Piacere, «odiatore dello sci»!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Qualche tempo fa, a commento di uno dei miei articoli di analisi critica dell’industria dello sci contemporanea, un tale ha scritto che sono un «odiatore dello sci». Una definizione che mi ha fatto veramente molto ridere, innanzi tutto perché non capisco cosa voglia realmente dire (no, non mi apposto lungo le piste da sci gettando grossi rami tra le gambe degli sciatori per farli cadere e non infilo frammenti di ferro nelle carrucole delle seggiovie per bloccarne il moto!) eppoi per come risulti infondata ancor più di quanto la sua origine strumentale farebbe credere: chi l’ha proferita non sapeva cos’altro dire per ribattere alle mie considerazioni (e tanto meno conosce la mia storia sciistica) e dunque ha provato a chiudere la questione così, e amen.

Ovviamente chi la pensa in questo modo non vuole concepire che, invece, la critica allo sci attuale che elaboro nasce dalla mia grande passione per esso. Così come, se da parte mia nessun odio per niente e nessuno potrei mai sensatamente formulare, quello/quelli non capiscono che, per cosa è diventato oggi, è proprio lo sci ovvero cioè chi lo gestisce a manifestare, in tutta apparenza, una sorta di articolato “disprezzo” per le montagne, che in certi casi potrebbe pure essere sembrare, con tutti i distinguo e le attenuanti del caso, “odio”. Montagne che pretende di sfruttare oltre ogni limite, di (s)vendere per tentare di preservare i propri affari, di banalizzarne il paesaggio e l’anima (come fanno le orribili strisce di neve artificiale nei prati quando la neve naturale manca, ad esempio), verso la cui realtà ambientale, climatica, sociale, culturale non mostra alcuna sensibilità. Posso comprendere che lo sci provi a salvarsi in una situazione sempre meno favorevole, sia in forza dei cambiamenti climatici e sia per la congiuntura economica attuale, e capisco che la sua economia, ancora oggi importante per i territori montani che coinvolge, sia in certi casi (non in tutti) da salvaguardare. Ma tutto va (andrebbe) fatto ciò con logica, buon senso, attinenza alla realtà delle cose e consonanza ai territori e alle loro specificità. Con il più sensato equilibrio, insomma, rispetto alle montagne sulle quali si scia.

Altrimenti, con il passare del tempo, l’attività sciistica protratta in circostanze e condizioni climatiche, ambientali, ecologiche, socioeconomiche, culturali sempre meno adatte, solo perché non si vuole prendere consapevolezza di come stanno realmente le cose e, di conseguenza, non si ammette alcun limite ad essa anche quando il superamento di qualsiasi limite è ormai palese, diventa ogni anno di più una forzatura, un’imposizione, una prepotenza basata soltanto su una presunta forza economica, una prevaricazione bella e buona sulle montagne interessate. Una cattiveria verso di esse, si può dire, cioè qualcosa che assomiglia in vari modi a un “odio”, appunto.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Lo sci, per quanto mi riguarda, potrebbe andare avanti senza alcun problema ancora per molto tempo, dove trovasse le condizioni (climatiche e non solo) per farlo e se dimostrasse una coerenza completa e compiuta con le montagne sulle quali opera, diventandone uno strumento reale e concreto di sviluppo e progresso, non di sfruttamento e decadenza come lo è stato nei decenni scorsi in un mondo che, lo sappiamo bene tutti, per vari motivi non esiste più. Dunque, pretendere che esista e resista qualcosa che si giustifica tramite i modelli superati di un mondo passato nel mondo attuale ormai profondamente cambiato, rifiutando di adattarsi alla realtà attuale delle cose e di farsi ben più organico con ciò che le montagne sanno offrire con ben maggiore contestualizzazione al presente e al futuro – dal turismo ecosostenibile alle economie circolari locali, ai servizi alla comunità residente, alla cura attiva e passiva dei territori, alla salvaguardia di ambienti e paesaggi – a me pare, in base alla più ordinaria coscienza civica e morale, una gran prepotenza verso le montagne. Per giunta sovente sostenuta con denaro pubblico da una politica incompetente e meschina, dunque con un doppio danno alla collettività alla quale appartiene il patrimonio naturale delle montagne sfruttato dalle società, private, che gestiscono lo sci.

Quindi, per ribadire: chi è che veramente “odia” cosa?

