All’Italia serve la cultura, a tutti i costi

[Foto di 동철 이 da Pixabay.]

Chiedere, anzi pretendere, che i mezzi di informazione e le grandi agenzie di comunicazione aprano i loro spazi all’arte e alla cultura non solo quando protestano ma nel loro lavoro quotidiano. Le piattaforme italiane – a cominciare naturalmente dalla Rai – andrebbero incalzate e infine costrette a dare spazio a esperienze, spettacoli, scene e suoni che non possono più esprimersi altrove. Qui si dovrebbero concentrare appelli, petizioni, rivendicazioni. Per compensare e sostituire come si può le sale vuote e silenziose. Non nella cocciuta (e temo inutile) pretesa di restare aperti comunque. Ma per aprirsi di più, durante e dopo la pandemia.

L’articolo di Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3, pubblicato nel sito di “Internazionale” ieri, 26 ottobre, col quale egli sostiene che (uso il sunto fatto al riguardo da “Il Post”) «Alla cultura serve altro che aprire i teatri a tutti i costi, le proteste contro le chiusure trascurano i pericoli e sono di retroguardia» (lì sopra ne leggete la parte finale) sta creando un interessante dibattito sul tema, inevitabilmente molto polarizzato tra i fautori della chiusura e i difensori dell’apertura dei luoghi culturali. A mio modo di vedere, in verità l’articolo non dà risposte ne agli uni ne agli altri, proponendo di contro alcune cose assolutamente condivisibili (come quella sopra citata) che peraltro potrebbero risultare ben più efficaci di contributi pubblici necessari certamente per sopravvivere ora ma temo non per vivere (meglio possibile) in futuro. Mi sembra che le osservazioni di Sinibaldi siano da un lato fin troppo avanzate per un paese come l’Italia che ha da troppo tempo messo al bando la cultura come una cosa superflua se non nociva (per certi meccanismi sistemici del potere politico), e dall’altro per certi aspetti “infondate” (pur essendo del tuto virtuose, sia chiaro): ad esempio, non credo nemmeno che «teatri e cinema si svuoteranno comunque, qualunque siano i dpcm che ci aspettano» come egli sostiene (si veda qui, per citare un teatro di mia conoscenza). D’altronde bloccarne totalmente l’attività per decreto, senza nemmeno considerare almeno delle aperture parziali come avviene per altre realtà e dunque sostanzialmente dimenticandosi di cosa si stia chiudendo (a meno che si pensi di poter chiedere lo smart working, o smart show working, anche ad attori teatrali o figure professionali della cultura affini!) mi sembra una cosa veramente priva di senso, anche considerando la gravità della situazione sanitaria attuale. Come altri sostengono (cito un commento piuttosto “appassionato” preso dal profilo facebook di Andrea Zhok), «Chiudere a tappeto attività variegate dai teatri, alle palestre, ai cinema, ai bar, dopo che era stata loro chiesta l’ottemperanza a severi protocolli di sicurezza, pena la chiusura, è un’intollerabile presa per il c**o. Una presa per il c**o per tutti quelli che avevano fatto i salti mortali per attenersi alle regole (e sono molti).»

Insomma: Sinibaldi nel suo ottimo articolo scrive, sostiene e chiede cose assolutamente importanti, ma la realtà culturale italiana è, se vista dal lato delle istituzioni, una realtà tanto meravigliosa e civicamente vitale quanto suo malgrado degradata, che probabilmente non può permettersi e reggere ulteriori lock down come invece le entità artistiche e culturali forse riescono meglio a fare in altri paesi europei. In ogni caso, dietro provvedimenti del genere, che si deve supporre “comprensibili” dal punto di vista dei politici, si percepisce soprattutto la sconcertante arretratezza culturale del paese in aggiunta alla devastante inadeguatezza politico-amministrativa (in par condicio assoluta) di chi lo regge oggi e in passato lo ha portato alla situazione attuale. Posto ciò, non è certo il teatro che resta vuoto nonostante sia aperto, il problema, ma è il teatro vuoto dacché chiuso per decreto quando potrebbe accogliere pochi o tanti spettatori (e nessuno può dire a priori che non sia così: si veda qui), impedendogli così proprio ciò che in fondo anche Sinibaldi chiede alla cultura nazionale, di «non perdere la ricchezza dell’esperienza artistica e culturale». E come si può ottenere ciò, se la politica se ne lava le mani (da tempo, semmai oggi perpetra tale atteggiamento) e chiude tutto senza motivazioni realmente plausibili?

