L’Italia come un “Truman Show”


Secondo me, potrebbero veramente aver ragione quelli che sostengono che l’Italia, in quanto istituzione, in verità non esiste più da un pezzo, trasformata in un gigantesco esperimento socio-politico attraverso il quale testare e gestire il comportamento di una comunità pubblica sottoposta a governi e assetti istituzionali sempre più scadenti e degradanti, al fine di elaborare conseguenti modelli di valore assoluto utili alla gestione di eventuali situazioni similari in paesi più evoluti.

Un po’ come quando si fanno i test di rottura dei materiali simulando le condizioni più critiche possibili, così da determinare limiti di sicurezza che siano ampi e dunque includenti nel relativo range una casistica altrettanto ampia e completa. Un Truman Show socio-politico su vasta scala, ecco, applicato al paese più adatto allo scopo in forza della sua scarsissima identità nazionale e dell’altrettanto pessima condizione della sua società civile. Già.

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L’Italia è una Repubblica fondata (pure) sull’ansia

Italiani sempre più a rischio ansia e attacchi di panico, con percentuali in aumento per tali disturbi. A rilevarlo è l’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (Eurodap) che in un sondaggio on line, al quale hanno risposto oltre 700 soggetti tra i 19 e i 60 anni, ha voluto indagare quanto abitualmente le persone sperimentino alcuni dei sintomi tipici dell’ansia e del panico. Dai risultati è emerso che il 79% di coloro che hanno risposto al sondaggio ha avuto, durante l’ultimo mese, manifestazioni fisiche frequenti e intense di ansia; il 73% si percepisce come una persona molto apprensiva, che si preoccupa facilmente di piccole cose/situazioni; il 68% dichiara di avere non poco disagio a stare lontano da casa o da luoghi familiari, mentre il 91% trova molto spesso difficoltà nel rilassarsi.

Così si rileva nell’articolo dell’ANSA che potete leggere in originale nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

Meraviglioso, non è vero?

“Meraviglioso” è constatare come mai nulla accada per caso, come tutto sia collegato e niente affatto frutto di mere coincidenze, semmai sempre effetti di cause che a loro volta divengono fonte di ulteriori cause e relativi effetti.

E “meraviglioso” è ugualmente constatare come quanto sopra accada proprio in Italia… No, dico, in Italia! Dove vi sono politici di così alto livello, dove i canali TV trasmettono programmi sempre intelligenti e istruttivi, dove la cultura è tanto promossa e salvaguardata e la socialità tra gli individui così inclusiva e priva di pregiudizi, dove l’informazione è rigorosa e mai ipocrita e il dibattito sulle questioni di interesse nazionale è sempre assolutamente approfondito, logico, pacato… “Meraviglioso” perché sorprendente, no?

Be’, suvvia: ora non fatevi prendere dall’ansia perché così tanti italiani sono preda dell’ansia! Nessun problema: sapete quale ampia scelta di ansiolitici c’è sul mercato? Tavor, Xanax, Lexotan, Valium, Ansiolin, Control, En, Rivotril, Lorans, Diazepam, Alprazolam, Lorazepam… Uh, una pacchia, ce n’è per tutti i gusti!
Come dite? E i pericoli delle controindicazioni a cui tali sostanze sottopongono?
Tranquilli, il paese ne è già pienamente sottoposto. Basta vedere chi e cosa lo comanda: di più “controindicato” di così non c’e proprio nulla, garantito!

Fare più figli, o fare più (i) genitori?

Si discute spesso, sui media, del costante e preoccupante calo del tasso di natalità nelle società occidentali e, in particolare, in quella italiana. Giustissimo, ci mancherebbe: qualsiasi buon sviluppo futuro della società non può prescindere dalla sostenibilità demografica della società stessa, è lapalissiano – a meno di apporti immigratori ingenti che, d’altro canto, generano le ben note questioni.