Il Conte Mascetti che visita l’alta Val Seriana e parla di “sci”!

Sì, il celeberrimo Conte Raffaello Mascetti della saga di “Amici miei” interpretato da un magistrale Ugo Tognazzi e divenuto immortale grazie alle sue supercazzole (o supercàzzore).

Ecco, proprio a tale proposito, il Conte Mascetti di recente deve essere stato in visita all’alta Val Seriana, dove ha proferito una delle sue fenomenali supercazzole travestito da Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale della Lombardia – persona peraltro degnissima di rispetto, al di là di incarico e appartenenza politica – e, ve l’assicuro, una supercazzola così era da tempo che non la si trovava in circolazione.

In buona sostanza, il Mascetti travestito da Assessore regionale della Lombardia ha annunciato «L’approvazione da parte della Giunta regionale dell’individuazione dell’area sciabile attrezzata del comprensorio Presolana-Monte Pora» con un profluvio di parole e affermazioni che, per come le riporta la stampa (alla cui bontà di cronaca do ovviamente fiducia), non dicono niente di niente. Nulla, il vuoto assoluto di sostanza in un’esplosione di forma retorica che appare quasi grottesca.

A parte che non si capisce perché sia l’Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale a parlare di aree sciabili, visto che i suoi compiti ordinari sono ben altri (al riguardo il fatto che l’Assessore sia bergamasco non conta granché), parimenti non si capisce cosa comporti quell’approvazione, che risultati concreti genererà, quali effetti e conseguenze avrà per i territori coinvolti. Si vuole ampliare l’area sciabile della zona? Ma è tutta sotto i 1800 metri, sarebbe una follia assoluta. Si vuole aumentare la sua turistificazione? Come se il territorio non fosse già ampiamente antropizzato e, semmai, avesse bisogno di essere razionalizzato al riguardo. Si vuole consentire una maggiore edificabilità? Cioè più cementificazione e consumo di suolo? È un timore che già qualcuno paventa, visto che a parlare della cosa è una figura istituzionale che si occupa di case.

[Gli impianti sciistici del Monte Pora con sullo sfondo, a sinistra, l’Altopiano di Clusone e, a destra, il Gruppo della Presolana.]
Inoltre, come da “Manualetto del bravo politico che si occupa di montagne” del quale evidentemente il Mascetti-Assessore si è munito, ecco che tale supercazzola viene adeguatamente condita delle solite frasi fatte: contrastare lo spopolamento della montagna, generare sviluppo economico, aiutare i giovani, rendere il territorio attrattivo… e ovviamente non mancano parole come «destagionalizzazione» e «sostenibile», che bisogna pur infilare da qualche parte sennò fa brutto anche se mai una volta si spiega cosa si debba concretamente intendere con esse. E questo «risultato di grande importanza per la montagna bergamasca e per l’intero sistema turistico lombardo» – sono sempre parole del Mascetti-Assessore – lo si vorrebbe ottenere con cosa? Con iniziative che, a quanto viene da pensare e temere leggendo gli articoli della stampa, arrivano direttamente dal secolo scorso, obsolete, superate, che dimostrano una visione della montagna completamente distaccata dalla sua realtà effettiva e appare funzionale alla consueta mera propaganda politica. Non c’entra di quale parte politica, sia chiaro: il sopra citato “Manualetto” ce l’hanno in mano tutti, nelle stanze del potere.

E se si può ammettere che le azioni derivanti da tale «risultato di grande importanza» dovranno essere delineate nell’eventuale Accordo di Programma territoriale, non accennare a nulla e nascondere le reali intenzioni dietro quel profluvio di parole vuote non solo è cosa sospetta ma pure irrispettosa delle comunità dei territori coinvolti nonché dei cittadini lombardi, visto che si tratta di un’iniziativa istituzionale per la quale, se sarà realizzata, si spenderanno soldi pubblici, di tutti i contribuenti lombardi. Posto ciò, ribadisco, che motivo ci sarebbe per presentare tutto quanto con siffatta pompa magna? Forse per buttare in giro tanto fumo e così nascondere l’arrosto bruciato che si pensa di mettervi sotto?

[Il Monte Pora senza già più neve a metà marzo 2023.]
Ok, sarò fin troppo diffidente, critico, polemico, colpevolizzante prima del tempo: ma avendo a che fare con la politica che ci ritroviamo, e soprattutto constatando il suo frequente, opinabile operato sulle nostre montagne, il buon senso civico che ogni cittadino dovrebbe manifestare richiede espressamente di esserlo.

