[Immagine generata con Google Gemini AI.]Qualche tempo fa, a commento di uno dei miei articoli di analisi critica dell’industria dello sci contemporanea, un tale ha scritto che sono un «odiatore dello sci». Una definizione che mi ha fatto veramente molto ridere, innanzi tutto perché non capisco cosa voglia realmente dire (no, non mi apposto lungo le piste da sci gettando grossi rami tra le gambe degli sciatori per farli cadere e non infilo frammenti di ferro nelle carrucole delle seggiovie per bloccarne il moto!) eppoi per come risulti infondata ancor più di quanto la sua origine strumentale farebbe credere: chi l’ha proferita non sapeva cos’altro dire per ribattere alle mie considerazioni (e tanto meno conosce la mia storia sciistica) e dunque ha provato a chiudere la questione così, e amen.
Ovviamente chi la pensa in questo modo non vuole concepire che, invece, la critica allo sci attuale che elaboro nasce dalla mia grande passione per esso. Così come, se da parte mia nessun odio per niente e nessuno potrei mai sensatamente formulare, quello/quelli non capiscono che, per cosa è diventato oggi, è proprio lo sci ovvero cioè chi lo gestisce a manifestare, in tutta apparenza, una sorta di articolato “disprezzo” per le montagne, che in certi casi potrebbe pure essere sembrare, con tutti i distinguo e le attenuanti del caso, “odio”. Montagne che pretende di sfruttare oltre ogni limite, di (s)vendere per tentare di preservare i propri affari, di banalizzarne il paesaggio e l’anima (come fanno le orribili strisce di neve artificiale nei prati quando la neve naturale manca, ad esempio), verso la cui realtà ambientale, climatica, sociale, culturale non mostra alcuna sensibilità. Posso comprendere che lo sci provi a salvarsi in una situazione sempre meno favorevole, sia in forza dei cambiamenti climatici e sia per la congiuntura economica attuale, e capisco che la sua economia, ancora oggi importante per i territori montani che coinvolge, sia in certi casi (non in tutti) da salvaguardare. Ma tutto va (andrebbe) fatto ciò con logica, buon senso, attinenza alla realtà delle cose e consonanza ai territori e alle loro specificità. Con il più sensato equilibrio, insomma, rispetto alle montagne sulle quali si scia.
Altrimenti, con il passare del tempo, l’attività sciistica protratta in circostanze e condizioni climatiche, ambientali, ecologiche, socioeconomiche, culturali sempre meno adatte, solo perché non si vuole prendere consapevolezza di come stanno realmente le cose e, di conseguenza, non si ammette alcun limite ad essa anche quando il superamento di qualsiasi limite è ormai palese, diventa ogni anno di più una forzatura, un’imposizione, una prepotenza basata soltanto su una presunta forza economica, una prevaricazione bella e buona sulle montagne interessate. Una cattiveria verso di esse, si può dire, cioè qualcosa che assomiglia in vari modi a un “odio”, appunto.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Lo sci, per quanto mi riguarda, potrebbe andare avanti senza alcun problema ancora per molto tempo, dove trovasse le condizioni (climatiche e non solo) per farlo e se dimostrasse una coerenza completa e compiuta con le montagne sulle quali opera, diventandone uno strumento reale e concreto di sviluppo e progresso, non di sfruttamento e decadenza come lo è stato nei decenni scorsi in un mondo che, lo sappiamo bene tutti, per vari motivi non esiste più. Dunque, pretendere che esista e resista qualcosa che si giustifica tramite i modelli superati di un mondo passato nel mondo attuale ormai profondamente cambiato, rifiutando di adattarsi alla realtà attuale delle cose e di farsi ben più organico con ciò che le montagne sanno offrire con ben maggiore contestualizzazione al presente e al futuro – dal turismo ecosostenibile alle economie circolari locali, ai servizi alla comunità residente, alla cura attiva e passiva dei territori, alla salvaguardia di ambienti e paesaggi – a me pare, in base alla più ordinaria coscienza civica e morale, una gran prepotenza verso le montagne. Per giunta sovente sostenuta con denaro pubblico da una politica incompetente e meschina, dunque con un doppio danno alla collettività alla quale appartiene il patrimonio naturale delle montagne sfruttato dalle società, private, che gestiscono lo sci.
