L’ironia della TV

La televisione ha paura della capacità di smascheramento che possiede l’ironia, e allo stesso tempo ne ha bisogno. Ha bisogno dell’ironia perché la televisione è praticamente fatta per l’ironia. Perché la televisione è un mezzo che tocca due diversi sensi. Il fatto che abbia sostituito la radio non significa che le immagini abbiano sostituito il suono, ma che le immagini gli si affiancano. Dato che la dialettica tra ciò che si dice e ciò che si vede è proprio il campo d’azione dell’ironia, la forma più classica di ironia televisiva funziona attraverso la giustapposizione di immagini e suoni in contrasto fra loro. Quel che viene mostrato smentisce ciò che viene detto. Un pezzo di critica televisiva sui telegiornali di un network nazionale descrive una celebre intervista a un dirigente della United Fruit andata in onda in uno speciale della CBS sul Guatemala: «Io davvero non sono a conoscenza di nessuna situazione di cosiddetta “oppressione”», diceva questo tizio, mezzo spettinato e vestito come i Bee Gees negli anni Settanta, a Ed Rabel. «Io penso che sia solo l’invenzione di qualche giornalista». Tutta l’intervista era inframmezzata da un filmato senza commento di ragazzini con la pancia gonfia negli slum guatemaltechi e di sindacalisti che giacevano in mezzo al fango con le gole tagliate.

(David Foster WallaceE unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione, in Tennis, Tv, trigonometria, tornado, e altre cose divertenti che non farò mai piùMinimum Fax, 1999/2011, traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo, Martina Testa, pagg.57-58. Una citazione dedicata a quelli – spero ormai pochissimi – che ancora credono a ciò che devono e sentono in TV, già. Per la cronaca, la “United Fruit” è questa e Ed Rabel è lui.)

Consigli buoni per tutta la vita

In queste pagine faccio dell’ironia sui miei genitori, ma ciascuno di loro mi ha insegnato cose che mi sono state utili per tutta la vita. Mio padre: quando compri un giornale all’edicola, non prendere mai quello in cima. Mia madre: l’etichetta dei vestiti va sempre dietro.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.29.)

La neve di Segantini

[Giovanni Segantini, Le cattive madri, 1894, olio su tela 120×225 cm, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna.]
Domenica 24 gennaio su “Il Post” è stato pubblicato un (quasi) bell’articolo intitolato Storia della neve dipinta. Un racconto per immagini per chi quest’anno non potrà vederla dal vivo e ha un po’ di nostalgia, il cui titolo dice tutto sul contenuto, ispirato da un similare articolo apparso qualche giorno prima sul “New York Times”.

In effetti, come accade per il paesaggio, la neve è un elemento particolare anche per l’arte, fornito di peculiari significati inevitabilmente legati alla relativa stagione invernale – dunque non certo solari e allegri – ma che d’altro canto non di rado diventa un motivo di luminosità e quindi di particolare “epifania emozionale” in rappresentazioni altrimenti cariche di pathos drammatico – senza contare che una delle cose più spassose da fare con la neve, ovvero le palle con conseguenti “battaglie”, è da secoli raffigurata in molte opere.

Si può leggere al riguardo nell’articolo:

La neve compare sporadicamente nei dipinti nel XIV secolo per farlo più frequentemente a partire dal XV. Prima di questo momento non esistevano molti paesaggi nei dipinti europei, perché i soggetti erano quasi esclusivamente religiosi, e avevano l’obiettivo di raccontare la vita dei santi e di Gesù e di glorificare Dio: e in Paradiso pare che non piova e non nevichi. Anche quando le prime scene paesaggistiche iniziarono ad affacciarsi sulle tele, l’inverno fu l’ultima stagione a comparire: interessava soprattutto la natura rassicurante e addomesticata dall’uomo anziché quella ispida e selvaggia, e l’inverno aveva un che di allarmante e minaccioso: le persone lo passavano chiuse in casa al riparo dal freddo e dal buio precoce.

Ora: posto quanto avete letto, di sicuro vi starete chiedendo il perché di quel “(quasi)” che ho scritto in principio di questo articolo. Be’, è presto detto: perché nella disamina sia de “Il Post” che del “New York Times” manca un artista fondamentale (secondo me, sia chiaro, ma credo di essere in buona compagnia nel pensare ciò) per la raffigurazione artistica del mondo innevato: Giovanni Segantini, le cui opere bianche di neve sono tra le più potenti e affascinanti della “categoria” – e non solo, ovviamente (se non avete mai visitato il Segantini Museum di St. Moritz, in Svizzera, fatelo al più presto!). Cerco di “riequilibrare” da par mio tale mancanza (forse generata da una visione inesorabilmente “americana” del tema, e non intendo solo geograficamente) e, tra le numerose citabili del grande artista italiano, ne propongo lì sopra una meno celeberrima di altre ma per la quale, a mio modo di vedere, la neve rappresenta un elemento imprescindibile di potente simbologia nonché di avvolgente emozionalità (mono)cromatica il quale, non a caso, fa del dipinto, con tutto il resto che raffigura, una delle opere più significative del Simbolismo europeo.

Cliccateci sopra per ingrandire l’immagine, poi qui per saperne di più al riguardo. E sempre viva Giovanni Segantini, artista tra i più grandi di ogni epoca.