A meno che tutto quanto non sia veramente stato soltanto una gran zingarata del Conte Mascetti, nei panni dell’Assessore suddetto, ai danni delle comunità alto-seriane!

Un’immagine che racconta l’industria dello sci di oggi anche meglio di qualsiasi dato

[immagine generata con Google Gemini AI; cliccateci sopra per scaricare il dossier.]
Come forse avrete letto sulla stampa e sui siti di informazione, l’ANEF, l’associazione degli impiantisti italiani, ha risposto piuttosto a muso duro al dossier “Nevediversa 2026” curato da Legambiente, presentato una settimana fa a Milano, e alla sua notevole messe di dati e di analisi della realtà di fatto della montagna invernale e del sistema neve, alle quali ho contribuito anche io come membro del gruppo di lavoro che ha elaborato il dossier.

Per quanto mi riguarda, non ritengo il caso di controbattere alle critiche di ANEF alimentando un dibattito che risulterebbe inevitabilmente frammentato e sterile; lo farò a tempo debito insieme al gruppo di lavoro di “Nevediversa”; lo hanno invece fatto da par loro, cioè con il prestigio e la competenza che li contraddistinguono, Marco Albino Ferrari e Mountain Wilderness per voce del suo Presidente Luigi Casanova. Alle loro ottime considerazioni c’è ben poco da aggiungere, al momento; d’altro canto capisco la reazione di ANEF, in fondo legittima come quella del capitano di una nave sempre più in balìa dei marosi il quale non voglia ammettere di aver sbagliato rotta e sia convinto di uscirne, nonostante la sorte ormai pressoché segnata.

Invece, nel leggere sul “Sole 24 ORE” le considerazioni che usa ANEF per controbattere ai dati e alle analisi di “Nevediversa” (e che ANEF sostiene di trarre da uno studio commissionato a Pwc Italia che però non è stato pubblicato on line), più che dalle considerazioni stesse – che, ribadisco, saranno analizzate con dovizia di particolari e replicate a tempo debito – mi ha colpito l’immagine a corredo dell’articolo. Un’immagine assolutamente significativa per come interpreti bene quell’“effetto moltiplicatore” economico che, secondo ANEF, lo sci genererebbe nei territori che ospitano i comprensori sciistici, il quale sostanzialmente si configura attraverso fattori quantitativi in costante crescita al fine di poter alimentare con continuità il “sistema neve” di matrice industriale: sempre più sciatori, sempre più piste, sempre più impianti, più veloci, più capienti, più cannoni per la neve artificiale e più piste innevate in questo modo, parcheggi più numerosi e ampi, strade più veloci verso le stazioni sciistiche… eccetera.

Guardate l’immagine – che, per inciso, non so quale stazione sciistica raffiguri, ma d’altro canto è inutile dire che di contesti simili le nostre montagne sono piene: le piste che brulicano di sciatori, gli impianti alla massima portata, i parcheggi nel fondovalle pieni di automobili, l’enorme ristorante, o quel che è, con la sua distesa di tavoli esterni, tutte le infrastrutture piazzate sui pendii per attrezzate, regolare, gestire, limitare, normalizzare l’attività sciistica (in un ambito che è sinonimo di libertà, come rimarcano i frequentatori più appassionati delle terre alte)… Io guardo l’immagine e mi (vi) chiedo: è montagna, questa? O è un gigantesco luna park invernale che per potersi mantenere attivo e far girare le proprie “attrazioni” abbisogna di sempre più clienti?

La porzione di territorio visibile nella parte alta dell’immagine, apparentemente intonsa, fa quasi tenerezza nell’osservarla così “incalzata” dalla parte di montagna pesantemente turistificata della montagna. D’altra parte intonsa non lo è affatto e non potrebbe più esserlo: immagino solo l’inquinamento acustico che giunga ad essa dagli impianti, dalle piste, dai ristori lungo di esse (i quali non fatico a supporre che siano rallegrati da musica ad alto volume, una cosa ormai consueta nei grandi comprensori sciistici) oppure quello dell’aria generato dalle centinaia di autovetture parcheggiate, che non saranno sicuramente tutte elettriche, per non parlare di quello cagionato al paesaggio, della visione di una montagna così pesantemente infrastrutturata, assoggettata alle necessità dei clienti-sciatori (ci mancherebbe, avranno pagato fior di quattrini il proprio skipass!), «valorizzata» in questo modo così da poter diventare un bene da vendere (con gli skipass, appunto) e da sfruttare fino a che i tornaconti dei gestori degli impianti siano conseguiti.

