La “rivoluzione gentile” di ALT[R]O Festival

C’è un modo di frequentare e fruire le montagne, ad esse imposto da un immaginario che con i territori di montagna nulla o quasi aveva ed ha a che fare, che è ormai giunto al capolinea, palesemente superficiale, decontestuale, fuori dal tempo e dalla realtà correnti e ancor meno proteso al futuro, anzi, al contrario avviluppato ad una visione dei monti obsoleta e rovinosa.

Ecco perché un evento come ALT[R]O Festival, dopo soltanto tre edizioni – la prossima è imminente, si terrà il 25 e 26 settembre tra Sondrio e la Valmalenco – sta già diventando un appuntamento emblematico e illuminante, generando attorno a sé un interesse notevole e un consenso crescente di pubblico. Perché ALT[R]O Festival offre finalmente e concretamente una diversa visione della frequentazione montana attraverso narrazioni rinnovate e innovative che riportano alla luce l’autentica e ancestrale bellezza dei monti e il loro valore assoluto, così necessario a poter vivere con la montagna un’esperienza veramente piena e ancor più nuovamente consapevole: qualcosa che quelle strategie di frequentazione turistica prima citate da tempo non offrono più, anzi imponendo visioni distorte e degradanti delle terre alte e della loro cultura. Ma non solo o, per meglio dire, non per unico suo merito ALT[R]O Festival sta avendo un successo così crescente: a fronte delle sue affascinanti e coinvolgenti proposte, il festival riesce proprio a intercettare l’altrettanto crescente sensibilità e interesse delle persone verso una frequentazione della montagna non più condizionata in modalità turistiche massificate e banalizzanti, non più mediata da artifici, finzioni, slogan e convenzioni da “non luogo” e finalmente cosciente, ribadisco, di tutto ciò che la montagna può offrire quando finalmente liberata da tutto ciò che gli viene imposto – che è infinitamente di più rispetto a ciò che il “turismo” convenzionale ormai propone.

Ormai, gli unici a non capire quanto sia cambiata la frequentazione dei monti e come continuerà a evolvere in tale senso negli anni futuri sono certi amministratori locali ben poco attenti al bene dei propri territori e, ad essi sodali, alcuni imprenditori unicamente sensibili ai propri tornaconti personali: diventeranno sempre più come quei vecchi soldati giapponesi che, rimasti isolati su alcune isole del Pacifico, erano convinti che la Seconda Guerra Mondiale non si fosse ancora conclusa! Per tutti gli altri amanti delle montagne, ALT[R]O Festival sta conducendo una piccola/grande “rivoluzione”, gentile tanto quanto determinata alla quale è e sarà bellissimo partecipare. Michele Comi ne tratteggia il senso e la sostanza nel bell’articolo uscito su “L’Ordine” domenica 19 settembre e sopra riprodotto (cliccate sull’immagine per ingrandirla e rendere il testo più leggibile) mentre per essere parte della rivoluzione di ALT[R]O Festival, cliccate qui per visitare il sito web e conoscere ogni dettaglio utile al riguardo.

“La Montagna assetata”

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla a un formato più leggibile.]
Qualche giorno fa, grazie alla preziosa opera di informazione e sensibilizzazione di Michele Comi, vi raccontavo in questo articolo di come in Valmalenco, laterale della Valtellina, si voglia avviare l’ennesimo sproporzionato e scriteriato progetto di predazione delle risorse idriche montane, e ciò nonostante il cambiamento della situazione climatica sulle Alpi oltre che contro il reiterato parere negativo degli organi tecnici competenti.

A quelle mie osservazioni, relative a un caso tra tanti simili riscontrabili in molte località alpine, fanno eco le parole ben più prestigiose di Enrico Camanni pubblicate sabato 11 settembre in un suo editoriale su “La Stampa, a commento della notizia che il Rifugio Quintino Sella al Monviso chiudeva per la siccità dal momento che il Monviso, montagna un tempo ricca di ghiacci e acque, è a secco. Affiancata all’editoriale di Camanni si può leggere una riflessione di Carlo Petrini su siccità e agricoltura di montagna.

