“Scrittori. Grandi autori visti da grandi fotografi”. Quando la fotografia narra la letteratura, e i suoi protagonisti.

E’ un libro in circolazione già da qualche tempo, ma l’incontro che offre nelle sue pagine tra due arti così popolari – letteratura e fotografia – è quanto mai intenso e illuminante, oltre che certamente atemporale – visti anche i nomi che ne sono protagonisti. Scrittori. Grandi autori visti da grandi fotografi, edito sul finire dello scorso anno da Contrasto, fissa negli scatti di alcuni grandi maestri della fotografia altrettanti grandi personaggi della letteratura del Novecento fino ai giorni nostri: ovvero permette di osservare con lo sguardo penetrante che l’obiettivo sa conseguire quegli individui solitamente impegnati nell’azione contraria, cioè nell’osservazione del mondo dalla quale trarre gli spunti per le proprie storie. Questa volta, appunto, la contro-narrazione è affidata all’immagine Scrittori_copfotografica, e alla capacità del fotografo di cogliere simili spunti visivi attraverso i quali la storia di cui lo scrittore è protagonista diventi ben leggibile e affascinante.
Scrive Goffredo Fofi (curatore principale dell’opera e autore della scelta dei 250 ritratti inclusi in essa) nella presentazione del libro:“Per Henri Cartier-Bresson ritrarre uno scrittore significa cogliere del soggetto che ha davanti il silenzio interiore, tradurre in fotografia “la personalità e non un’espressione”. Per altri, ritrarre un grande scrittore può voler dire riprendere un amico in una pausa di una battuta di caccia (Robert Capa con Ernest Hemigway) o al contrario, cogliere l’essenza trasgressiva di un giovane talento o la malinconia di un grande vecchio (Richard Avedon con Truman Capote e con W.H. Auden). In ogni caso, è sempre il risultato di un’alchimia complessa e affascinante in cui giocano attrazione, curiosità, capacità di introspezione psicologica, possibili affinità esistenziali.”
Per ogni ritratto, intenso, penetrante, spesso celebre o magari insolito, i testi relativi (i cui autori sono Maria Baiocchi, Guia Boni, Goffredo Fofi, Alessandra Mauro, Carlo Mazza Galanti, Isabella Pedicini, Alessia Tagliaventi, Anna Tagliavini) spiegano i perché della scelta, ricordano alcuni capolavori che hanno reso lo scrittore immortale e, quando possibile, raccontano la storia dell’immagine, di quell’incontro unico e irripetibile che è, appunto, il ritratto.
“Nei casi più belli,” continua Fofi nella presentazione, “è accaduto che gli scrittori – ma non solo loro, è ovvio – abbiano scoperto qualcosa di sé che ignoravano, o su cui non avevano abbastanza riflettuto, nell’immagine che di loro ha dato un fotografo che sapeva vedere. Per questo, molte delle fotografie del volume ci permettono di capire meglio e di più non solo chi era uno scrittore che ci è caro (o che detestiamo, perché no?) ma anche la misura delle sue opere, quanto dei suoi rovelli vi si è trasferito. Quanti grandi scrittori – o scrittori che hanno lasciato il segno! E quanti grandi fotografi – che hanno saputo guardarli, capirli, e consegnarli alla storia o, più semplicemente, alla nostra curiosità e al nostro ricordo.”
Un’opera molto interessante, che mette bene in luce in modo diretto ed eloquente quanto attigue siano (oggi ancora di più) letteratura e fotografia, e quanto inopinatamente simile possa essere la narrazione della realtà fatta da parole ovvero da immagini. Senza dimenticare che la grandezza degli autori ritratti non è nell’immagine stessa, ma resta sempre in ciò che sono stati capaci di fare (e scrivere), allo stesso modo per cui la bellezza degli scatti non è in chi li ha fatti o in cosa ritraggono, ma in ciò che sanno raccontare; e solo se dall’incontro tra letteratura e fotografia (o tra qualsiasi altra arte) la forza narrativa di entrambe si somma e si acuisce il risultato ottenuto sarà buono e interessante, e non un mero esercizio (auto)referenziale. Come invece sovente accade.

Cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web di Contrastobooks e saperne di più.

P.S.: nella foto in testa all’articolo: Italo Calvino, Roma, 1984; immagine di Gianni Giansanti. Cliccando QUI potete vedere, dal sito di Panorama, una piccola galleria di immagini tratte dal libro.

Il racconto è figlio d’un dio (letterario) minore? Giammai, anzi, è ben più “sublime” di quanto molti credano…

Non di rado, quando si chiacchiera tra “colleghi” e/o “sodali” – scrittori, autori, editori, operatori del mondo editoriale… – il discorso cade sulla considerazione generale di cui il racconto in quanto forma letteraria gode, sia da parte del pubblico dei lettori che da parte degli autori e degli editori, e puntualmente o quasi viene riaffermato, più o meno direttamente, il suo status di “figlio di un dio (o di una musa) minore”. Come un giocatore di basket basso o un polinesiano sugli sci oppure una danzatrice classica con la quinta di seno (!), il racconto è ancora considerato da parecchia gente un qualcosa di “bislacco”, una specie di quasi-genere letterario che può essere sì bello, affascinante, profondo, magari pure compiuto, stilisticamente perfetto ma comunque mai come il romanzo. E, viceversa, può anche essere che un romanzo sia pessimo sotto ogni punto di vista però appaia sempre più compiuto rispetto al racconto, come se questo abbia in ogni caso da scontare una penalizzazione fin dal principio, e se non si possa non considerare, dal punto di vista letterario, un esercizio “leggero”, una corsa breve e poco faticosa rispetto alla dura maratona di un romanzo – ma suppergiù le stesse considerazioni si possono fare dal punto di vista del lettore che si dimostri “critico” verso il racconto, per il quale la brevità di esso pare non possa che proporzionalmente sminuire anche il valore della lettura.
Tuttavia anche tra gli addetti ai lavori del mondo letterario/editoriale il racconto gode spesso di una fama piuttosto grigia, eppure, come faccio in quelle prima citate chiacchierate e parimenti ora, qui, ancora una volta voglio invece difendere, e pure con vigore, il racconto quale forma letteraria non solo completa e importante, ma pure di scrittura niente affatto semplice.

Dino Buzzati, senza dubbio uno dei più grandi autori italiani di racconti.
Dino Buzzati, senza dubbio uno dei più grandi autori italiani di racconti.
Proprio su questa evidenza vorrei ora disquisire, dacché a mio parere, se il bravo scrittore è in grado di scrivere un capolavoro sia in forma di romanzo che di racconto, è ben più facile scrivere una gran schifezza sottoforma di racconto che di romanzo. Il racconto – quello “vero”, che comprime nel minor numero di pagine possibili narrazioni di considerabile senso letterario (dunque da non confondersi con la novella, solitamente più leggera e scanzonata nei temi e nel senso) – deve necessariamente essere, per sua natura e per suo destino, un testo pulsante, fremente, ricco fin dalle prime righe di spessore, denso d’un valore letterario che non può permettersi momenti di pausa, proprio perché la pagine a disposizione sono poche. Il romanzo, anche quello più movimentato, può permettersi qualche pagina di “quiete” narrativa, perché appunto avrà poi tutto il tempo, lo spazio e le parole per recuperare; il racconto no, deve definirsi da subito, delineare la propria “personalità” immediatamente, prendere il lettore e portarlo subito dentro la storia narrata senza troppi tentennamenti, e anche per questo, per imporre una tale vigoria al lettore che, inevitabilmente, si aspetterà che essa non scemi e anzi che la conclusione sia degna di tutto il resto, deve restare così denso e carismatico fino all’ultima riga. Non si tratta solo di scrivere una storia “corta”, che magari non sia sufficiente per occupare il numero di pagine che farebbero un romanzo oppure che non sia abbastanza intensa, non troppo ispirata, troppo leggera o altro del genere. No, tutt’altro, anzi: il racconto è una storia che, nel complesso, non può avere nulla di meno rispetto a un romanzo, a parte che il numero di battute o di pagine. Deve essere compiuto, completo di ogni necessaria peculiarità letteraria, accurato, deciso (anche se dovesse trattare di temi “pacati”), capace di lasciare nel lettore, una volta terminata la lettura, la netta sensazione d’aver – per così dire – percorso una strada completa, dall’inizio alla fine, e non solo un tratto.
Per questo ho scritto poco fa che non è assolutamente semplice scrivere un bel racconto. Chi si impegna a scriverlo non può e non deve prenderlo sottogamba, non può considerarlo un lavoro minore, appunto, meno prestigioso e, magari, meno “responsabilizzante”. E’, secondo me, l’esatto contrario: il racconto è un possente e sublime esercizio di alta letteratura, in grado di narrare storie con rara intensità e capace di rivelare molto della bontà e della qualità di uno scrittore. Ecco perché di racconti ben scritti e compiuti, nel senso che ho qui delineato, ce ne sono in giro pochi – ovvero pochi bravi autori ci sono capaci di scriverli, e spesso, appunto, per generale sottovalutazione del genere e del suo valore.
Invece io credo che considerare il racconto una forma letteraria minore sarebbe come ritenere che un capolavoro pittorico debba necessariamente essere di grande formato, e che invece una piccola tela non possa esserlo. Ma, di contro, tutto quanto ho scritto non deve suonare come un invito tout court a scrivere racconti, semmai quasi il contrario! Ovvero, facendolo solo con piena e profonda consapevolezza del suo completo valore letterario, e sperando che pure il pubblico dei lettori possa esserne altrettanto e sempre più consapevole, e dunque pienamente apprezzante!

