Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.

A mio agio, con il vento

[Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay.]

Laddove spira più tagliente il vento, e alto si leva il mare e non lievi sono i pericoli da superare, mi sento a mio agio.

Così scrisse Nietzsche ne La gaia scienza, e io mi trovo assolutamente concorde. Sono giornate ventose, qui, e numerose come le folate, al solito arrivano le lagne di molti riguardo quanto sia fastidioso un vento così impetuoso, su come scompigli abiti e capigliature, sollevi sabbia e foglie, provochi emicranie o altro di affine, rovini il clima estivo ancorché tanto afoso, eccetera.
Invece a me il vento piace. Al netto di eventuali deprecabili danni, è manifestazione della forza vitale della Terra, vibrante energia aerea, “detersivo” che linda oppure dinamizza il cielo e il paesaggio e fa danzare le chiome pur spoglie degli alberi – anche quando è breva, come oggi, che non di rado qui porta nuvole e pioggia. Sì, anch’io come Nietzsche (mi permetto l’accostamento blasfemo) mi sento a mio agio, per nulla infastidito anzi rallegrato, compiaciuto, in moto equilibrato e armonico con le folate.

Passerà poi, questo vento, tornerà la quiete in cielo e nel paesaggio ma quell’energia, almeno in parte, la conservo cercando di farla spirare, più o meno leggera, poco o tanto vibrante, ancora nell’animo, così che gli stessi effetti benefici si possano protrarre a lungo. E fino alla prossima giornata ventosa.

Che storia, (sul)la Dol dei Tre Signori!

Le Alpi Bergamasche o Orobie che dir si voglia, lungo le dorsali tra la bergamasca, il bacino del Lago di Como e la Valtellina, custodiscono frequenti e preziose testimonianze capaci di narrare una storia della frequentazione umana delle terre alte di almeno due millenni. L’itinerario della Dol dei Tre Signori, raccontato dall’omonima guida della quale sono uno degli autori, corre su alcune di quelle antiche vie di comunicazione e attraversa valichi importantissimi dal punto di vista storico oltre che geografico, come la Bocchetta di Trona, a quota 2092 m, praticato nei secoli da genti, mercanti ed eserciti per raggiungere la pianura padana dalla Valtellina, dalla Svizzera e dal centro Europa. Transitare da un luogo del genere equivale dunque a compiere una sorta di viaggio nello spazio e nel tempo, in territori geografici antropizzati da millenni ove le varie tracce umane lasciate ne rivelano la cronologia. La citata Bocchetta di Trona, in particolare, è un passaggio che in tal senso divenne – ed è ancora oggi – un luogo altamente simbolico: è stato il transito principale tra la Valsassina e il lecchese e la Bassa Valtellina in un tempo nel quale la via lungo il Lago di Como non era affatto sviluppata, e più avanti ha rappresentato anche (a proposito di testimonianze storiche sul campo) un nodo fondamentale del “Sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera”, meglio conosciuto come Linea Cadorna, il che spiega la presenza su un dosso appena a monte del valico di un ex caserma militare costruita nel 1917 (la vedete nelle immagini qui sopra), l’unico fortino ancora pressoché intatto nell’intero complesso di fortificazioni che correva dai rilievi dell’Ossola fin sul crinale orobico e che, nell’ambito della Primo Guerra Mondiale, avrebbe dovuto contrastare l’eventuale avanzata dell’esercito austro-ungarico in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio.

Il Generale Luigi Cadorna (al quale in verità il sistema difensivo è impropriamente intitolato, visto che venne progettato molto tempo prima degli anni in cui Cadorna fu Capo di Stato Maggiore), sospettando che la neutralità della Svizzera proclamata dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale non avrebbe retto, temeva che l’esercito austro-ungarico sarebbe potuto calare dalla Svizzera per invadere tutto il Nord Italia e dunque ordinò di riprendere il progetto della linea difensiva e metterlo in atto, con la fortificazione di tutto il crinale orobico di confine con la Valtellina attraverso trincee, fortini, casematte, postazioni di tiro, gallerie, osservatori blindati e strade militari – con la rigorosa pendenza costante del 12% – per portare in quota armamenti, attrezzature, vettovaglie e quant’altro di necessario all’attività del sistema difensivo. Poi, gli sviluppi sul campo del conflitto mantennero inutilizzata la Linea Cadorna, oggi diventata un’imponente attrazione storica il cui fascino indubbio dei manufatti, sovente ben mantenuti ovvero recuperati e visitabili, come nel caso del fortino della Bocchetta di Trona, stempera col tempo l’inquietudine latente legata agli originari scopi bellici che ne determinarono la costruzione.

Questa storia, con maggior profusione di dettagli e insieme alle mille altre che le montagne della Dorsale Orobica Lecchese offrono, Sara Invernizzi, Ruggero Meles e io ve le raccontiamo nella guida “DOL dei Tre Signori” che, dopo essere andata esaurita in allegato a “L’Eco di Bergamo” e a “La Provincia di Lecco”, in queste settimane è a disposizione di escursionisti e amanti del territorio nelle edicole valtellinesi in abbinamento con il quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Inoltre il volume è disponibile ovvero ordinabile in alcune librerie della catena Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano.

Per saperne di più sulla guida cliccate qui, oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.

Dunque, per ribadire una volta ancora: buona lettura e buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!

N.B.: l’ispirazione per questo articolo viene dal relativo post della pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Le foto in testa al post sono © Cristian Riva.

