A Sondrio (e non solo) con la DOL dei Tre Signori

La guida “DOL dei Tre Signori” torna finalmente a disposizione di escursionisti e amanti del territorio! Da oggi, 18 giugno 2021, la si trova nelle edicole valtellinesi in abbinamento con il quotidiano “La Provincia di Sondrio”.

Dopo essere andata esaurita in allegato a “L’Eco di Bergamo” e a “La Provincia di Lecco”, è pronta la 2a edizione della guida alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori di montagna più spettacolari e emblematici delle Alpi Centrali, scritta da Sara Invernizzi, Ruggero Meles e Luca Rota – io, sì. La potete trovare, come detto, nelle edicole di Sondrio, Valtellina e Valchiavenna, acquistando il quotidiano “La Provincia”, ma non solo: dai prossimi giorni il volume sarà disponibile ovvero ordinabile in alcune librerie della catena Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano.

Insomma: non vorrete mica privarvi della proprietà e della lettura di quella che è stata definita da molti “una guida tra le più belle che si siano mai viste nell’era Cenozoica”?! Anche perché, con la lettura della guida, sono certo che “acquisterete” un’altra bellissima cosa: la voglia irresistibile di andare a percorrere la DOL dei Tre Signori e scoprire i suoi innumerevoli tesori. E, se l’avete letta o la leggerete, e ne avete voglia, fatemi sapere che ne pensate, qui o sui miei social. Grazie!

Di nuovo, dunque, appuntamento in edicola e in libreria! E sappiate che a breve vi saranno altre intriganti novità, al riguardo… ve ne darò notizia appena possibile!

Per saperne di più sulla guida cliccate qui, oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla. Buona lettura e buon cammino lungo la DOL dei Tre Signori!

La città della luce

[Foto di Jovana Askrabic da Unsplash.]

Luzern, “Luce-rna”, ovvero città della luce. Un nome che più azzeccato non potrebbe essere.
Qui, dove finalmente le rocciose e irte corrugazioni alpine si distendono nelle placide, rotondeggianti e confortevoli colline dell’Altopiano Centrale, il cielo si apre come l’immensa corolla d’un fiore iridescente che abbia scelto di rivolgersi verso la Terra, non verso il Sole, e che non effonda profumo ma luce, purissima luce – o forse sì, è un profumo anche quello, la cui fragranza sa farsi sentire ai sensi interiori piuttosto che a quelli esteriori. Un’essenza meravigliosa, paradisiaca – l’essenza di un Eden sulla Terra.
Forse anche da ciò scaturì la leggenda che narra dell’angelo il quale indicò agli uomini di quel territorio, proprio con una luce, dove costruire la nuova città. Beh, grazie! – verrebbe da scherzare: chi più di un angelo se ne intende di paradisi e posti affini? Ma se non si può che sorridere di fronte ai miti della superstizione popolare, viene d’altro canto da riflettere come quell’angelo o chi per lui, oltre che di paradisi, s’intendesse e bene di affari, per come Lucerna venne edificata in una posizione sublime non solo paesaggisticamente ma pure commercialmente, lungo la via che dal sud Europa, attraverso il Gottardo – valico non a caso aperto quasi contemporaneamente al primo insediamento lucernese – portava verso Nord. Via trafficatissima da genti, merci, beni, denari, tesori vari e assortiti fin da chissà quali tempi remoti, come denotato poc’anzi. Evidentemente già agli elvetici di allora non mancava un certo buon fiuto per gli affari, ma non credo di fantasticare troppo nel supporre che ai mercanti in viaggio attraverso le Alpi e in transito su quella via, giungere in un luogo e in un paesaggio così bello doveva illuminare l’animo esattamente come al viaggiatore contemporaneo, e invitare alla sosta (e al commercio) lì piuttosto che altrove.
Similmente non è un caso che Lucerna fosse destinata a diventare la capitale della Confederazione Elvetica; venne poi scelta Berna per convenienze amministrative, ma la posizione geograficamente baricentrica della città rispetto alla nazione d’intorno da sempre ne riflette in maniera emblematica anche la posizione morale e umorale. L’essenza della Svizzera è qui, più che altrove, la sua natura nazionale, il compendio delle sue migliori caratteristiche, la prova di come la sua gente abbia saputo fare, di quanto naturalmente a disposizione, qualcosa di incredibilmente buono, e fruttuoso. Berna è elegantissima, Zurigo è scintillante, Ginevra cosmopolita, Basilea fremente. Tutte le città elvetiche hanno proprie peculiarità pregnanti e toccanti, capaci di ammaliare e appassionare tanti viaggiatori; nessuna come Lucerna ha quel non so che di sommo e inimitabile, in grado di sedurre tutti i viaggiatori. Ogni città può essere un diamante che rilascia nel cuore la sua preziosa luminosità, ma Lucerna in quel cuore lascerà, a quel cuore donerà, anche un pezzo del diamante che è. Il quale diverrà gioiello pregiato, e il cuore suo perenne forziere.
E se Berna è la capitale amministrative della Confederazione, se Zurigo è quella economica, certamente Lucerna ne è capitale morale, appunto. Io credo che se la Svizzera, per un ipotetico e mi auguro assurdo conflitto, dovesse gioco forza scegliere quali città perdere, sono certo che i dubbi sarebbero atroci ma pochi: con Zurigo perderebbe la ricchezza, con Berna l’identità politica, con Lucerna l’anima. E senz’anima non vi è creatura vivente degna di tal nome.