Filippo Bettini, Roberto Di Marco, “Terza Ondata. Il Nuovo Movimento della Scrittura in Italia”

P.S.: (Pre Scriptum): ribadisco di nuovo quanto sostenuto qualche post fa – e lo farò ancora in futuro, se ne avrò l’occasione: personalmente, in tutta sincerità, 9 presunti “poeti” su 10 (sono magnanimo… Vorrei dire 99 su 100!) io li manderei a lavorare in miniera e nei livelli più profondi, in modo che non scrivano più quelle cose che poi hanno il coraggio di spacciare per “poesia”. Affermai ciò anche qualche tempo fa, qui nel blog, in un post tanto ironico nella forma quanto assolutamente serio nella sostanza.
Posto che – non sono certo io a stabilirlo, qui e ora – la poesia è la forma d’arte letteraria più alta e nobile mai generata dall’uomo, veramente troppa gente s’è creduta capace di scrivere versi poetici improvvisandosi, appunto “poeta”, palesandosi invece come totalmente all’oscuro di cosa sia veramente la poesia, del suo senso artistico, letterario, antropologico, della sua struttura e della tecnica necessaria, della sua storia passata e presente. Di tutto, in buona sostanza, scrivendo così inevitabilmente “versi” rispetto ai quali pure un biglietto con le cose da comprare nel negozio sotto casa risulterebbe più poetico.
Quanto meno, prima di proporre pubblicamente ciò che si è scritto – e magari pretenderne pure una produzione editoriale – tutta ‘sta massa di poeti dovrebbe profondamente e intensamente studiare la materia poetica, dall’era classica fino a quella contemporanea, in modo da capire se quanto scritto possa almeno sostenere un qualche confronto con ciò che è già stato fatto oppure no. A meno che quei suddetti presunti poeti non ritengano di essere tali per genesi divina, e/o indubitabilmente pregni d’un afflato poetico che nemmeno Dante o Leopardi o chi altro di considerabilmente grande… A meno che non siano dei gran presuntuosi, in buona sostanza. Cosa che temo parecchio, ahinoi, dacché in tali condizioni coloro che si proclamano difensori del verso poetico in realtà finiranno per ucciderlo definitivamente. Se non l’hanno già fatto…
La recensione qui sotto tratta di un altro ottimo testo che chiunque si prefigga di trattare la materia poetica dovrebbe leggere, ad esempio – e ne trovate/troverete altre, di recensioni a ottimi testi, nella pagina relativa, qui nel blog. Ma è inutile dire che di simili libri ottimi e necessari ce ne sono certamente altri, in libreria – magari su quegli scaffali nascosti e pieni di polvere negli angoli più bui, visto che ormai la poesia è relegata in tali anfratti, non certo in bella vista…

