Smarrirsi senza perdersi, per ritrovarsi… (a Lucerna)

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.”

(Cliccate qui sotto… che potrebbe pure essere una buona idea per un piccolo dono natalizio a qualche parente o amico a cui piaccia viaggiare – nel senso più pieno e autentico del termine!)

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Sul “volo” politico di Fabio Bonetti (sì, quello lì!)

Siccome qualcuno mi ha chiesto cosa ne pensassi del recente “attivismo politico bipartisan” (!) di Fabio Bonetti (lo scrivo così per non incorrere in censure peraltro comprensibili), e avendone poi letto qui e là in ogni senso, dirò che la mia opinione è molto semplice: nulla può vietare a chicchessia di manifestare pubblicamente i propri pensieri quand’essi non ledano diritti altrui, nemmeno lo scrivere e il pubblicare con pervicacia “libri” di m**da.
Che, tanto, tali restano e soprattutto in quanto editi in modo letterariamente acritico e acquistati in maniera decerebrata ma i quali, ribadisco, non vietano affatto la libertà d’opinione e d’espressione di Fabio Bonetti, tanto meno l’eventuale consenso a quanto da egli pubblicamente dichiarato e neppure operazioni di marketing editoriale tanto palesemente demenziali ma evidentemente, per lo stato in cui siamo messi, efficaci.

Ah, la foto in testa al post è la sola decente che ho trovato del Bonetti. Almeno per me, ovvio.

Consumo (di belle parole)

Comunque, a fronte di tante belle parole spese da più parti (istituzionali e non) sulla difesa dell’ambiente naturale e sulla salvaguardia del territorio – peraltro un territorio ovunque di pregio, in Italia – il consumo del suolo nazionale e la relativa cementificazione continua al ritmo di 3 metri quadri al secondo, che nell’anno 2016 sono equivalsi alla cancellazione di 23mila km2 (dati ISPRA, qui).

Il che, in fondo, è un po’ come le altrettante belle parole che si spendono da più parti in difesa e a favore dell’esercizio della lettura alle quali corrisponde da anni un’irrefrenabile (ovvero “irrefrenata”) morìa di librerie.

(Nell’immagine in testa al post: Nemos, Cagacemento, Milano 2010.)

Matera, capitale europea della… incultura?

Dicevano, motivando l’assegnazione del titolo di “capitale europea della cultura 2019” a Matera, che “L’obiettivo di Matera di porsi alla guida di un movimento finalizzato all’abbattimento degli ostacoli che impediscono l’accesso alla cultura è visionario”.

Bene, agosto 2017: delle (sole!) tre librerie cittadine, una è a rischio di chiusura. Riguardo i lavori programmati in poli culturali fondamentali per la città – e per una “capitale della cultura” ancor di più – come il restauro del Museo, il potenziamento della sede universitaria o la stabilizzazione della Biblioteca provinciale, «Non sono neppure state avviate le pratiche». Nel frattempo, i celeberrimi Sassi «si stanno trasformando in un bazar, rinnegando la loro storia. Dove c’erano officine, magazzini, cantine, ora i turisti dormono, mangiano, si abbronzano».

Ma tranquilli, manca ancora un anno e mezzo di tempo al 2019 e non si può non restare coerenti con quanto asserito nella citazione in testa all’articolo: infatti, sperare che in questo tempo rimanente la città diventi una vera e giustificata capitale europea della cultura non trovate sia altrettanto visionario?

Un attimo… vediamo cosa ha ribattuto l’assessore cittadino ai Sassi e alla Gestione Unesco: «Il percorso tecnico è definito, ora la parola passa alla volontà della politica».
Ah, la “volontà della politica”, dice?
Sì, assolutamente, totalmente, inesorabilmente visionario!

Sia chiaro: che l’intero anno 2019 in veste di “capitale europea della cultura” per Matera sia un successo strepitoso. Sperando che nel frattempo si determini cosa si voglia intendere per “cultura”: forse è questo il vero nocciolo della questione nonché l’autentico progetto di sviluppo a lungo termine per la città, ben oltre il 2019.

N.B.: fatti e citazioni riportate nell’articolo sono tratte da La Stampa, qui.

INTERVALLO – I “Bibliobus” d’una volta…

Si potrebbe pensare che i cosiddetti “Bibliobus”, ovvero le biblioteche itineranti diffuse un po’ ovunque sul pianeta, siano un’invenzione recente, derivata da un modello “contemporaneo” di gestione dei servizi culturali offerti al pubblico dalle istituzioni o, magari, più funzionalmente legata al nostro costante bisogno di mobilità rapida con cui raggiungere ed essere raggiunti da qualsiasi cosa – su ruote e tramite strade, soprattutto.
Invece no, o meglio: cosa recente lo è per l’Italia (pare che a “lanciarli” da noi fu il grande Luciano Bianciardi), ma nel mondo l’idea nasce ufficialmente addirittura nel 1859 in Inghilterra, e nel Novecento si sviluppa di pari passo con lo svilupparsi della tecnologia automobilistica, che dopo i mezzi militari riutilizzati offre configurazioni meccaniche sempre più adatte allo scopo. Nel video seguente (tratto da qui) trovate una bella carrellata di immagini che prova quanto sopra – oltre che provare come il fascino dei libri e della lettura non potesse non utilizzare da subito i veicoli a motore per spandersi ovunque fosse (e sia tutt’oggi) possibile!