Ripeto la domanda fondamentale: è ancora montagna questa? O, per dirla in altro modo: è la montagna che vogliamo, ora e ancor più nel futuro? E, coniugando questi interrogativi alla dissertazione qui sviluppata: è questa la montagna che ANEF vuole imporre, che non vuole “liberare” dalle proprie mire, della quale ha sempre più bisogno per giustificare la propria attività e quell’effetto moltiplicatore dello sci vantato nello studio citato?

[Quest’immagine l’ho creata con Google Gemini AI ed è volutamente esagerata. D’altro canto quella vera dell’articolo del “Sole 24ORE” non gli è già simile in tanti aspetti?]
Forse converrete con me che l’immagine a corredo dell’articolo del “Sole 24 ORE” sia realmente significativa, emblematica ed esemplare: quante situazioni simili, quanti comprensori sciistici che magari avrete visto e visitato ci assomigliano, sulle nostre montagne? E, ribadisco: le mie considerazioni non sono tanto riferite al qui-e-ora ma al domani, al futuro prossimo e a quel circolo vizioso turistico autoalimentante e autogiustificato che rotea sempre più vorticosamente del quale molti comprensori sciistici sono prigionieri ovvero incapaci, volenti o nolenti, di liberarsi. Proprio come il capitano che ha deciso per una rotta azzardata in mezzo alle correnti impetuose e, ora che la sua nave sta cominciando a imbarcare acqua, resta convinto di avere ragione e di potersela cavare. Tanto una scialuppa di salvataggio per lui ci sarà sempre; per i passeggeri invece, be’… come si dice in certi casi: c’est la vie!

A che punto è l’emblematica questione del collegamento sciistico tra Colere e Lizzola?

È ormai passato un anno da quando il “caso Colere-Lizzola” – cioè il progetto da oltre 70 milioni di Euro di collegamento tra i due comprensori sciistici sulle Prealpi bergamasche posti in gran parte sotto i 2000 metri di quota e in zone variamente sottoposte a tutela ambientale – è scoppiato in tutto il suo fragore, echeggiato sulla stampa locale e nazionale nonché nei vari incontri pubblici organizzati al riguardo dai soggetti che si sono mossi contro il progetto e a tutela dei territori montani coinvolti. Qui trovate i numerosi articoli che anch’io gli dedicato.

Un caso che è diventato rapidamente emblematico al pari di altri (Monte San Primo, Vallone delle Cime Bianche, Tangenzialina dell’Alute, le varie infrastrutture olimpiche, eccetera) circa la più opinabile turistificazione delle montagne, in forza dell’enorme investimento previsto – per la gran parte pubblico – a fronte della limitatezza e dell’attrattività del comprensorio sciistico rispetto ad altri ben più grandi e strutturati posta alla stessa distanza da Milano (ovvio bacino d’utenza primario della località), della sua vulnerabilità agli effetti della crisi climatica, del territorio coinvolto estremamente pregiato e delicato, dei bisogni ben diversi e insoddisfatti utili alla quotidianità delle comunità locali, e così via.

Dunque, dopo la pubblicazione del progetto di collegamento definitivo, lo scorso anno, e le varie iniziative di sensibilizzazione e di opposizione ad esso, qual è ad oggi il punto della situazione?

Lo delinea dettagliatamente il recente comunicato stampa delle associazioni che si stanno muovendo contro il progetto, cioè Orobievive, TerreAlt(r)e, Valle di Scalve bene comune, Lipu, APE, Legambiente Bergamo, FAB/Flora Alpina Bergamasca e Italia Nostra, che vi propongo di seguito, ringraziando di cuore Angelo Borroni che me l’ha inviato.

A che punto è il collegamento sciistico Colere-Lizzola?

A maggio 2024 RSI, la società che gestisce il comprensorio di Colere, presenta il progetto di collegamento sciistico delle stazioni di Colere e di Lizzola.

