Summer Rewind #3 – Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche…

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine l’11 dicembre 2012.)

Qualche giorno fa, a chiudere il post intitolato Cinquanta sfumature di grigio-re editoriale, accennavo ad una questione ormai parecchio evidente in ambito letterario, anche (o soprattutto) al caso editoriale del libro a cui il titolo del post si riferisce, ovvero a come sempre più la grande editoria si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Ma, ancora prima, mi ero letto e appuntato un bell’articolo pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:
Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)
In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.
Considerando il tutto da un punto di vista letterario, come detto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano… – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, sorge spontanea: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro? (Sia chiaro, ora sto parlando in senso generale, non mi sto direttamente riferendo a quel testo preso ad esempio poco fa e che non ho letto, dunque non potrei certo permettermi di definire “nefandezza”. Leggo la critica, semmai, e sul merito ne ricavo certe considerazioni personali, non di più.)
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

Salviamo l’editoria e la lettura…

…Leggiamo più libri!
…Scriviamo meno libri!
Che magari, in tal modo, salviamo pure la letteratura (in quanto “arte”), eh!

Buon CompleAnno della Lepre!!!

Oggi, nell’ambito della prima giornata del 30° Salone del Libro di Torino, Iperborea festeggia in un evento dedicato – denominato “Il CompleAnno della Lepre” – la (coincidenza numerica!) 30a edizione del best seller del grande scrittore finlandese Arto Paasilinna, L’anno della lepre, appunto: il testo di maggior successo di sempre tra quelli pubblicati dalla casa editrice milanese, con oltre 120.000 copie vendute (che, per la cronaca, per un libro finlandese d’un autore altrimenti del tutto sconosciuto in Italia è veramente un’enormità).

A mia volta ho buoni motivi per festeggiare questo libro. Innanzi tutto anch’io posso vantare al riguardo una ricorrenza cronologica: lessi il romanzo esattamente 10 anni fa, nel gennaio 2007. E – motivo ancor più importante per il personale festeggiamento – quella lettura contribuì in modo fondamentale ad aprirmi le porte del piccolo/grande mondo letterario scandinavo, che negli anni successivi ho esplorato in lungo e in largo (date un occhio alle recensioni di testi degli autori del Nord Europa nella pagina delle recensioni e ve ne renderete conto) fino a maturare una convinzione nella quale tutt’oggi credo fermamente, ovvero che la produzione letteraria scandinava contemporanea sia nel complesso tra le migliori al mondo e forse, dal mero punto di vista geografico-territoriale del rapporto quantità/qualità, la migliore in senso assoluto.

In particolare sono rimasto molto legato alle opere di Arto Paasilinna, che considero il modello perfetto del peculiare stile letterario nordeuropeo e del quale ho poi letto tutto quanto è stato pubblicato in Italia – sempre con Iperborea, naturalmente. Non solo: il personale culto dell’autore finnico è arrivato al punto che, qualche anno fa, mi recai a Helsinki – durante un lungo viaggio esplorativo della Finlandia sovente guidato dai toponimi dei luoghi di cui ricordavo d’aver letto nei suoi romanzi – e andai allo shop della WSOY, da sempre la casa editrice “domestica” di Paasilinna, per acquistare alcuni suoi libri in edizione originale… ovvero in finlandese, certo: lingua che non conosco affatto, sia chiaro, ma lo feci giusto per il gusto di possederli. Una sorta di piccolo omaggio personale alla sua figura e alla relativa importanza nella mia “carriera” di lettore – e non solo di quella – che ora qui rinnovo, nell’occasione della celebrazione di Iperborea di un libro il quale, per quanto mi riguarda, è in assoluto tra i pochissimi a poter realmente meritare il titolo di capolavoro. E di ciò ne sono convinto ancor più oggi di quando lo lessi, dieci anni fa.

Ecco, a proposito, cosa ne scrissi allora. Oggi probabilmente scriverei moltissimo di più su L’anno della lepre, mentre quel 29 gennaio 2007…:

