C’è siccità (idrica) e siccità (culturale)

In questo articolo vi parlerò di siccità.
«Un argomento off topic!» forse penserete. Beh, niente affatto e per diversi motivi – ma vado con ordine.
In molte zone del Nord Italia c’è il serio pericolo di una siccità senza precedenti. Fa sempre più caldo, anche d’inverno – nonostante qualche settimana di freddo del tutto ordinario, d’altro canto – e in montagna nevica sempre meno. È paradossale che in queste zone vi possa essere un rischio di siccità, per quanto formalmente siano ricche di acque nonché a ridosso delle Alpi, sulle quali almeno d’inverno dovrebbe nevicare, appunto, e alle cui alte quote vi sono numerosi apparati glaciali… Già, ma il cambiamento climatico sempre più evidente e profondo i ghiacciai se li sta mangiando rapidamente, e di questo passo la maggior parte di essi scomparirà nel giro di qualche lustro, facendo dunque scomparire una preziosa riserva di acqua potabile a disposizione della pianura antropizzata e coltivata – oltre che dei monti stessi, naturalmente. Per di più, non solo d’inverno fa più caldo ma pure d’estate e, quando piove, sempre più spesso si scatenano dei nubifragi terrificanti che fanno gran danni e, di contro, non danno nemmeno il tempo al terreno di assorbire tutta la pioggia caduta.
Insomma, il cambiamento climatico non è il solo problema, semmai è l’inizio (drammatico già di suo) del problema susseguente: il relativo cambiamento del paesaggio, dell’ecosistema entro il quale viviamo e dunque, gioco forza, la modificazione forzata della nostra vita quotidiana la quale – ce ne dimentichiamo spesso, purtroppo – è strettamente legata all’ambiente naturale nel quale viviamo, anche oggi che ci crediamo uomini ipertecnologici e in grado di controllare tutto e tutti.
Non è così, proprio per nulla, e forse a questo punto già comprenderete che questa mia disquisizione ha una forte valenza culturale, altro che! In primis perché ciò che sta avvenendo al nostro ambiente finisce per modificare il territorio e la sua percezione fondamentale da parte nostra, il “paesaggio”, il quale è un elemento culturale ben determinato e determinante. In secondo luogo, come ribadisco, perché a doversi necessariamente modificare è la nostra esistenza quotidiana – anche in senso molto pratico: se in effetti e malauguratamente il rischio siccità dovesse concretizzarsi e, ad esempio, in un’estate con temperature torride come accaduto negli ultimi anni dovesse mancare l’acqua per irrigare (non solo le coltivazioni industriali ma pure il proprio orto di casa ovvero persino l’acqua corrente domestica), beh, capite da soli quali conseguenze immediate ci potrebbero essere. Inoltre, perché tutto ciò deve obbligatoriamente comportare un cambiamento mentale, intellettuale ovvero – di nuovo – culturale: a partire dalla tassativa comprensione di ciò che sta accadendo o che potrebbe accadere, delle conseguenze che ne potrebbero derivare e della riflessione generale sulla questione, che colpisce profondamente un nostro patrimonio condiviso quale è il paesaggio – patrimonio identificante, per giunta, dunque ancora più fondamentale per la valenza culturale e antropologica di noi tutti che lo abitiamo.
«Sì, ma che ci possiamo fare, noi, se non piove e il clima cambia?» qualcuno potrebbe chiedere. Forse nulla, tra l’oggi e il domani, forse moltissimo da dopodomani fino ai prossimi anni: anche solo – ribadisco ancora – comprendendo la situazione in essere, la sua anormalità, il suo potenziale pericolo e, ancor più, comprendendo come tutto ciò possa finire per danneggiare il valore assoluto del territorio e del paesaggio nel quale viviamo e dal quale ricaviamo non solo molto di ciò che ci serve per vivere la nostra esistenza quotidiana ma pure la nostra identità. Da questo punto di partenza basilare, io credo, potranno poi venire tutte le più buone e proficue iniziative pratiche per agire anche concretamente riguardo le modificazioni ambientali in corso.
Occorre un accrescimento della preparazione culturale al riguardo, insomma, che io temo sia ancora parecchio carente – d’altro canto lo è in generale circa i macro-temi ecologici e ambientali, figuriamoci su questioni più specifiche e per molti aspetti non comprensibili (che ci possa essere un pericolo di siccità sulle Alpi, ad esempio: cosa da ritenersi assurda fino a qualche anno fa!) Occorre che il paradosso non debba diventare normale, piuttosto che venga preso di forza e con determinazione “raddrizzato” e annullato, per quanto possibile. Occorre che noi tutti si ritrovi il più profondo e stretto dialogo con il territorio e il paesaggio che abitiamo, in buona sostanza: solo in questo modo potremo prevedere i pericoli a cui andranno incontro e che potrebbero coinvolgerci, potremo prevenirli e magari contrastarli efficacemente prima che si realizzino.
Possiamo anche correre il rischio di una siccità idrica; non possiamo proprio permetterci, invece, il rischio di una siccità culturale, su tali temi e su ogni altra cosa. Il tempo presente e ancor più il futuro non ce lo consentono più.

