Piacere, «odiatore dello sci»!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Qualche tempo fa, a commento di uno dei miei articoli di analisi critica dell’industria dello sci contemporanea, un tale ha scritto che sono un «odiatore dello sci». Una definizione che mi ha fatto veramente molto ridere, innanzi tutto perché non capisco cosa voglia realmente dire (no, non mi apposto lungo le piste da sci gettando grossi rami tra le gambe degli sciatori per farli cadere e non infilo frammenti di ferro nelle carrucole delle seggiovie per bloccarne il moto!) eppoi per come risulti infondata ancor più di quanto la sua origine strumentale farebbe credere: chi l’ha proferita non sapeva cos’altro dire per ribattere alle mie considerazioni (e tanto meno conosce la mia storia sciistica) e dunque ha provato a chiudere la questione così, e amen.

Ovviamente chi la pensa in questo modo non vuole concepire che, invece, la critica allo sci attuale che elaboro nasce dalla mia grande passione per esso. Così come, se da parte mia nessun odio per niente e nessuno potrei mai sensatamente formulare, quello/quelli non capiscono che, per cosa è diventato oggi, è proprio lo sci ovvero cioè chi lo gestisce a manifestare, in tutta apparenza, una sorta di articolato “disprezzo” per le montagne, che in certi casi potrebbe pure essere sembrare, con tutti i distinguo e le attenuanti del caso, “odio”. Montagne che pretende di sfruttare oltre ogni limite, di (s)vendere per tentare di preservare i propri affari, di banalizzarne il paesaggio e l’anima (come fanno le orribili strisce di neve artificiale nei prati quando la neve naturale manca, ad esempio), verso la cui realtà ambientale, climatica, sociale, culturale non mostra alcuna sensibilità. Posso comprendere che lo sci provi a salvarsi in una situazione sempre meno favorevole, sia in forza dei cambiamenti climatici e sia per la congiuntura economica attuale, e capisco che la sua economia, ancora oggi importante per i territori montani che coinvolge, sia in certi casi (non in tutti) da salvaguardare. Ma tutto va (andrebbe) fatto ciò con logica, buon senso, attinenza alla realtà delle cose e consonanza ai territori e alle loro specificità. Con il più sensato equilibrio, insomma, rispetto alle montagne sulle quali si scia.

Altrimenti, con il passare del tempo, l’attività sciistica protratta in circostanze e condizioni climatiche, ambientali, ecologiche, socioeconomiche, culturali sempre meno adatte, solo perché non si vuole prendere consapevolezza di come stanno realmente le cose e, di conseguenza, non si ammette alcun limite ad essa anche quando il superamento di qualsiasi limite è ormai palese, diventa ogni anno di più una forzatura, un’imposizione, una prepotenza basata soltanto su una presunta forza economica, una prevaricazione bella e buona sulle montagne interessate. Una cattiveria verso di esse, si può dire, cioè qualcosa che assomiglia in vari modi a un “odio”, appunto.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Lo sci, per quanto mi riguarda, potrebbe andare avanti senza alcun problema ancora per molto tempo, dove trovasse le condizioni (climatiche e non solo) per farlo e se dimostrasse una coerenza completa e compiuta con le montagne sulle quali opera, diventandone uno strumento reale e concreto di sviluppo e progresso, non di sfruttamento e decadenza come lo è stato nei decenni scorsi in un mondo che, lo sappiamo bene tutti, per vari motivi non esiste più. Dunque, pretendere che esista e resista qualcosa che si giustifica tramite i modelli superati di un mondo passato nel mondo attuale ormai profondamente cambiato, rifiutando di adattarsi alla realtà attuale delle cose e di farsi ben più organico con ciò che le montagne sanno offrire con ben maggiore contestualizzazione al presente e al futuro – dal turismo ecosostenibile alle economie circolari locali, ai servizi alla comunità residente, alla cura attiva e passiva dei territori, alla salvaguardia di ambienti e paesaggi – a me pare, in base alla più ordinaria coscienza civica e morale, una gran prepotenza verso le montagne. Per giunta sovente sostenuta con denaro pubblico da una politica incompetente e meschina, dunque con un doppio danno alla collettività alla quale appartiene il patrimonio naturale delle montagne sfruttato dalle società, private, che gestiscono lo sci.

Quindi, per ribadire: chi è che veramente “odia” cosa?

