Rido per legittima difesa

Io rido per legittima difesa.

Sì: parafrasando quella celebre battuta di – o attribuita a – Woody Allen (“Leggo per legittima difesa”), dico che qui, se non si sa ridere, si finisce male. Anche le cose più seriose e impegnate alla fine le metto sempre – almeno un poco – sul ridere: perché da sempre diffido congenitamente delle persone che si prendono troppo sul serio (e lo ribadisco), e perché non c’è nulla come lo humor, l’ironia e il riso per rimettere in equilibrio ogni cosa, smussare eventuali spigoli e temprare lo spirito contro ogni possibile gravità e, ancor più, contro qualsiasi malignità, che puntualmente una risata seppellirà.

Eppoi, appunto, ridere è la migliore e più legittima difesa contro le tante, troppe dissennatezze del mondo di oggi, verso le quali non c’è molto altro da fare: o ci si “adegua”, diventando dissennati di conseguenza, o si fugge il più possibile lontano – ma il mondo forse è un posto fin troppo piccolo, in questo caso – oppure ci si ride sopra. Una difesa legittima che, a ben vedere (il  mondo suddetto), è al contempo un attacco, ovvero un’offensiva, assolutamente lecita e giustificata. Nonché assai appagante, pure: lo dico sempre, io, che non l’ottimismo ma l’ironia (se non il sarcasmo) è il sale della vita!

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L’unica cosa seria da fare

Se c’è una cosa veramente seria da fare, nella vita, è quella di non prendersi mai troppo sul serio.

Oh, beh, in effetti ce ne sarebbe un’altra, appena dopo: togliersi di torno quelli che si prendono sempre troppo sul serio. Ecco.

L’apparenza inganna…

6948182-cool-girl-with-gunIl Boss picchiettava nervosamente le dita della mano sul grande tavolo di legno grezzo, nascondendo occhi certamente torvi dietro i soliti occhiali neri. Quando la porta si spalancò e il sicario vi comparì, le dita si contrassero in modo che ricordassero degli artigli pronti a ghermire. Parlò seccamente.
“E’ ora di dare a quelli una lezione che non possano mai più scordare! Non devono ficcare più il naso nei nostri affari… E’ un lavoro sporco, ed è per questo che ho fatto venire te. Ti hanno già detto cosa fare: fallo, e torna qui. Troverai la tua ricompensa!”
Senza dir nulla, e soltanto piegando le labbra in un ghigno di estrema baldanza, il killer uscì dal buio magazzino sul molo del porto. Niente di più semplice – ripeté tra sé: ammazzare una ragazzina di sedici anni o giù di lì, la figlia del capo dei rivali. Lavoro sporco perchè la vittima era una “semplice, candida scolaretta”? Beh, in quelle cose non ci doveva essere posto per i sentimenti e le suggestioni, nel bene e nel male; aveva ragione il Boss, lui per questi “lavori” era una garanzia.
La mattina successiva si appostò poco fuori il cancello della villa del capo dei rivali; questi ne era appena uscito, nella propria lussuosa auto nera: meglio così, il campo era ancora più sgombro. Di lì a breve il cancello elettrico si aprì nuovamente: ora doveva essere la figlia, che usciva per recarsi a scuola… Sbloccò la sicura della pistola impugnandola, pronto ad agire.
E fu proprio lei, ad apparire, la figlia del capo avversario. Il killer trasalì: la “bambina” doveva avere sì sedici anni, ma quale differenza con la media della sua età! Alta, i capelli lunghi biondi, la pelle diafana, un fisico da donna adulta, armoniosa, formosa – e che donna, con tanto di minigonna scoprente gambe perfette e… Insomma, roba da non poter restare insensibili, tanto che il killer quasi istintivamente uscì dall’auto entro cui si era appostato, per osservare meglio quella gran bellezza, tanto giovane quanto già così attraente. Inevitabilmente lei lo notò. Lo guardò un istante con espressione prima perplessa e quindi in un certo senso conscia, poi sorridendo gli venne incontro di qualche passo. Il sicario reagì come ogni uomo di fronte ad una bella donna, con impettito compiacimento. La ragazza, giunta a qualche metro da lui, fulmineamente estrasse un piccolo revolver dalla borsa a tracolla e lo freddò, un solo preciso colpo in mezzo agli occhi. L’uomo cadde all’indietro dentro un aiuola con il tonfo di un corpo ormai inerte, paralizzato nella subitanea morsa mortale. Lei lo osservò compiaciuta per un attimo ancora poi, con tutta tranquillità, si incamminò di nuovo lungo il marciapiede, notando lo scuolabus spuntare in fondo al viale.

(P.S.: è un racconto inedito, questo, che fa parte di una raccolta moooooooolto particolare di futura pubblicazione editoriale – ovvero già tra le mani dell’editore. Quando finalmente gli allineamenti stellari saranno propizi alla sua uscita, di sicuro sarete i primi a saperlo!)

Thomas Meyer, “Non tutte le sciagure vengono dal cielo”

cop-nontuttelesciagureAh, le donne, capaci di portare gli uomini alla perdizione! Beh, ovvio che non è proprio così, in verità, perché il “merito” di quella perdizione va semmai ricercato nell’ingenuità e nell’ottusità di molti uomini (che ormai “sesso forte” non lo sono più da decenni – e meno male, per certi aspetti). Anzi: e se quella “perdizione” da qualcuno paventata e messa a colpa delle donne non sia invece una visione perbenista se non oscurantista di un buon concetto di libertà, che altrimenti tanti uomini non saprebbero ottenere? Tanto più se si è di sesso maschile e di religione ebrea ortodossa
Mordechai Wolkenbruch è proprio uno di essi, un ebreo ortodosso svizzero residente a Zurigo, ed è il protagonista del romanzo di Thomas Meyer Non tutte le sciagure vengono dal cielo (Keller Editore, 2015, traduzione di Franco Filice; orig. Wolkenbruchs wunderliche Reise in die Arme einer Schickse, 2012): Motti – è il suo nomignolo – studia all’università, per mantenersi lavora nell’agenzia assicurativa del padre ma, soprattutto, è ormai in età da matrimonio – anzi, è già pure in ritardo rispetto ai suoi confratelli coetanei. Dunque la madre, donna di rigidità confessionale e invadenza vitale terrificanti, non fa che organizzargli degli shidekh (termine della lingua yiddish), ovvero degli incontri con ragazze di famiglia rigorosamente ebrea e possibilmente ben vista nella relativa comunità, finalizzati a trovare moglie. Peccato però che nessuna delle ragazze scelte dalla madre piacciano a Motti…

12818068Leggete la recensione completa di Non tutte le sciagure vengono dal cielo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Bo’s Cafe Life, autoironia letteraria al tratto

weekend-bella-big-differenceLe divertenti vignette di Bo, un “aspirante romanziere”, sul blog Bo’s Cafe Life, per farci due risate addosso (noi che scriviamo) ovvero per mettere un po’ (meritoriamente) in ridicolo il mondo dell’editoria contemporanea.

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Cliccate sulle immagini e fateci un giro, che ve ne sono a bizzeffe!
(Sì, ovviamente sono tutte in inglese, ma niente di così astruso!)