P.S.: seppur da tempo avevo in mente di scrivere un articolo come questo, un buon impulso al farlo me l’ha fornito la sempre illuminante Annamaria Testa con questo articolo nel quale si parla di desertificazione – ma non in zone equatoriali o altrove… qui da noi, già.

Piove… no, c’è il Sole… no, è sereno… anzi, nevica…. embè?

meteoMa poi, tutta questa reale, sincera, supposta, presunta, strombazzata, garantita, indotta, artificiosa, adulterata – e così via, lungamente… – necessità della gente normale di conoscere in anticipo che tempo farà… voglio dire, che senso ha?

Considerando che, tale mania – perché alla fine, a ben vedere, di ciò si tratta: anzi, di una psicometeopatia! – alimenta poi tutto un bailamme di pochi autentici e tantissimi sedicenti meteorologi le cui previsioni sono molto meno attendibili di quelle d’un mago da spiaggia ma che, per via della sostanziale incompetenza diffusa nel settore, trovano pure il modo di farsi pagare a fronte del loro palese dilettantismo (si intenda il termine nell’accezione più spregiativa possibile, visto che poi non sono rari i casi di meteorologi “dilettanti” – qui nel senso di appassionati che nulla ci ricavano dal loro lavoro previsionale, i cui bollettini sono estremamente più curati scientificamente e più attendibili meteorologicamente – loro, ad esempio – dei suddetti indegni tizi) – dicevo, considerando che ‘sta mania di dover sapere se domani pioverà o ci sarà il Sole alimenta un mercato oberato di cialtroni, mi permetto di osservarla con parecchia diffidenza se non con malcelato spregio. Ecco. Posso capire che un’esigenza indubbiamente importante in tal senso la possano rimarcare certi professionisti – i quali dovrebbero dunque affidarsi a servizi meteorologici dedicati e altrettanto professionali, che gli enti e le associazioni di ricerca sulla meteo e sul clima seri generalmente offrono; ma tutti gli altri… mah!

