Nel giusto

(Photo credit: Gerd Altmann da Pixabay)

Quando esprimete un’opinione personale su certe cose della politica e quelli di destra pensano che siete di sinistra mentre quelli di sinistra pensano che siete di destra, la realtà è che molto probabilmente siete nel giusto.
E siete pure molto più avanti rispetto a quelli. Ecco.

Ascoltando la radio, in auto

Viaggio in auto, faccio zapping radiofonico e a volte mi capita di intercettare, su qualche emittente nazionale, dei programmi nei quali si dibatte di cose politiche e all’uopo vengono fatti intervenire dei politici, esponenti più o meno noti dei vari partiti, li ascolto per un po’ e passa solo qualche istante perché la solita domanda, nell’ascoltare i tizi intervistati e ciò che dicono, mi sorga spontanea: ma come diavolo si fa a dare credito a individui del genere e, persino, a eleggerli propri rappresentanti in Parlamento?

(Photo credit: tim striker da Pixabay)
Così, ogni volta l’occasione mi è propizia per riselezionare «MEDIA» e tornare ad ascoltare qualche buon album musicale, lasciando quelli e le loro scempiaggini politichesi all’ineluttabile oblio della modulazione di frequenza radiofonica mentre guido l’auto verso la mia destinazione. Ecco.

N.B.: per quanto riguarda la TV, invece, il problema non si pone. Non la guardo, e amen.

 

Il paese più governabile al mondo

In realtà questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’ efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’ idea del governare, di una vita morale del governare.

(Leonardo Sciascia, discorso alla Camera dei Deputati, Roma, 5 agosto 1979. Citazione tratta da Lanfranco Palazzolo, Leonardo Sciascia deputato radicale, 1979-1983, Kaos Edizioni, Milano, 2004.)

Era il 1979, quando Sciascia pronunciò queste parole. Se dopo quarant’anni il loro valore resta immutato ovvero se incredibilmente risultano ancora più consone all’attuale stato di fatto nazionale, è prova evidente che l’Italia ha serissimi problemi. E che il paese per primo non è in grado di rendersene conto, ne allora ne tanto meno ora.

(L’immagine è tratta da qui.)

Ius soli e ius culturae

(Immagine tratta dal web.)

Ogni volta che in Italia si riattiva il dibattito sugli iussoli o culturae – ripartono le solite stupide sparate a vanvera dei vari politici, di “destra” e di “sinistra” («ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?» – cit.) e dei commentatori a loro sodali che veramente si fa fatica a capire se ci sono o ci fanno, quando invece una tale discussione, fosse seria, rappresenterebbe un tema fondamentale per qualsiasi società civile contemporanea in questi tempi di globalizzazione (buona o cattiva che sia) e di migrazioni – fenomeno peraltro congenito alla storia della civiltà umana e non certo di natura “emergenziale” come oggi viene creduto e di conseguenza strumentalizzato.

Posto che c’è una differenza sostanziale tra ius soli e ius culturae (si veda qui), io credo che il primo sia una formula non adatta ad un contesto geopolitico come quello dell’Italia; nella sua forma “temperata” avrebbe già più senso ma ancora presenterebbe delle criticità che le istituzioni italiane temo non sarebbero in grado di risolvere e gestire al meglio. Posto invece il patrimonio culturale e valoriale storico dell’Italia, a me pare che lo ius culturae sia da considerare una formula assolutamente adatta se non necessaria al paese, se ben gestita e adeguatamente valorizzata nei suoi aspetti culturali come merita e come si dovrebbe: l’Italia ne avrebbe solo da guadagnarci, ne sono convinto, sia a livello civico che culturale e sociale. Senza contare che, come mette bene in evidenza il professor Gianluca Briguglia in questo articolo, lo ius culturae, oggi portato avanti dalla “sinistra”, sarebbe in realtà più consono al pensiero di destra in quanto (cito) «enfatizza la sovranità dello Stato e stabilisce l’inclusione e l’accettazione di un sistema valoriale che fa capo allo Stato».

Proprio così: con uno ius culturae ben fatto l’Italia potrebbe formare una generazione di nuovi cittadini ben consapevoli dei valori socioculturali nazionali e per di più col valore aggiunto di un proprio bagaglio culturale ampliato in forza della propria storia personale, ovvero la condizione storicamente migliore per l’evoluzione virtuosa di una civiltà fin dal tempo – per restare negli ambiti italici – dei Romani, che questa cosa l’avevano ben capita e la utilizzavano al meglio per consolidare la propria sovranità politica sui territori conquistati.

Questo, a mio parere, è il succo della questione.

Poi, certo, mi viene amaramente da pensare che se si sottoponessero molti italiani a una qualche sorta di esame per convalidare il proprio ius culturae, temo che non pochi lo dovrebbero perdere. È anche questo un grave problema culturale (e sociale di rimando) dell’Italia, che se da un lato rende ancora più “funzionale” l’introduzione di uno ius culturae ben fatto, dall’altro rischia di vanificarne i benefici e, paradossalmente, proprio per colpa di chi invece dovrebbe esserne un “modello”. Ma non ne può impedire affatto un serio dibattito e una ben congegnata nonché, ribadisco, opportuna introduzione. Già.

Sciopero?!

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/iirliinnaa-3829110/; elaborazione mia.)

È in corso un ennesimo sciopero, in Italia, questa volta dei benzinai. Una pratica di (presunta) protesta talmente frequente da essere diventata “normale”, e per ciò notevolmente depotenziata e banalizzata in merito al suo senso e al valore originari.

Fermo restando il rispetto e la comprensione per le motivazioni di chiunque protesti, spesso con giusta causa, trovo che qui la pratica dello sciopero sia ormai anacronistica, demagogica, pletorica e di mera facciata, legata a solite e ottuse strumentalizzazioni di parte, all’incapacità di dialogo istituzionale tra gli elementi politici nazionali e al voler/dover far scena a beneficio dei media; di contro, lo sciopero spesso crea problemi soprattutto a chi non c’entra nulla con le parti in causa nella vertenza a cui si riferisce.

Sarà, ma credo che ad oggi, anno 2019, e salvo rarissimi casi, essere qui ancora a “risolvere” vertenze sindacali nei settori produttivi del paese a colpi di scioperi, sia soltanto o una meschina messinscena, appunto, o comunque una cosa da società arretrata e in costante regresso.

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/iirliinnaa-3829110/; elaborazione mia.)