Un consiglio

Mi permetto di darvi un “consiglio”, se così lo posso definire.

Qualche giorno fa sono stato – mio malgrado – in un centro commerciale dopo aver visitato una mostra d’arte contemporanea, dunque dopo essere stato in un luogo deputato all’arte. “Mio malgrado” nel senso che il ristorante interno al centro espositivo era pieno e l’unico posto dove trovare da mangiare almeno un panino era quel centro commerciale, senza altre alternative nei paraggi.

Ecco, il consiglio: non recatevi mai in un centro commerciale dopo essere stati ad una mostra d’arte, o in qualche altro luogo deputato a cose similmente “alte”. Perché, se possibile, la realtà del primo s’abbassa ancor più di quanto potreste mai immaginare. Semmai fate il contrario – prima il centro commerciale e poi la mostra d’arte, ma solo se siete veramente costretti a dovervi recare nel primo – oppure andate liberamente in entrambi ma soltanto se siete degli studiosi di sociologia (o psicosociologia). Oppure, ancora meglio, andate quasi sempre e solo alle mostre d’arte e quasi mai nei centri commerciali, almeno la domenica.

Sia chiaro: nulla di personale contro chi frequenta assiduamente i centri commerciali – tanto meno nei confronti di chi ci lavora, anzi: massimo rispetto per costoro. Solo, mi permetto di pensare che frequentare mostre d’arte, o altro di considerabilmente educativo alla bellezza e assecondante la cultura e il pensiero più sagace (come l’arte contemporanea sa fare con rara efficacia, ad esempio), è meglio.

Magari mi sbaglio, eh. O magari no.

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INTERVALLO – Sondrio, “Volontari per la Cultura”

Di solito in questo spazio periodico denominato “INTERVALLO” (come quei vuoti tra un programma e l’altro sulla TV di tanti anni fa riempiti di immagini di bei paesaggi, per chi si chieda il motivo di tale nome) mostro bei luoghi (appunto!) dedicati ai libri e alla cultura, biblioteche in particolare. Questa volta voglio mostrare “l’altro lato della medaglia”, ovvero rendere omaggio a chi le biblioteche (e non solo quelle) le mantiene vive e attive, per giunta in modo del tutto volontario.

Volontari per la Cultura, infatti, è il programma attivo dal 2012 per favorire il volontariato nelle biblioteche e nei musei della provincia di Sondrio, al quale nel 2018 hanno partecipato oltre 290 volontari al servizio di 24 biblioteche e 5 musei con attività che vanno dall’affiancamento dei bibliotecari e degli operatori museali nel lavoro di gestione delle aperture dei relativi spazi, alle attività di ausilio alla lettura e allo studio per adulti e bambini, ai corsi di vario genere fino all’organizzazione di eventi, visite guidate, laboratori didattici, ricerche d’archivio.

Volontari per la Cultura è nato dalla convinzione che le persone sono portatrici non solo di bisogni ma soprattutto di capacità che possono essere messe a disposizione della comunità e che la loro partecipazione è perciò un’occasione di arricchimento. Si può dire che non ci siamo inventati nulla, ma ci siamo richiamati al principio di sussidiarietà sancito dalla nostra Costituzione, che chiede agli enti pubblici di favorire l’iniziativa dei cittadini, non solo associati, ma anche singoli. L’obiettivo del programma perciò non è mai stato quello di sostituire il personale qualificato che lavora nelle biblioteche nei musei, bensì quello di far crescere la cittadinanza attiva.” Così dicono di loro stessi i membri di Volontari per la Cultura, e non serve denotare quanto un tale progetto possa essere importante ed esemplare, e quanto sia da sostenere in ogni modo: è un patrimonio (umano) prezioso almeno quanto i luoghi che contribuisce a mantenere vivi e massimamente fruibili per tutti.

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web di Volontari per la Cultura e conoscerne le numerose attività nonché, se siete residenti in provincia di Sondrio, parteciparvi.

Quelli che si vantano di non leggere

(Mark Twain, “The town drunkard asleep once more”, 1883.)

Quelli che si vantano di non leggere libri o di non apprezzare l’arte mi ricordano tanto quelli che ostentano la loro “capacità” di reggere l’alcol e di non subirne gli effetti: bevi e bevi, prima o poi ubriachi fradici se non in coma etilico al pronto soccorso ci finiscono tutti – o, peggio (per loro), con l’auto in un fossato. E certamente, in ogni caso, non per colpa dell’alcol.

