Due fiere del libro per una sola verità

Comunque, sia quel che sia e al di là di tutto ciò che si dirà dichiarerà commenterà asserirà giudicherà prevederà nonché di qualsivoglia parte, la verità qui è solo una: due eventi simili in tutto e per tutto come la nuova fiera di Milano e il salone di Torino in un mercato dei libri più che asfittico come quello italiano sono come due limousine che si pretenda di far stare insieme in un garage buono per un’utilitaria. Una purissima, cristallina, ineluttabile idiozia. Ecco.

(Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo a cui si riferisce. Qui invece potete leggere un approfondimento al riguardo di Francesco Giubilei.)

La “nave” dell’editoria italiana, e gli scogli sempre più vicini

Scrivo queste riflessioni a poche ore dalla chiusura di Tempo di Libri, la nuova fiera dell’editoria di Milano anti-Salone del Libro di Torino. Su di essa ho mantenuta ferma l’opinione personale formulata fin dall’inizio: una spacconata dell’AIE, alla quale non ho voluto partecipare. Tuttavia, tali riflessioni prescindono da come sia andato l’evento milanese e dalle testimonianze (piuttosto significative) degli amici che, da addetti ai lavori o da visitatori, vi sono stati.
Sono riflessioni, semmai, legate a ciò che si può effettivamente cogliere da una visione generale del comparto editoriale nazionale la quale, lo dico da subito (mi) regala sempre più panorami assai foschi, e senza che niente e nessuno riesca o sappia accendere una minima luce che li possa rischiarare. L’impressione personale, insomma, è quella di un comparto che, a fronte di una situazione del mercato dei libri sempre più “drammatica” – rimarcata per l’ennesima volta dall’ISTAT proprio durante Tempo di Libri, continui ad andare avanti come se nulla fosse, anzi, come se il mercato suddetto sia sempre più prospero. Al punto da creare due eventi fieristici del tutto simili l’uno all’altro a nemmeno un mese di distanza e in due città praticamente contigue, una delle quali un evento sui libri ce l’ha già: follia pura, e totale dissonanza cognitiva dalla situazione reale dell’editoria in Italia!
Ma questo sconcertante – e parecchio irritante, per lo scrivente – doppione fieristico non è che la più macroscopica prova di una sempre più sconcertante ottusità e cecità del comparto editoriale, che continua “allegramente” lungo la strada intrapresa anni fa verso la quantità al posto della qualità, verso la produzione continua di libroidi senza alcun valore letterario presentati come grandi successi ma che poi, puntualmente, si rivelano boomerang commerciali (e culturali), verso il folle meccanismo della sovrapproduzione di titoli e copie al fine di finanziare e tenere in piedi i bilanci aziendali – ma in realtà affossando sempre più le case editrici e allargando a dismisura i “buchi” dei suddetti bilanci (si veda al riguardo questo illuminante articolo di Antonio Tombolini), verso l’oligopolio dei canali distributivi (i quali ormai sono diventati i veri controllori del mercato, gusti del pubblico inclusi) e con la costante incuria nei confronti delle librerie, il cui valore culturale e sociale continua a non essere riconosciuto né tanto meno supportato – istituzionalmente o meno, come accade in altri paesi: Francia, ad esempio.
Nel frattempo, di azioni realmente efficaci, almeno in potenza, per cambiare le sorti del mercato editoriale che, di questo passo, paiono sempre più segnate, non se ne vedono. Si reclamano iniziative più di principio che di concretezza come la revisione della legge Levi – tanto, da che è stata varata, è stata pure puntualmente ignorata dalle grandi catene di distribuzione -, non ci si adopera per creare finalmente una rete che abbia forza “politica” contro la deriva “industrialistica” dei grandi editori, i quali sempre più trattano i libri come meri oggetti di consumo, non si mettono in atto azioni di promozione della lettura di sostanza più che di immagine, ad esempio riguardo le scuole: è inutile portare in “gita” le scolaresche nelle grandi fiere del libro, sono semmai i libri – e tutto ciò di affine a loro, scrittori compresi – che devono entrare nelle scuole!
Sono troppo pessimista, dite voi? Può essere… spero di esserlo, sul serio. Ma da un comparto editoriale che per contrastare l’ormai cronica emorragia di lettori (il che significa inevitabilmente emorragia di cultura diffusa, lo ricordo sempre!) si mette a litigare a colpi di fiere-fotocopia per mostrarsi più bello e più bravo dell’evento concorrente, beh, in tutta sincerità, non mi aspetto nulla di buono, ma proprio nulla. La verità è che sono tutti imbarcati – quelli dell’editoria italica, con poche eccezioni – su una nave piena di falle che si sta dirigendo su una rotta drammaticamente dritta e diretta verso gli scogli, ma tutti quanti guardano dall’altra parte quanto è bello il tramonto sul mare. O qualche anima pia che abbia veramente a cuore il futuro dei libri e della lettura si decide finalmente a mettere mano al timone e cambiare rotta al più presto, o per lo schianto finale è solo questione di tempo. Poco tempo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Ok, andrò a Milano…