Quindi, per ribadire: chi è che veramente “odia” cosa?
Premessa #1: «Ma come? Siamo a luglio con 40° e scrivi di sci?» Sì, perché lo sci si pratica in inverno ma si “costruisce” in estate, sia nelle infrastrutture che nelle strategie imprenditoriali. Discutere di sci in inverno è un po’ come parlare di alcolismo con dei bevitori già ubriachi.
Premessa #2: il post che state per leggere non è affatto contro qualcosa – lo sci, gli impiantisti, il turismo della neve eccetera – ma a favore della conoscenza oggettiva e articolata delle realtà che caratterizzano le nostre montagne e del conseguente buon senso critico. Anche per il bene futuro dello sci.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Dunque, chiedevo nel titolo di questo post: è vero che l’industria dello sci italiana fattura così tanti soldi, come a ogni fine stagione viene enfaticamente comunicato e quest’anno se possibile anche più di quelli scorsi?
Sì, è vero. Ma…
“Ma” un attimo. Andiamo con ordine.
Secondo lo studio “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia” presentato (ma non reso disponibile) da ANEF – l’associazione nazionale degli impiantisti – nel marzo scorso, i comprensori sciistici generano un giro d’affari di 8,9 miliardi di Euro. Al netto dell’affidabilità o meno della metodologia di calcolo, che non è disponibile dunque verificabile, sicuramente lo sci genera dei gran fatturati, in forte aumento negli ultimi anni. Tuttavia, come ha spiegato bene Veronica Vismara nella propria analisi dello studio di ANEF, «Si tratta di giro d’affari stimolato, inteso come valore della produzione, non come valore aggiunto. Ma il valore della produzione include costi intermedi, acquisti da fornitori, importazioni. È la cifra lorda, non il valore aggiunto netto, cioè la ricchezza effettivamente creata e trattenuta nel territorio.» È un dato, e un numero, che non dicono granché, insomma.
In ogni caso, torniamo a ragionare su questi grandi giri d’affari che genera lo sci. Nel grafico sottostante (per ingrandire questo e gli altri cliccateci sopra) si può appurare come il fatturato direttamente correlato alla gestione degli impianti di risalita è effettivamente raddoppiato negli ultimi venti anni:
Ma come si determina principalmente il fatturato degli impianti? Con la vendita degli skipass, il cui prezzo è a sua volta raddoppiato negli ultimi venti anni, sia in generale:
che in riferimento ai grandi comprensori:
Già ora risulterà più chiaro come lo sci abbia saputo raddoppiare i propri fatturati: ha parimenti raddoppiato i costi che gli sciatori devono sostenere. L’aumento è stato ingente soprattutto negli ultimi 4 anni, dove in molti comprensori (ad esempio a Livigno o nella “Via Lattea”) i prezzi sono cresciuti di quasi il 40%.
Tuttavia l’aumento dei fatturati, legato come visto al correlato aumento dei costi degli skipass, non equivale a un pari aumento delle vendite degli stessi, dunque a più sciatori sulle piste ovvero a “giornate-sciatore” come si dice in questo caso:
L’aumento c’è stato (al netto degli anni del Covid) ma nei vent’anni si ferma poco oltre il 21% rispetto all’anno di riferimento 2006, il che conferma quello che si dice da tempo ovvero che quello dello sci è un mercato “maturo”, non più destinato a crescere in maniera importante ma anzi a rischio di cali futuri più o meno ingenti per cause diverse. Dunque, in vent’anni +21% di sciatori e +115% di fatturato: capite bene che, senza l’aumento dei prezzi degli skipass, i fatturati dello sci sarebbero stati ben diversi e molto minori.