Philippe Daverio

[Foto di br1 (Bruno Cordioli) da https://www.flickr.com, CC BY-SA 4.0; la fonte da cui l’ho tratta è qui.]

La vita è come un quadro, pieno di pennellate che vanno nel verso giusto, ma ce n’è sempre una che, nonostante l’attenzione del pittore, esce dai confini, macchia il pavimento: ecco, quella è la morte, ineluttabile, fatale, uno strascico blu nell’infinito magniloquente e fantasmagorico, un’esplosione oltre la cornice che tutti vivremo (o moriremo), polvere barbaramente bistrattata quantunque paventasse un volo pindarico.

(Dalla puntata Palermo o l’Europa di una volta del programma televisivo Passepartout del 29 settembre 2013.)

Più che uno “stimato critico d’arte”, come ordinariamente lo si riteneva, è stato un ottimo divulgatore, Philippe Daverio, avendo capito che dell’arte non solo bisognava disquisire (anche) con parole semplici ma, ancor più, che c’era da rendere chiaro e far capire quanto fosse e sia lo strumento migliore (in assoluto, forse) che l’uomo ha a disposizione per capire se stesso, il suo mondo e la vita che vive in esso, tanto nel senso più aulico e filosofico quanto in quello più quotidiano e popolaresco di ciò, ovvero parlando al cultore della materia e al contempo alla classica “casalinga di Voghera”. Tutto questo per il bene (o il tornaconto, se preferite) dell’arte stessa, in primis, e trovando il modo di farlo, con abilità più o meno “politica” ma di sicuro ammirevole, sui media più nazional-popolari.

Credo che tanti, me compreso, debbano molto della personale passione per l’arte alle sue trasmissioni televisive – quando ancora la TV proponeva qualcosa di salvabile e interessante: semplici, immediate, “scolastiche” e per questo comprensibili e sovente illuminanti, ottimi e facili input all’approfondimento delle materie artistiche e dei loro protagonisti. D’altronde anche la più ampia e strutturata erudizione, in ogni campo, nasce da elementari e primarie (ancorché sagaci) nozioni, e di una cosa del genere a Daverio tutti quanto dobbiamo e dovremo essere sempre alquanto riconoscenti.

RIP. ∞

P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più su Philippe Daverio.

Contro Chiara Ferragni (o no?)

No, mi spiace, ma a me questa cosa di Chiara Ferragni che gira l’Italia qui e là per luoghi d’arte e di gran pregio culturale non mi sta bene. Leggo da diverse parti (qui, ad esempio) di quanto abbia fatto bene la sua presenza agli Uffizi (gli ingressi degli under 25 sono aumentati di quasi il 30% di colpo) o degli effetti turistici dei suoi selfie nelle chiese e nei luoghi culturali del Salento (vedi lì sopra), ovvero di come la cultura, che nel (una volta) “Bel Paese” è assai poco considerata – e sostanzialmente denigrata dalla politica – possa e debba aver bisogno di infleuncer come lei e dei millemila like ai suoi post sui social, probabilmente messi da molti che (mi permetto la cattiveria, che tuttavia non credo così campata per aria) degli Uffizi quasi nemmeno sapevano l’esistenza…

Ecco, no, non mi sta bene, già. Insomma, perché Chiara Ferragni non viene anche a Colle di Sogno, uno dei più borghi della montagna lombarda? È un luogo meraviglioso in un paesaggio prealpino a dir poco leggiadro, con angoli assai caratteristici nei quali i selfie verrebbero benissimo e c’è pure una locanda in cui si mangia divinamente. Non a caso con Alpes ne abbiamo fatto la sede di un progetto a suo modo innovativo, Colle di Sogno, Un luogo dove re-stare, con il quale puntiamo a conseguire una rivalorizzazione e una rinascita del borgo e del suo territorio utilizzando come impulso principale e fondamentale l’apertura, l’inclusione e l’esperienza di resilienza degli abitanti, forti attrattori culturali di ulteriori esperienze analoghe nonché elementi ideali alla produzione di nuova cultura. In pratica, un progetto che vuole rivitalizzare per rivitalizzarsi: per fare di Colle di Sogno un luogo oltre modo vivo, forte della sua storia, determinato nel presente e capace di costruirsi un buon futuro.

