I poeti e gli artisti possono ancora cambiare il mondo?

I poeti oggi sono necessari più di ogni altra cosa a questo mondo. Perché la forza delle loro operazioni risiede nella capacità di sganciarsi dalla norma per poter osservare un sistema disfunzionale attraverso codici linguistici e decodificazioni necessarie, diverse, per riallacciare un rapporto tra l’etica e l’identità umana e per rammentare a tutti noi le straordinarie evoluzioni sancite dal genere umano, ormai lontano dall’uomo preistorico, ancestrale corridore e lanciatore, promotore di violenza in mancanza di altre virtù.

(Lucrezia Longobardi in Messaggeri del XXI secolo, su Artribune Magazine #44)

Christoph Büchel, Prototypes, Messico, 2018. (tratto da Artribune).

Nel sottotitolo all’articolo dal quale traggo la citazione, Lucrezia Longobardi chiede: “In un’epoca sempre più dominata dal razzismo, dalla xenofobia e dalla necessità di innalzare muri insormontabili, i poeti e gli artisti hanno qualche chance di cambiare lo scenario?“. Dal mio punto di vista la risposta – lapalissiana, per lo scrivente – è . Con un’aggiunta necessaria: i poeti e gli artisti devono poter e saper cambiare lo scenario ovvero il mondo contemporaneo. Credo stia qui il discrimine tra la salvezza del nostro mondo – quella salvezza derivante dalla celeberrima bellezza dostoevskijana, sempre valida, anzi, sempre di più – e la sua rovina definitiva, dalla possibilità delle arti di continuare a trainare il progresso intellettuale, culturale e sociale del genere umano, anche attraverso la costante generazione di punti di vista differenti e innovativi sulle realtà del mondo.

È una questione, dunque, di saper fare ciò così come di poterlo fare, cioè di godere della libertà di farlo. Causa/effetto l’una cosa dell’altra, condizione indispensabile all’evoluzione della nostra civiltà. Altrimenti, appunto, la più nefasta sorte è giusto dietro l’angolo, ben più prossima di quanto si possa ritenere.

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Il “naturale”, nella scrittura, è tutto artificio (Giorgio Linguaglossa dixit)

(René Magritte, “La chiave dei campi” (“La clef des champs”), 1936.)

Ciò che appare «naturale» in fatto di stile, nasconde spesso l’artificio. In arte, e nella scrittura in particolare, non v’è nulla di «naturale» né di ovvio, la naturalità ha le sue radici in un profondo lavoro di scavo e di progetto artistico.

(Giorgio Linguaglossa dissertando della poesia di Guido Galdini su L‘Ombra delle Parole. Rivista Letteraria Internazionale, luglio 2016.)

Linguaglossa ha ragione in ciò che afferma, senza dubbio: in fondo anche l’arte più istintiva deve avere un progetto alla base per assumere peculiarità artistiche. Di contro, tuttavia, nel progetto artistico e nel relativo scavo si va (si deve andare) inevitabilmente a fondo della propria natura, arrivando pure – se si è particolarmente abili – a toccarne il nucleo più sostanziale e intimo, lì dove “naturale” e “artificiale” trovano la stessa sorgente essenziale. Dunque, posto ciò, il vero scrittore, cioè quello veramente bravo, è colui che sa progettare il naturale e sa rendere naturale l’artificio, al punto da congiungere tali due elementi in origine antitetici in un “super-elemento” pienamente artistico, dacché pienamente in grado di narrare la realtà e la verità di essa, che sempre sono fatte di naturalità e di artificialità in un modo che, il più delle volte, solo l’arte sa distinguere.

(Grazie a Katia Olivieri, dalla cui pagina facebook ho tratto la citazione.)

Per essere come Shakespeare, non bisogna leggere Shakespeare! (Giorgio Manganelli dixit)

Mettiamo ad ogni modo che lei sia Shakespeare o Tolstoj. Che cosa vorrei dirle? Che per scrivere l’Amleto, o anche molto meno, l’università di lettere non le darà nulla. La consiglierei di iscriversi a chimica, archeologia, geologia. Lei ha bisogno di metafore, di allitterazioni, di iperboli. Ha bisogno di perdere tempo e di commettere degli errori: molti errori. Le serve il cattivo gusto, ha bisogno di letture sciocche e inattendibili. Ha bisogno di refusi. In una parola: non pensi di imparare a scrivere frequentando chi frequenta la letteratura. Niente di peggio di fare letture giuste, di sapere quello che si sta facendo. Lei dice di essere Shakespeare? Può darsi; anzi, ci credo. Per questo le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più che cosa siano gli oligoscisti: ma quella, caro mio, quella è letteratura.

(Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi, 1994, 2a ed.)

In effetti Manganelli ha ragione – e lo dico da grande sostenitore della lettura della grande letteratura quale pratica necessaria alla scrittura letteraria. Così come sovente le migliori idee, spunti, intuizioni, illuminazioni, giungono da cose che non c’entrano nulla con ciò che si deve pensare o fare, ugualmente, se non si vuole percorrere sentieri letterari già attraversati da altri bisogna uscire da essi, esplorare altri territori, osservare al di là degli ambiti soliti, cercare ciò che si vuole trovare dove si pensa o si crede che non si possa trovare. Magari è così, e non si troverà nulla; magari invece si troverà ciò che si cerca, e in tal caso la scoperta sarà ancora più significativa e illuminante. Siccome l’arte è (deve essere) sempre rivoluzione (Gauguin docet!), e siccome la scrittura letteraria è arte, quantunque troppo spesso non sembri e non venga considerata tale, quando si scrive bisogna sempre perseguire una rivoluzione. Piccola o grande che sia, ma sempre deve essere quello l’obiettivo. Una rivoluzione peraltro quanto mai necessaria, oltre che per il mondo intero anche per la scrittura stessa.

Sudati

Si sta come

d’estate

sui balconi

i gelati.

(Non me ne voglia il grande Ungaretti coi suoi Soldati – del qual testo centenario proprio quest’anno non è certo mia intenzione profanare senso e valore, sia chiaro – ma qui, nonostante ci siano in giro i soliti decerebrati che «Ah, quest’anno fa meno caldo degli altri anni, allora questa storia dei cambiamenti climatici è una bufala!» e altre scempiaggini del genere, la situazione è sempre più bollente – vedi qui. È bene ricordarlo, e con una certa frequenza, perché ogni decimo di grado d’aumento nelle temperature medie rende sempre più inevitabile la fine che fanno i gelati messi sui balconi sotto il Sole estivo. E i “gelati” siamo noi, qui.)

P.S.: e per rendersi conto di cosa potrebbe concretamente accadere – o cosa accadrà, ahinoi – in seguito all’aumento delle temperature medie del pianeta, leggete qui.

 

Restare sempre bambini per osservare la magia del mondo (Mario Schifano dixit)

Forse per me l’infanzia non è mai finita, neppure ora che sono piuttosto avanti con gli anni. Non vorrei apparire presuntuoso ma per infanzia io intendo la possibilità di continuare a osservare il mondo con uno sguardo… magico.

(Mario Schifano, intervista di Costanzo Costantini su Il Messaggero, 1991.)

Mario Schifano è stato uno dei più grandi artisti italiani del secondo Novecento: creativo, ribelle, originale, innovativo, sensibilissimo a tutto quanto lo circondasse e verso di ciò altrettanto sagace, fu tra quegli artisti, letterati e intellettuali che seppero portare la creatività artistica e culturale nazionale a vertici mai più toccati – soprattutto poi se paragonati all’epoca attuale, ove qualsiasi fantasia, inventiva, genialità, viene soffocata dal più bieco e ottuso utilitarismo sempre posto al servizio di interessi tanti piccoli quanto meschini.

Non c’è da sorprendersi, dunque, se proprio uno come Schifano mise in evidenza la fondamentale virtù del restare in età adulta sempre un po’ bambini, sempre dotati della tipica curiosità infantile, del desiderio di scoperta e conoscenza, della visione fantasiosa e surreale del mondo, della volontà di rendere tutto più giocoso – il che non significa più banale e più leggero, ma meno sovraccaricato di ipocrisie e di significati e valori incoerenti, inadatti, che non c’entrano nulla con il senso peculiare delle azioni compiute e con i relativi effetti. Anche in tal caso mi viene da dire: quanta differenza col mondo di oggi, così tanto incapace di conservare quel fondamentale atteggiamento infantile anche in età adulta e, di contro, così pieni di adulti malati di infantilismo! – che è ben altra cosa, inutile dirlo: è il voler mostrarsi pienamente adulti palesando però atteggiamenti puerili, immaturi e stupidi. Atteggiamenti che non portano a nessun sviluppo ma, per restare in tema di cose da bambini, comportano solo un “castigo” per di più auto inflitto. E meritatissimo, non c’è che dire.