Un’immagine che racconta l’industria dello sci di oggi anche meglio di qualsiasi dato

[immagine generata con Google Gemini AI; cliccateci sopra per scaricare il dossier.]
Come forse avrete letto sulla stampa e sui siti di informazione, l’ANEF, l’associazione degli impiantisti italiani, ha risposto piuttosto a muso duro al dossier “Nevediversa 2026” curato da Legambiente, presentato una settimana fa a Milano, e alla sua notevole messe di dati e di analisi della realtà di fatto della montagna invernale e del sistema neve, alle quali ho contribuito anche io come membro del gruppo di lavoro che ha elaborato il dossier.

Per quanto mi riguarda, non ritengo il caso di controbattere alle critiche di ANEF alimentando un dibattito che risulterebbe inevitabilmente frammentato e sterile; lo farò a tempo debito insieme al gruppo di lavoro di “Nevediversa”; lo hanno invece fatto da par loro, cioè con il prestigio e la competenza che li contraddistinguono, Marco Albino Ferrari e Mountain Wilderness per voce del suo Presidente Luigi Casanova. Alle loro ottime considerazioni c’è ben poco da aggiungere, al momento; d’altro canto capisco la reazione di ANEF, in fondo legittima come quella del capitano di una nave sempre più in balìa dei marosi il quale non voglia ammettere di aver sbagliato rotta e sia convinto di uscirne, nonostante la sorte ormai pressoché segnata.

Invece, nel leggere sul “Sole 24 ORE” le considerazioni che usa ANEF per controbattere ai dati e alle analisi di “Nevediversa” (e che ANEF sostiene di trarre da uno studio commissionato a Pwc Italia che però non è stato pubblicato on line), più che dalle considerazioni stesse – che, ribadisco, saranno analizzate con dovizia di particolari e replicate a tempo debito – mi ha colpito l’immagine a corredo dell’articolo. Un’immagine assolutamente significativa per come interpreti bene quell’“effetto moltiplicatore” economico che, secondo ANEF, lo sci genererebbe nei territori che ospitano i comprensori sciistici, il quale sostanzialmente si configura attraverso fattori quantitativi in costante crescita al fine di poter alimentare con continuità il “sistema neve” di matrice industriale: sempre più sciatori, sempre più piste, sempre più impianti, più veloci, più capienti, più cannoni per la neve artificiale e più piste innevate in questo modo, parcheggi più numerosi e ampi, strade più veloci verso le stazioni sciistiche… eccetera.

Guardate l’immagine – che, per inciso, non so quale stazione sciistica raffiguri, ma d’altro canto è inutile dire che di contesti simili le nostre montagne sono piene: le piste che brulicano di sciatori, gli impianti alla massima portata, i parcheggi nel fondovalle pieni di automobili, l’enorme ristorante, o quel che è, con la sua distesa di tavoli esterni, tutte le infrastrutture piazzate sui pendii per attrezzate, regolare, gestire, limitare, normalizzare l’attività sciistica (in un ambito che è sinonimo di libertà, come rimarcano i frequentatori più appassionati delle terre alte)… Io guardo l’immagine e mi (vi) chiedo: è montagna, questa? O è un gigantesco luna park invernale che per potersi mantenere attivo e far girare le proprie “attrazioni” abbisogna di sempre più clienti?

La porzione di territorio visibile nella parte alta dell’immagine, apparentemente intonsa, fa quasi tenerezza nell’osservarla così “incalzata” dalla parte di montagna pesantemente turistificata della montagna. D’altra parte intonsa non lo è affatto e non potrebbe più esserlo: immagino solo l’inquinamento acustico che giunga ad essa dagli impianti, dalle piste, dai ristori lungo di esse (i quali non fatico a supporre che siano rallegrati da musica ad alto volume, una cosa ormai consueta nei grandi comprensori sciistici) oppure quello dell’aria generato dalle centinaia di autovetture parcheggiate, che non saranno sicuramente tutte elettriche, per non parlare di quello cagionato al paesaggio, della visione di una montagna così pesantemente infrastrutturata, assoggettata alle necessità dei clienti-sciatori (ci mancherebbe, avranno pagato fior di quattrini il proprio skipass!), «valorizzata» in questo modo così da poter diventare un bene da vendere (con gli skipass, appunto) e da sfruttare fino a che i tornaconti dei gestori degli impianti siano conseguiti.

Ripeto la domanda fondamentale: è ancora montagna questa? O, per dirla in altro modo: è la montagna che vogliamo, ora e ancor più nel futuro? E, coniugando questi interrogativi alla dissertazione qui sviluppata: è questa la montagna che ANEF vuole imporre, che non vuole “liberare” dalle proprie mire, della quale ha sempre più bisogno per giustificare la propria attività e quell’effetto moltiplicatore dello sci vantato nello studio citato?