Ricordo che un paio di estati fa, durante un agosto particolarmente piovoso, parlavo con il gestore d’un rifugio sulle Alpi lombarde: l’uomo si lamentava in modo anche piuttosto fervido del fatto che, a fronte delle poco favorevoli condizioni meteo, gli stranieri – che fossero svizzeri, tedeschi, francesi o nordeuropei – non mancavano di arrivare in rifugio e onorare la prenotazione; di contro, degli italiani solo uno su dieci arrivava, tutti gli altri disdettavano la prenotazione eseguita, a volte anche qualche giorno prima della data d’arrivo e dunque basandosi totalmente su quanto annunciavano per l’occasione le previsioni meteo – le quali poi sovente, appunto, finivano per sbagliare. «Viziati, siamo tutti viziati ormai!» esclamava l’uomo, «Preferiamo rintanarci nei centri commerciali anche se fuori c’è bello, piuttosto di rischiare un acquazzone ma standocene all’aria aperta e in luoghi meravigliosi come questo!»
Vuoi che parlasse, quel rifugista, per mero interesse, vuoi di contro che, per un rifugio di montagna (in particolare, ma il discorso vale per qualsiasi altro posto) ogni disdetta di prenotazione comporta costi notevoli (si pensi solo ai rifornimenti di vivande, sovente deperibili, parametrati alle prenotazioni ricevute, quando poi buona parte di queste non vengono rispettate) e vuoi infine che non esiste previsione della meteo attendibile oltre le 48 ore dal giorno di emissione (ma c’è che chi sostiene che persino oltre le 8 ore una previsione perda buona parte della sua attendibilità)… insomma, vi dirò che sotto sotto – non me ne vogliano gli amici meteorologi (dilettanti, vedi sopra, i quali poi i bollettini li sanno elaborare bene, appunto) – ogni qual volta una previsione non azzecca il tempo che poi verrà, la cosa mi diverte non poco. Ciò perché è come se la Natura si prendesse una costante e inesorabile rivincita sulle pretese di onnipotenza (preveggente e non solo) di noi uomini sempre troppo boriosi – senza contare che la Natura stessa ci offre innumerevoli segnali che ci possono far capire che tempo farà a breve… certo, se solo fossimo ancora capaci di coglierli e interpretarli come un tempo la saggezza popolare insegnava a fare! Inoltre, è pure come se l’imprevedibilità delle condizioni meteo ci ricordassero e ci invitassero continuamente a smettere quella condizione viziata giustamente citata dal rifugista di cui vi ho raccontato, ovvero ad riabituarci – anzi, a riarmonizzarci con l’ambito naturale in cui viviamo, il quale fortunatamente se ne frega bellamente delle nostre pretese, delle nostre acconciature che guai se si bagnano o dei nostri abiti ultratecnici e waterproof ma se poi piove come facciamo? – di tutti questi nostri inguaribili infantilismi, ecco.

Posso capire nel caso di un temporale con fulmini e saette o d’un tornado con venti tremendi – ovvero, per intenderci, di condizioni meteorologiche realmente serie – ma, in tutti gli altri casi, alla fine della fiera, che piova o che ci sia il Sole, il tempo (quello cronologico) comunque scorre e la nostra vita va (deve andare) avanti: far dipendere le buone cose (per la mente e lo spirito in primis) che in essa possiamo fare a mere condizioni meteo ovvero, peggio, alla saccenza di presunti tanto quanto (scientificamente) zotici meteorologi che pontificano dai media tra un tiggì e l’altro, è veramente un segno di sostanziale incultura. Già.

Ora scusate ma devo andare. Piove, dunque esco a correre.

Piove

235564Piove. Ed è bellissimo.

Già. Perché la pioggia non è affatto un “problema”, come in molti pensano. Semmai è la gente che ha un problema con la pioggia. Chi se ne lamenta lo fa per una mera disaffezione alla scomodità, o per essersi troppo viziato agli agi della “normalità” – la quale è convenzionalmente il giorno di Sole, chiaro, non quello di pioggia. E i disagi che ne derivano, io credo si generino proprio da ciò: dal nostro corrispondente disagio, in verità quasi del tutto immotivato.

Invece la pioggia è bellissima, lo ribadisco. È una condizione meteorologica ben più vitale di quella che regala il cielo sereno. Che è una meraviglia, certo: ma se il Sole in cielo infonde ci vitalità, la pioggia è il segno della vita della Terra – in fondo se il paesaggio acceso dalla luminosità solare è così sublime, è proprio grazie alla pioggia che in altri giorni è caduta. Insomma, ancora una volta una questione di intendimento, né più né meno.

La pioggia è – se così posso dire – la dimostrazione che il nostro pianeta funziona ancora: si purifica, si rigenera, si lava via le impurità, la polvere, il deposito che sovente noi uomini vi lasciamo e nel contempo si disseta, si nutre, si idrata: è quel “ciclo dell’acqua” che ci insegnano a scuola che così tanto assomiglia al ciclo della vita – anche perché questo secondo esiste solo grazie al primo, a ben vedere.