Tuttavia, posto quanto sopra, consentitemi di mettere qualche “puntino sulle i” – cinicamente, forse, ma tant’é. Perché va bene il dover fare più figli ovvero mettere le famiglie nelle condizioni ideali per procreare, ma poi…

  • Ho visto madri e padri usare linguaggi terribilmente scurrili con accanto i propri figli piccoli;
  • Ho visto madri e padri accendere sigarette e sbuffare il fumo in faccia ai propri figli piccoli senza nemmeno rendersene conto;
  • Ho visto padri con accanto figli che piangevano sbottare loro cose del tipo «Non mi rompere i cog***ni!»;
  • Ho visto un padre giocare ad un video poker con il figlio piccolo seduto in terra accanto allo sgabello con in mano un cellulare, evidentemente per tenerlo occupato e “buono”;
  • Ho letto di genitori di bambini che giocavano a calcio azzuffarsi sulle tribune del campo di gioco coi figli che li guardavano sgomenti e piangenti;
  • Ho letto di genitori che hanno aggredito e malmenato docenti scolastici rei di aver dato un brutto voto ai figli, senza nemmeno chiedersi se quel voto fosse effettivamente meritato;
  • Ho visto – vedo non di rado persone a cui io non darei da curare nemmeno un criceto che “crescono” bambini, propri figli, con modalità talmente becere e rozze che nemmeno un criceto si meriterebbe.

Facciamo più figli, va bene, ma non facciamone solo una questione di “quantità”. Anzi, è soprattutto una questione di qualità, se così posso dire, dato che quei bambini saranno gli adulti di domani, i cittadini della futura società civile, i custodi della sua identità culturale e dei suoi valori, coloro i quali dovranno garantirsi e garantire alla società un buon vivere e un altrettanto buon futuro – inteso come sviluppo culturale, sociale, politico, civico – e ciò può avvenire certamente grazie alla scuola (che tuttavia non può sempre sopperire alle mancanze dei genitori) e, in primis, grazie alla famiglia e all’ambiente sociale nel quale potranno crescere. Un processo di causa-effetto che può essere sempre più virtuoso, se tale viene costruito da chi ne è parte, oppure sempre più degradato e degradante. Purtroppo, pure un processo che, in questa sua seconda derivazione, subisce una sorta di effetto Dunning-Kruger che ne aggrava tristemente la portata.

Ribadisco: sarò cinico, ma io temo che numerosi genitori non siano in grado di crescere figli nel modo migliore per i figli stessi e, appunto, di rimando per il mondo che domani abiteranno. Di sicuro non i genitori dei quali ho fatto lì sopra il piccolo e per nulla esaustivo elenco. Ecco.

Banderuolismo a gogò

State attenti a essere troppo coerenti con le vostre idee, perché potreste essere scambiati per dei poveri idioti. Siamo nell’epoca del banderuolismo più estremo, dell’ipocrisia divenuta modus vivendi, dell’illogicità come dogma e il tutto per inseguire tornaconti assai biechi. Un’epoca non solo post-ideologica, pure post-ideale, nella quale le idee con contano più e quindi i loro simulacri, in quanto tali, possono essere ribaltati e calpestati a piacimento, facendosene motivo di vanto. E di derisione nei confronti di chi invece sa restare coerente e intellettualmente onesto.

Ma se chi semina vento raccoglie tempesta, chi “vive” di vento produce tempesta. La coerenza genera armonia, l’ipocrisia costruisce conflitto. È bene tenerne conto, sempre.

Il catastrofista assoluto

Qualche tempo fa vi raccontavo, qui sul blog, di una categoria di persone che mi pare parecchio diffusa, nella società di oggi: quella dei lamentatori seriali.
Ce n’è un’altra di categoria che mi sembra altrettanto cospicua, e che per certi aspetti rappresenta una “evoluzione”, o una involuzione, della precedente: quella del catastrofista assoluto.

Il catastrofista assoluto è colui che prende qualsiasi cosa accada a sé, intorno a sé o di cui venga a sapere come una tragedia, una sciagura, una sventura terribile e pressoché letale. Una catastrofe, appunto, il cui “valore” è di solito inversamente proporzionale all’entità effettiva dell’evento o della situazione alla quale fa riferimento: più un fatto è di poco o nullo conto, più il catastrofista assoluto lo bolla e ne parla come nefasto, più invece il fatto sia realmente grave, più egli lo considererà trascurabile, magari criticando con vibrante acidità quelli che invece ne segnalino la concreta gravità. Cosa che invece egli non ammette di ritorno: se al catastrofista assoluto si contesta di essere tale, non esisterà a bollare il suo accusatore come ignorante, incompetente o arrogante, addossandogli rapidamente la colpa di qualsivoglia terribile danno che paventerà dalla catastrofe annunciata.