cop_terzaondataDopo il fondamentale La Poesia Italiana d’Avanguardia di Fausto Curi – e proseguendo nello studio dell’avanguardia letteraria italiana dal dopoguerra in poi – Terza Ondata di Filippo Bettini e Roberto Di Marco, edito da ES/Synergon di Bologna, è certamente uno dei testi più interessanti e utili che si possano trovare sul mercato, dichiarando apertamente il suo contenuto (e lo scopo che si propone) fin dal proprio titolo ovvero analizzare e soprattutto presentare una significativa selezione di autori di quel movimento letterario avente la sua massima luce nei primi anni ’90 del secolo scorso e denominato “Terza Ondata” – nome che intende identificarlo come, appunto, terzo considerabile movimento di letteratura sperimentale e avanguardistica dopo le prime avanguardie storiche di inizio Novecento e dopo la neoavanguardia del dopoguerra, avente il proprio simbolo nel celebre Gruppo 63 di Sanguineti e C. – peraltro terzo e per ora ultimo movimento d’avanguardia letteraria ad oggi, mi pare di poter dire…

Leggete la recensione completa di Terza Ondata cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Scrivere tanto o scrivere poco, per scrivere bene? La ricerca (e la riflessione) continua, anche al di fuori del mondo letterario…

Qualche post fa, qui sul blog (e qui pure), ho iniziato – con me stesso e con alcuni altri colleghi di “penna” e di blogging – una riflessione su come si possa conseguire, in senso pratico, la miglior qualità letteraria personale: se scrivendo il più possibile, per fare in modo di non porre limite alcuno alla creatività e di conseguenza estrarre da essa il maggior numero di potenziali buone idee e da queste la grande opera, oppure se scrivendo il meno possibile, concentrando tutti gli sforzi su un solo buon spunto e continuamente rivederlo, migliorandolo e affinandolo così da ottenere alla fine la stessa grande opera – l’identico evidente fine ma conseguito in due modi – considerabili come gli estremi entro i quali si definisce la pratica di creazione letteraria – totalmente differenti. In poche parole: scrivere tanto o scrivere poco, per scrivere bene?
Nella costante ricerca di una buona risposta alla suddetta domanda, o anche solo per cercare di capirci qualcosa in più – perché certo, una risposta di valore assoluto non esiste, non può esistere dacché ognuno, banalmente, scrive come meglio crede e ritiene per ottenere il proprio meglio, ma è anche per questo che a me piace molto sapere cosa fanno gli altri scrittori al proposito – mi guardo di continuo intorno e cerco anche al di fuori del mondo letterario validi spunti di riflessione quando non potenziali buone risposte adattabili anche al contesto della scrittura.
Eccone ad esempio una molto interessante che viene dal grande gallerista Tucci Russo, tucci_russo_photodunque dal mondo dell’arte, che riguardo a quanto debba produrre un artista per creare buona arte, così si è espresso (e sostituite la parola “artista” con “scrittore” e vedrete come tale dichiarazione risulti perfettamente consona anche al contesto letterario, appunto):

“L’artista non può essere una fabbrica, anche perché sennò snatura il proprio lavoro: nella misura in cui comincia a entrare in uno stadio produttivo molto ampio, non pensa più al concetto dell’opera, ma pensa alla capacità che ha lui di realizzare l’opera, per cui questa – poco per volta – si svilisce, assume sempre più connotati decorativi e meno intensi, di ripetitività e accademia. Per questo dico sempre che gli artisti devono avere momenti di pausa, non devono rincorrere il potere che il mercato vuole mettergli nelle mani. Quando qualche cosa funziona troppo, e il mercato lo pretende e lo vuole, devono avere la capacità di non produrlo più.“
(Tucci Russo intervistato da Marco Enrico Giacomelli in Dal Mulino alla Stamperia. La storia di Tucci Russo, Artribune anno III #11, Gennaio/Febbraio 2013)