Che diamine: c’è un posto così a un’ora d’auto da Milano e una persona indubbiamente assai intelligente e capace come Chiara Ferragni non ci viene a fare nemmeno un selfie? Eh no, non va bene, è uno scandalo, una cosa inaccettabile, ecco. Uffa!

P.S.: Chiara, comunque sappia che i pizzoccheri che fa il Luigi alla Locanda di Colle di Sogno sono imbattibili. Garantito!

Sostenere la cultura. Altrove, però!

Passata (si spera definitivamente) la fase più critica dell’emergenza coronavirus, e constatati i notevoli problemi da essa generati in molti ambiti tra cui uno di quelli più fondamentali per l’intera società, ovvero il comprato culturale, ecco che in Europa si cerca di far fronte a tali difficoltà e sostenere un così importante elemento civico e sociale per qualsiasi società avanzata.

In Germania è stato varato il Neustart Kultur, un maxi-programma da oltre 1 miliardo di euro a sostegno dei lavoratori del settore artistico e culturale e dell’intera infrastruttura che produce cultura creativa.

In Gran Bretagna un piano di simile entità finanziaria andrà a supportare l’intera industria culturale con sostanziosi aiuti in forma di prestiti, sovvenzioni, sostegni diretti, investimenti in progetti materiali e immateriali.

La Francia ha varato a sua volta un programma straordinario di sostegno alla cultura, articolato al punto da segna il ritorno in forza dello Stato nella promozione e nel potenziamento dell’educazione artistica e culturale.

In Italia invece… be’, ecco… ehm… ah sì, è ripartito il campionato di calcio, finalmente! Evviva! Così, anche se i teatri o le librerie non riescono a riaprire, oppure chiudono proprio, possiamo vedere la partita in TV! Bello, no?

Se la cultura deve far solo “divertire”

[Foto di Alexas_Fotos da Pixabay]

Come in occasione della scomparsa di Germano Celant, anche l’infelice frase che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato la sera del 13 maggio scorso durante la presentazione del Decreto Rilancio ha suscitato scalpore e indignazione nel mondo dell’arte. “La cultura, non dimentichiamo questo settore, abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare…”: queste le ‒ ormai famigerate – espressioni incriminate.
Ma, esattamente come nel caso precedente – il peso quasi nullo sui media nazionali della scomparsa del più famoso critico e curatore italiano – anche questo nuovo episodio non avrebbe forse dovuto scatenare una reazione del genere. […] Invece che scaldarci e scandalizzarci, avremmo dovuto piuttosto ringraziare Giuseppe Conte perché, con una semplice frase ci ha illustrato la concezione che governo e classe dirigente hanno – e non da oggi – di arte e cultura.
Qualcosa cioè che rassicura, che facilita l’evasione, che intrattiene; che non pone problemi, che smussa le contraddizioni e i conflitti – invece che farli emergere e deflagrare. Certamente non un disturbo, o una critica. Qualcosa che, appunto, con simpatia e positività, “diverte e appassiona”. In effetti, è un ritratto fedelissimo di ciò che, da anni e decenni, è considerata la produzione artistica e culturale in Italia. […]

Christian Caliandro, sempre interessante e illuminante, qui in un brano del suo articolo L’arte rotta (XVIII). La fatica del cambiamento su “Artribune” lo scorso 18 maggio; cliccate sull’immagine in testa al post per leggere il testo nella sua interezza.
Dunque… quanto tempo è passato dalla volta che quel tizio disse «con la cultura non si mangia»? Una decina, circa. Ecco, siamo sempre lì, fermi sul quel principio di ribrezzo verso la cultura, perché in ItaGlia le tradizioni vanno sempre salvaguardate, no? Cambiano i governi, cambiano gli schieramenti, gli uomini, le idee e le ideologie (all’apparenza) ma, appunto, certi princìpi fondamentali restano ben saldi. E guai a toccarli, sia chiaro: mica che il paese rischi di non far più ridere e divertire le altre nazioni come accade ormai da parecchi lustri, eh!