Il senso (woodyalleniano) della vita

Io non credo nella vita dopo la morte, e quindi, data la cupa visione che ho della condizione umana e della sua dolorosa assurdità, perché andare avanti? Alla fine, non sono stato in grado di trovare un motivo plausibile, e sono giunto alla conclusione che noi uomini siamo semplicemente programmati per resistere alla morte. Il sangue è più forte del cervello. Non c’è motivo logico per cui rimanere attaccati alla vita, ma chi se ne importa di quello che dice la testa. Il cuore dice: hai visto Lola in minigonna? Per quanto ci lamentiamo e insistiamo, a volte in modo del tutto persuasivo, che la vita è un incubo di lacrime e di sofferenza, se uno entrasse improvvisamente nella nostra stanza con un coltello e intenzioni omicide, reagiremmo subito. Lotteremmo con tutta la nostra energia per disarmarlo e sopravvivere. (Nel mio caso, scapperei.)

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.21.)

L’ironia della TV

La televisione ha paura della capacità di smascheramento che possiede l’ironia, e allo stesso tempo ne ha bisogno. Ha bisogno dell’ironia perché la televisione è praticamente fatta per l’ironia. Perché la televisione è un mezzo che tocca due diversi sensi. Il fatto che abbia sostituito la radio non significa che le immagini abbiano sostituito il suono, ma che le immagini gli si affiancano. Dato che la dialettica tra ciò che si dice e ciò che si vede è proprio il campo d’azione dell’ironia, la forma più classica di ironia televisiva funziona attraverso la giustapposizione di immagini e suoni in contrasto fra loro. Quel che viene mostrato smentisce ciò che viene detto. Un pezzo di critica televisiva sui telegiornali di un network nazionale descrive una celebre intervista a un dirigente della United Fruit andata in onda in uno speciale della CBS sul Guatemala: «Io davvero non sono a conoscenza di nessuna situazione di cosiddetta “oppressione”», diceva questo tizio, mezzo spettinato e vestito come i Bee Gees negli anni Settanta, a Ed Rabel. «Io penso che sia solo l’invenzione di qualche giornalista». Tutta l’intervista era inframmezzata da un filmato senza commento di ragazzini con la pancia gonfia negli slum guatemaltechi e di sindacalisti che giacevano in mezzo al fango con le gole tagliate.

(David Foster WallaceE unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione, in Tennis, Tv, trigonometria, tornado, e altre cose divertenti che non farò mai piùMinimum Fax, 1999/2011, traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo, Martina Testa, pagg.57-58. Una citazione dedicata a quelli – spero ormai pochissimi – che ancora credono a ciò che devono e sentono in TV, già. Per la cronaca, la “United Fruit” è questa e Ed Rabel è lui.)

Consigli buoni per tutta la vita

In queste pagine faccio dell’ironia sui miei genitori, ma ciascuno di loro mi ha insegnato cose che mi sono state utili per tutta la vita. Mio padre: quando compri un giornale all’edicola, non prendere mai quello in cima. Mia madre: l’etichetta dei vestiti va sempre dietro.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.29.)