L’autunno dentro

Il bello dell’autunno, e di vivere i suoi momenti, è che a volte ti dà una sensazione come quando fuori tira un vento freddo e ti ripari in una baita entro la quale il fuoco che danza e crepita in un bel caminetto diffonde un gradevole tepore e una delicata ma vivace luminosità. Solo che il tepore e la luce te li fa percepire dentro quando sei all’aperto – ad esempio di fronte a visioni come quella lì sopra, nella placida quiete d’un pomeriggio montano.

P.S.: sì, quest’anno mi sento particolarmente affine all’autunno e mi viene da scriverne spesso. Chissà perché.

Mattino e pomeriggio (d’autunno)

[A sinistra: Grigori Grigorjewitsch Mjassojedov, Mattino d’autunno, olio su tela, 1893. A destra, Alessia Scaglia, Pomeriggio d’autunno, fotografia digitale, 2020. Cliccateci sopra per ingrandire.]

In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo, – e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l’autunno.

(Sören Kierkegaard, Aforismi e pensieri, a cura di Massimo Baldini, traduzione di Silvia Giulietti, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pag.40.)

Ovvero: qualsiasi sia l’epoca, l’immaginario culturale, la visione, la percezione, il media o l’ora del giorno, il fascino dell’autunno resta qualcosa di profondo e ammaliante come poche altre cose.

La stagione preferita. O forse no.

[Foto di Valiphotos da Pixabay.]
Puntualmente, ad ogni cambio di stagione e di relativo paesaggio, mi chiedo per l’ennesima volta quale potrei dire che sia, per me, la stagione meteorologica e climatica preferita. Se l’inverno con la sua neve e i cieli limpidissimi, la primavera con la sua esplosione di vita e di colori, l’estate col caldo e la sua luce infinita oppure l’autunno con le sue sfumature e il lento quietarsi della Natura. Così, ogni volta mi do una risposta che, puntualmente (vedi sopra) dopo tre mesi circa mi smentirò, d’altro canto sapendo bene come tali risposte, e la stessa domanda a cui si riferiscono, siano di quelle così astratte da risultare, appunto, affascinanti nella loro indeterminatezza.

Posto ciò, tuttavia, devo dire che l’autunno mi genera sempre un’attrazione particolarmente fascinosa. Le giornate che s’accorciano, la luce che cala inesorabilmente, le ombre che s’allungano, il clima via via più fresco, l’odore dei primi camini accesi e quei fantasmagorici colori e profumi che diffondono i boschi, con la sensazione vivida che, dopo l’irrefrenabile energia estiva, tutto torni ad una dimensione più tranquilla, pacata, più riflessiva, preparandosi così al silenzio e alla stasi invernali. Ecco: l’autunno, se devo riassumere queste percezioni personali in poche parole, mi genera un senso di garbata intimità, verso tutto lo spaziotempo che lo contraddistingue e gli elementi del suo paesaggio il quale, dal mondo esteriore, diviene in modo assai vivido e forse più che in altri momenti dell’anno anche il mio paesaggio interiore. Una consonanza tra “paesaggi” che è per me fondamentale, al fine di recepire al meglio le sensazioni della stagione, dei suoi istanti, di quanto possono offrire di materiale o immateriale e adeguarmi ad essi con la più consona profondità di mente, d’animo e di spirito.

Forse, già: perché magari poi percepirò le stesse sensazioni anche nelle altre stagioni dell’anno e nuovamente, anzi puntualmente, mi rimarcherò simili considerazioni per quei momenti e per le loro differenti peculiarità. In fondo, ribadisco, è proprio questo il bello del rincorrersi delle stagioni e dei loro paesaggi, e del perdere futilmente qualche attimo a rispondersi a “domande” al riguardo che, in fin dei conti, sono per esse stesse anche la miglior risposta possibile.

 

Nuvole

Potrei passare ore e ore – e giorni interi per numerose ore – a osservare il moto delle nubi nel cielo, senza mai stancarmi. Anche perché non sarebbe mai la stessa visione, anche in quei brevi istanti nei quali così sembrerebbe: tutto cambia di continuo, come un dipinto che si rinnovi ad ogni minimo istante mutando senza sosta l’aspetto e il valore estetico della sua “tela”.

Steso su un prato in montagna, così da avere il cielo più terso possibile e le nuvole più vicine, mi immergo con lo sguardo in quel mare celeste nel quale le forme vaporose più o meno evanescenti vagano in modo apparentemente casuale ma che tale invero non è…  Dunque, ecco che mi diverto a intuire le correnti che le nubi “navigano”, il moto e la direzione, a indovinarne la quota, a valutarne colori e sfumature con i relativi “messaggi” meteorologici, a immaginare su quali algoritmi naturali (e per ciò sfuggenti alla mia comprensione) le nubi cambiano forma, densità, consistenza, facendo parimenti cambiare forma ai “buchi” d’azzurro che lasciano liberi in cielo e che a loro volta determinano forme i cui contorni mi pare di riconoscere e poter identificare in innumerevoli cose.

È una danza costante, di bellezza unica, quieta ed evanescente tanto quanto inarrestabile, che appunto ogni volta cambia aspetto e narrazione alla volta celeste senza mai riprodurre la stessa “coreografia” e la cui sublime leggerezza, tramite la sua visione, mi si riproduce nell’animo. Ma, non è, questo, uno stare lì “con la testa tra le nuvole”, come si potrebbe pensare e dire in tali circostanze: no, nessun sovrappensiero, deconcentrazione o straniamento anzi, l’opposto. Una visione concentrante, invece, che aiuta ed eleva la riflessione “sollevandomi” dalle cose terrene e da certe loro pesantezze per godere della condizione ideale ad approfondire i pensieri, i quali fluttuano liberi nella mente un po’ come quelle nuvole nel cielo, incontrandosi, miscelandosi, amalgamandosi così da generarne di nuovi e diversi.

È una fonte peculiare, quasi insuperabile di calma, distensione, serenità vivide e frementi, e parimenti energia, dinamicità e vitalità ma placide e delicatamente fluide, niente di troppo fiacco o troppo intenso, in modo che possa recepirle e metabolizzarle totalmente fin dal momento in cui distoglierò lo sguardo da lassù, mi alzerò dal mio giaciglio prativo e tornerò, o meglio ridiscenderò, in tutti i sensi – al mondo e alle cose di tutti i giorni. E fino al prossimo, “necessario” spettacolo nuvoloso, che mi auguro possiate e vogliate godere anche voi!

Viva l’I…rlanda!

Sto constatando che molte delle bandiere italiane esposte ai balconi di altrettante case nel momento del lock down dovuto alla diffusione del coronavirus e del relativo moto mediatico (o mediatizzato) di solidarietà nazionale – quello da cui sono scaturiti certi slogan tanto suggestivi quanto illusori se non, per molti aspetti, fuorvianti – ormai da mesi piazzate (dimenticate?), quelle bandiere dell’Italia, in balìa degli elementi atmosferici e del clima e per questo subenti un certo evidente deterioramento cromatico, sono diventate delle bandiere d’Irlanda, in pratica. E, in effetti, la diffusione del Covid-19 lassù ha determinato meno problemi di quaggiù (più casi per milione di abitanti ma incidenza di morti molto minore, meno della metà rispetto all’Italia).

Chissà se di contro in quelle case italiane, nel frattempo e per coerenza vessillologica i fiaschi di Barbera e di Chianti saranno stati sostituiti da bottiglie di Guinness e di Jameson… mah!