Provate a camminare in un bosco, oppure tra i campi, nel mentre che piove e possibilmente senza un ombrello (un oggetto del quale nella stragrande maggioranza dei casi si può tranquillamente fare a meno), e cercate di acuire i sensi più del solito… cercate di ascoltare il ticchettio delle gocce che cadono sulle foglie, sui cespugli o sul terreno, provate a cogliere i profumi che come un additivo prodigioso la pioggia libera dalla Terra, o il brillio della vegetazione resa luccicante dalla patina idrica, o ancora l’orizzonte reso più indistinto dal velo piovoso… In fondo, i vestiti e le scarpe bagnate si possono sempre cambiare, nel caso, e comunque prima o poi tornerà il Sole e renderà ancora più luccicante ogni cosa. Ma grazie alla pioggia appena caduta, appunto.

Per questo a me piace la pioggia. E quando ne cade così tanta da generare grossi guai e drammatici eventi, beh, in quasi tutti i casi non è lei, la pioggia, il problema, ma nuovamente è l’uomo ad avere un problema con la pioggia, e con la Natura troppo spesso sfregiata, manipolata, distrutta, resa incapace di trattenerne le precipitazioni, di difenderci dai suoi temporanei impeti. Non avesse tali problemi, l’uomo, subirebbe molti meno danni dalla pioggia – che, inutile dirlo, è cosa naturale, appunto, mentre noi riusciamo a esserlo sempre di meno, o forse non lo siamo giù più del tutto.

Intanto fuori piove, ancora.

Ed è bellissimo.

Tuoni e fulmini! (Piccola ode indisturbabile al temporale)

Foto: © Gianluca Vercellin
Foto: © Gianluca Vercellin
E’ stagione di temporali, questa.
Se mi cercate e non mi trovate, probabilmente sarò da qualche parte all’aperto col naso all’insù, convenientemente al riparo, a osservarne uno, ad ammirare quanto di più possente e apocalittico ma al contempo fortunatamente innocuo – o quasi* – si possa osservare sul pianeta.
Il cielo squarciato dallo scontro immani navigli nuvolosi che cozzano e si sfasciano l’uno contro l’altro, la volta che cambia colore, diviene funerea, si scurisce e s’ispessisce fino a dare l’impressione di dover crollare da un momento all’altro, il ringhio furente degli dei più iracondi che sgomenta e scuote ogni cosa e soprattutto l’animo, le folgori accecanti che invisibili vascelli stellari alla fonda oltre le nubi scagliano verso terra. Eppoi, come se tutto ciò non bastasse, la pioggia a volte furibonda, il vento sconquassante, la grandine aggressiva… Come se la Terra fosse finita in una ciclopica centrifuga che la sconvolga tremendamente e parimenti la mondi, la deterga e la depuri con la necessaria forza, per poi ridonarle un aspetto puro, più nitido e salubre.

Massima luce, come di battaglia
L’acuto urlo, che incita il ferro
a bramar altro ferro, e ne l’impeto
Si face immenso fulgore, lampo
Che orba, e freme nell’aria, favilla
D’Apocalisse, precipite in Terra
Dall’iroso cielo ove d’immane pugna
Già s’ode il terrificante rombo…
**

Il temporale, pur nella sua apparente e banale consuetudine meteorologica, è ancora capace di rimettere le cose terrene al proprio giusto posto, e a far sentire l’uomo – sovente borioso, tracotante, prepotente verso l’intero mondo che ha intorno – un qualcosa di fragile, indifeso, effimero, e tremendamente piccolo, tremendamente nullo di fronte a una tale manifestazione di potenza infinita e incontrollabile se non da parte della Natura stessa che ne è fonte, e di fronte alla quale comunque l’uomo non può nulla.
Ma può lasciarsene affascinare, questo sì – come cerco di fare io, ogni volta. E, se possibile, caricarsi di quell’energia oltre modo vitale che sempre dalla battaglia temporalesca scaturisce, e della bellezza drammatica ma insuperabilmente intensa nonché – se così posso dire – filosofica che si palesa sul palcoscenico troposferico. Si rigenera quella indispensabile armonia tra uomo e mondo/ambiente naturale d’intorno, proprio perché la devastante potenza del temporale rimette le cose nella giusta scala di valori, uomo in primis. Ci abbassa le arie, ci sgomenta con quella persino esagerata dimostrazione di forza, e ci ricorda che, almeno per ora e – credo – per qualche secolo ancora, saremo pure capaci di modificare la Natura a nostro piacimento, ma se si adira veramente siamo sullo stesso piano degli insetti o dei vermi – e di qualsiasi altra cosa della quale ci sentiamo superiori: spazzati via in men che non si dica.
E comunque, se mi trovate, non disturbatemi, almeno fino a che l’imponente spettacolo non si è concluso. Anzi, godetevelo anche voi. Vi affascinerà profondamente, ne sono certo.