D’altro canto i comprensori sciistici sono stati costretti ad aumentare i prezzi dei propri skipass – anche se forse qualcuno ha calcato fin troppo la mano al riguardo, approfittando dell’entusiasmo turistico post-Covid – in forza dei forti aumenti dei costi da sostenere per mantenere aperti impianti e piste. Inutile dire che una delle componenti di costo maggiori sia quella legata alla produzione di neve artificiale, sempre più necessaria vista la diminuzione delle nevicate e il clima sempre meno adatto alla pratica dello sci al di sotto dei 1800-2000 metri di quota:
Come si evince, vent’anni fa produrre un metro cubo di neve costava in media tra 1,50 e 2,00 Euro. Oggi, a causa dell’aumento strutturale dei costi energetici, dei rincari idrici e degli ammortamenti per i bacini di raccolta e i cannoni di ultima generazione, quel costo è più che raddoppiato, oscillando tra i 3,50 e i 5,50 Euro al metro cubo (con picchi fino a 6,50 Euro nelle stagioni con autunni e inverni molto caldi). La produzione di neve artificlale e la preparazione delle piste assorbono mediamente tra il 15% e il 25% dei costi operativi totali di una stagione sciistica, arrivando a picchi superiori nei comprensori a quote medio-basse (sotto i 1800 metri) o in stagioni con inverni particolarmente miti. Come sostengo da tempo, i comprensori sciistici continuano a sostenere che la neve artificiale stia salvaguardando la loro attività ma in realtà sta solo scavando lentamente ma inesorabilmente la fossa sotto i loro piedi.
Posti tutti questi aspetti, chiunque abbia qualche nozione elementare di economia aziendale sa bene che per capire l’andamento buono o cattivo di un comparto economico-industriale non conta tanto l’ammontare del fatturato complessivo o la quantità dei beni servizi venduta, ma gli utili. E nonostante nel 2026 i comprensori sciistici italiani hanno conseguito l’utile complessivo maggiore di sempre, il margine netto di profitto si è assestato al 14-16%: un utile molto basso per un comparto economico che deve sostenere continuamente costi di esercizio enormi e in perenne crescita (energia, neve artificiale, personale, ammortamenti degli impianti…) e che mantiene le società di gestione dei comprensori sciistici costantemente sul filo del rasoio tra sopravvivenza incerta e rischio di chiusura potenziale.
Ecco perché i comprensori hanno costante bisogno di ingenti finanziamenti pubblici per mantenersi aperti e turisticamente competitivi: non c’entrano lo sviluppo dei territori montani, la lotta allo spopolamento, l’indotto e tutte le altre “belle parole” spese al riguardo, ma – salvo rari casi – è una questione di pura e semplice sopravvivenza dei soggetti economici. Che in moltissimi casi senza l’aiuto pubblico sarebbero costretti a chiudere per l’inesorabile insostenibilità economica della loro attività ma, anche in sua presenza, a determinare ciò potrebbero bastare un paio di stagioni andate male, senza neve e/o condizioni climatiche funzionali all’apertura degli impianti (e speriamo non per ulteriori pandemie o altre disgrazie simili), proprio per la costante debolezza economico-finanziaria peraltro inesorabilmente legata all’andamento di variabili incontrollabili – a partire da quella climatica.