[Quest’immagine l’ho creata con Google Gemini AI ed è volutamente esagerata. D’altro canto quella vera dell’articolo del “Sole 24ORE” non gli è già simile in tanti aspetti?]
Forse converrete con me che l’immagine a corredo dell’articolo del “Sole 24 ORE” sia realmente significativa, emblematica ed esemplare: quante situazioni simili, quanti comprensori sciistici che magari avrete visto e visitato ci assomigliano, sulle nostre montagne? E, ribadisco: le mie considerazioni non sono tanto riferite al qui-e-ora ma al domani, al futuro prossimo e a quel circolo vizioso turistico autoalimentante e autogiustificato che rotea sempre più vorticosamente del quale molti comprensori sciistici sono prigionieri ovvero incapaci, volenti o nolenti, di liberarsi. Proprio come il capitano che ha deciso per una rotta azzardata in mezzo alle correnti impetuose e, ora che la sua nave sta cominciando a imbarcare acqua, resta convinto di avere ragione e di potersela cavare. Tanto una scialuppa di salvataggio per lui ci sarà sempre; per i passeggeri invece, be’… come si dice in certi casi: c’est la vie!

«Le più sostenibili di sempre!»

Le immagini che vedete in questo post, risalenti a mercoledì 7 gennaio e gentilmente concessemi dall’amico Savio Peri che le ha realizzate (e che ringrazio molto, anche per il costante impegno sul tema), mostrano lo stato dei lavori in corso a Livigno nella zona deputata a ospitare le gare olimpiche.

Al netto del giudizio sulle opere in sé, sulla trasformazione del versante montuoso interessato dalle gare e delle aree circostanti, è significativo constatare il massiccio e d’altro canto inevitabile utilizzo di mezzi a motore altamente inquinanti, che da mesi in gran numero operano in loco. Inevitabile, ripeto, ma solo perché non lo si è voluto evitare “alla fonte”, innanzi tutto evitando il “gigantismo” di cui ormai soffrono questi grandi eventi che ancora si vogliono organizzare sulle montagne.

È qualcosa di significativo non tanto per la circostanza in sé, quanto per ciò che si legge nel dossier olimpico, il testo che indica le linee guida in base alle quali si sono svolti e si svolgeranno i lavori olimpici. «Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 si presentano come le più sostenibili di sempre» si legge nel dossier e in mille altri testi diffusi ovunque: un’affermazione palesemente menzognera, come le immagini qui proposte e innumerevoli altre testimonianze hanno ormai sancito. Dietro la retorica del “più sostenibile di sempre” si nasconde non solo il green washing più sfacciato ma pure la grande ipocrisia che sta caratterizzando fin dall’inizio l’evento olimpico italiano. Come si può affermare che un’Olimpiade, concepita, organizzata e gestita come è stato fatto, sia “la più sostenibile di sempre” se non decidendo consciamente di dichiarare una falsità?

Di sicuro non basta che alcune opere siano temporanee e verranno smontate alla fine dei Giochi a renderle “sostenibili”: come se fosse solo ciò a determinare il loro impatto ambientale materiale e immateriale, come se ad esempio la modificazione intenzionale e accidentale dei suoli naturali o l’inquinamento atmosferico derivante dai mezzi di cantiere fossero un nonnulla tranquillamente trascurabile – e, per giunta, come se Livigno, nonostante la propria geografia, non subisca già un notevolissimo impatto ambientale generato dal turismo di massa che costantemente (e consapevolmente) attira. D’altro canto è proprio grazie a circostanze del genere, ovvero alle convinzioni relative, che l’idea di sostenibilità è sempre più spesso travisata e privata di senso e di valore autentici, esattamente come viene dimostrato da quello slogan sulle Olimpiadi «più sostenibili di sempre».

Sfortunatamente, in una situazione del genere, la gran parte delle conseguenze nocive si paleseranno non immediatamente ma con il passare del tempo: anche questo le fa ritenere “sostenibili” a molti che le osservano e giudicano con superficialità. È un’altra manifestazione di quella mancanza di cura e di sensibilità verso le montagne e il loro futuro con i cui effetti dovremo presto fare i conti, ben più di ora.