Dovremmo andare tutti quanti a piedi

Siccome credo molto poco alla reale volontà di chiudere i grandi centri commerciali la domenica* – al di là dei soliti toni da boutade sloganista, dei quali ormai si nutre tutta la politica, salterà fuori l’ennesimo escamotage che cambierà “tutto” e non cambierà nulla, vedrete, con gran gioia della massa di persone (votanti, peraltro) che pensano che passare le domeniche al centro commerciale sia “meraviglioso” – siccome ci credo molto poco, dicevo, allora invoco che venga almeno messo in atto un adeguato contraltare di natura (anche) socioculturale. Ad esempio, che in qualche modo si imponga che almeno per una domenica al mese tutti quanti si vada a piedi. Niente auto, nemmeno quelle elettriche e tanto meno ebike, solo bici tradizionali e mezzi pubblici non inquinanti: per il resto, tutti in cammino. Anche per andare al centro commerciale, se proprio uno vuole, ma a piedi.

Il bello della pratica del camminare è anche dato dal fatto che la sua natura profondamente filosofica la può capire, e rapidamente, anche chi di filosofia non ci capisce nulla. Basta andare, muovere i piedi, possibilmente in ambiente naturale ma anche in quello urbano, se non troppo pesantemente inquinato dal traffico come ordinariamente accade, e vi assicuro che è un attimo capire come ogni altro tipo di movimento, al di là della sua mera e necessaria (ma di rado veramente tale) funzionalità, è sotto molti aspetti illogico, irrazionale, brutto, insalubre, scriteriato, in certi casi pure folle. Non solo: camminando, si capisce molto meglio anche l’intero mondo che si ha intorno, garantito.

È solo una simpatica utopia, questa mia? Forse, ma sempre meglio della spaventevole distopia che sta occupando la nostra realtà quotidiana e nella quale tutti quanti ci ritroviamo sempre più a vivere. Ecco.

*: per la cronaca, la mia posizione al riguardo l’ho già chiaramente espressa tempo fa, qui.

Il cancro della cultura (e non solo di quella)

Quasi tutte le volte che mi occupo di cultura attiva, ovvero di iniziative in ambito culturale di varia natura, immancabilmente – da anni, intendo dire – finisco per scontrarmi con quella convenzione, prassi, luogo comune, modus cogitandi o come diavolo lo si voglia chiamare, per il quale la cultura deve essere liberamente fruibile da tutti, dunque gratuita. Dunque non retribuita – o retribuita con “compensi” da fame. Come se il lavoro intellettuale e creativo, per sua natura immateriale, non fosse quantificabile e valorizzabile, dunque chi lo pratica s’attacca. Che nel principio sarebbe un po’ come dire che siccome, per ora, a fare viaggi interstellari non ci possiamo andare, tanto vale retribuire gli scienziati e ricercatori che studiano le stelle e lo spazio.

Tutto ciò, inoltre, non comporta solo che, se la produzione culturale non viene adeguatamente valorizzata, chi ne è artefice non venga altrettanto adeguatamente retribuito, ma pure che – assai biecamente – su di essa non si investa come sarebbe adeguato, anzi, indispensabile fare. E ciò comporta un’ulteriore conseguenza: che la produzione culturale non produca quella ricchezza che assolutamente potrebbe produrre, e sulla quale un paese come l’Italia potrebbe non dico prosperare ma quanto meno sostenersi e svilupparsi – culturalmente, pure: cosa oltre modo necessaria, inutile rimarcarlo.

Questa situazione rappresenta un vero e proprio cancro, per la cultura italiana. Un male via via sempre più incurabile, se non guarito rapidamente, che per giunta finirà per causare danni anche ad altri ambiti – quello sociale in primis.

Dunque? Dunque – scusate il linguaggio assai franco – vaffanculo a chiunque e a ogni cosa perseveri nel conservare un tale deleterio status quo. E un invito a boicottare qualsiasi iniziativa di natura culturale che si pretenda venga realizzata in maniera gratuita o malamente retribuita, rivolto in primis a chi ne è soggetto attivo – artisti, creativi, autori, eccetera – e subito dopo al pubblico. Il quale deve capire una volta per tutte che, se all’apparenza è “tanto bello” fruire contenuti culturali gratis, se fa tanto figo sostenere idee del tipo “la cultura deve essere a disposizione di tutti, anche di chi non se la può permettere!” (per carità, poi! Tra tanti Euro spesi per mere scempiaggini consumistiche, non si spendono pochi euro per un buon libro, uno spettacolo teatrale, una mostra d’arte? Suvvia, siamo seri!), alla fine dei conti la somma è 0. Zero, sì: zero cultura, ovvero la strada spianata all’imbarbarimento definitivo. Oltre che all’impoverimento economico, perché, come detto poco fa, la cultura può generare numerosi (e virtuosi!) punti di PIL, se la si coltiva al meglio.
Altrimenti, ribadisco, l’unica parola adatta è quella assai franca lì sopra. E basta.