Ebbene sì: mentre le nostre montagne si deglacializzano e conoscono situazioni di siccità mai viste prima, a fronte di temperature sempre più elevate anche in alta quota, politici e imprenditori senza scrupoli e legati a strategie di sfruttamento industriale delle risorse naturali risalenti al secolo scorso, dunque non solo obsolete ma palesemente nocive, pensano unicamente a continuare la predazione di quelle risorse, nascondendosi dietro la scusa delle “energie rinnovabili” attraverso un greenwashing tanto ipocrita e bieco quanto pericoloso. Senza più neve e pure senza più acqua, il che significa inevitabilmente senza più cultura, identità, sviluppo, vitalità: di questo passo che montagne saranno quelle del futuro prossimo? Come è possibile che progetti dissennati come quello della Valmalenco e come tanti altri, turistici, industriali, commerciali in giro per le Alpi vengano ancora pensati e realizzati?

Vi ripropongo di seguito l’editoriale di Enrico Camanni, che offre molti spunti di riflessione sul tema. Riflessioni quanto mai necessarie e che devono diventare al più presto azione concreta e definitiva contro chi vuole depredare, degradare, soffocare le nostre montagne e le genti che le abitano, privandole di qualsiasi buon futuro.

Alla fine della piccola età glaciale, verso la metà dell’Ottocento, lo storico parigino Jules Michelet scriveva che «le Alpi sono il serbatoio dell’Europa e il teatro delle alte relazioni che intercorrono fra correnti atmosferiche, venti, vapori e nuvole… Arbitrando elementi diversi e opposti, ne favoriscono la pace. Li accomunano sotto forma di ghiacciai e li distribuiscono equamente fra le nazioni». L’immagine non va intesa in senso politico ma ecologico, perché le nevi hanno realmente il potere di immagazzinare l’acqua d’inverno e restituirla gradualmente tra la primavera e l’estate, alimentando sorgenti, ruscelli, torrenti e fiumi, ma anche fontane, acquedotti e campagne. Dissetandoci generosamente, senza eccessi né sprechi. Dai tempi di Michelet i ghiacciai sono smagriti terribilmente e i serbatoi idrici d’alta quota si sono ridotti almeno del cinquanta per cento, ma poiché l’acqua delle montagne ha continuato a dissetare le città, a illuminare le nostre case, perfino a innevare artificialmente le piste di sci, nessuno s’è posto il problema che un giorno potesse scarseggiare o finire. Abbiamo sviluppato un’idea talmente consumistica della montagna, magnifico terreno di giochi e avventure, che per decenni, forse secoli, ci siamo scordati che ogni prelievo ha un limite e le risorse naturali possono esaurirsi, comprese le nevi “perenni” che studiavamo a scuola nell’ora di geografia, memorizzando quell’aggettivo raffermo come una verità inviolabile.
Invece non è così, non c’è nulla di perenne in natura. Tutto cambia, tutto si trasforma. La crisi climatica lo certifica con la violenza dei fenomeni estremi, alternando alluvioni e bombe d’acqua di potenza inaudita alla siccità di questa e altre estati, o di inverni senza neve, innalzando a vista d’occhio il livello delle nevi “immacolate ed eterne”, come ci insegnavano nell’ora di religione, cancellando i nevai e prosciugando le riserve. La sete di questi giorni è la sete di un pianeta ormai diviso in due parti dall’effetto serra, con la desertificazione che avanza da sud fino alla barriera delle Alpi, mentre a nord la fusione dei grandi ghiacciai e delle calotte polari è destinata a sollevare il livello dei mari e annegare le coste. Ci mancherà l’acqua dolce e malediremo quella salata.
Pochi giorni fa sono stato nel cuore del Monte Bianco e dalla Tour Ronde all’Aiguille du Midi, dalla Vallée Blanche all’Aiguille du Plan, ho visto distese di neve rosa.
«È la sabbia del deserto» mi hanno spiegato, «ha soffiato per giorni e ha insanguinato i ghiacciai».
Più che la scena di un crimine, mi sembrava la metafora del riscaldamento globale, come se il deserto fosse già arrivato a contaminare la nostra illusione di purezza e irraggiungibilità dell’alta montagna. L’incontaminato non esiste più, la crisi ecologica è ovunque, anche a quattromila metri. Siamo tutti responsabili e vittime di quello che ci sta succedendo. Guardando la neve color salmone e le cordate che ci camminavano sopra, ho pensato che per noi è solo un fenomeno fisico, perché abbiamo la spiegazione, mentre la sapienza orientale saprebbe scorgervi qualche rivelazione, forse un’ammonizione, comunque non si rifugerebbe nella spiegazione scientifica. I ghiacciai himalayani, a differenza dei nostri, sono considerati dalle popolazioni dei luoghi speciali, governati da prodighe divinità. Le candide cime innevate recano il dono della fertilità, perché dalla neve sgorga l’acqua e dall’acqua nasce la vita. Ogni esistenza scende dalle montagne.