Questo è un brano tratto da

Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Per saperne di più sul libro, cliccate sull’immagine qui accanto. Dopo averlo letto, se volete andare a Lucerna, vi do un consiglio spassionato: andateci! Ecco.

Andate all’Inferno (sulla DOL)!

Se state camminando lungo l’itinerario della DOL dei Tre Signori e ad un tratto qualcuno vi manda all’inferno, non dovete assolutamente prendervela, anzi, dovreste ringraziare di cuore chi si rivolga a voi in quel modo, perché probabilmente vi sta consigliando di visitare la magnifica conca racchiusa dalle moli del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Trona che ospita il Lago d’Inferno e, poco sopra, l’omonima bocchetta che mette in comunicazione la Val Gerola con la Val Brembana. Peraltro, come ben raccontiamo – io con Sara Invernizzi e Ruggero Meles – nella guida DOL dei Tre Signori, questi toponimi non sono legati a presenze demoniache ma al bagliore dei fuochi dei forni fusori nei quali per secoli si fondevano i minerali ferrosi estratti dalle numerose miniere situate sia sui versanti valsassinesi che su quelli bergamaschi di queste montagne. Le quali, evidentemente a causa di quelle fiamme, ricordavano a qualche osservatore particolarmente fantasioso o superstizioso uno scenario da girone infernale: una credenza rinforzata dal fatto che, fino a un paio di secoli fa, le brulle e pericolose sommità delle montagne venivano ritenute la dimora di draghi, demoni e creature sovrannaturali d’ogni sorta.

D’altro canto tutto il territorio montano attraverso dall’itinerario della DOL dei Tre Signori è ricco di leggende, alcune relativamente recenti, altre la cui origine si perde nella notte dei tempi: la Valgerola non si esime certamente da questa “regola” e ce n’è una, di narrazione leggendaria, che spiega proprio l’origine del Pizzo di Trona e del Lago d’Inferno. Si racconta infatti che…

