Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Ho visto Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.
Be’, l’ho trovato un film deliziosamente nordico, nel bene – in gran parte, per me – e nel “male” – per molti altri che l’avranno visto o che lo vedranno, credo. Nel senso che chiunque ami la letteratura scandinava, quella così ben diffusa da Iperborea, in Italia (e non solo da lei, certo, ma da lei nel modo più significativo, a mio parere), con tutte le sue peculiarità pressoché uniche nel panorama letterario mondiale, troverà che questo film ne rappresenta una consona versione in immagini, dello stile narrativo nordico (d’altro canto è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di gran successo, in Svezia). Storia in bilico tra realismo e improbabilità, spesso surreale ma pure introspettiva, dotata di humor ferocissimo che tuttavia scaturisce in modi del tutto naturali e spontanei proprio come accade nella letteratura scandinava, dove il tragico e il comico vengono espressi con lo stesso registro, senza una parola di più di quanto serva – ovvero senza una sequenza in più, visto che qui si tratta d’un film – e senza il sovraccarico di pathos tipico di noi sudeuropei. In aggiunta a ciò si percepisce il tentativo di mettere, intorno alla storia narrata, una sorta di morale quasi filosofica – di “filosofia” quotidiana e pratica, intendo dire – che si potrebbe riassumere, credo, con «vivi la vita istante per istante e cerca di cogliere sempre le migliori occasioni possibili», a 10 anni come a 100; un tentativo forse non così ben riuscito, anche per quel costante mood surreale che scaturisce dalla pellicola.

Qualcuno, leggo, lo trova un film poco dinamico, ovvero che alterna in modi un po’ disordinati dinamismo e fasi di stanca: lo capisco ma non lo condivido se, appunto, considero il film dal punto di vista del tipico stile narrativo scandinavo. Paradossalmente nella narrazione letteraria è più facile gestire le fasi di quiete di una storia: la parola scritta impone un ritmo comunque più pacato che invece la narrazione per immagini non può permettersi troppo: ma ho visto film molto più blasonati che mi sono sembrati ben più lenti de Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve e comunque qui, lo ribadisco ancora, siamo ben affini al suddetto nordic style. Eppoi, che diamine, il protagonista è un vecchietto di 100 anni! Va bene che il film si diverte (e fa divertire) a mostrarsi surreale e poco credibile, ma se corresse troppo risulterebbe quasi ridicolo, ecco.

Insomma: a me è piaciuto. Sarò tra i pochi a pensarla così e forse sarò di parte, ma tant’è.

Come sempre, cliccate sull’immagine della locandina per saperne di più e guardatevi il trailer, qui sotto.

Uomini di parola

[Cliccateci sopra per saperne di più sul film.]
Ho visto Uomini di Parola.

Dunque… domanda: cosa potete fare se avete tra le mani una sceneggiatura parecchio debole e scontata, con un finale altrettanto prevedibile, e volete comunque sperare di ricavarne fuori un buon film? Risposta: tirar fuori un bel po’ di soldi e assoldare nel ruolo dei protagonisti alcuni grandi e celebri attori, contando sulle loro doti attoriali e, ovviamente, sul richiamo dei loro nomi (tutti nobilitati dall’Oscar, per di più). Ciò tuttavia vi espone ad un rischio non indifferente: quello di non riuscire a ottenere un successo sufficiente a coprire i costi di realizzazione del film, visti i tanti soldi spesi come sopra indicato.

Ecco, Uomini di parola è – sostanzialmente – tutto qui. Un gran cast per un film altrimenti mediocre, tutto basato sul duetto e l’intesa recitativa tra Christopher Walken e Al Pacino (meno su Alan Arkin), col primo notevolissimo e col secondo che, a me, pare sempre Al Pacino che recita e a volte parodia (voce del verbo “parodiare”) il se stesso anni degli ‘70/’90 (non che sia una colpa, sia chiaro), i quali sembra proprio che si divertano parecchio nei ruoli assegnati da vecchi gangster in pensione, divertendo parimenti lo spettatore che li osservi duettare. Ma, ribadisco, soprattutto – se non solo – lì c’è il divertimento, in quel duettante contesto, perché per il resto la pellicola non riuscirebbe (e non riesce) proprio a scrollarsi di dosso, ahimè, l’etichetta di «BANALE».

Forse per questo oppure per qualche altro motivo, chissà, fatto sta che quel rischio potenziale che paventavo poco sopra sul mancato ritorno dell’investimento s’è avverato. Un’occasione sprecata, insomma, lo hanno rimarcato in diversi nel disquisire del film: come avere a disposizione delle potenti fuoriserie e lasciarle intruppate nel traffico dell’ora di punta.