A luglio 2025 le relazioni economica-finanziaria e legale, redatte dai consulenti incaricati dagli stessi Comuni, evidenziano le carenze del progetto che pretende la quota prevalente di investimenti effettuata con denaro pubblico, riservandosi per 60 anni la eventuale redditività dell’impresa.

Questi pareri confermano tutte le obiezioni che in questi mesi sono state indicate dai cittadini di buon senso e dalle associazioni, senza dimenticare la devastazione ambientale che coinvolgerebbe anche la Val Conchetta e l’alta Val Sedornia, finora non antropizzate, compromettendone la bellezza e pure la fruibilità turistica estiva, che viene raccontata come “destagionalizzazione”.

Questo progetto acquisisce di fatto la certificazione di non poter stare in piedi.

Le Amministrazioni devono di fatto prendere atto che il collegamento sciistico non è economicamente e giuridicamente sostenibile: il Comune di Colere ha votato contro la richiesta di RSI di allargare alla Val Conchetta la convenzione già in essere; nel Comune di Valbondione l'inserimento del progetto di collegamento sciistico fra le Opere di Pubblica Utilità viene paradossalmente votato dalla minoranza con l’astensione della maggioranza.

Nel frattempo occorre sottolineare che viene negato l’accesso agli atti per conoscere l’evoluzione del progetto. Il Comune di Colere ha inserito nel suo sito una sezione che dovrebbe comprendere il materiale relativo ai rapporti Comune-RSI, ma in realtà molti documenti non sono pubblicati; invece il Comune di Valbondione nega semplicemente tutte le informazioni dopo ormai più di un anno dalla richiesta.

E la stazione di Colere, come sta?

Il bilancio 2024/2025 di RSI srl, società di gestione della stazione di Colere, è ulteriormente peggiorato rispetto al 2023/2024, in quanto:

a) lo stato patrimoniale fotografa una situazione sicuramente non solida dell’impresa, dove i debiti pesano per oltre il 60% del valore delle strutture e dei beni;

b) il conto economico dice che i costi di gestione sono aumentati, mentre gli incassi sono diminuiti, in quanto gli accessi invernali hanno continuato a calare (da 76000 nel 2023/2024 ai 70000 nel 2024/2025);

c) le perdite di esercizio passano da 328.000 a 1.449.000 Euro, gravate dai costi di gestione, cioè consumi energia elettrica, gasolio e acqua, dai costi per il personale, dal peso degli ammortamenti e soprattutto dagli oneri finanziari, che ammontano a 1.143.000 Euro, dovuti all’indebitamento bancario che ha raggiunto i 18.526.000 Euro, la quota prevalente dei debiti pari a 22.737.000 Euro.

Nel frattempo RSI continua a spendere con la ristrutturazione dell’albergo Pian del Sole al Polzone (costo 8 milioni), con il completamento dell’impianto di innevamento artificiale delle piste e con ulteriori edifici.

Questi interventi si aggiungono ad aggravare la passività nel prossimo bilancio con l’espansione dei costi, con il peso degli ammortamenti e di eventuali ulteriori oneri finanziari.

Ma il progetto non va in soffitta, anzi!

RSI, che ha già in tasca l’opzione di rilevare la società che gestisce Lizzola, ha manifestato l’interesse per la stazione di Spiazzi di Gromo, rendendosi disponibile a integrare il finanziamento (6,6 milioni), già assegnato dal Ministero del Turismo alla locale società di gestione IRIS per la sostituzione della seggiovia Vodala, con la prospettiva di rilevare interamente la società.

Nonostante le evidenze che certificano un incerto futuro per lo sci da discesa, nonostante le incontestabili condizioni climatiche sfavorevoli, nonostante i pareri contrari di tutti i consulenti tecnici (incaricati dai Comuni, su indicazione di RSI) e di tutti i responsabili tecnico/finanziari dei Comuni, i rispettivi Sindaci persistono nel voler portare avanti l'assurdo progetto. Come se si trattasse solo di rimuovere o aggirare fastidiosi ostacoli messi in campo da chissà quali nemici del progresso e non da pareri competenti e responsabili. Ma la parte pubblica, quella che dovrebbe rappresentare l'interesse di tutti noi, davvero intende gettare decine di milioni in progetti elitari e senza prospettive, che sottraggono risorse alle necessità prioritarie delle aree montane?

Ecco, questo è ad oggi lo stato di fatto della vicenda.

