Camminare è un atto di progresso civile

[Foto di Tim Foster da Unsplash.]

La società che tutti insieme abbiamo creato manda un messaggio chiaro: se non ti sottoponi alla produzione di massa, sei fuori. L’unica via di uscita è tornare a vivere secondo il diritto selvatico, recuperare le gambe, riconoscere che i nostri piedi sono più intelligenti di tanti cervelli riuniti in un Parlamento o a un vertice mondiale della sostenibilità: in quei luoghi, nessuno sa cosa sia il Cammino di una civiltà.

(Davide SapienzaCamminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014, pag.94; in ebook su Feltrinelli.)

Ha ragione Davide: se si vuole trovare un aspetto positivo nella società contemporanea, è quello – paradossale – di aiutarci a (ri)mettere in luce ciò che può realmente salvarci dalla sua (all’apparenza) irrefrenabile decadenza – culturale, soprattutto, ma non solo. E quasi sempre si tratta di azioni semplici, primarie, primordiali eppure fondamentali, virtuosamente olistiche, profondissime nella loro essenza e profondissimamente umane. Come il camminare, appunto, pratica che – chi legge il blog lo saprà da tempo – trovo personalmente (come trovano molti altri) necessaria al fine di potersi ancora dire creature intelligenti, per quanto sia – in tutta la sua semplicità, appunto – un’azione ricolma di innumerevoli sensi, significati, accezioni, sostanze, concetti, nozioni, culture, saggezze. Tutte cose che possono renderci migliori ergo rendere migliore il mondo in cui viviamo, ben più di Parlamenti politici e vertici mondiali di esperti di chissà cosa – proprio come afferma Davide Sapienza.

P.S.: cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Camminando.

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(An)Notare ciò che altri non notano

La relazione tra immagina­zione e territorio è l’esplorazione della poetica di una vita da scrittore, l’atto di scrutare dove tutti gli altri sono passati senza notare altro che spazio o oggetti.

[Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish (Redux), Lubrina Editore, Bergamo, 2017, pag.205.]

Trovo molto bella questa definizione di Davide Sapienza sull’atto della scrittura letteraria in relazione al territorio, ovvero al mondo, ai luoghi, ai paesaggi dei quali si scrive. Lo scrittore è un autore, e l’accezione originaria di tale vocabolo è “accrescitore”: lo scrittore deve essere colui che nota ciò che gli altri non constatano, dunque colui che attraverso la propria scrittura, e la narrazione che vi scaturisce, accresce la realtà a cui fa riferimento ovvero il citato “territorio” – sia esso spazio fisico o ambito immateriale, ne arricchisce il senso, il valore, la sostanza, lo spettro dei significati, mettendo il tutto a disposizione del lettore e da esso tutto fruibile.
Ciò rimette al centro della questione “scrittura letteraria” qualcosa che io ritengo del tutto fondamentale: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e da comunicare, e qualcosa che sia nuovo dacché frutto del proprio ingegno (“L’arte o è plagio o è rivoluzione”, diceva Gauguin), dunque che possa accrescere il bagaglio culturale e/o emozionale del lettore, accrescendone la conoscenza della realtà che ha intorno – anche in riferimento a opere di fantasia, ribadisco. D’altro canto anche la fantasia è un territorio da esplorare, esattamente come lo spazio fisico – anzi, le due esplorazioni devono procedere in consonanza. Da qui nasce la poetica, da qui si genera quella visione aumentata del mondo che ogni autore, ma in fondo qualsiasi individuo, dovrebbe sapientemente coltivare.

P.S.: cliccate sulla copertina del libro per leggere la personale recensione de I Diari di Rubha Hunish.

In tempi (ancora) non sospetti

P.S. (Pre Scriptum): l’articolo che vi ripropongo qui sotto – dal tono chiaramente provocatorio ma dal senso assai pragmatico – in origine l’ho pubblicato più di un anno fa, il 3 febbraio 2021. Ovviamente trovai chi se ne risentì e mi disse, nella sostanza, che non capivo niente. In effetti è vero, non capisco granché, ma almeno provo, cerco, tento di riflettere e capire qualcosa. Non è detto che ci riesca ma, come dice il noto detto, tentar non nuoce.

In fondo, come dimostrano benissimo gli eventi degli ultimi giorni, che differenza c’è tra il potere putiniano di matrice sovranista che oggi tiranneggia la Russia e quello del PCUS di retaggio stalinista che un tempo soggiogava l’allora Unione Sovietica?

Cambiano le forme, i colori, le bandiere, gli slogan, ma la sostanza reale cambia di poco o per nulla – nonostante tutta l’ipocrita retorica di contorno, che interessa tanto i media ma per nulla i cittadini russi.

E ugualmente non cambia il destino della Russia, paese grande, nobile, fondamentale tanto quanto angariato, ineluttabilmente incapace di sfuggire ai propri demoni, terra nella quale – scriveva Konstantin Bal’mont in una delle sue poesie – c’è

Una solenne
ma tacita voce di doglie struggenti,
desìo senza speme, silenzio perenne,
vertigini fredde, pianure fuggenti.