La “morte” del torrente Spöl, a Livigno, emblema del grande pericolo dal quale sono minacciate le acque di montagna

Nei giorni scorsi, a seguito delle notizie e delle polemiche sulla carenza di neve artificiale (oltre di quella naturale) sulle piste da sci di Livigno in vista delle gare di Coppa del Mondo e delle Olimpiadi di Milano Cortina, è circolato sui social, soprattutto a opera di Federico Galli dell’Associazione Pesca Livigno, il suggestivo e emblematico manifesto funebre per il torrente Spöl, o Aqua Granda, che percorre interamente la valle livignasca prima di sfociare nel lago artificiale del Gallo le cui acque, oltre l’omonima diga, defluiscono verso la Svizzera. Galli ha aggiunto al manifesto funebre – è quello lì sopra, ovviamente – alcune immagini fotografiche altrettanto significative dello stato in cui versa l’Aqua Granda, commentandole così:

Non so se chiamare disastro ecologico ciò che ti hanno fatto (al torrente, n.d.L.) sia un’esagerazione. Forse lo è, forse no. Di certo è qualcosa che non può essere ignorato. Questa volta voltarsi dall’altra parte non ha senso.
Qualcosa si è rotto lungo la catena delle responsabilità. Perché se non si tratta di incompetenza, allora bisognerebbe usare parole più pesanti. E quelle parole, a volte, aprono scenari che sarebbe meglio non dover evocare. Le complicità — dirette e indirette — che ti hanno ridotto in questo stato, restano comunque evidenti.

Che l’Aqua Granda/Spöl sia in sofferenza da tempo, tanto per lo sfruttamento idroelettrico quanto per l’utilizzo della sua acqua legato all’innevamento artificiale delle piste da sci di Livigno (in aggiunta alle circostanze meteoclimatiche variabili e in divenire), è cosa ormai nota. Tuttavia, anche in questo caso, forse il limite a ciò è stato ormai definitivamente superato e lo sfruttamento del torrente livignasco è diventato irrefrenabile con le imminenti Olimpiadi e il fabbisogno idrico necessario per alimentare le piste sulle quali si svolgeranno le gare olimpiche.

Già a maggio 2024 Lisia Dalpiaz e Tommaso Grilli – dottori in Scienze umane dell’ambiente e autori di un lavoro di inchiesta sull’impatto dei giochi olimpici sui territori montani – con un dettagliato articolo pubblicato su “Dinamopress”, hanno parlato apertamente di «Furto d’acqua ad alta quota»:

La preparazione delle Olimpiadi di Milano Cortina, oltre a essere sotto inchiesta per corruzione, ha un impatto devastante nell’ecosistema montano di Livigno, comune di alta quota lombardo, colpito in modo notevole dagli effetti dei cambiamenti climatici. La prima risorsa ad essere messa sotto attacco è l’acqua.

Dalpiaz e Grilli hanno spiegato poi nel dettaglio cosa accade a Livigno:

A oggi gli impianti di innevamento hanno una concessione di derivazione di 35 lt/s (120 mc/h) da gennaio a ottobre e 60 lt/s (220 mc/h) da novembre a dicembre. Con l’avvento delle Olimpiadi invernali 2026 il fiume verrà messo nuovamente a dura prova. Per l’evento olimpico viene stimata infatti una nuova e ingente necessità d’acqua. Per questo motivo si è elaborato il progetto di un nuovo bacino artificiale, che tra l’altro sorgerà sul confine dell’area Vallaccia, un sito di importanza comunitaria (SIC) di particolare fragilità in quanto al suo interno è presente un rock glacier (permafrost). Nel documento di procedura di affidamento dei lavori per l’opera è stata individuato il fabbisogno di 800.000mc di neve artificiale, corrispondenti a 400.000mc di acqua, da produrre in un tempo di circa 250 ore e quindi con una portata da fornire all’impianto di innevamento di 1.600mc/h. Sicuramente evitare l’approvvigionamento di acqua nel periodo invernale, generalmente il più secco dell’anno, sarà importante per l’ecosistema fluviale livignasco, ma il nuovo apporto supererà di 1.380 mc/h l’attuale derivazione mostrando un modello di organizzazione del territorio ancora una volta disinteressato alla salvaguardia delle sue risorse.

C’è anche questo articolo del “Fatto Quotidiano” che aiuta a capire ancora meglio la situazione livignasca.

Il bacino artificiale citato da Dalpiaz e Grilli è stato poi effettivamente realizzato ed è entrato in funzione ad inizio dicembre, alimentando sessanta nuovi cannoni per l’innevamento delle piste da sci. Durante l’inaugurazione il sindaco di Livigno ha annunciato che dal giorno stesso sarebbe cominciato il carico dell’acqua: guarda caso, una ventina di giorni dopo, l’Aqua Granda/Spöl si è ridotto nelle condizioni denunciate da Galli e ben dimostrate dalle sue immagini fotografiche.

