=453474, CC BY-SA 3.0.]

Accanto alla possibile epidemia di Coronavirus ne esiste un’altra, infatti, che si è attivata e che si attiva ogniqualvolta si crea una crisi di fiducia dei cittadini nei confronti dell’informazione “ufficiale”, che proviene prima di tutto dalle istituzioni chiamate a gestire un’emergenza, ma che riguarda anche l’eterogenea galassia dei mezzi di informazione. Questa dinamica è definita infodemia, cioè la «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili» (dai Neologismi del Vocabolario Treccani). In sintesi: i cittadini, attraverso i social media e ancor di più con strumenti di assai difficile tracciabilità esterna quali le piattaforme di instant messaging, come ad esempio WhatsApp, iniziano a scambiarsi informazioni che provengono dalle fonti più disparate. La sommatoria di tre dinamiche ‒ ossia 1) la sfiducia nei confronti delle istituzioni (Stato, Comuni, Regioni, Parlamento, politici in genere) e nei media, 2) la maggior fiducia nei confronti delle informazioni provenienti attraverso il passaparola, soprattutto se l’interlocutore è una persona all’interno delle proprie reti amicali e familiari; 3) la presenza di bias cognitivi nell’elaborazione dell’informazione da parte di qualsiasi essere umano, e in particolare quelli ‘di conferma’ (cioè la tendenza a fidarci maggiormente delle opinioni altrui quando assomigliano alle nostre o a ricordarci maggiormente le informazioni quando sono in linea con il nostro punto di vista) ‒ genera quell’impasto sostanzialmente inscalfibile che porta alle conseguenze a cui stiamo assistendo in questi giorni: mascherine introvabili, Amuchina in vendita a prezzi folli su Amazon, risse a sfondo xenofobo nei supermercati, solo per citare i casi più eclatanti. In una parola: il panico. […]

È un brano tratto da un ottimo articolo dello scorso 26 febbraio di “Atlante”, il magazine di Treccani, firmato da Dino Amenduni e intitolato L’infodemia e i tre conflitti che stanno favorendo l’ansia da Coronavirus, che vi invito caldamente a leggere per come metta in evidenza il livello di grande conflittualità culturale, con inevitabile ricaduta sociale (ovvero sociologica), che caratterizza il presente, particolarmente evidente proprio quando questioni di vasta portata e di intenso dibattito pubblico si palesano nella cronaca quotidiana. Una situazione tanto sconcertante quanto estremamente pericolosa che potrebbe essere mitigata e poi risolta attraverso «il lavoro sugli errori e sulle distorsioni di percezione, per quanto assolutamente fondamentale, richiede infatti anni e un massiccio investimento in educazione e media literacy» per citare nuovamente un passo dell’articolo. Ma esiste poi, nel nostro tempo e nelle nostre società, la volontà di operare efficacemente in tal senso? Oppure buona parte dell’influenza esercitata dai centri di potere contemporanei, di qualsiasi natura essi siano, deriva proprio dagli errori e dalle distorsioni di percezione sempre più funzionali ad essa?

È una domanda retorica, forse, ma che è indispensabile porsi e alla quale è necessario saper trovare una risposta buona e costruttiva. Per il bene di tutti, a prescindere da qualsivoglia virus – anzi, no, proprio per contrastare e annullare certi virus socioculturali, appunto, particolarmente pericolosi.

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