Prendersi delle pause, dunque. Magari anche forzatamente, mettendo da parte la presunzione di poter sempre scrivere bene, che sia tanto o poco, costringendosi a fermarsi per un po’ e a meditare. Sembra facile e banale, ma non lo è affatto – e chi scrive credo comprenderà bene ciò. La pausa, per lo scrittore, assomiglia sempre troppo alla crisi di creatività (il terrore che lo sia la rende tale anche quando non lo è affatto, e in modo lapalissiano), per cui si tende sempre a fuggirla come fosse la peste, continuando a scrivere cose magari di scarso valore o intestardendosi su idee di analogo basso pregio ma che si vuole tentare a tutti i costi di rendere buone, pur magari essendo consapevoli, dentro di sé, che non porteranno da nessuna parte. Ma Tucci Russo ha forse ragione: se a volte fermarsi per un po’, sospendere la propria produzione, obbligarsi a una pausa, potesse servire a rimettere ordine nella mente e nello spirito (letterario) per poi ripartire alleggeriti da incrostazioni e zavorre varie e, per questo, potendo scrivere meglio di prima?
Beh, non so che ne dite voi… Io ci rifletto sopra e continuo la mia ricerca. Potrebbe anche essere che, a quella domanda sopra esposta, non esista una risposta assoluta e nemmeno una risposta univoca, ma che una buona soluzione sia data dalla somma di tanti elementi diversi, tanti frammenti di pratiche differenti (come quella indicata da Tucci Russo) che, appunto sommate, possano aiutare a elevare sempre di più la qualità della propria scrittura… La quale poi resta, in fin dei conti, la vera e fondamentale “domanda” ovvero scopo a cui chiunque scriva – e qualsiasi cosa scriva – deve dare risposta e realizzazione, no?

Domenica 14 Aprile, ore 12.00 a Cesena, Fiera del Libro della Romagna: MI presento e VI presento i miei ultimi romanzi!

Domenica 14 Aprile sarò presente con Senso Inverso Edizioni alla Fiera del Libro della Romagna, un nuovo e interessante evento letterario che si terrà il 13/14 Aprile a Cesena, città da sempre culturalmente molto viva, sede della prestigiosa Biblioteca Malatestiana nonché di centinaia di eventi, iniziative culturali, mostre che si svolgono con grande successo grazie a una cittadinanza attenta e sensibile a tutto ciò che è legato alla cultura. La fiera, organizzata dal gruppo editoriale Historica, nasce come un momento di festa per tutti i cesenati, i romagnoli e per tutti gli amanti dei libri e della cultura. Oltre agli stand degli editori, infatti, nell’orario di apertura della fiera (dalle 10 alle 20 di Sabato 13 e Domenica 14 aprile), ci saranno presentazioni di ogni genere: dall’autore Premio Bancarella all’autrice (cesenate) finalista al Premio Strega, dai libri per bambini ai testi di storia, dai laboratori di scrittura ai fantasy, dagli CLMRD_FieraLibroRomagnaincontri per conoscere il mondo dell’editoria agli autori esordienti. Ma soprattutto…
Domenica, alle ore 12.00, presso la Sala Grande del Palazzo del Capitano, location della fiera, presenterò i miei due ultimi romanzi Cercasi la mia ragazza disperatamente e La mia ragazza quasi perfetta, editi da Senso Inverso. Un’occasione ottima non solo per conoscere i libri e gli incredibili personaggi le cui vicende vi sono narrate, ma anche per conoscermi e conoscerci, scambiare due chiacchiere, condividere idee e opinioni, e il tutto in un contesto assolutamente affascinante e stimolante come lo è ogni luogo che permette di stare in mezzo ai libri e alla letteratura di qualità. Insomma, un appuntamento da non perdere!
Per qualsiasi altra informazione sulla fiera cliccate sulla copertina di Cercasi la mia ragazza disperatamente, qui sopra, per visitarne il sito web ufficiale. E se potrete e vorrete visitarla, beh, non indugiate a farlo: non ve ne pentirete, ve lo assicuro!