I predatori dell’acqua alpina

Sapete poi (anche) perché sulle montagne vengono installate così tante “giostre” da luna park per il facile e rapido divertimento del turista? Ponti tibetani, mega-panchine, passerelle panoramiche… senza contare le infrastrutture maggiori e più funzionali all’industria turistica, ovviamente. Perché l’antica strategia del panem et circenses vale parecchio pure sui monti, già. Così, distratti, svagati, sollazzati i forestieri e parimenti confusi e illusi i locali, certi personaggi che purtroppo detengono il potere di “fare”, sulle montagne, possono tranquillamente tanto quanto ipocritamente imporre progetti ben più depredanti le risorse materiali e il valore immateriale dei territori montani in questione, a tutto vantaggio dei loro personali tornaconti e a totale degrado e mortificazione dei monti (i loro, spesso) che, nelle sedi pubbliche del “divertimentificio” turistico e grazie alla sottomessa eco dei media locali, quegli stessi personaggi dicono tanto di “valorizzare”, “rilanciare”, “sviluppare” eccetera.

Un ennesimo e recente caso al riguardo lo si riscontra in Valmalenco, laterale della Valtellina che da Sondrio si incunea verso Nord tra monti splendidi e via via più alti fino ai (sofferenti, ahinoi) ghiacciai italo-svizzeri del Gruppo del Bernina. Cito testualmente quanto scrive Michele Comi – mirabile guida alpina e persona profondamente nonché “geograficamente” informata sui fatti – sulla propria pagina Facebook, in riferimento alle significative immagini che vedete qui sopra (che a loro volta traggo dalla pagina):

Ecco la supposta estiva somministrata all’insaputa dei valtellinesi, forse troppo impegnati a postare foto di porcini. Il triste epilogo dell’insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno.

Gennaio 2013:
«𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂 𝒍’𝒂𝒔𝒔𝒂𝒍𝒕𝒐 𝒂𝒍𝒍’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂.
𝑵𝒐𝒏 𝒄’𝒆̀ 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐, 𝒊𝒍 90% 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒆̀ 𝒈𝒊𝒂̀ 𝒊𝒎𝒃𝒓𝒊𝒈𝒍𝒊𝒂𝒕𝒐 𝒆 𝒔𝒇𝒓𝒖𝒕𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒂𝒊 𝒇𝒊𝒏𝒊 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒆𝒍𝒆𝒕𝒕𝒓𝒊𝒄𝒊. 𝑺𝒕𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒅𝒊𝒔𝒂𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒈𝒆𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒐 𝒆 𝒄𝒊 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒎𝒎𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒂𝒕𝒊 𝒊 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒊𝒏 𝒍𝒂𝒓𝒈𝒂 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒔𝒄𝒊𝒖𝒈𝒂𝒕𝒊, 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒆 𝒊𝒏 𝒂𝒍𝒕𝒂 𝒎𝒐𝒏𝒕𝒂𝒈𝒏𝒂.»

Agosto 2021:
«𝑾𝒆 𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒖𝒅 𝒕𝒐 𝒂𝒏𝒏𝒐𝒖𝒏𝒄𝒆 𝒕𝒉𝒂𝒕 𝑯𝒀𝑫𝑹𝑶𝑨𝑳𝑷 𝒉𝒂𝒔 𝒃𝒆𝒆𝒏 𝒂𝒘𝒂𝒓𝒅𝒆𝒅 𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒄𝒕 𝒇𝒐𝒓 𝒕𝒉𝒆 𝑬&𝑴 𝒔𝒖𝒑𝒑𝒍𝒚 𝒐𝒇 𝒕𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒘 𝒑𝒓𝒐𝒋𝒆𝒄𝒕 “𝑮𝒓𝒂𝒏𝒅𝒆𝑴𝒂𝒍𝒍𝒆𝒓𝒐”, 𝒍𝒐𝒄𝒂𝒕𝒆𝒅 𝒊𝒏 𝑰𝒕𝒂𝒍𝒚, 𝒑𝒓𝒐𝒗𝒊𝒏𝒄𝒆 𝒐𝒇 𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐.»