Molti secoli fa un vecchio saggio scelse di ritirarsi in preghiera in una delle grotte nei pressi del Pizzo dei Tre Signori. Trona era il nome dell’eremita, amato e conosciuto da tutti i valligiani. La sua fama era tale da infastidire il Diavolo in persona, che risalì in Val Gerola per arrecare ogni tipo di danno e afflizione alla gente del posto, infestando i raccolti, uccidendo il bestiame e scatenando violenti temporali. Terrorizzati, i valligiani si rivolsero al santone implorando il suo aiuto. Trona scese allora dalla montagna in direzione del Pizzo Varrone, luogo che il Diavolo aveva scelto come dimora. Il cielo si oscurò, si scatenò la più violenta tempesta che si ricordi ed ebbe inizio un duello memorabile. Il Diavolo iniziò a scagliare un grande quantità di enormi pietre contro il santone, ma con nessuna gli riuscì di colpirlo; di contro, il santone si fermò presso un grosso masso e vi tracciò solennemente una sorta di croce con la mano. Proprio in quel punto la roccia si divise in quattro parti e cominciò a scivolare con forza verso la grotta del Diavolo. Il demone rimase travolto dalla frana, che lo trascinò ai piedi del Pizzo dei Tre Signori, aprendo un enorme squarcio nel terreno. La voragine venne presto colmata dai torrenti formatisi dal diluvio, dando origine a un grande lago che risucchiò il demone e prese il nome, appunto, di Lago d’Inferno. Nello stesso momento la terra che si era ritratta per non essere toccata dal diavolo si sollevò in alto, formando una nuova cima, a forma di cono, che fu subito ribattezzata con il nome del vincitore, Pizzo di Trona.

P.S.: altre leggende della zona le potete leggere in “Paesi di Valtellina”, qui. La foto in testa al post è di Cristian Riva, mentre la leggenda è tratta da questo post sulla pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Per saperne di più sulla guida Dol dei Tre Signori, cliccate sull’immagine qui sotto: per ogni altra informazione al riguardo e per sapere come reperirla, potete consultare www.orobie.it/cammini/, scrivere un messaggio a redazione@orobie.it oppure telefonare al numero 035/240.666.

Una nuova giostra per la Disneyland alpina

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dell’Ansa dal quale è tratta.]
Nonostante tutte le analisi e le riflessioni che, ormai da parecchi anni, le migliori figure scientifiche e culturali competenti al riguardo, insieme agli amministratori locali più illuminati, stanno formulando sul buon sviluppo futuro dei territori alpini, ancora troppe istituzioni, supportate da “promoter” locali che evidentemente di cultura montana (in senso generale) con tutto il rispetto del caso non ci capiscono granché, portano avanti i propri piani di lunaparkizzazione delle Alpi ovvero di trasformazione delle terre alte in “divertimentifici alpini”, per usare una celebre espressione dell’antropologo Annibale Salsa (una delle più illustri di quelle figure suddette)[1]. Per di più, in tema di “ponti tibetani” e infrastrutture turistiche similari, è ormai da tempo in atto tra varie località una “gara” a “ce-l’ho-più-lungo-io” che se da un lato rivela fin da subito il carattere superficiale e banalizzante di queste realizzazioni, dall’altro ne decreta inesorabilmente la rapida obsolescenza turistica e la perdita di interesse a favore di chissà quale altra “giostra” alpina, oltre alla sostanziale vuotezza di senso culturale.

La domanda in questi casi è molto semplice: un ponte tibetano o altra similare struttura meramente turistica può soddisfare le esigenze di valorizzazione e, soprattutto, di resilienza socio-economica e culturale dei territori di montagna? Oppure finisce per soddisfare solamente l’emotività dei suoi visitatori e le illusioni di un immaginario turistico meramente estetico-ludico (ormai superato e considerato sostanzialmente fallimentare se non nocivo, per la montagna contemporanea) per il quale ciò che è intorno all’attrazione principale – il ponte tibetano più lungo, più alto, più bello, eccetera – diventa del tutto secondario se non ininfluente e trascurato dai suoi fruitori, esattamente come per un luna park che non importa dove sia, l’importante è che ci siano le sue giostre da godere e con le quali divertirsi?