Figlio legittimamente illegittimo dell’informazione contemporanea e della spettacolarizzazione mediatica della realtà e delle notizie, assiduo fan dei telegiornali più sensazionalistici, dei talk show nazional-popolari più beceri e casinisti nonché, probabilmente, frequentatore delle pagine social più cospirazioniste, ha tra le sue regole di vita fondamentali il “si stava meglio quando si stava peggio, il cui principio usa per diffondere a chiunque, appena possibile, la sua certezza che tutto al mondo sta andando a rotoli, non esitando peraltro a indicare i sicuri (per lui) colpevoli di tal generale apocalisse.
Piove per una mezza giornata in modo un po’ più intenso del solito? Sono imminenti alluvioni, frane, danni tremendi. Dicono al TG di un fatto di cronaca nera? Siamo sull’orlo della guerra civile. Va con l’auto da qualche parte e impiega cinque minuti in più del solito?  Ha buttato via la giornata intera, è rimasto bloccato ore in auto, il traffico è ormai al collasso, non si può più vivere in un mondo così. E ovviamente quel “traffico al collasso” sarà probabilmente stato causato da chissà quale terribile incidente, forse mortale, magari con più morti – non tralascerà di aggiungere che di questo passo non diventeremo certo vecchi, con il mondo che ci ritroviamo intorno e tutti i “pazzi” che lo popolano, di cui non c’è mai da fidarsi!

Non è un semplice menagramo o iettatore, sia chiaro: non chiama sfortune e malesorti, il suo catastrofismo è universale, una specie di evoluzione 2.0 del pessimismo millenarista d’un tempo (e ben più vanesio di questo), e colpirà sicuramente tutti quanto prima possibile, anche se dallo pseudo-plurale maiestatis che solitamente usa nelle proprie dichiarazioni da fine del mondo («Finiremo tutti quanti male!», «Qui non ci salva più nessuno!», «Questa cosa che hanno detto in TV è una catastrofe per tutti!», e così via) non esita a tirarsi fuori in molti casi, come a dire “il mondo ci sta crollando addosso ma a voi di più!“.

Perché alla fine il catastrofista assoluto – proprio come il lamentatore seriale – si comporta in questo modo in forza di una grossa carenza di sicurezza in sé stesso, palese seppur nel soggetto inconscia, che gli fa percepire come terrorizzante l’eventuale mancanza di attenzione e di considerazione altrui. Per questo, e spesso in forza di una buona dose di analfabetismo funzionale, prende ogni cosa e la gonfia, la ingigantisce, la drammatizza e la rende inesorabilmente catastrofica, riflettendo in tale “gonfiaggio” il tentativo di gonfiare parimenti il petto, di reclamare una considerabile importanza, di darsi lustro facendosi portavoce di una invenzione totale che egli vorrebbe imporre come certa o, quanto meno, assai probabile in tutta la sua sostenuta tragicità. In verità tutto questo, per inevitabile paradosso, rende la sua figura grottescamente catastrofica agli sguardi più sensibili che se la ritrovano di fronte e la sentono vaticinare, i quali d’altro canto devono tener conto che denotare al catastrofista assoluto la sua condizione oggettiva – ugualmente che al lamentatore seriale – è assolutamente fatica sprecata. Si finisce per divenire parte delle sue catastrofi, cause ed effetti di esse, sciagurati portatori malefici di ulteriori sicure apocalissi. Non conviene far altro che dargli ragione, dire che sì, è vero, finiremo tutti malissimo. Semmai, denotategli che sarebbe proprio una catastrofe se tutto ciò non accadesse: potrebbe restare basito da tale affermazione e forse così ve ne sarete liberati. Almeno fino al prossimo evento apocalittico, con la speranza che nel frattempo sarete riusciti ad allontanarvi convenientemente.