[Immagine creata con Google Gemini AI.]Ecco. E si tenga conto che quanto vi ho proposto è un’analisi di “primo livello”: si potrebbero considerare altri fattori – sia macro che micro – in grado di determinare l’andamento economico dell’industria dello sci, i quali se da un lato ne approfondirebbero il dettaglio, dall’altro, temo, ne peggiorerebbero viepiù il giudizio complessivo definendo una condizione generale dell’industria dello sci italiana veramente inquietante. Perché in fondo è vero che, almeno in certi casi, quella dello sci è ancora un’economia importante per i territori montani, che genera un “indotto” ingente seppur “artificioso” e per certi versi ambiguo, che dà lavoro a molte persone, dalla quale molte comunità sono nel bene o nel male dipendenti. Ma è anche un’economia sempre più gonfia di sé – inevitabilmente, visto quanto avete letto fin qui – e sempre meno contestuale ai territori in cui opera, formalmente incapace di rinnovare i modelli sui quali si basa, sempre troppo attenta a coltivare il proprio orticello come se questo potesse perdurare in eterno mentre intorno il mondo cambia totalmente, legata in maniera tossica a una politica che appare totalmente alienata dai territori sui quali dovrebbe governare – cioè dovrebbe saper dimostrare di governarli al meglio. E invece dimostra il contrario.
Dunque sì, l’industria dello sci genera dei gran fatturati. Ma sovente sono soldi bucati, come si dice, dunque di valore generale per diversi aspetti discutibile. Sperando che, di questo passo, il comparto non diventi a breve la Lehman Brothers delle Alpi, con tutto ciò che a cascata ne deriverebbe per i territori montani e le loro comunità.
Il 90% delle piste da sci in Italia è innevamento artificialmente: è la percentuale più alta tra i paesi alpini. Cosa inevitabile, visto che nevica sempre meno e fa sempre più caldo affinché la neve naturale cada e resti al suolo, ma così i cannoni consentono alle stazioni sciistiche di continuare la loro attività nonostante la crisi climatica.
Bene: si direbbe che, posto il problema, trovata la “soluzione”. Tanti la pensano così, in effetti. Invece, la neve artificiale rappresenta un caso emblematico di soluzione solo presunta, rapida e semplice a un problema molto più complesso, che viene unicamente ridotto alla salvaguardia del business dell’industria dello sci e non viene compreso – cioè non si vuole comprendere – nella sua ben ampia e autentica complessità.
Perché se il turismo sciistico così pensa di salvarsi e perseverare – legittimamente, dal suo punto di vista, ma sovente sbagliando alla grande – nel contempo è la montagna a rischiare grosso. Come spiega bene la climatologa Elisa Palazzi (di recente lo ha fatto anche a “Geo”, come potete vedere qui sotto), la poca neve sui monti comporta numerose conseguenze: «l’alterazione nella disponibilità di risorsa idrica, una minor protezione dei suoli montani in inverno, una diminuzione dell’albedo e quindi la minor capacità della neve di rinfrescare il pianeta, l’aumento dei rischi come quelli legati all’occorrenza di valanghe costituite da neve più umida e densa, di difficile previsione.» In altre parole: si pensa di poter proteggere una valigia piena di soldi che rimane comunque a bordo di una nave sempre più a rischio di affondamento e per la cui salvezza si fa ben poco.
[Cliccate sull’immagine per vedere il video.]Ma in molti casi questa cosa la si pensa erroneamente, ribadisco: Palazzi infatti rimarca pure che «la “linea della neve sicura”, l’altitudine alla quale spessore e durata della neve sono tali da garantire il proseguimento delle attività sciistiche, sta salendo verso l’alto e questo determina la possibilità per gli impianti di non riuscire a svolgere le loro attività», del tutto o in maniera parziale ma comunque insufficiente a sostenere le spese di gestione dei comprensori. A ciò vanno poi aggiunti i costi crescenti che le stazioni sciistiche devono affrontare in quanto obbligati a produrre neve artificiale sempre più spesso e in maggior quantità, vista l’assenza prolungata di quella naturale. Ovvero: se non sarà il clima a decretare la fine di molti comprensori che ancora spendono molti soldi per sostenere la propria attività, lo farà l’economia e i bilanci delle società che gestiscono quei comprensori.
Una soluzione troppo semplice a un problema assai complesso non risolve un bel niente, insomma. Anzi, rischia di peggiorarne ulteriormente le conseguenze.