Dietro tale domanda fondamentale ne seguono altre, ugualmente inevitabili: siamo certi che i soldi che verranno spesi per la realizzazione del ponte (non so quanti saranno ma immagino qualche centinaia di migliaia di Euro) non potrebbero essere spesi per investimenti ben più concreti e funzionali, più valorizzanti il luogo e dalle ricadute a lungo termine più proficue? E, visto che nell’articolo sopra linkato si cita il “turismo di prossimità” e si afferma che l’infrastruttura in questione rappresenta «Una opportunità per i lombardi di riscoprire territori splendidi e ricchi di attrattività, in passato troppo spesso sottovalutati» chiedo: quale forma di turismo si vuole coltivare e perseguire? Quale conoscenza culturale dei territori in quanto base fondamentale di ogni sviluppo locale si vuole sostenere? Quale “riscoperta” – o, per usare un termine in tal caso più consono, rialfabetizzazione – della relazione delle genti con le proprie montagne si può ottenere da un ponte tibetano la cui principale attrattiva non è il territorio e l’ambiente naturale che ha intorno, non il suo paesaggio ricco di peculiarità ma in primis il fatto di essere semplicemente “il più lungo” e altre amenità similmente disimpegnate?

Infine, giusto a tal riguardo: sarà stato strutturato un programma culturale in tal senso che porti i visitatori del ponte a conoscere ciò che da esso e del suo panorama ammireranno? Me lo auguro vivamente, altrimenti una struttura del genere, per come ad oggi sono state concepite le altre similari o di pari natura in giro per i nostri monti, finirà per ottenere soltanto due cose principali: la prima, trasformare il luogo che voleva “valorizzare” in un sostanziale non luogo, privato della propria identità peculiare assorbita dalla genericità di un manufatto uguale a tanti altri; secondo, di “regalare” al territorio un rottame metallico il cui unico interesse tra qualche anno verterà su come poterlo rimuovere – spendendo altri soldi pubblici, molto probabilmente.

E sia chiaro: questa mia riflessione non è affatto mirata a qualsivoglia atteggiamento oltranzista da “Nessuno-tocchi-le-montagne!”, come forse qualcuno potrebbe superficialmente ritenere. Il problema non è cosa si costruisce o come lo si fa ma è per cosa lo si costruisce. Si può fare qualsiasi cosa: basta che abbia un senso – logico, virtuoso in generale, coerente e contestuale al luogo in cui la si realizza (quanti ce ne sono già di ponti tibetani, in circolazione? Ecco che già da qui si genera il non luogo, appunto), con ricadute il più possibile ampie e a lungo termine. Se ciò non accade è perché, molto semplicemente. non si sta parlando la stessa lingua dei monti che si pretende di trasformare in quel modo tanto insensato. Così la montagna diventa ineluttabilmente una confusa Babele sociale, economica, culturale, antropologica, un ambito di spaesamento e alienazione privo di identità e forza vitale tanto quanto di futuro –  con un vecchio e arrugginito ponte tibetano a rovinare il panorama, per giunta.

[1]  «Non possiamo più pensare alle Alpi come alla Disneyland dei cittadini, come a un divertimentificio per il fine settimana. Dobbiamo guardare alla montagna alpina come allo spazio dove si costruiscono buone pratiche.» Questo Annibale Salsa lo diceva già nel 2009 (vedi qui) e non era il primo a farlo, peraltro.

Saggezza popolare vs previsioni meteo 2-0

Domenica (scorsa, 06 giugno), ore 15.
Guardo sul web il bollettino riguardante la mia zona per le ore successive di un noto servizio meteorologico, considerato popolarmente tra i più affidabili: segnala temporali tra le 16 e le 18.
Guardo fuori dalle finestre di casa, poi chiedo a Loki, il mio segretario personale a forma di cane: ma secondo te quelli c’azzeccano, ci sarà sul serio un temporale?
«Boououwof!» mi risponde.
Concordo! – gli dico. Ci prepariamo e usciamo a farci una bella camminata sui monti sopra casa. Ci prendiamo due-gocce-due di pioggia per qualche minuto all’inizio dell’escursione, peraltro restando in gran parte riparati dalle chiome degli alberi del bosco nel quale sale il sentiero che percorriamo, e poi fino alle 19, ora del rientro a casa, ci godiamo un cielo placidamente azzurro animato soltanto da innocue velature di passaggio e da qualche raro cumulo più suggestivo. Già.

