Alla fine della fiera (dei libri)

Leggo sull’Ansa – grazie all’amico Pasquale che ha postato l’articolo sul proprio profilo Twitter – che l’anno prossimo si farà una fiera dell’editoria anche a Firenze. Si chiamerà “Testo”, sarà organizzata da Pitti Immagine e si terrà probabilmente già a marzo 2020. Potete leggere tutti i dettagli nell’articolo cliccando sull’immagine lì sopra.

Un’altra fiera dell’editoria, già.

Be’, verrebbe da dire che in Italia c’è un tale gran mercato dei libri, così tanto effervescente e vitale, da fare che le n-mila fiere, fierette, rassegne, saloni, salotti e quant’altro dedicato ai libri e alla lettura già esistenti non siano mai a sufficienza!

Poi si leggono i dati di vendita (qui ad esempio trovate una sintesi dell’ultimo rapporto AIE sullo stato dell’editoria) e, inevitabilmente, qualche domanda sorge spontanea, come si dice, sull’effettivo valore circa quell’impressione di vitalità editoriale sopra citata.

Ad esempio: se ci sia veramente bisogno di un’altra fiera, in Italia, che si propone come di interesse nazionale, andando dunque in inesorabile concorrenza con le altre simili; se questa proliferazione di eventi legati ai libri e alla lettura, al netto della sperabile bontà delle intenzioni, sia realmente proficua per il mercato; se di contro tutti questi eventi, che alla fine della fiera (locuzione del tutto consona!) finiscono per essere dei gran mercati dei libri, non danneggino in primis gli elementi fondamentali della filiera editoriale, cioè i librai; se questa proliferazione fieristica in tema di libri e lettura ciò non sia invero legato al solito e moooolto italiano campanilismo per il quale ognuno pensa per sé e tutti sono contro tutti perché ciascuno si crede più bello e bravo degli altri.

Ecco.

Intendiamoci: nessuna preclusione e nessun preconcetto. Ben vengano tali eventi nei quali sia promossa in ogni modo la lettura dei libri – dei buoni libri, meglio sarebbe da dire. Ma non è che pure in questo ambito, come accade in altri contesti, la quantità finisce per andare a danneggiare la qualità? Non è che la realtà dei fatti rimane quella di una “Armata Brancaleone editoriale” nella quale ogni elemento si muove in modo autonomo senza alcun reale coordinamento con il resto della rete, quanto mai necessario in tale realtà e posto lo stato del mercato italiano?

Giova ricordare che non più tardi di un paio di anni fa è andata in scena un’indegna lotta fratricida tra Torino, col suo “storico” Salone, e Milano con la nuova fiera “Tempo di Libri” – che si è rivelata per ciò che non poteva che essere, un gran buco politico nell’acqua editoriale, ma che pare sarà riproposta a febbraio 2020. Dunque, se così sarà, solo un mese prima della nuova fiera di Firenze.

Ribadisco (sempre a titolo personale): ma serve veramente a qualcosa di buono e utile per i libri e la lettura, tutto questo?

La montagna che protegge

Ero rimasto lì ancora un po’, a osservare il profilo ormai netto delle montagne che giravano tutt’intorno, la frastagliata linea di confine del nostro mondo. Quello che distillava nostalgia allo stato puro ogni volta che ce ne allontanavamo. A molti quel profilo dava l’idea di una barriera opprimente, perfino ostile. Per noi costituiva un susseguirsi di protezioni. Sapevamo bene che bastava salirle per vedere orizzonti sconfinati e inventare nuovi cammini. Un privilegio da condividere con chi si ama, o con chi, in sintonia, fa almeno un po’ di strada insieme a noi.

(Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi Editore, 2018, pag.248. L’immagine è tratta da qui, cliccateci sopra per leggere la personale “recensione” del libro.)

Franco Faggiani, “La manutenzione dei sensi”

Quando usiamo la parola “normale”, ovvero ogni qual volta esprimiamo un concetto di “normalità” utilizzandolo per identificare cose e persone, a cosa realmente facciamo riferimento? “Normale” deriva dal latino norma, sostantivo che indica(va) la squadra, detta anche regola, cioè lo strumento utile a misurare gli angoli retti, da cui anche l’accezione di “retto”, da rettitudine. Questo, stando alla norma (appunto!) etimologica; di contro, quante volte ciò che definiamo abitualmente – e superficialmente – come “normale”, nel mondo contemporaneo, è tutto fuorché qualcosa che denoti il rispetto delle regole e una considerabile rettitudine!
Dunque, posto tale ragionamento, qual è e cos’è la persona “normale”? Semplificando moltissimo, si potrebbe rispondere che lo è la persona che, in primis, non ha problemi fisici ne mentali, tant’è che nei casi opposti si usa dire «quel tizio non è normale!». Ma in tali giudizi, a quale norma facciamo riferimento? A una presunta regola accettata dai più, ovviamente, il che però non garantisce affatto che tale regola sia corretta, o “retta”.
Ecco: tra le tante cose che si possono dire de La manutenzione dei sensi, il romanzo di Franco Faggiani pubblicato da Fazi Editore lo scorso anno, e di cui non ho letto altrove al riguardo (ma non ho certo letto tutto ciò che è stato scritto sul libro, d’altro canto), trovo che Faggiani abbia scritto un testo (anche) sul concetto di “normalità”. Il quale, se non fosse ancora chiaro, è tanto inteso in modo semplice e semplicistico, nel parlato comune, quanto in verità ricolmo di infinite accezioni e interpretazioni non di rado profonde.
Prendo spunto, ad esempio, dalla “normalità” perduta di Leonardo Guerrieri, il protagonista del libro []

(Leggete la recensione completa de La manutenzione dei sensi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Se l’ereader sembra già quasi “modernariato”

M’è arrivata, nella casella email personale, la pubblicità di un ereader. Era da un po’ che non ne ricevevo, quando invece qualche anno fa questi messaggi promozionali erano quotidiani o quasi.