Grande derivazione Mallero.

Per dovere d’informazione va riesumato il doppio parere tecnico negativo espresso a suo tempo da ARPA riguardo la prima «piccola» e poi «grande derivazione Mallero» (sorprendentemente ignorato!) che si occupa della valutazione preventiva degli impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica di piani, progetti e opere.
1° parere negativo, anno 2009: NO a piccola derivazione (per derivare una portata massima di 1300 l/sec): «Le operazioni in progetto comportano lo scavo di 50000 mc di materiali da trasferire per la quasi totalità alla cava Brusada-Ponticelli, in comune di Lanzada, in qualità di ricolmamento di una camera di coltivazione. A livello ambientale non si può ritenere che questa movimentazione di materiali sia ottimale per il territorio e le zone abitate, soprattutto in merito a qualità dell’aria, polveri e rumori ma anche in considerazione del fatto che l’intensa attività di cave e miniere presenti in zona è già da anni problematica […] 4 camion all’ora in andata-ritorno, circa 1 ogni 15 minuti per circa 16 mesi. Le strade di collegamento fra i cantieri e la miniera Brusada-Ponticelli attraversano tutto l’abitato di Chiesa Valmalenco e quello di Lanzada, con ovvie conseguenze circa l’incremento del traffico, del rumore e dell’inquinamento atmosferico in una situazione già caratterizzata dalla sovrapposizione di traffico di cava e turistico [..] a livello ambientale l’autorizzazione dell’opera implicherebbe un consistente depauperamento del tratto di corso d’acqua sotteso alla derivazione con conseguenze sull’ecosistema, sugli habitat naturali e sulla circolazione delle acque sotterranee; tutto questo andrebbe ad incidere su una situazione in cui è in corso un perenne tentativo di riequilibrio della naturalità a seguito delle attività di cava […] Il progetto interagisce con un territorio ad elevata naturalità, poco colonizzato, noto per la vocazione turistica […] è da prevedere un depauperamento del torrente per i prossimi 30 anni, mentre il traffico legato principalmente allo scavo della galleria di derivazione/cantieri è da prevedere per circa 2 anni.»
2° parere negativo, anno 2012: NO a grande derivazione (per derivare una portata massima di 9500 l/sec): «Preso atto delle consistenti modifiche apportate dal progetto presentato a suo tempo per la piccola derivazione, che sostanzialmente modificano tutto l’impianto […] è evidente un ulteriore e ancor più cospicuo impatto negativo sul corso d’acqua; pertanto con la presente si ribadisce nella sostanza il parere tecnico negativo.»

Anno 2021: al via gli espropri.

«𝐴 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑣𝑎 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑜𝑟𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑖𝑚𝑝𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑙𝑜𝑐𝑎𝑙𝑖…» (Giuseppe Songini, Acque misteriose. Libro bianco sull’uso delle acque nei grandi impianti idroelettrici della provincia di Sondrio, 2006).

Ecco, questo è quanto riferisce Michele Comi sulla vicenda.

Nota bene: per evitare le farneticazioni di certi sputasentenze che tanto proliferano sul web, preciso che, per quanto mi riguarda, non è in discussione l’eventuale necessità di una captazione idrica, ma il palese e tremendo gigantismo generale dell’opera, totalmente fuori misura e contesto come rilevato per ben due volte e in periodi differenti dall’ARPA, e ancor più è da discutere senza ombra di dubbio la forma mentis ben visibile alla base di progetti del genere, basati unicamente sulla depredante patrimonializzazione delle risorse materiali e immateriali delle montagne per ricavarci un mero business, convenientemente celato dietro i consueti propositi di sviluppo i quali, invece e indubitabilmente (ARPA dixit, ribadisco) le montagne le soffocano definitivamente. Per dirla in breve e “sottilmente”, così da essere più chiari possibile, in queste opere ciò che fa senso è la loro assoluta mancanza di buon senso. Assoluta.