[Foto di Heike Georg da Pixabay.]Posso ben pensare che sia difficile cambiare rotta a un modello di business turistico che si è consolidato in decenni, ma è innegabile che quella solidità ora è sempre meno garantita e sta per svanire del tutto: dunque, se posso pensare quanto appena affermato, non posso più capirlo e ritenerlo sensato. Perché nel frattempo il problema della montagna, soprattutto quella turistificata ma non solo quella, diventa sempre più complesso: perseverare ostinatamente nella stessa presunta soluzione troppo semplice e semplicistica ovvero inefficace, diventa veramente non più umano ma diabolico. Nei confronti della montagna stessa, innanzi tutto.
Ovviamente i gestori dei comprensori sciistici, spalleggiati dalle aziende che realizzano gli impianti di innevamento artificiale, sostengono che non vi sia spreco di acqua:
«La neve artificiale è composta esclusivamente da acqua e aria, senza l’aggiunta di altre sostanze. Grazie a un processo di atomizzazione, gocce d’acqua vengono raffreddate e trasformate in cristalli di neve tramite l’uso di appositi generatori. Questo procedimento permette di replicare un fenomeno naturale, garantendo però maggiore prevedibilità e sicurezza per la stagione sciistica. L’acqua, quindi, non viene sprecata né inquinata: viene semplicemente trasformata in neve e restituita all’ambiente con il disgelo primaverile.» Così ad esempio scrive l’ANEF, l’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari, che rappresenta buona parte degli impiantisti italiani.
[Cannoni già in azione sulle piste di Madonna di Campiglio a inizio ottobre, visti dal satellite Sentinel-2. Immagine di Alessandro Ghezzer.]Le associazioni ambientaliste la pensano inevitabilmente in maniera opposta. Ecco ad esempio cosa sostiene Legambiente:
«Il sistema di innevamento artificiale non è una pratica sostenibile e di adattamento, dato che comporta consistenti consumi di acqua, energia e suolo in territori di grande pregio. In particolare, l’associazione ha fatto la seguente stima: considerando che in Italia il 90% delle piste è dotato di impianti di innevamento artificiale il consumo annuo di acqua già ora potrebbe raggiungere 96.840.000 di m³ che corrispondono al consumo idrico annuo di circa una città da un milione di abitanti.»
Tra i due “litiganti” c’è un terzo che è necessario ascoltare, non fosse altro che per l’autorevolezza sperimentale, cioè basata su dati e rilievi certi, delle proprie affermazioni al riguardo, ed è il mondo scientifico. In tema di risorse idriche montane Carmen de Jongè una delle massime autorità europee: è professoressa di idrologia all’Università di Strasburgo e da oltre 35 anni conduce ricerche sulla scarsità d’acqua e sui pericoli naturali nelle regioni montane di tutto il mondo.
Bene: la professoressa de Jong ha espresso le proprie idee ben chiare sul tema in questo articolo (con intervista audio annessa) pubblicato sul sito web della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi: in base ai propri studi e al lavoro pluridecennale svolto sul campo, de Jong critica il turismo sciistico alpino sostenendo che è stato raggiunto un punto di svolta pericoloso. Il consumo di acqua per l’innevamento artificiale è elevatissimo; spesso si attinge persino alle falde acquifere, con gravi conseguenze per l’uomo e la natura. E più della metà di quest’acqua va persa.
[Foto di moerschy da Pixabay.]Nel corso dell’intervista (della quale trovate la trascrizione in inglese qui) de Jong afferma:
«Ormai quasi nessuna stazione sciistica può funzionare senza innevamento artificiale. E penso che la maggior parte degli sciatori e dei turisti non sappia che questa massa bianca è composta da acqua e che è molto, molto complicato portare quest’acqua sulle piste da sci. Non si tratta semplicemente di acqua che esce da un cannone sparaneve o da una lancia, ma dietro c’è un’infrastruttura immensa, davvero immensa e molto complessa, che viene ampliata e modificata continuamente.
