“L’attesa dei luoghi” con ALPES a Milano

L’attesa dei luoghi, il seminario organizzato ieri da ALPES nella prestigiosa sede della Fondazione Stelline di Milano, è stato un successo sotto ogni punto di vista ma, in primis, per aver generato un vivo e redditizio confronto sui temi proposti, in effetti fondamentali nel merito tanto della gestione “politica” dei territori abitati quanto nella considerazione culturale dei paesaggi che ne derivano: aspetti che, nel loro compendio, determinano gran parte dell’immaginario del mondo antropizzato contemporaneo e influenzano le sue modificazioni materiali e immateriali. Inoltre, avendo fatto conoscere agli intervenuti alcuni luoghi profondamente affascinanti in grado di offrire spunti per progettualità – anche in tal caso materiali e immateriali – preziose ed emblematiche proprio perché aventi pure una forte matrice culturale, oltre agli strumenti utili a sostenere i possibili interventi.

Ma dal complesso dei vari interventi che hanno animato il seminario, tutti di notevole livello, è scaturita anche la forte componente poetica generata da certi spazi dotati di un potente (ancorché dormiente) Genius Loci. Conoscete di sicuro quel noto aforisma di Lessing, «L’attesa del piacere è essa stessa il piacere»; ecco, potrei proporre una variante del genere «L’attesa dei luoghi è essa stessa un “luogo”»: mentale, emozionale, forse anche spirituale, creativo, immaginifico nel senso più attivo del termine… Una predisposizione alla relazione approfondita con i luoghi propedeutica ad una rinnovata essenza, conoscenza, esistenza, resilienza, rinascita di essi – un qualcosa di certamente piacevole e intrigante, appunto. E che rappresenti a suo modo “un piacere”, come si usa dire, per i luoghi e i territori in cui si trovano.

Insomma, ieri, dalla Fondazione Stelline, è transitata una strada che ALPES ha avviato da qualche tempo e il cui percorso culturale conoscerà certamente ulteriori, interessanti e importanti sviluppi, quanto mai preziosi e necessari nel contesto contemporaneo. Da seguire, senza dubbio.

REMINDER! Domani a Milano, “L’attesa dei luoghi”

Dalle 9.30 presso la Fondazione Stelline a Milano. E se in particolare volete ascoltare la mia narrazione di un luogo per molti aspetti “speciale“, l’appuntamento è per le ore 16.

Cliccate sull’immagine oppure qui per saperne di più.

Milano, 16 gennaio: “L’attesa dei luoghi”

Giovedì 16 gennaio avrò il grande onore – e la notevole responsabilità – di partecipare al seminario L’attesa dei luoghi. La rinascita dei luoghi attraverso il recupero culturale, organizzato da ALPES nella prestigiosa sede della Fondazione Stelline a Milano, in Corso Magenta n.61, con partecipazione libera.

Vengono definiti “luoghi in attesa” quegli spazi in disuso, abbandonati, a volte vere e proprie rovine oppure apparentemente destinati a una prossima sorte infausta, bisognosi di sguardi e di attenzione. La riscoperta della particolarità così emblematica di questi luoghi (il loro Genius Loci) mira a concretizzare quel bisogno di nuova, o rinnovata, attenzione come arricchimento del patrimonio immateriale esistente, e a realizzare proposte culturali stabili sul territorio, di natura altresì materiale, che possano fare da modello anche per altri ambiti geograficamente simili ovvero di comparabile genere.
Con questo intento ALPES, nell’ambito della sua attività culturale e di sollecitazione progettuale, ha organizzato un momento di incontro, riflessione, scambio di idee e di esperienze per chi, nei diversi ambiti e professionalità, intende sviluppare e approfondire la tematica riguardo tali luoghi così peculiari, incontrando altre realtà analoghe e cogliendo potenziali opportunità e occasioni di lavoro.
Alla call lanciata dal ALPES hanno risposto architetti, scrittori, amministratori di territorio, docenti, esperti d’arte e imprenditori, che nel corso della giornata porteranno e condivideranno le loro esperienze e proposte per fare di quella «attesa dei luoghi» citata nel titolo del seminario un momento non più di trascurato e inevitabile oblio ma di possibile, immaginabile rinascita, in primis culturale e poi quant’altro ne possa scaturire.

Il mio intervento, programmato per le ore 16 e inserito nel seminario come “proposta di lavoro” si intitola Colle di Sogno: la resilienza contemporanea come progetto culturale di comunità e narrerà del progetto di rinascita del peculiare borgo prealpino “resiliente” tra Lecco e Bergamo, curato proprio da ALPES, un modello di intervento su base culturale assolutamente esemplare che mira a rinvigorire e rinforzare la relazione delle genti (gli abitanti in primis, oggi solo otto a fronte degli oltre duecento di inizio Novecento) con il luogo e il dialogo con il suo Genius Loci attraverso un’azione culturale poliedrica a lungo termine, al fine di riportare quanto prima al borgo nuova vita ovvero nuovi abitanti e facendo di esso un centro di riferimento culturale della resilienza in montagna. Per saperne di più sul progetto di Colle di Sogno potete visitare il suo sito web, qui.