Ecco, questo io discuto fermamente. Una mancanza che, in una società che volesse veramente definirsi progredita, avanzata nonché operante a favore dei propri membri (cittadini, abitanti, residenti, visitatori – tutti noi, insomma), sarebbe combattuta come la peste. Invece, siamo ancora fermi a ciò che con parole perfette afferma Michele Comi, alla «insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno».

ALT[R]O Festival 2021

Valmalenco, 25 e 26 settembre 2021, uno degli eventi più belli, nel senso pieno del termine, per (far) vivere la montagna: ALT[R]O Festival torna, nell’ultimo fine settimana di settembre, a riaprire, cullare ed emozionare la mente, il cuore e lo spirito di chiunque vi parteciperà.

Perché – come indica la presentazione del festival,

Visitare ed esplorare la montagna per gran parte delle persone vuol dire seguire un percorso prestabilito per raggiungere una meta.
Mettersi in cammino senza assillo, con la predisposizione alla scoperta, aperti allo stupore e alla possibilità di vagare, offre l’opportunità di cogliere le mille trame nascoste che si celano anche nei luoghi meno noti ed apprezzati e di rendersi conto che non esiste la sola chiave di lettura orientata al raggiungimento della vetta.
Imparare ad essere “errante” aiuta a trarre piacere da ogni dettaglio, apprezzando anche le tratte meno conosciute che si attraversano in modo distratto e superficiale, abitualmente in automobile, per raggiungere la montagna “mozzafiato”.
ALT[R]O festival nasce dal desiderio di raccontare alle persone questo modo di vivere il territorio, fuori dagli schemi consueti, offrendo un percorso che faccia comprendere che la bellezza si nasconde anche a pochi passi dalla città e che le esperienze più autentiche non hanno bisogno di artifici.

Lo fa prendendo a territorio e luogo modello la Valmalenco, che da Sondrio e dal solco della Valtellina sale verso i ghiacci eterni del Bernina, percorrendola, vivendola e narrandola con il prezioso intervento di scrittori, artisti, scienziati, alpinisti che raccontano ai partecipanti le proprie relazioni con i luoghi, accompagnandoli alla loro riscoperta di essi e offrendo loro nuove, differenti, peculiari visioni: in questa edizione saranno Paolo Novellino, Tiziano Fratus, Andrea Mori, Gianni Manfredini, Stefano Scherini e gli allievi della Scuola Civica di Teatro di Sondrio e un autore a sorpresa. Trovate il programma completo di ALT[R]O Festival 2021 cliccando sull’immagine in testa al post, mentre cliccando sull’altra immagine potrete visitare il sito web del festival per conoscere ogni altra informazione utile.
Ciò senza dimenticare l’anteprima: infatti quest’anno il Festival ha il desiderio di raccontare qualcosa anche durante la stagione estiva. Una serie di piccoli eventi e laboratori, già iniziati a luglio, faranno respirare l’aria della due giorni di settembre, con la voglia di stare in Natura e mettersi in cammino.

Se potete, andateci: un evento così particolare e così intenso deve essere vissuto per poter essere compreso e apprezzato pienamente – lo dico con cognizione di causa, avendo goduto della fortuna di essere tra gli ospiti della scorsa edizione (e forse le “tracce letterarie” del mio passaggio le potete constatare ancora, lungo il Sentiero Rusca nel tratto tra le località di Prato e Tornadù!) E se ci andrete, non solo mi darete ragione ma tornerete a casa arricchiti di sublime bellezza e preziosa esperienza – e grazie alla vostra presenza di ciò si arricchirà la montagna. Qualcosa di prodigioso, insomma: per questo ALT[R]O Festival è così unico – e direi pure necessario, già.