Una delusione, quasi

[Foto di Nadiya Ploschenko da Unsplash.]
È periodo di instabilità meteorologica, qui dalle mie parti, e accade di frequente che il cielo, da sereno o poco nuvoloso che sia, rapidamente si ingombra di nuvoloni sempre più scuri e minacciosi, gonfi, dall’apparenza così solida che pare possano precipitare da lassù da un momento all’altro in forza del loro steso peso, saturi di fulmini e di pioggia, i quali ribollono e si dilatano come enormi palloni aerostatici ribelli che si ammontonano l’un l’altro, si sovrappongono e si strusciano vicendevolmente pulsando d’ogni possibile gradazione del grigio, nel mentre che un vento teso prende a soffiare nervosamente scuotendo la vegetazione e sollevando polvere e cartacce. Osservi tutto questo e supponi che, a breve, si scateni un bel temporalone, uno di quelli tipici dei periodi più afosi dell’estate, carici di energia, forse pure di grandine e comunque che un nubifragio ben potente ti aspetti debba prorompere da un momento all’altro, temendone anche le eventuali conseguenze.

Invece, rapidamente come si è scurito e fatto tanto minaccioso, ecco che il cielo si sgombra da tutti quei nuvoloni rabbiosamente grigi, i quali sembrano svaporare come per l’azione di un ciclopico soffiatore oppure fuggire altrove, quasi che all’ultimo momento avessero trovato un luogo migliore su quale scaricare tutta l’energia e la pioggia inglobate nei loro nembi pulsanti, sicché anche il vento prima così teso in breve si placa fino a quietarsi del tutto, evidentemente rendendosi conto di essere ormai superfluo, fuori luogo. E il cielo torna sereno come se niente fosse stato.

Ecco, non so voi, in una situazione del genere, ma io un po’ percepisco una certa “delusione”. Se mai possa definirsi in tal modo questa sensazione, voglio dire. Sia chiaro: sono ben felice che non si sia scatenata una tempesta tale da provocare chissà quali danni, però, tutta quella preparazione, quella così spettacolare messinscena celeste, la dimostrazione di potenza e di energia, tutto quel pathos, quel lirismo meteorologico generatosi, tra drammatico e sublime… e poi nulla. Tutto come prima: Sole, caldo, afa, umidità, e tutto il resto di canicolarmente estivo.

Insomma, appunto: un po’ di delusione viene, non c’è che dire. Come essere a teatro, con il palco circondato da una grandiosa scenografia illuminata da spettacolari luci di scena mentre in platea tutto si fa buio, poi parte una musica epica e solenne, poi il sipario si apre, s’intravedono gli attori e i figuranti e quindi, quando la curiosità e l’emozione si fanno fremente per ciò a cui stai per assistere… la musica si placa, il sipario si chiude, le luci del teatro si riaccendono e tu resti lì così, con un’espressione così e lo sguardo così, chiedendoti: embè?

Ecco, una situazione del genere, per dire.

 

Camminare sulla Dol, e conquistare l’infinito

[Scendendo sul lago di Trona verso Nord e la Valtellina, con le Alpi Retiche sullo sfondo. Immagine tratta dalla guida.]
La Valtellina è una terra bellissima, ricca di storia, di geografie mirabili, di cultura, di saperi antichi, di relazioni e intrecci umani, di segni leggendari, di acque, rocce, legno, erba, cielo, di bellezza, di montagne. Sì, montagne, non solo come elementi orografici pur sublimi ma, ancor più, come “dote” oltre modo preziosa che identifica magnificamente una terra definendone gli orizzonti e ne conforma profondamente l’anima e lo spirito.

Arrivarci, in Valtellina, camminando su montagne similmente belle che con il filo della loro dorsale indicano la via verso il grande solco vallivo tra Alpi e Prealpi, ove luccicano in basso l’Adda e in alto i ghiacci retici le cui vette si stagliano nel cielo di settentrione segnando la linea oltre cui c’è l’infinito, è qualcosa che resta nella mente e nel cuore per sempre.

Per tali motivi, e per innumerevoli altri ugualmente buoni, è bellissimo che la guida “Dol dei Tre Signori che racconta di quelle montagne che vi portano – se ci camminate sopra – dalla grande pianura padana fino alla parimenti grande vallata alpina, in questo periodo sia disponibile proprio nelle edicole della Valtellina e delle zone limitrofe, in vendita dallo scorso 18 giugno abbinata al quotidiano “La Provincia di Sondrio. È bellissimo perché, come accennavo sopra, in questo modo il libro diventa un esclusivo trait d’union letterario tra montagne, geografie, storie e bellezze diverse e similmente mirabili, che si possono esplorare, conoscere, conquistare e fare proprie semplicemente percorrendo la Dorsale Orobica Lecchese, da Bergamo fino a Morbegno – oltre che leggendo il libro, ovviamente.

E il bello è che tutto ciò vale anche all’opposto, partendo dalle montagne retico-orobiche e camminando fino alla grande pianura urbanizzata oltre la quale la linea lontana (ma nemmeno tanto, poi) degli Appennini individua un altro infinito ugualmente affascinante, quello verso Meridione. Insomma, amici valtellinesi, in un modo o nell’altro avete motivi più che ottimi per andare in edicola e accaparrarvi la guida “Dol dei Tre Signori. E se non siete valtellinesi nulla cambia: la guida è disponibile anche in molte librerie della catena “Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano. Qui potete avere ulteriori informazioni al riguardo.

Avete solo da leggere la guida, calzare i vostri scarponi e andare a camminare lassù, tra la terra e le nuvole, col passo e il ritmo che preferite. A volte per conquistare l’infinito basta veramente poco, già.