L’innevamento artificiale viene preparato ogni notte nelle grandi stazioni sciistiche con veicoli diesel e, naturalmente, si produce sempre più neve, non solo perché la superficie coperta da neve si è ampliata, ma anche a causa del cambiamento climatico, poiché la neve deve essere reintegrata spesso, rimane al suolo per meno tempo, quindi naturalmente serve più acqua e tale acqua non è più disponibile localmente, motivo per cui vengono costruiti sempre più bacini idrici, anche a quote molto alte, dove i bacini idrografici sono semplicemente troppo piccoli per riempirli. Questo significa che gran parte dell’acqua deve essere pompata da valle e il problema non è solo questo: in alcuni casi non ce n’è nemmeno abbastanza e si pompa acqua direttamente dalle falde acquifere. Quindi, a mio parere, avendo lavorato in questo settore per molto tempo, abbiamo raggiunto un punto di svolta molto pericoloso, dove stiamo arrivando al nocciolo della questione, all’acqua di falda sicura che molti comuni utilizzano anche per l’acqua potabile.
Poi ci sono le controargomentazioni delle stazioni sciistiche, che dicono, sì, consumiamo risorse idriche ma l’acqua rimane nel suo ciclo, la stiamo solo usando, e non è vero che la vegetazione ne viene danneggiata. Sono tutte argomentazioni fastidiose perché non scientifiche. Non è vero che l’acqua rimane al 100% nel ciclo perché ne evapora molta di più rispetto a quanto farebbe se rimanesse nel sistema naturale. L’acqua deve evaporare quando nevica, fa parte del processo. Inoltre l’acqua evapora anche nei grandi bacini idrici, che si riscaldano, e naturalmente ci sono anche perdite lungo il percorso, spesso tubature difettose e così via. Anche l’SLF (l’Istituto svizzero per lo studio della neve e delle valanghe, n.d.L.) ha pubblicato uno studio su questo argomento qualche anno fa: da esso emerge che in media circa il 35% dell’acqua viene perso, ma questa percentuale può arrivare anche al 60%.
Ciò significa che le valli alpine o i pendii sottostanti si stanno letteralmente prosciugando. E io ho già lavorato su esempi molto specifici, su alcune specie vegetali che si sono estinte: vi stiamo ancora indagando.
E alla domanda finale dell’intervista circa il futuro delle stazioni sciistiche alpine, de Jong rimarca:
Di futuro ce n’è molto poco. Per quanto riguarda il turismo sciistico alpino, continuerà ancora per qualche anno e poi finirà molto rapidamente. Stiamo assistendo a un aumento delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici, anche più di quanto previsto dai modelli, e penso che lo sci finirà molto rapidamente per vari motivi, ma soprattutto per quanto riguarda la questione dell’acqua e della sua disponibilità.»
Ecco, questo è il punto della situazione in tema di neve artificiale e acqua. Ognuno può trarre le proprie considerazioni ovvero proporre ulteriori osservazioni di qualsiasi sorta, che siano ben argomentate e comprovate.
[Le piste dell’Aprica, in Valtellina, a fine dicembre 2023.]Premessa: la stagione sciistica 2023/2024 è orami finita o volge al termine in tutti i comprensori alpini e appenninici, dunque sui vari media si leggono spesso gli articoli nei quali i loro gestori tracciano i bilanci stagionali, ovviamente e invariabilmente positivi quando non entusiastici. Anche perché i suddetti gestori, tanto comprensibilmente quanto poco obiettivamente, al riguardo omettono certe evidenze pur palesi: ad esempio che anche nell’ultima stagione invernale la neve è arrivata a febbraio inoltrato e fino a quel momento solo l’innevamento artificiale ha consentito l’apertura parziale dei comprensori, con chissà quali costi finanziari per le società di gestione degli impianti. Silenzio anche sui report climatici i quali hanno attestato che sulle montagne italiane tutti i passati mesi invernali hanno battuto i rispettivi record di temperatura, certificando lo scorso inverno come il più caldo dal 1800, cioè da quanto si rilevano i dati climatici. Insomma: un entusiasmo legittimo ma poco credibile, quello degli impiantisti.
