Quelli che la lettura dei libri li annoia

Leggo l’ennesima indagine statistica sullo stato della lettura in Italia (qui ne trovate un ottimo report) e, una volta ancora, tra le note riguardanti l’ampia parte di popolazione che dei libri se ne frega beatamente (più di un terzo del totale: dato estremamente significativo, vista poi la situazione culturale e sociale del paese!) leggo dei tanti che non leggono perché i libri danno loro noia.

La lettura li annoia. Già.

Be’, per quanto mi riguarda, questo è un chiaro segno di infermità mentale. Sì, perché puoi dire che leggere non ti piace, che preferisci svagarti con altro, che oggi non ti va di farlo perché hai la mente impegnata in altri pensieri ma tra un po’ ti andrà, che non hai tempo di farlo (ma, questa, è una scusa totalmente falsa nella gran parte dei casi per cui viene citata)… Ma se mi dici che la lettura ti annoia, dunque che non ti suscita nessuna emozione, nessuna immagine mentale, nessuna suggestione, mi stai dicendo che il tuo cervello non funziona, che è fermo, scollegato, inerte se non per controllare le funzioni vitali basilari. Punto.

D’altro canto – leggo più avanti nell’articolo linkato lì sopra – in base all’opinione degli stessi editori nostrani, tra i principali fattori che determinano la modesta propensione alla lettura nel nostro Paese c’è «il basso livello culturale della popolazione.» Cosa apparentemente paradossale, viste le infinite possibilità di accrescere il proprio bagaglio culturale grazie alle nuove tecnologie e al web – a meno che non si sia in presenza di menomati mentali in sembianze di “persone normali”.

Ecco, appunto, cerchio chiuso.

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La (mala)fede nell’editoria

Dalla pagina facebook di Tiziano Fratus:

Ora racconto un episodio che dimostra alcune dinamiche dell’attuale mondo editoriale. Alcuni anni fa ho avuto un incontro con due editor storici di una importante casa editrice italiana. Una delle più importanti. Parlammo. E fu anche simpatico. Credo che qualsiasi scrittore italiano si sentirebbe lusingato di intavolare un discorso per un eventuale nuovo libro con questa fondamentale casa editrice. Orbene. Si parlò di diverse eventuali ipotesi, ed io arrivai, bello bello, con un’idea che custodivo da lungo tempo e a cui tenevo moltissimo. Una delle esperienze per me più significanti, lo era al tempo e continua ad esserlo, tutt’ora. Citai anche un’autrice che a me piace e che c’entra con questo “tema”. Appena lo dissi vidi quello sguardo, quello sguardo che mette insieme, che apre un nuovo varco ma, che non ti riguarda. E infatti l’idea a me venne respinta, ma a quella autrice venne affidata. Sono contento che lei abbia poi fatto bene, ma non ne avevo alcun dubbio. Però non esiste, nell’Italia di oggi, che io possa rivendicare giustizia per un torto del genere, per questo tradimento di fiducia. Io ti consegno qualcosa di così delicato, prezioso, intimo, tu lo prendi e ne fai quel che vuoi e guai a dirlo, perché a quel punto ti minacciano, ti annientano. Ti vorrebbero azzerare. Io poi ho scritto e pubblicato quel che avevo da dire su quel percorso, ma mi è rimasto un vuoto. Ho smesso di fidarmi degli editori, degli editor, di tanta gente che abita questo minuscolo universo che è l’editoria. Tutto questo, secondo me, è un gran peccato. E non è affatto un bel segno.

Non ho molto da aggiungere a queste imprescindibili osservazioni di Fratus. Mi viene solo da dire che, sovente, noi autori abbiamo smesso di fidarci degli editori perché gli editori hanno smesso di fidarsi di loro stessi e della buona letteratura. Solo che noi lo facciamo a ragion veduta, loro invece l’hanno fatto più o meno inconsciamente e, non di rado, per ragioni ben più basse e bieche.

Inutile dire, poi, che non tutti gli editor-i sono così. Tuttavia, nell’attuale stato delle cose, sapere che ve ne siano ancora di quelli capaci di non farsi trascinare oltre il limite dell’oscuro burrone nel quale da tempo molta editoria nostrana si è gettata è ormai motivo di sempre più magra consolazione, ahinoi… (e con “noi” intendo tutti noi appassionati di libri e buona letteratura in genere, non solo gli autori o chi è parte più o meno interessata del mondo editoriale. Ergo, ahinoi tutti! – ribadisco.)

Vota chi legge?

Questo manifesto “elettorale” di SEM, Società Editrice Milanese, è bellissimo, sul serio.

Fors’anche perché, se venisse applicato tale e quale – ovvero in forza del messaggio principale di cui si fa latore – al panorama politico italico che si presenta al voto imminente, sarebbe la migliore promozione possibile a favore dell’astensionismo.