La montagna più “importante” della Valtellina

I milioni di turisti e viaggiatori che negli anni hanno percorso la Valtellina, una delle più belle e rinomate vallate alpine, avranno forse notato che il suo solco longitudinale rispetto alle catene montuose circostanti (altra interessante peculiarità valtellinese, visto che di contro la maggior parte delle valli alpine presenta andamenti trasversali ai monti che le contornano) ha un andamento sostanzialmente rettilineo salvo che, a poca distanza dalla città di Morbegno, la valle compie una strana “S” che rompe quella sua rettilineità.
Ecco, in corrispondenza di quella chicane si trova una delle montagne più importanti e affascinanti di Valtellina – ma non c’è da guardare troppo in alto, verso le spettacolari vette del Masino o i possenti gruppi orobici. No, la montagna in questione è in verità un collinone rotondeggiante e dal corpo pressoché boscoso che supera di poco i 900 m di altitudine, così soverchiato dai monti d’intorno da pensare che ben pochi, transitando da lì, lo possano notare (oggi ancor di più, visto che viene oltrepassato dalle recenti gallerie della Strada Statale 36). Invece, appunto, è tra le montagne fondamentali della Valtellina: perché è grazie al Culmine di Dazio – questo il suo oronimo, generalmente declinato al maschile, dunque “il Culmine”, aggiunto al riferimento del paese posto sul suo versante settentrionale, anche se è ugualmente diffusa la forma Colma di Dazio, femminile – dicevo, è merito suo se la valle è fatta in quel modo.

[Una mia elaborazione, su base Google Maps, che vi rende evidente la “chicane” della Valtellina provocata dal Culmine di Dazio.]
Come spiega bene il sempre ottimo Massimo Dei Cas – grande esperto di questi territori alpini – su “Paesi di Valtellina”, «le rocce della sua sommità sono costituite da un plutone granitico, il cosiddetto “granito di Dazio”, generato dall’intrusione di magma in una preesistente struttura di rocce metamorfiche. Ciò avvenne in tempi antichissimi, prima ancora che la catena alpina si fosse formata. Il monte, dunque, è un vero e proprio vegliardo, al cui cospetto le più alte ed eleganti cime del gruppo del Masino sono ancora giovani pivellini.»

Per tale motivo, una montagnetta dall’apparenza così dimessa rispetto alle cime che ha tutt’intorno possiede in verità una tempra geologica incredibile, al punto che il grande ghiacciaio dell’Adda, quello che ha “scavato” l’intera Valtellina e di seguito il bacino del Lago di Como (dunque non un ghiacciaietto dilettante, eh!) il quale se ne veniva prestante e baldanzoso dall’alta valle con andamento rettilineo dacché nessun ostacolo pareva poterne deviare l’avanzata, quando giunse al cospetto del Culmine di Dazio – che se ne stava lì già da milioni di anni, come detto – andò a sbattergli contro con tutta la potenza determinata dalla propria immane massa glaciale in movimento ma proprio non gli riuscì di spostarlo, disgregarlo o spianarlo. Il piccolo ma forzutissimo Culmine restò ben saldo nella propria ancestrale posizione e al grande ghiacciaio non restò altro che girargli intorno – chissà con quanto sconcerto e frustrazione, verrebbe da immaginare! – per poter poi continuare il proprio deflusso, nuovamente rettilineo, verso Occidente e la zona occupata dal Lago di Como. L’unica cosa che al grande ghiacciaio riuscì, nel vano tentativo di vincere la resistenza del Culmine, fu di levigarne almeno un poco il corpo roccioso, conferendogli la caratteristica forma arrotondata che lo distingue da tutte le altre montagne circostanti.

Dunque, se magari nelle imminenti vacanze d’agosto vi capiterà di soggiornare in Valtellina o di visitarla per qualche amena scampagnata sulle sue splendide montagne, e constaterete di essere nel punto in cui la valle (e la strada di conseguenza) zigzaga improvvisamente, date un occhio sopra di voi e rendete omaggio al piccolo/grande Culmine di Dazio. E se per questo non vi bastasse ciò che vi ho raccontato fino a qui, be’, sappiate pure che da qualche parte sul Culmine c’era un antichissimo castello oggi scomparso, dei misteriosi cunicoli sotterranei, alcune miniere di ferro e una di oro abbandonate da secoli e, persino, delle enormi “uova di drago”, già.

Insomma, il piccolo e all’apparenza umile monte ha carisma e fascino da vendere, ne converrete anche voi! Per saperne di più, sul Culmine di Dazio, cliccate qui, su “Paesi di Valtellina”, o sulle immagini presenti in questo articolo. Se poi deciderete di visitarlo, non posso che augurarvi buone esplorazioni sul «monte magico»!