In effetti di gente che legge libri o altri prodotti editoriali su un ereader è da tanto che non ne vedo, pur girando spesso per spazi e ambiti pubblici assai affollati; certo, se ne vedono pure pochi che leggano libri cartacei – siamo in Italia, ahinoi – ma almeno ogni tanto qualcuno me lo ritrovo davanti. Con degli ereader raramente; semmai con uno smartphone, ma con lettori di libri elettronici quasi nessuno. Seppur qualche anno fa, appunto, pareva che per mano degli ereader la fine del libro di carta fosse ormai scontata e sempre più vicina, e invece…

In verità, ciò non significa che non si leggano ebook: il mercato è in crescita, anche se in maniera molto blanda e per nulla “rivoluzionaria” (anzi, da qualche parte si registrano pure dei cali continui), in ogni caso l’aver ricevuto quella solitaria mail promozionale, poco fa, mi ha generato una sensazione di… di roba superata, di qualcosa che ha già fatto il suo tempo, di modernariato quasi.

In pratica, quello che avrebbero dovuto rapidamente diventare i libri di carta, con l’avvento di ebook e ereader. E invece…

Il Salone del Libro, i fascisti e il vero nocciolo della questione

Che ne pensate, colleghi scrittori/autori, di questa vicenda che sta “scuotendo” (se vogliamo metterla così) il Salone del Libro di Torino, prossimo all’apertura della sua 32a edizione?

A prescindere da tutto, a me la vicenda non piace affatto perché sovraccarica l’evento di un fardello politico-ideologico che posso anche capire e condividere ma che trovo non debba mai – e ripeto: mai – zavorrare l’ambito culturale in ogni sua manifestazione. Purtroppo l’Italia è invece un paese che vive di bieche e stupide strumentalizzazioni, spesso funzionali a nascondere nel gran polverone sollevato quei tantissimi cronici problemi che, lo sappiamo bene, affliggono tremendamente anche la produzione culturale, con danni agghiaccianti sulla società civile e sull’opinione pubblica.

Per il resto – parlando pure da autore che ha pubblicato e pubblicherà ancora a breve per Historica, la casa editrice di Francesco Giubilei col quale mai ho avuto problemi, anche in presenza di opinione divergenti – credo che non si possa vietare la presenza a nessuno che non abbia specifiche pendenze giuridiche e penali, anche quando sia palese un legame con entità che invece tali pendenze le abbiano. Altrimenti si darebbe valore a un principio arbitrario che finirebbe per causare danni tremendi alla libera circolazione delle idee: che è e deve sempre restare libera, appunto. E che, di conseguenza, deve liberamente poter agire contro chiunque e qualsiasi cosa operi per limitarne la libertà. Ma non certo preventivamente: semmai sulla base dei fatti diretti concreti e provati, palesati in sede pubblica e qui, se è il caso, messi alla gogna. In tal senso, dunque, la partecipazione di entità editoriali “ambigue” ad un evento come il Salone del Libro può pure diventare (dovrebbe, mi viene da dire) motivo di ancor maggiore analisi critica, pure di matrice duramente oppositiva, delle loro produzioni.

La posizione assunta dal direttore del Salone, Nicola Lagioia, mi pare dunque ottima e totalmente condivisibile. Giustamente Lagioia ha scritto: «Il Salone si basa sulla condivisione. È il motivo per il quale, ora, farei parlare il Salone e basta. Ed è il motivo per il quale, da ora in avanti, sarà il Salone a parlare per noi – i suoi incontri, i suoi dibattiti, le sue presentazioni, la sua comunità.» Nulla da eccepire, appunto.

C’è poi un problema a mio modo di vedere ben maggiore, ahinoi, al di sopra di tutto ciò: ovvero la minima, se non nulla, capacità dell’opinione pubblica italiana di contrastare, culturalmente, politicamente e giuridicamente, gli estremismi ideologici e politici che in essa si sviluppano, troppo spesso sottovalutati e pure troppe volte giustificati, sostenuti, approvati per mera ignoranza nonché mancanza di memoria (la storia nazionale agli italiani proprio non insegna nulla, purtroppo) e senso civico. I quali estremismi, per essere chiari, vanno sempre perseguiti fino a ottenere la loro eliminazione giuridica e materiale. Non si possono censurare dei libri ritenuti (anche giustamente) “pericolosi” se prima non si è capaci di contrastare la causa di tale pericolo: sarebbe come pretendere di spegnere l’incendio di un bosco con il piromane che davanti a tutti continua liberamente ad accendere le micce. Altrimenti vivremo continuamente tra le fiamme e inesorabilmente finiremo per ustionarci gravemente, prima o poi – e non certo per colpa dei libri.