Probabilmente è per questo che è così bello, già. E comunque: resistere, resistere, resistere, leggere. Sempre.

La (inderogabile) battaglia “politica” per la lettura, secondo Nicola Lagioia

Qualche giorno fa è uscito su La Repubblica un articolo di Nicola Lagioia dal programmatico titolo La battaglia (politica) per la lettura e le prossime elezioni, col quale lo scrittore barese, attuale Direttore del Salone del Libro di Torino, mette qualche interessante punto fermo in tema di sostegno alla fondamentale pratica socioculturale della lettura da parte delle istituzioni politiche – sempre deprecabilmente distratte verso la cultura in genere – ma pure riguardo il correlato e necessario (dacché al momento pressoché assente) dinamismo da parte delle case editrici, sovente più impegnate a difendere i propri (assai magri, oggi) orticelli piuttosto di fare finalmente fronte comune a difesa della causa dei libri e della lettura, appunto, nonché del relativo comparto economico – ne disquisii qui già tempo fa, di questa cosa.

Vi ripropongo di seguito qualche passo dell’articolo, invitandovi a leggerlo in versione completa qui, dal blog Minima&Moralia (mentre qui trovate tutti gli altri articoli pubblicati nel blog da Lagioia). E’ una riflessione interessante, appunto, anche al di là dell’eventuale accordo o meno con quanto Lagioia sostenga, che sollecita ulteriori proprie ponderazioni sui temi toccati e, più in generale, sulla necessità ineluttabile di costringere la politica, di qualsiasi segno essa sia, a occuparsi veramente e costruttivamente di cultura. Anche perché, inutile ribadirlo di nuovo, non esiste alcuna autentica società priva di cultura. Oppure, non può esistere alcuna autentica politica che non voglia o non sappia curarsi di cultura.

La battaglia (politica) per la lettura e le prossime elezioni

Giuseppe Di Vittorio da adolescente era ancora un semianalfabeta. Quando capì che far valere i suoi diritti in quelle condizioni era impossibile, si procurò un vocabolario. Sono passati anni, ma nell’Italia del XXI secolo l’analfabetismo funzionale che Tullio De Mauro ha combattuto per una vita affligge larghi strati della popolazione, e l’ultimo rapporto Istat racconta un paese di pochi lettori forti contrapposti a una marea di non-lettori in aumento. Nei paesi più evoluti si legge di più. Ma al tempo stesso proprio i paesi in cui si legge molto – e quelli in cui si investe in cultura e istruzione – sono destinati a progredire più degli altri. Tra meno di due mesi si va a votare. Poiché nessuno degli schieramenti politici ha ancora indicato le proprie idee (sempre che ce ne siano) per favorire quella che potremmo chiamare “la battaglia per la lettura” (sempre che chi aspira a governare la ritenga importante), proviamo a dare qualche suggerimento. Anche da questi aspetti sarà possibile capire chi guarda al 4 marzo pensando solo alle prossime elezioni, e chi anche alle prossime generazioni.

[…]

Cominciamo dalle scuole. Le biblioteche scolastiche sarebbero i luoghi perfetti per la promozione della lettura, se solo fossero sufficientemente attrezzate, se fossero attive (in molte scuole ci sono biblioteche dove in un anno non entra un libro), e soprattutto se ci fosse un bibliotecario, cioè una persona il cui compito è promuovere la lettura tra gli studenti, con strategie che variano a seconda del contesto in cui si trova. Attualmente nelle scuole le biblioteche sono affidate al buon cuore dei docenti che se ne occupano tra mille altre cose. La figura del bibliotecario scolastico – presente in quasi tutti i paesi europei – in Italia esiste solo nella provincia autonoma di Bolzano, non a caso una delle zone in cui in Italia si legge di più. Anche prevedere più tempo per la lettura ad alta voce potrebbe essere un’idea. È importante leggere un testo critico sui Fratelli Karamazov, ma se questo impedisce agli studenti anche solo di iniziare a leggere il capolavoro di Dostoevskij, c’è un problema.

Nei luoghi dove ci sono più librerie e più biblioteche pubbliche si legge di più. Non è solo la domanda che genera l’offerta: spesso accade il contrario. In paesi come la Francia o la Germania ci sono misure a sostegno delle librerie meritevoli (la manovra di dicembre introduce il credito d’imposta, ma è solo un inizio, bisogna fare decisamente di più) che ne fanno dei modelli esemplari. Per ciò che riguarda le biblioteche: esclusi i casi virtuosi (uno su tutti: la Sala Borsa di Bologna) le biblioteche oggi occupano uno spazio marginale nelle pratiche culturali degli italiani – prive di mezzi, drasticamente sotto organico, specie al sud, sono il settore per la promozione della lettura dove il margine di miglioramento è maggiore.

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