Ebbene sì, mi sono deciso: entro domenica andrò a Milano.
«Per visitare Tempo di Libri!» voi mi direte.
Nooo, per carità! Per visitare la mostra di Keith Haring.
Molto più interessante, molto più culturale.

Non me ne vogliano quelli che ci andranno, alla fiera milanese dell’editoria, ma resto fermo sulla mia opinione al riguardo. Anzi, chi andrà mi racconterà, ecco.

P.S.: uniche eccezioni a quanto sopra, queste.

Alpes

Alpes è un’altra di quelle realtà culturali che, a mio modo di vedere, devono essere assolutamente conosciute.

Così si legge, sul sito web, al proposito:

Alpes è un’officina culturale di luoghi e paesaggi che, partendo da quello alpino, si è aperta nel corso degli anni a tutti i temi che riguardano i popoli e le storie delle ‘Terre Alte’ così come al paesaggio urbano. Dal 2012, con la sua attività, propone e realizza iniziative per una nuova forma di fruizione e studio dei territori.

Prendendo le mosse da tale identificativo punto di partenza, potrei scrivere moltissimo per delineare il valore di Alpes, ma preferisco invece restare a quell’iniziale definizione – che peraltro trovate fin sulla home page del suddetto sito, come fosse una sorta di motto “programmatico”: officina culturale di luoghi e paesaggi.

Perché c’è già tutto quanto, lì dentro, riguardo Alpes:

  • Un’officina: l’ambito ove si crea, si fa, si producono opere in quanto attrezzato esso a creare, appunto, a realizzare qualcosa di valore caratteristico se non unico, di artigianale nel senso originario del termine – direttamente derivante da artes, “arte”.
  • Culturale: nell’officina di cui ho appena detto si produce cultura. Serve denotare quanto (drammatico, disperato) bisogno di tale produzione vi sia, nel mondo contemporaneo e in particolare dalle nostre italiche parti? Ecco, dunque non c’è altro da aggiungere, al riguardo.
  • Di luoghi: cioè gli spazi vissuti dall’uomo, quelli che generano emotività e identità culturale, nei quali l’uomo riflette sé stesso e la propria civiltà nel contempo venendone influenzato, gli spazi ai quali vi si rapporta attraverso il fondamentale legame antropologico che sostanzialmente ci permette di essere animali civili e civilizzati, in grado di territorializzare lo spazio vissuto (rendendolo effettivamente “luogo”, dunque dotato d’un peculiare Genius Loci) e di lasciare in esso i propri segni di presenza, esistenza, consistenza, essenza.
  • E paesaggi: il paesaggio che è la forma dell’ambiente determinata dalle fisionomie di esso e dalle conseguenti relazioni determinate dalla presenza e dall’azione dell’uomo. Ovvero: se il luogo è lo spazio emotivamente vissuto e per questo generante identità, il paesaggio è la percezione e la cognizione di quel luogo, cioè l’identificazione intellettuale di esso.

Ecco: in questi quattro elementi, che formano il suddetto “motto programmatico”, c’è tutto quanto è Alpes. Ma non solo: a ben vedere c’è pure tutto, o quasi, il rapporto che lega l’uomo al territorio, in senso filosofico – attraverso i rimandi culturali denotati – ma ancor più in senso attivo, attraverso il creare cultura legata a quel rapporto e che di esso sia effetto tanto quanto causa. Per questo, ribadisco, conoscere Alpes ritengo sia qualcosa di doveroso e fondamentale.