A commento del post di Galli, Nicola Faifer dell’Associazione “L’Acqua è tua” ha elencato i soggetti responsabili della situazione in corso:

– Il Ministero dell’Ambiente (Primo attore che partecipa ai lavori della Commissione Italo Svizzera);
– Regione Lombardia (competente in materia di grandi derivazioni idroelettriche, qui in capo ad A2A);
– Autorità di Bacino del Fiume Spöl;
– Provincia di Sondrio (competente in materia di piccole derivazioni a scopo innevamento);
– Residualmente, il Comune di Livigno (che partecipa ai lavori della Commissione sopra citata);
– Tutti i cittadini che, per interesse o “quieto vivere” da 70 anni a questa parte, hanno sottaciuto il prosciugamento di un torrente in una vallata alpina di rara bellezza.

Questo è quanto e, nel frattempo, un altro territorio alpino di rara bellezza sottoposto a un eccessivo e scriteriato sfruttamento antropico senza che nessuno o quasi si sia impegnato nella sua tutela autentica rischia di subire un degrado ambientale e paesaggistico – e culturale, economico, sociale, antropologico… – definitivo.

Come chiosa Federico Galli rivolgendosi allo Spöl e nel commentare il suo manifesto funebre,

Spero tu possa perdonarci e tornare ad essere la nostra Aquagranda.

La paradossale querelle tra Livigno e la Federazione Internazionale dello Sci

La querelle sorta nei giorni scorsi tra il Presidente della Federazione Internazionale dello Sci, lo svedese Johan Eliasch, e gli organizzatori delle gare di Coppa del Mondo di Livigno per la carenza di neve – naturale e artificiale – sulle piste che ospiteranno le gare olimpiche, a me, che la si guardi in un senso o nell’altro, pare piuttosto paradossale ma d’altro canto emblematica dello stato confusionale nel quale purtroppo versa lo sci contemporaneo, anche al netto dell’evento olimpico.

Da una parte c’è il presidente della FIS che si lamenta della mancanza di neve come se desse per scontato qualcosa che sulle Alpi non lo è più, nemmeno nella elevata e “fredda” Livigno, cioè che nevichi abbondantemente a dicembre o vi siano temperature già parecchio fredde come succedeva un tempo. Dall’altra parte, tralasciando la pantomima del sottosegretario inviato dal Ministro delle Infrastrutture in carica che rassicura tutto e tutti, chissà su che basi logiche, c’è il sindaco di Livigno il quale afferma che «Noi siamo tranquilli. I cannoni stanno sparando e non ci saranno problemi. A gennaio poi la temperatura scenderà a -20», come se anch’egli desse per scontato circostanze che purtroppo non possono più essere considerate tali, anche in quello che una volta veniva definito “il piccolo Tibet”.

Nel mezzo di tali posizioni, opposte nella forma ma paradossalmente uguali nella sostanza cioè sostanzialmente speculari come facce d’una stessa medaglia, emerge nuovamente con chiarezza la crisi dello sci contemporaneo: appeso alla speranza che il clima non sia troppo inclemente (e forzatamente sorvolante su che invece lo sarà in maniera crescente, da qui al prossimo futuro), costretto a produrre sempre più neve artificiale per mantenersi attivo (con costi in folle aumento) ma di contro incapace di darsi un limite, anzi, pretendendo di espandersi sempre di più e dunque diventando parimenti impattante e insostenibile per i territori coinvolti ma pure, per così dire, per la razionalità di sempre più persone che guardano all’industria dello sci come a un Moloch che, pur di salvaguardarsi e sopravvivere, oggi ancora più che in passato non guarda in faccia a nulla e a nessuno, in primis al bene e alla tutela delle montagne che assoggetta alla propria presenza.

Posso anche considerare “legittimo” il pensiero degli industriali dello sci e del relativo comparto economico che cercano in tutti i modi di salvare il proprio business: ma fino a che punto si può spingere questo loro tentativo peraltro già ora evidentemente disperato e per molti versi alienato dalla realtà effettiva delle cose? Fino a quando possono avere mano libera nello sfruttamento dei territori montani e delle loro risorse? Fino a che punto la montagna e i suoi abitanti (anche quelli consenzienti, certo) possono sopportare?

Ovviamente, alla fine le gare si faranno e si decanterà il “grande successo” dell’organizzazione e la vittoria dei suoi reggenti contro tutto e tutti. Invece, a uscire di nuovo sconfitto dalla vicenda sarà il buon senso, quello di cui le montagne – certe montagne – avrebbero un gran bisogno ma che ad esse viene pervicacemente negato.