La giornata de L’attesa dei luoghi alle Stelline è aperta a tutti, la partecipazione è libera ma è consigliabile la prenotazione. Trovate il programma completo e le modalità d’iscrizione qui.

Piazza Fontana e Barega, 50 anni dopo

12 dicembre 1969, strage di Piazza Fontana a Milano.

A cinquant’anni di distanza da quell’orrendo misfatto, ancora senza il nome degli esecutori materiali e con una serie di strascichi altrettanto inquietanti, una delle memorie più belle e significative viene da lontano, dai bambini di un piccolo borgo agricolo della Sardegna, Barega. Nonostante la distanza non solo geografica ma anche culturale e sociale tra il capoluogo lombardo e il borgo sardo, una giovane maestra della locale scuola, Lydia Siddi, comprese quanto potesse essere importante che i suoi piccoli alunni fossero in qualche modo testimoni degli accadimenti milanesi – che tali, cioè “solo” milanesi, non si potevano e dovevano considerare. Come racconta “L’Unione Sarda”,  il 15 dicembre, giorno dei funerali solenni delle vittime della strage, fece uscire i bambini dalla scuola «e, in fila per due, li portò a casa della bidella che viveva poco lontano e possedeva la tv. Le immagini in bianco e nero dei funerali solenni emozionarono tanto i bambini e la maestra li invitò a scrivere un tema per raccontare le loro emozioni.»


Cliccando sull’immagine qui sopra potrete vedere un servizio video al riguardo.

Di recente, riporta “Il Corriere della Sera”, una studentessa impegnata a preparare la sua tesi in archivistica ha trovato negli archivi del Comune di Milano un faldone con la dicitura «Piazza Fontana». Dentro, insieme a cartoline, telegrammi, lettere scritte a mano o battute a macchina su carta velina inviate in commemorazione della strage, c’erano anche i temi degli alunni di Barega.
Significative e importanti, quelle testimonianze scritte da bambini, perché in un paese che fa di tutto per perdere la propria memoria collettiva, così minando alle basi la salvaguardia della sua storia e dell’identità culturale nazionale che ne deriva, non posso che essere – e rimanere, pressoché soli – i bambini e i più giovani in generale a proteggere quella memoria, a esserne testimoni fondamentali, a formare un argine intellettuale ad una deriva socioculturale altrimenti certa e letale.

Sono già passati cinquant’anni da allora, almeno due generazioni. Il tempo si dice che cancelli ogni cosa ma in verità il tempo non esiste, è un’invenzione funzionale alle cose umane, ancor più quando la storia ne “acquisisca” il senso e conservi nel suo patrimonio ogni realtà passata facendone non solo memoria, anche cultura, consapevolezza civica, identità. Ecco, di fronte a fatti come la strage di Piazza Fontana, è bene che il tempo non esista, e di contro che esistano sempre bambini – ovvero cittadini in generale, di ogni età, ogni provenienza, ogni estrazione culturale – come quelli di Barega, futuri adulti indispensabili ad una società realmente civile, progredita e libera.

L’agonia dello sci, sulle Alpi italiane

Anche The Guardian, d’altro canto uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, si accorge e si occupa della lenta ma inesorabile agonia dell’industria dello sci sulle Alpi Italiane, in forza dei cambiamenti climatici in atto tanto quanto di gestioni economiche delle stazioni sciistiche sovente scellerate anche perché legate a schemi, strategie e convinzioni di un’epoca ormai passata – quanto meno perché allora nevicava con regolarità.

Eppure, gli unici che ancora pare non si rendano conto della realtà dei fatti e della loro stessa sorte segnata sono proprio molti di quei gestori delle stazioni sciistiche. Salvo rarissimi casi, alla guida di società che economicamente sono entità morte che camminano solo perché sostenute dai puntelli del finanziamento pubblico, e che rischiano di portare alla morte pure l’intero territorio in cui operano con il suo patrimonio ambientale, sociale e culturale dacché incapaci di ammettere quella realtà dei fatti e di ripensare il proprio operato ovvero di provare a guardare un poco di più verso il futuro, piuttosto di rimanere ancorati ad un presente che scivola via dal passato per restare incastrato dentro cumuli di neve artificiale – che quei gestori dissennati ancora credono sia una soluzione ai loro mali e che invece finirà per seppellirli definitivamente, basti constatare il costo di produzione annua citato dal The Guardian. Come fare buchi nello scafo di una nave che sta già affondando, in pratica.

Cambierà qualcosa, visto che la situazione climatica non cambierà affatto e tanto meno quella economica? A sentire i discorsi che personalmente odo da qualche mese a questa parte, ovvero da quando l’Italia, con Milano e Cortina, si è aggiudicata le Olimpiadi Invernali del 2026 con relativi giri di denaro, temo che cambierà qualcosa ma ancora in peggio.

D’altro canto, come dico spesso, è da sempre l’uomo ad avere bisogno della montagna, non viceversa. E se l’uomo è talmente dissennato da continuare a scavarsi la fossa sotto i propri piedi nonostante gli ammonimenti, quando ci cadrà dentro e non saprà più uscirci la eco dei suoi lamenti i monti la faranno tornare a lui stesso, non ad altri.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo del The Guardian – in inglese, ovviamente, ma di elementare comprensione e corredato di immagini fotografiche emblematiche.