Fine premessa, e andiamo al punto di questo mio post.
Posta la notizia di qualche settimana fa che vedete qui sopra (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo), e al netto dei numerosi e ineludibili aspetti ambientali, economici, ecologici, culturali, etici di tali iniziative atte a mantenere in vita l’industria dello sci nonostante la realtà climatica in divenire, molto semplicemente chiedo: ok, si può/potrà produrre neve artificiale (in realtà neve tecnica, ma ormai tutti la conosciamo con la prima definizione) anche se farà più caldo. Tuttavia, una volta sul terreno quella neve sparata, se le temperature dell’aria saranno troppo alte e magari fino a certe quote ci pioverà sopra, come si potrà sciare in un’accezione ancora decente del termine? E come si potrà basare su tali circostanze oggettive – già oggi manifeste e nel prossimo futuro sempre più presenti – la qualità dell’offerta e i prezzi al pubblico del conseguente turismo sciistico? Si tenga presente che la neve artificiale è più “dura” rispetto a quella naturale e presenta cristalli di forma diversa: tende a sciogliersi meno rapidamente rispetto a quella naturale ma offre un fondo sciabile più ostico e pesante, in caso di temperature alte, essendoci più acqua nei suoi cristalli e presentando una maggiore permeabilità all’aria. Già da tempo in effetti se ne denuncia la maggior pericolosità per gli sciatori meno esperti; parlare di «piste perfette» in presenza di neve sparata, come riporta l’articolo linkato, è dunque una contraddizione in termini.
Inoltre: le stazioni sciistiche spareranno neve a spron battuto spendendo cifre esorbitanti che peseranno sempre di più sui loro bilanci per poi offrire piste innevate in condizioni decenti solo per qualche giorno? Forse infileranno delle serpentine sotto le piste da sci per raffreddarne la superficie e conservare il manto nevoso artificiale? Doteranno gli sciatori di visori 3D, incluso nel costo degli skipass giornalieri (tanto già in forte e costante aumento, qualche altra decina di Euro in più che sarà mai) per far vedere loro la neve anche sulle piste tornate a essere distese erbose?
Lo posso anche capire, nell’ottica dei gestori degli impianti messi spalle al muro dalla realtà corrente, il ricorso alla tecnologia più avanzata per cercare di limitare le conseguenze del cambiamento climatico e proseguire l’attività: ma, tanto a livello ambientale quanto – ribadisco – della qualità dell’offerta turistica, il gioco vale la candela?
[Foto di Hans da Pixabay.]Forse sì, per alcuni comprensori grandi e dotati di caratteristiche geomorfologiche particolari lo vale – a quali costi futuri per chi vuole “giocare” non oso immaginarlo, e lo scrivo pensando anche alla sopravvivenza di quegli ski resort più grandi e strutturati. O forse, viceversa, quella candela presto diventerà un cerino il quale, ormai spento, resterà in mano ai gestori di innumerevoli comprensori sciistici e, cosa ben più drammatica, alle comunità dei territori che li ospitano. D’altro canto, se non c’è alcuna volontà di elaborare una transizione verso altre forme di frequentazione turistica post-sciistica che possano salvaguardare quanto possibile le attività e chi ci lavora mantenendo al contempo un’offerta turistica apprezzabile e completamente sostenibile a vantaggio dei luoghi e della loro economia (e d’altro canto questa transizione appare viepiù obbligatoria per tutte le località tanto, poco o non più sciistiche), quel cerino è come se fosse già spento anche se si crede di vederlo ancora acceso.