Chiara Ferragni – Unposted

Ho visto Chiara Ferragni – Unposted.

Be’, in realtà non tutto: ho interrotto la visione dopo circa 25 minuti e non l’ho più ripresa.

Ciò non toglie la mia ammirazione per certe cose di/su/fatte dalla protagonista del “film” (clic); d’altro canto lo stesso film serve a ben dimostrare come il confine tra splendore e miseria sia sempre labilissimo, anche quando sembri (e ci si illuda) che quella miseria “luccichi” splendidamente come una montagna di denaro. Già.

P.S.: comunque, ancor prima di vederlo del “film” in questione ne avevo parlato già qui.

Sul presentare un libro in tempo di lockdown

Posto questo secondo “lockdown” in corso, che tale per molti non è ma per la cultura sì, in particolare per gli eventi e i luoghi culturali, di fronte al quesito se trasformare alcuni degli incontri pubblici che avevo in programma, soprattutto per presentare il mio ultimo libro Tellin’ Tallinn, in eventi on line, ho deciso di non farlo.

L’ho deciso molto a malincuore ma basando la mia decisione anche sulle numerose esperienze maturate al riguardo durante il primo lockdown (nessuna delle quali è stata negativa, tutt’altro) nonché su come solitamente propongo le presentazioni dei miei libri (spoiler: in modi meno ordinari ovvero – spero – più coinvolgenti possibile!): circostanze che mi avrebbero impedito di proporre agli eventuali spettatori ciò che avrei voluto offrire loro, e che avrei potuto compensare solo con la produzione di contenuti audiovideo di tipologia e qualità tali che abbisognerebbero di molto tempo e mezzi per essere realizzati (e probabilmente li realizzerò, prossimamente); d’altro canto certe “produzioni” on line viste in questi mesi, “grossolane” a essere molto gentili, temo che abbiano portato più danni che vantaggi ai libri (ovvero a qualsiasi altra opera culturale) che intendevano promuovere, ergo personalmente le evito come la peste, quantunque possa apprezzare l’impegno di chi le propone (ma non i risultati, appunto).

Fatto sta che questa mia predisposizione al riguardo l’ho trovata del tutto consonante con quella offerta dalla prestigiosa Casa della Letteratura per la Svizzera Italiana, nel cui comunicato attraverso il quale ha gioco forza annunciato la sospensione degli eventi letterari in programma, esprime quello che è anche il mio pensiero sulla questione:

Qualcuno ci ha ripetutamente chiesto perché non compensiamo con “incontri virtuali”. Ci abbiamo riflettuto, molto. E la risposta è che la Casa della Letteratura nasce come luogo d’incontro tra l’opera di un autore e dove l’autore si mette in gioco proprio perché di fronte ha un pubblico che lo sollecita grazie all’ascolto oppure con le molte domande alla fine dell’evento. La complicità ma soprattutto l’intimità che si creano, non possono venire sostituite da un collegamento ballerino, un audio fuori sincrono, una immagine appiattita.
Se si dovrà adottare una soluzione mista di incontri “in presenza” e “a distanza”, allora dovremo poterla fare bene. Questo per rispettare il patto unico e straordinario tra l’autore e il suo pubblico.
Ovviamente non smettiamo di riflettere su cosa fare, quali le ulteriori possibilità e i percorsi per continuare il mandato morale che ci siamo dati: offrire incontri con autori e opere di qualità, assicurando che per ogni incontro avrà forma anche la sorpresa.

Ecco, nel mio piccolissimo è ciò che voglio (vorrei) fare io in ogni evento pubblico che propongo e concerne le mie cose: offrire sempre incontri ben fatti, di qualità, il più possibile originali e coinvolgenti nei quali io non sono affatto il solo protagonista ma lo sono insieme ai presenti, e lo è il libro (o qualsiasi altra cosa) che presento sempre e solo in base ai feedback del pubblico, in uno scambio emotivo e intellettuale che è proprio alla base del “patto unico e straordinario tra l’autore e il suo pubblico” che rileva la Casa della Letteratura per la Svizzera Italiana.

Tutto questo senza affatto disprezzare gli eventi on line, ci mancherebbe, ai quali auguro ogni successo e fortuna; nel frattempo io cerco di rendere proficua l’attesa e accumulo idee, energie, intuizioni e vitalità così da poter tornare live appena possibile. Giudicherete voi se ciò sarà servito oppure no – ma siate magnanimi, eh!

[La foto in testa al post è di Free-Photos da Pixabay, rielaborata da Luca.]