L’Anno della Lepre è uno dei maggiori best seller di Arto Paasilinna (se di “best seller” si può parlare per la letteratura scandinava) ed anche in Italia è stato uno dei suoi volumi più venduti. Appositamente ho scelto di leggerlo dopo Il bosco delle volpi, meno conosciuto, vuoi per gustarmelo meglio e vuoi per confrontare le due opere; anche il leggere di seguito due volumi dello stesso autore è una scelta che faccio raramente, ma la curiosità di addentrarmi nel mondo letterario scandinavo attraverso – come già detto – uno dei suoi autori più noti e apprezzati mi ha sollecitato questa “esperienza”. Dalla qual esperienza, in effetti, traggo molte indicazioni non solo su Paasilinna e sul suo stile letterario incredibile, leggero, a tratti distaccato quasi da parere freddo come il paesaggio sub-artico nel quale ambienta spesso le sue storie, ma anche sulla letteratura nord-europea, i cui modelli letterari lo scrittore lappone ha saputo rappresentare in maniera molto esplicativa.
De L’anno della Lepre si potrebbe dire molto di quanto già detto su Il bosco delle volpi: è la storia di una ennesima fuga dal mondo civilizzato, ovvero di una manifestazione di he solo nel distacco dalla civiltà, e nell’immersione più o meno profonda nel mondo naturale e nel contatto con i suoi abitanti, può trovare un considerabile soddisfacimento: quasi che Paasilinna, nei suoi libri, voglia rivelarci che l’evoluzione dell’uomo civilizzato, ovvero di colui che ha creato e plasmato la civiltà, sia in realtà al di fuori di essa, dove quella stessa evoluzione ritrova il contatto con la sua radice naturale, il solo ambito in cui riesca a vivificare la coscienza e lo sguardo critici sulle proprie azioni: è la proclamazione della sconfitta per il pretenzioso homo sapiens-dominatore del mondo, ma di contro è la vittoria dell’essere senziente che sa percepisce il fluire dell’energia vitale nel proprio spirito, e in quanto tale si armonizza con il mondo d’intorno.
Se possibile L’Anno della Lepre possiede uno stile narrativo più incalzante de Il Bosco delle volpi, anche per la scelta di addensare gli eventi della storia in numerosi capitoli di breve durata, nonché una più evidente presenza della Natura, e non intendo solo con il paesaggio e i suoi elementi ma anche in senso più antropologico, come una soffice custodia che avvolga tutta la storia narrata rivendicandone, in un certo senso, la proprietà e la responsabilità: cosa tanto più evidente nel finale, ove il frutto di quell’istinto di cui si è detto chiude la vicenda di Vatanen – il protagonista – nel modo più impulsivo e irrefrenabile possibile.
Insomma: nuovamente un libro godibilissimo, per molti versi veramente bello, rispetto alla letteratura sud-europea originale, particolare, quasi bizzarro, semplice e profondo, divertente e meditativo. Un ottimo esempio, lo ribadisco, del mondo letterario scandinavo, la cui esplorazione certamente continuerò a breve – e credo che diverrà sistematica!

“Racconti dal Lago” 2017: grazie!

Vorrei nuovamente ringraziare, anche qui, gli autori che hanno partecipato alla seconda edizione del Concorso Letterario “Racconti dal Lago” e che erano presenti ieri all’affollata premiazione dello stesso, svoltasi a Bellano – proprio in riva al Lago di Como, inevitabilmente! – nell’ambito della Xa edizione di “Piccoli Editori in Fiera”, durante la quale è stato pure presentato il volume che raccoglie i racconti vincenti, edito da Historica.

Per me, che del Concorso sono stato il curatore, è stato un vero piacere incontrare gli autori inclusi nella raccolta e, dopo aver letto, apprezzato e selezionati i rispettivi testi, constatare direttamente la loro genuina passione per la scrittura, per i libri e l’espressività letteraria nonché la fervida ed entusiasta capacità di recepire la bellezza del paesaggio lacustre di casa – peraltro tra i più belli al mondo – al punto da ricavarne della letteratura “dedicata” di notevole valore.

Appuntamento – salvo cataclismi imprevedibili – all’anno prossimo e alla terza edizione del Concorso!

“Bella” gente, gli scrittori!

Cito, sic et simpliciter, dalla pagina facebook di Christan Frascella – uno dei migliori scrittori italiani contemporanei, per la cronaca:

E comunque circa quattro anni fa ero a pranzo con un amico, quando in fondo al ristorante vedo un altro scrittore, ci salutiamo, usciamo fuori a fumarci una sigaretta, come stai?, che stai scrivendo?, io gli ho detto che avevo in mente una trama, gliel’ho raccontata, poi quella trama l’ho accantonata, oggi do uno sguardo alle prossime uscite e vedo che quel mio amico scrittore sta per pubblicare un romanzo, che bello! ho pensato, leggo di che parla, e la trama è molto simile a quella che gli raccontai quel giorno, ma molto molto, non uguale eh, ma molto uguale, che bravo, mi sono detto, c’è gente splendida a questo mondo, siamo tutti una grande squadra e la vita è bella. Per dire.

Ecco. Che pure io, almeno una volta ma forse anche due, ho avuto il sospetto di qualcosa del genere, non per storie inedite raccontate a voce ma pubblicate in qualche stralcio sul web.
Comunque sì, ha ragione Frascella. Nel complesso, quello editorial/letterario nazionale è proprio un bell’ambientino, già. Di questo passo, al confronto, i celeberrimi peggiori bar di Caracas sembreranno le sedi di un club di uomini probi e irreprensibili. Ahinoi – ahitutti!