In chiusura, il comunicato accenna alle domande presentate da entrambe le società di gestione degli impianti di Colere e di Lizzola al bando del Ministero del Turismo per i comprensori sciistici di recente assegnazione (ne ho scritto qui.): 10 milioni sono stati richiesti da parte di Lizzola per la sostituzione delle proprie tre seggiovie attuali con unica cabinovia, una soluzione pensata per il collegamento ma che penalizza le piste di Lizzola; altri 10 milioni sono invece stati richiesti da Colere per la sostituzione di una delle seggiovie (la “Ferrantino”) del proprio comprensorio. Bene, come si evince dalle graduatorie pubblicate, il bando ministeriale ha respinto la richiesta di RSI (Colere), non ammessa perché la società non rientra nei parametri finanziari, mentre quella di Lizzola è stata classificata 31°, formalmente esclusa dall’assegnazione dei fondi ma in posizione potenzialmente funzionale a un eventuale ripescaggio. In ogni caso l’apposito provvedimento della Direzione ministeriale competente che sancisce la graduatoria definitiva non è stato ancora pubblicato, dunque questo aspetto dovrà essere rivisto prossimamente.

Dunque «ai posteri l’ardua sentenza»? No, niente affatto: per tutte le circostanze in corso il caso di “Colere-Lizzola” credo si risolverà presto e mi auguro in modi assolutamente positivi per il territorio locale e la comunità che lo vive.

Nelle Orobie cadono frane, gli ospedali chiudono, non c’è segnale telefonico, ma ci saranno tante nuove seggiovie!

[Le montagne dell’Alta Valle Brembana nella zona dei Laghi Gemelli, in comune di Branzi. Immagine tratta da https://primabergamo.it.]
Anche le valli montane bergamasche stanno sempre più diventando un caso emblematico in tema di gestione (o non gestione) politica dei territori montani.

Notizie recenti sulla stampa locale: le valli montane della Provincia di Bergamo, secondo l’Ispra, sono al 16° posto nella classifica nazionale per rischio frane (in una Lombardia che risulta la regione con il numero più alto di frane censite), ciò evidenziando la necessità di maggiori fondi pubblici per prevenire il dissesto idrogeologico e intervenire in caso di emergenze.

L’ASST locale chiede a gran voce aiuti alla politica per agevolare l’arrivo e la presenza di nuovi infermieri per gli ospedali di montagna, già in crisi di risorse da tempo come ben sappiamo, i quali altrimenti sono sempre più a rischio di chiusura.

In molte zone montane della provincia il segnale telefonico, per non parlare della connessione web, sono assenti, generando grossi problemi tanto ai residenti quanto a chi lassù vuole e vorrebbe lavorare in condizioni degne, per giunta in attività economiche che aiuterebbero i territori a mantenersi vivi. La scorsa settimana la questione «è stata sottoposta a Regione e deputati. Ma per ora, tutto resta fermo.»

Ecco, appunto: regione, deputati, enti pubblici… la politica.
Come risponde la politica a questi bisogni fondamentali per chi vive sulle montagne bergamasche?

Spendendo le risorse che dovrebbero essere impiegate per soddisfare i bisogni dei residenti per finanziare insensati progetti turistici come (un esempio tra i tanti) quello di Piazzatorre, in Valle Brembana: ben 15 milioni e rotti di Euro per un comprensorio sciistico posto sotto i 1800 metri di quota destinato per mille ragioni – climatiche, ambientali, economiche, socioculturali… – ad un inevitabile fallimento. Per non dire di Colere-Lizzola, dove le risorse pubbliche previste ammonterebbero (al momento) addirittura a 50 milioni di Euro.

Poste tali cifre, e viste le criticità sopra elencate (ma ve ne sarebbero altre di citare): va bene così?

È in questo modo che pensiamo di salvare le montagne dallo spopolamento, come ci viene continuamente ripetuto, e di rivitalizzarne le comunità e le economie locali? Costruendo impianti e piste dove non si scia più e lasciando franare strade, chiudere ospedali, e togliendo di fatto un servizio elementare come il telefono?

E quante altre situazioni simili possiamo constatare sulle montagne italiane, con la politica sensibilissima a certe iniziative molto d’immagine e invece poco o nulla nei riguardi dei bisogni concreti e delle necessità fondamentali delle comunità che in montagna vivono e vorrebbero continuare a farlo degnamente e non da cittadini di serie B o C?