I “sapientoni” dei servizi meteo avranno pure a disposizione satelliti ultratecnologici, supercomputers, sofisticatissimi software previsionali e quant’altro ma, primo, non li sanno usare e, secondo, manca loro una cosa fondamentale per sapere come andrà il tempo in una certa zona: la saggezza popolare locale, quella che dall’esperienza secolare degli autoctoni ha ricavato proverbi e adagi che ogni zona possiede, referenziati ai propri territori, ai loro elementi geografico-ambientali nonché al bagaglio culturale su di essi accumulato nel tempo, e che risultano puntualmente ben più affidabili di tutta la supertecnologia suddetta.

Così io e Loki, ieri, a fronte della previsione di temporali elaborata solo un’ora prima, dunque presumibilmente sicura o quasi, ne abbiamo considerati due di vecchi proverbi in uso nella mia zona. Il primo: Se ‘l vé déla Còsta èl fa apòsta (“Se viene dalla Costa fa apposta”), che evidenzia come i fronti temporaleschi che giungono sulla mia zona da Oriente, dove è situata la Valle Imagna della quale Costa (Valle Imagna, appunto) è il comune posto sull’altro versante dei monti in questione, in forza delle tipiche correnti atmosferiche locali difficilmente superano quei monti e scaricano pioggia anche al di qua. Può capitare, ma la maggior parte delle volte non accade.
Il secondo proverbio considerato: Se ól Tesòr el gà ól capèl, móla la ranza e ciàpa ól restèll (“Se il Tesoro ha il cappello, lascia la falce e impugna il rastrello”), ovvero, se il monte Tesoro, una delle sommità principali della mia zona, ha la vetta coperta dalle nubi a mo’ di “cappello”, smetti di tagliare l’erba nel prato e radunala col rastrello, perché a breve comincerà a piovere – e l’erba bagnata rischia la marcescenza diventando indisponibile come foraggio per gli animali, per dire.
Bene, ieri le nubi più minacciose venivano dalla Valle Imagna, e il monte Tesoro non aveva il “cappello” di nubi: risultato, nessun temporale né acquazzone o che altro di simile, sicché io e Loki ci siamo fatti la nostra camminata montana senza sgradevoli infradiciamenti.

Per la cronaca, quegli stessi bollettini meteo per la sera davano “attenuazione dei fenomeni”. Infatti la sera ha fatto temporale e piovuto parecchio. Ecco.

Vedete perché io sostengo convintamente che le previsioni del tempo contemporanee sono spesso attendibili quanto l’oroscopo di un rotocalco di gossip?

Studiate e salvaguardate la secolare saggezza condensata nei proverbi e nei modi di dire delle vostre zone, piuttosto! E vedrete che indovinerete la meteo molto di più di quei “meteorologi” da strapazzo, oltre a imparare e tramandare una cultura di valore imperituro e insostituibile utilità.

Ecco Loki, il mio segretario personale a forma di cane, in vetta al monte Tesoro ieri, alle ore 16.56, cioè quando le previsioni meteo di solo un’ora prima davano il clou dei fenomeni temporaleschi. Infatti si noti il cielo terribilmente minaccioso da tempesta imminente, lì sopra!

P.S.: ebbene sì, questo che avete letto è un nuovo “episodio” della personale, strenua battaglia (solitaria?) nei confronti della pseudo-meteorologia nazionalpopolare (quella diffusa da TV, web, social o che altro) e di chi conferisce ad essa un credito che ritengo a dir poco esagerato – ma sono eufemistico, in ciò – a difesa invece della vera meteorologia, scienza assai importante e altrettanto affascinante che con quei bollettini mediatici nulla ha a che fare.