Il cancro della cultura (e non solo di quella)

Quasi tutte le volte che mi occupo di cultura attiva, ovvero di iniziative in ambito culturale di varia natura, immancabilmente – da anni, intendo dire – finisco per scontrarmi con quella convenzione, prassi, luogo comune, modus cogitandi o come diavolo lo si voglia chiamare, per il quale la cultura deve essere liberamente fruibile da tutti, dunque gratuita. Dunque non retribuita – o retribuita con “compensi” da fame. Come se il lavoro intellettuale e creativo, per sua natura immateriale, non fosse quantificabile e valorizzabile, dunque chi lo pratica s’attacca. Che nel principio sarebbe un po’ come dire che siccome, per ora, a fare viaggi interstellari non ci possiamo andare, tanto vale retribuire gli scienziati e ricercatori che studiano le stelle e lo spazio.

Tutto ciò, inoltre, non comporta solo che, se la produzione culturale non viene adeguatamente valorizzata, chi ne è artefice non venga altrettanto adeguatamente retribuito, ma pure che – assai biecamente – su di essa non si investa come sarebbe adeguato, anzi, indispensabile fare. E ciò comporta un’ulteriore conseguenza: che la produzione culturale non produca quella ricchezza che assolutamente potrebbe produrre, e sulla quale un paese come l’Italia potrebbe non dico prosperare ma quanto meno sostenersi e svilupparsi – culturalmente, pure: cosa oltre modo necessaria, inutile rimarcarlo.

Questa situazione rappresenta un vero e proprio cancro, per la cultura italiana. Un male via via sempre più incurabile, se non guarito rapidamente, che per giunta finirà per causare danni anche ad altri ambiti – quello sociale in primis.

Dunque? Dunque – scusate il linguaggio assai franco – vaffanculo a chiunque e a ogni cosa perseveri nel conservare un tale deleterio status quo. E un invito a boicottare qualsiasi iniziativa di natura culturale che si pretenda venga realizzata in maniera gratuita o malamente retribuita, rivolto in primis a chi ne è soggetto attivo – artisti, creativi, autori, eccetera – e subito dopo al pubblico. Il quale deve capire una volta per tutte che, se all’apparenza è “tanto bello” fruire contenuti culturali gratis, se fa tanto figo sostenere idee del tipo “la cultura deve essere a disposizione di tutti, anche di chi non se la può permettere!” (per carità, poi! Tra tanti Euro spesi per mere scempiaggini consumistiche, non si spendono pochi euro per un buon libro, uno spettacolo teatrale, una mostra d’arte? Suvvia, siamo seri!), alla fine dei conti la somma è 0. Zero, sì: zero cultura, ovvero la strada spianata all’imbarbarimento definitivo. Oltre che all’impoverimento economico, perché, come detto poco fa, la cultura può generare numerosi (e virtuosi!) punti di PIL, se la si coltiva al meglio.
Altrimenti, ribadisco, l’unica parola adatta è quella assai franca lì sopra. E basta.

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“L’illusione dello scrittore”

Scrive Luca Sofri su Wittgenstein, in un articolo dello scorso 2 gennaio intitolato L’illusione dello scrittore (qui l’originale):

Sarebbe interessante una ricerca scientifica che interpelli gli autori di un libro sui risultati della pubblicazione rispetto alle loro aspettative: col tempo mi sono fatto l’idea che sia uno degli impegni che hanno il gap maggiore tra investimento di speranze e soddisfazioni, superando persino l’acquisto del biglietto della lotteria, su cui si è in grado di avere maggiore lucidità statistica.
Nelle ultime settimane mi è capitato di parlare con alcuni scrittori appena pubblicati, e vedere le misure diverse della loro ansia e incipiente delusione.
Se si eccettua un numero limitatissimo di autori di bestseller o comunque di libri di successo – quelli che superano le diverse decine di migliaia di copie vendute – e che rappresenta una quota meno che millesima degli autori di libri, quasi tutti gli altri scrivono un libro con la speranza che “svolti” e faccia il botto, come avviene in certi limitati “casi editoriali” di cui i giornali sembrano parlare spesso ma che sono invece limitatissimi. È normale: è un settore che suggerisce – ingannevolmente, con la complicità delle case editrici – che un’improvvisa celebrità e un cospicuo successo possano essere raggiunti da perfetti sconosciuti fino a quel momento poco gratificati e anche senza particolari competenze (siamo un paese di allenatori della nazionale e autori di libri). E che questo possa avvenire non nella disdicevole casa del Grande Fratello, ma su una scena di grande autorevolezza: i libri. […]

E dopo altre interessanti considerazioni sul tema, che vi invito a leggere, così Sofri conclude:

Scrivete libri se vi piace, tenetevi caro il bello di averli scritti e tutti quei lettori – da dieci a diecimila – che vi sarete meritati. Non ve lo rovinate con troppi investimenti di passioni, pensando di diventare un caso editoriale di cui tutti scriveranno: quello non succederà, fate prima con la roulette.