Un paese con il quale l’Europa potrebbe e dovrebbe convivere in modi ben più virtuosi e dal quale invece deve diffidare, per colpa di un destino cupo e sciagurato ad esso forzatamente imposto da poteri biechi e meschini che, a constatarlo nuovamente in forza dei fatti recenti, «Al cuore fa male, al cuore fa pena» – per citare ancora Bal’mont.

Il meraviglioso Samivel

In questi giorni si ricordano i trent’anni dalla scomparsa di Samivel, pseudonimo di Paul Gayet-Tancrède, scrittore, regista, fotografo, esploratore, alpinista e, se posso dire soprattutto, uno dei più meravigliosi, raffinati, poetici, emozionanti illustratori delle montagne, i cui acquerelli ammiravo fin da piccolino su riviste e libri dedicati alle Alpi e all’alpinismo e mi affascinavano allora come oggi, non avendo perso nulla della loro bellezza e anzi accrescendola sempre di più, anche per il messaggio oltre modo prezioso che comunicano e che, appunto, diventa sempre più importante. Infatti Samivel fu anche un grande e appassionato difensore dell’ambiente naturale montano, riguardo il quale fin dalla metà del Novecento egli intuì i pericoli e i danni cagionati dall’eccessiva antropizzazione a fini turistici. Si oppose con forza a funivie, strade, installazioni in quota, denunciò già più di mezzo secolo fa che sulle Alpi era in corso una «catastrofe estetica», criticando gli «abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente», scrisse del «buon odore di gasolio portato dal vento» che regnerà sulle montagne se quei progetti fossero andati avanti, rivendicando per le montagne il «valore estetico, culturale e sociale».

A volte le sue battaglie, nelle quali sapeva coinvolgere molta parte dell’opinione pubblica – in primis francese – Samivel le vinse, altre volte no, ma è comunque diventato una figura imprescindibile dell’immaginario culturale alpino, molto amata, rispettata da tutti – incluso chi non la pensasse come lui – proprio anche per la mirabile bellezza che sapeva creare e offrire con i suoi disegni i quali sono diventati in molti casi il motivo migliore – senza bisogno di tante parole, dunque – per dimostrare la necessità della salvaguardia della Natura alpina. Alla sua morte, il 18 febbraio del 1992, il quotidiano “Le Monde” lo ricorderà come «disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri», anche così denotando quanto fosse capace di prevedere e comprendere certe pericolose devianze del turismo alpino. Sono passati trent’anni da quelle sue parole e ancora si sta cercando di difendere le Alpi dalla dissennata pratica dell’eliski… non serve dire altro.

Un bellissimo ricordo di Samivel lo trovate in questo articolo di “Montagna.tv (articolo quanto mai necessario, visto che in Italia Samivel non è così conosciuto: prova ne è che non abbia nemmeno una pagina su Wikipedia), dal quale ho tratto anche le citazioni che avete letto in questo mio post. Con l’augurio che la sua presenza, come la sua sublime arte, resti sempre a vegliare sulle montagne e sulla loro, e nostra, fondamentale bellezza.

(P.S.: le immagini della piccola galleria in testa al post sono tratte dal web. Se nel farlo avessi violato qualsivoglia diritto, sono ovviamente disponibile a rimuoverle.)

La creatività è sempre rivoluzionaria (reload)

Creatività è sinonimo di “Pensiero divergente”, cioè capacità di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È “creativa” una mente sempre al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti (anche dal padre, dal professore e dalla società), che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire dai conformismi. Tutte queste qualità si manifestano nel processo creativo. E questo processo – udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre.

(Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Ed. Einaudi, p. 171)

GIANNI_RODARIGianni Rodari, grandissimo intellettuale, scrittore e autore celeberrimo di storie per bambini e ragazzi, lo sapeva bene e bene ce lo ha spiegato cosa significa essere creativi. Leggendo la sopra citata affermazione a pochi giorni dai tragici fatti alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi (l’epoca di quando scrissi in origine questo articolo – n.d.L.), le sue parole mi sono sembrate ancora più importanti e illuminanti. La satira è grande esempio di creatività, e lo è pure ogni arte espressiva, che sia visiva, letteraria, filmica, musicale o che altro; ma lo sono, tutte queste arti, soprattutto (o forse solo se) quando riescono a dare risposte e parimenti instillare dubbi, a generarci curiosità su ogni cosa, a insegnare a pensare con la propria testa ovvero a rieducare alla riflessione, lo sono quando sanno svincolarsi da qualsiasi tentativo di addomesticamento e sanno tenersi distanti da ogni imposizione conformistica e perbenista. Quando sono sinonimo di pensiero divergente, appunto, ovvero di pensiero libero.
Per questo i poteri dominanti cercano sempre di assoggettare il creativo ai propri fini, quando non riescono a zittirlo e/o a soffocarne la creatività. Per questo essa è considerata di frequente pericolosa e viene attaccata, in modo più o meno forte e violento, ed è per questo che la creatività è tra le poche cose che può salvare il nostro mondo e farlo progredire, eliminando da esso in modo peraltro giocoso – come giustamente afferma Rodari – qualsiasi bieca decadenza illiberale.
Siate creativi, sempre, come bambini eternamente curiosi e intellettualmente irrequieti. Siatelo, e sarete vivi come in poche altre situazioni.