*: quasi, già. Pochi giorni fa, mentre corro sui monti sopra casa, mi ritrovo di fronte un grosso faggio, alto almeno 25 metri, posto a margine di una radura. Metà ancora ritto al cielo ma con la corteccia in parte scurita, metà schiantato a terra, perfettamente dimezzato come da un’arma laser – un fulmine, con tutta evidenza.
A volte i raggi folgoranti che cadono dal cielo durante la battaglia temporalesca portano a segno tutta la loro devastante potenza.

**: è un passaggio di un componimento poetico tratto da qui.

La prima neve

Ero qui che stavo pensando e decidendo quale fosse il post per oggi, nel blog, che d’un tratto lo sguardo si è spostato sulla finestra che s’apre sul cortile per constatare che sta nevicando, ora, in modo deciso. Anche prima nevicava ma in modo meno deciso, un po’ svogliato, tant’é che nemmeno attaccava sul terreno e sulle strade, mentre ora sì, attacca eccome. E siccome la neve è sempre la neve – su questo non ci piove, infatti – ed è sempre qualcosa che, nonostante tutti i disagi, ti mette di buon umore e agghinda il paesaggio in modo indubbiamente piacevole – e siccome ancora questa è sostanzialmente la prima vera nevicata dell’inverno in corso (e probabilmente sarà anche l’ultima, vera nevicata, dato che siamo già ben dentro Febbraio), alla fine il post per oggi sarà quello che leggerete di seguito: un raccontino tratto da una raccolta inedita che forse tale rimarrà per sempre, ma non perché non la ritenga meritevole d’essere pubblicata, anzi! Solo che non è ancora giunta la sua ora, e considerando che si tratta di testi ormai vecchi di qualche anno, potrebbe anche essere che quell’ora epifanico-editoriale non giunga nemmeno mai. O magari invece verrà molto presto, chissà.
Insomma, buona lettura, eh!

10868111_663262473795301_1058747476183485206_nLa prima neve

Quando la prima neve cade sui tetti del villaggio ai piedi delle montagne, tutti i bambini corrono verso le finestre rivolte alle più alte vette del massiccio nella speranza che i bianchi nembi carichi dell’algido dono, magari sulla spinta d’un poco di vento, s’aprano a mostrare la cima più alta: lassù certamente essi potrebbero intravedere il Re Gigante della Grande Montagna, intento a spargere nel cielo intorno con ampi movimenti delle colossali mani i fiocchi nevosi. Egli osserva dalla sua dimora di ghiaccio sita sulla più alta vetta l’andamento stagionale, il cambio delle tonalità naturali dei boschi e dei prati, lo scomparire delle corolle floreali sugli alpeggi, il rientro delle mandrie nelle stalle, le prime gelate notturne; inoltre, suoi falchi messaggeri per l’ultima volta nell’anno salgono fino alla più alta vetta e riferiscono dei cambiamenti avvenuti al Gigante. Egli sa che tutto quanto sta accadendo non è che il richiamo perentorio della Natura, per far che la prima neve scenda ad indurire il terreno così da predisporlo al letargo invernale ed ammanti l’intero paesaggio del suo prezioso silenzio, che all’uomo lenisce i turbamenti dell’animo e fa sentire prossimo il tempo di ritornare al riparo nel calore della propria casa per proteggersi dalle ormai imminenti intemperie invernali.
Ma anche gli adulti, che richiamano prima o poi i propri figli dal gelido incanto del paesaggio imbiancato, guardano anche solo un attimo verso l’alto, verso la più alta vetta pur nascosta dalle basse nuvole: essi sanno bene che il Re Gigante della Grande Montagna vive e persevera sostentandosi dei loro sogni e dei loro aneliti, che sugli arditi fianchi del monte acquisiscono la necessaria energia e purezza per potersi slanciare verso l’alto e raggiungere il cielo.