Per quanto mi riguarda ha ragione, Sofri, dacché sostiene cose che a mia volta da tempo sostengo. Quante volte, girando per eventi letterari, mi sono chiesto se molti di quelli che scrivono e pubblicano libri sanno veramente perché scrivono e pubblicano i loro libri, ovvero se sanno cosa ciò realmente significhi, dal punto di vista culturale e pur con tutte le possibili singolarità.

Mi torna in mente un aforisma di Ralph Waldo Emerson che amo molto: “chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”. Che non è affatto un’osservazione contraria al pubblicare libri, come ho sentito qualcuno sostenere, ma sul senso autentico dello scriverli, del pensare e produrre parole, storie, idee, messaggi da mettere nero su bianco e poi rendere pubblici. Ecco, un po’ nella direzione di quanto sostiene Luca Sofri, e ispirandomi a Emerson, mi viene da dire che, se chi scrive libri pensasse più a scriverli per sé stesso piuttosto di pensare in maniera troppo boriosa e ottusa alla celebrità, forse avremmo in circolazione meno libri e più qualità letteraria. A tutto vantaggio delle case editrici e del mercato, peraltro, oltre che – anzi, soprattutto – per il bene della cultura diffusa.

I libri hanno una “scadenza”?

Un libro può avere una “data di scadenza”, ovvero essere considerato passato?

A volte ascolto autori che presentano i loro nuovi libri e ho la vivida sensazione che a quelli precedenti si riferiscano come a qualcosa di sorpassato, di obsoleto, e non solo perché siano stati scritti quando essi fossero – comprensibilmente – meno esperti del mestiere letterario o perché trattino temi e storie non più “in voga” e nemmeno perché sia ovvio (e funzionale alle vendite) ritenere che il proprio libro “migliore” debba sempre essere l’ultimo, semmai perché sembra siano convinti (per accettazione piuttosto pedissequa d’un certo modus operandi pseudo-culturale contemporaneo) che solo il “nuovo” conta, il resto no, o conta molto meno.

Io credo invece che un buon libro non possa avere alcuna “scadenza”, dacché se un “buon libro” è tale, lo è in quanto dotato in primis d’un altrettanto (ovvero originario) buon valore letterario, prima che d’una storia accattivante o di altre similari peculiarità “commerciali”; e se è “buono” oggi, appena pubblicato, lo sarà anche tra cinque, dieci o cento anni. Un prodotto culturale atemporale, insomma, perché è la cultura, quando autentica e di valore, a non conoscere tempo, fase o epoca né tanto meno “mode”, e a sapere sempre dire, raccontare, comunicare, trasmettere, insegnare qualcosa a chiunque. Viceversa, scrivere qualcosa che possa/debba valere molto oggi, per determinate circostanze momentanee, per valere assai meno (o nulla) domani, è uno dei più gravi errori che un autore possa commettere: è come se si negasse alla fonte la genetica artistica della letteratura, oltre che il necessario valore culturale. In altro modo, è assoggettarsi a quella devianza meramente consumistica e anti-culturale che oggi troppo spesso, purtroppo, affligge certa produzione editoriale, la quale inevitabilmente avrà una “data di scadenza” perché di suo, fin da subito, è obiettivamente scadente.

La letteratura è arte, sempre!

Noi tutti che ci occupiamo in modo più o meno “attivo” di scrittura, non dovremmo mai dimenticarci che in origine la letteratura è e sarà sempre un’arte.
Qualcosa di valore troppo prezioso se non virtualmente inestimabile, insomma, da poter essere sprecata; e quando ciò accade, quando un’arte la si spreca e dunque mortifica, non si sperpera solo tempo ed energie ma anche – e inevitabilmente – potenziale bellezza. Inaccettabile, nel mondo di oggi.

P.S.: grazie a Michela Murgia per l’immagine e l’ispirazione.