Cliccando sull’immagine in testa al post potrete visitare il sito web di Alpes e conoscere l’officina con ben maggiori dettagli. C’è tanto da scoprire – il team, gli autori, gli eventi, lo store… – e da conoscere, ve lo assicuro.

Gioielli storici, cultura, parcheggi e paccottiglia. Una domenica nella Cittadella Viscontea di Bergamo Alta

Se dovessi fare una personale classifica delle più belle città del mondo – che mi auguro di non fare mai dacché non mi piacciono, le classifiche, in senso assoluto – certamente tra le prime posizioni ci metterei Bergamo. Non è mero campanilismo, ma la certezza che il capoluogo orobico, soprattutto nella sua inimitabile Città Alta, sia realmente qualcosa di più unico che raro: dal punto di vista storico, architettonico, urbanistico, estetico, emozionale, spirituale. Un preziosissimo gioiello urbano dalla storia plurimillenaria i cui monumenti sono le tante facce sfavillanti che, tutte insieme, formano un brillio dal fascino eccezionale.

Uno di questi sfavillii è certamente generato dalla Cittadella Viscontea, la fortezza Trecentesca nella quale risiedevano i signori della città – e di buona parte della Lombardia – all’epoca, rappresentanti di quella che fu una delle più potenti dinastie dell’Italia settentrionale. Edificio tutt’oggi profondamente affascinante, nonostante gli stravolgimenti subiti nel tempo, con le sue grandi arcate originarie, le residue torri perimetrali, i selciati romani e la stessa parte nordoccidentale della struttura dalla linea curva dacché costruita su quella che fu l’arena romana.

Ecco: che un tal gioiello storico-architettonico sia costretto da tempo ad essere un parcheggio già la trovo una cosa a dir poco opinabile – di recente ne ha parlato in questo editoriale anche lo scrittore e geopoeta Davide Sapienza, protagonista di un evento che giusto la scorsa domenica ho avuto la fortuna di condurre con lui e che mi è servito da pretesto per constatare nuovamente quanto vi sto dicendo; di contro, pare che l’attuale amministrazione cittadina sia intenzionata a risolvere tale annosa questione, e spero vivamente che non siano le solite “intenzioni all’italiana” ma una concreta – e per me già fin d’ora ammirevole – decisione risolutiva.

Dicevo: già che vi sia un parcheggio tra quelle mura che trasudano storia e identità culturale è deprecabile; che in più sotto le prima citate meravigliose arcate trecentesce, dalle quali si accede al prestigioso Civico Museo Archeologico cittadino, si debba vedere il solito, ennesimo, pacchiano mercatino di cianfrusaglie, questo no, non lo ammetto proprio. Non me ne vogliano i commercianti che a tali attività si dedicano e che hanno tutto il diritto di dedicarvisi con la più augurabile fortuna: ma non nel corpo di un monumento di tale valore e importanza culturale! Lì no, ma proprio per nulla!

Fosse almeno un mercatino consono al luogo – libri e altre opere editoriali, articoli artigianali di pregio e/o legati in qualche modo alla storia… – ma vedere in vendita occhiali da sole e finte pellicce di chissà quale esotica origine ovvero altro ciarpame per giunta appeso alle mura medievali, usate come fossero supporti da supermercato, la trovo una cosa semplicemente inaccettabile. È suolo pubblico, senza dubbio, né più né meno come se il mercatino fosse allestito in qualsiasi altra piazza: ma ciò non giustifica affatto la presenza delle bancarelle lì, semmai legittima ancor più la richiesta che dalla Cittadella se ne vadano in uno spazio assai meno pregiato, delicato, fragile, ovvero più consono e “libero” da imprescindibili e preziose suggestioni culturali.

Non mi interessa qui sapere chi sia responsabile di ciò. Io guardo e penso alla bellezza, all’importanza del luogo e alla sua più completa valorizzazione, non a chi alle sue spalle ne degrada la preziosità in questo modo. Tuttavia, un pensiero sorge spontaneo: che senso ha chiedere il Patrimonio Unesco per la favolosa (e intatta) cinta muraria veneziana – altro sublime gioiello di Bergamo – se poi si permettono situazioni come quella sopra esposta?

C’è qualcosa che non va, ribadisco. Non va, e ne va del prestigio cittadino, se non la si risolve, senza alcun dubbio.