La vera rivoluzione

Si parla così spesso, un po’ ovunque oggi, di “cambiamento”, di “innovazione”, pure di “rivoluzione”. Ma non si potrà mai cambiare nulla finché il campo d’azione resterà sempre quello: varrà sempre il gattopardiano tutto cambi affinché nulla cambi, e quanto ritenuto “nuovo” non sarà altro che il vecchio visto da un’altra parte. Ovvero un mero plagio, come sostenne al riguardo Paul Gauguin.

Piuttosto, la vera rivoluzione non è quella che cambia le regole del gioco ma quella che cambia il gioco stesso. Altrimenti, qualsiasi preteso “cambiamento” non può che risultare una squallida e meschina pantomima.

(Immagina tratta dalla pagina facebook Humanity.)

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La soluzione perfetta a tutte (o quasi) le questioni del mondo in cui viviamo?

Il buon senso.

Che non è il “senso comune”, ovvero “la somma di tutti i pregiudizi” (Viktor Šklovskij), ma è il buon senso, quello che ogni persona considerabilmente intelligente ed evoluta dovrebbe possedere e sviluppare, ma che troppo spesso “se ne sta nascosto” proprio “per paura del senso comune” (Alessandro Manzoni) – il quale “senso comune”, sul buon senso, è pure capace di costruirgli ulteriori pregiudizi, come l’attualità dimostra benissimo.

Come dite? È una soluzione assolutamente utopica?

Sì, forse avete ragione. Ormai se ne coglie così poco di buon senso, in giro…
D’altro canto, cosa sono certe “utopie” se non realtà rese impossibili da pregiudizi tanto ingiustificati quanto imposti e sostenuti dacché resi indiscutibili? La vox populi vox dei in fondo è una delle sentenze meno dotate di buon senso che ci siano – forse proprio per questo oggi è tanto in voga.

Il cancro della cultura (e non solo di quella)

Quasi tutte le volte che mi occupo di cultura attiva, ovvero di iniziative in ambito culturale di varia natura, immancabilmente – da anni, intendo dire – finisco per scontrarmi con quella convenzione, prassi, luogo comune, modus cogitandi o come diavolo lo si voglia chiamare, per il quale la cultura deve essere liberamente fruibile da tutti, dunque gratuita. Dunque non retribuita – o retribuita con “compensi” da fame. Come se il lavoro intellettuale e creativo, per sua natura immateriale, non fosse quantificabile e valorizzabile, dunque chi lo pratica s’attacca. Che nel principio sarebbe un po’ come dire che siccome, per ora, a fare viaggi interstellari non ci possiamo andare, tanto vale retribuire gli scienziati e ricercatori che studiano le stelle e lo spazio.

Tutto ciò, inoltre, non comporta solo che, se la produzione culturale non viene adeguatamente valorizzata, chi ne è artefice non venga altrettanto adeguatamente retribuito, ma pure che – assai biecamente – su di essa non si investa come sarebbe adeguato, anzi, indispensabile fare. E ciò comporta un’ulteriore conseguenza: che la produzione culturale non produca quella ricchezza che assolutamente potrebbe produrre, e sulla quale un paese come l’Italia potrebbe non dico prosperare ma quanto meno sostenersi e svilupparsi – culturalmente, pure: cosa oltre modo necessaria, inutile rimarcarlo.

Questa situazione rappresenta un vero e proprio cancro, per la cultura italiana. Un male via via sempre più incurabile, se non guarito rapidamente, che per giunta finirà per causare danni anche ad altri ambiti – quello sociale in primis.

Dunque? Dunque – scusate il linguaggio assai franco – vaffanculo a chiunque e a ogni cosa perseveri nel conservare un tale deleterio status quo. E un invito a boicottare qualsiasi iniziativa di natura culturale che si pretenda venga realizzata in maniera gratuita o malamente retribuita, rivolto in primis a chi ne è soggetto attivo – artisti, creativi, autori, eccetera – e subito dopo al pubblico. Il quale deve capire una volta per tutte che, se all’apparenza è “tanto bello” fruire contenuti culturali gratis, se fa tanto figo sostenere idee del tipo “la cultura deve essere a disposizione di tutti, anche di chi non se la può permettere!” (per carità, poi! Tra tanti Euro spesi per mere scempiaggini consumistiche, non si spendono pochi euro per un buon libro, uno spettacolo teatrale, una mostra d’arte? Suvvia, siamo seri!), alla fine dei conti la somma è 0. Zero, sì: zero cultura, ovvero la strada spianata all’imbarbarimento definitivo. Oltre che all’impoverimento economico, perché, come detto poco fa, la cultura può generare numerosi (e virtuosi!) punti di PIL, se la si coltiva al meglio.
Altrimenti, ribadisco, l’unica parola adatta è quella assai franca lì sopra. E basta.

Lavorare col c… ervello no, eh?

Vi avviso: sarò acidamente sarcastico, in quanto state per leggere.

Quando sento/leggo le notizie sull’andamento del PIL nazionale, il quale quasi sempre risulta inferiore al resto della cosiddetta Eurozona e a motivo di tale evidenza vengono mosse varie e molteplici cause – fiscali, infrastrutturali, politiche, eccetera – beh, io invece sono sempre più convinto (dacché raccolgo testimonianze pressoché quotidiane, ormai) che se molta gente lavorasse più con la testa che col culo (scusate la franchezza) il dato del PIL risulterebbe alla fine assai migliore.
Per carità, non dico che ciò accada solo qui e non all’estero, anzi, magari è pure peggio ma, ovviamente, io conosco e vivo la realtà italiana e dunque di quella dico. E dico pure che in tale realtà c’è un’infinità di gente che lavora meravigliosamente, sia d’intelletto che di braccia, ma ce n’è sempre più (ormai è da qualche lustro che lavoro pure io e in settori diversi, dunque un certo frangente temporale “statistico” l’ho vissuto) che invece se ne sbatte altamente della bontà, della qualità e della resa del proprio lavoro, e di come ciò possa provocare problemi agli altri.
D’altro canto, lo si sa bene, ormai, uno degli esempi più assodati di tale maledetta condotta viene proprio dagli ambiti istituzionali. Come dire: da “maestri” tanto cattivi non possono certo venire buoni scolari!

Ve l’avevo detto che sarei stato acido e sarcastico. Inesorabilmente.