“Big Brother is watching you!”

Comunque io continuo a chiedermi – io che non lo guardo, beninteso: ma non perché non lo voglia guardare, perché non guardo la TV tout court, ecco – continuo a chiedermi, dicevo, cosa ne potrebbe pensare George Orwell del Grande Fratello televisivo odierno, “vip” o non “vip” che sia. E mi chiedo pure, supponendo l’effettiva realizzazione della distopia di 1984, che ne penserebbe il “Grande Fratello” orwelliano del Grande Fratello della tivù. Ne sarebbe fiero? O ne verrebbe intimorito? Lo considererebbe una sua superlativa evoluzione, oppure una sconcertante devianza impensabile persino nella più negativa visione distopica?

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato. (1984)

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Il Messia

(P.S. (Pre Scriptum!): è un racconto, il seguente, al momento ancora inedito, che tuttavia farà parte di una raccolta molto – e dico moooooolto – particolare di futura pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e può essere che a breve ne saprete di più. Per intanto… buona lettura!)

“Sono il Messia, tornato qui sulla Terra per parlare agli uomini.”
Il poliziotto guardò il giovane dai capelli lunghi e dagli abiti strani in modo ancor più storto, dopo quelle parole.
Sì, senza dubbio portarlo in centrale per un controllo era la cosa migliore da fare.
Qui anche il commissario, alla domanda sulle generalità, si sentì rispondere le stesse cose: “Sono il Messia, sono tornato qui sulla Terra per parlare agli uomini”. Il corrispondente del giornale locale, alla centrale per l’ennesimo, stupido fatterello di cronaca, alla vista dello strano tipo pensò: “Be’, un tizio mezzo matto che dice di essere il Messia è certo meglio del solito furto alla solita vecchia rincoglionita… Ci può uscire un articolo interessante!” Ma non fece quasi in tempo a portarlo con sé alla redazione che già la voce si era sparsa, e il caporedattore era stato contattato dalla televisione regionale, la quale avrebbe subito mandato un cronista e un cameraman per un servizio: in fondo il tizio dice di dover parlare a tutti gli uomini, no? E infatti il giovane lungocrinito lo ribadì nuovamente, durante l’intervista, che però venne interrotta prima ancor d’essere conclusa: niente servizio, a quanto pareva la TV di stato aveva acquisito i diritti sulla cosa, e già confezionato un bello show in prime time con esperti, psicologi, prelati e un paio di politici di turno. Una grossa auto nera venne a prendere il giovane, e dopo qualche ora di viaggio gli abbaglianti fari dello studio televisivo gli si accesero davanti. Il direttore di produzione lo squadrò con fare piuttosto scettico, che aumentò a sentire le sue parole: sono il Messia, sono tornato qui sulla Terra per parlare agli uomini… “Senti un po’, mister Messia, tu parli quando la scaletta ti dice di parlare e quando il presentatore ti porge una domanda, ok? Altrimenti zitto e buono, che non stiamo affatto giocando, qui!”
Venne portato al trucco, che subì senza dire nulla, e le soubrette dello show presenti nel camerino risero sonoramente di ciò che anche ad esse egli ripeté. “Ehi bello” gli fece una, “parla a chi ti pare, ma con quella faccia smorta chi vuoi che ti creda?”
Il celebre anchorman presentatore del talk show, elegante tanto quanto inceronato e con incollato addosso un tizio della produzione, non lo degnò nemmeno d’uno sguardo mentre si prodigò in inchini e riverenze ai politici e ai monsignori giunti nel frattempo in studio.
Puntuale, alle 21 lo show ebbe inizio: sigla, presentazioni, sermone del conduttore, messaggi promozionali, gag preconfezionate tra gli ospiti presenti e lo stesso conduttore il quale dopo quasi mezz’ora si rivolse al giovane ospite: allora, lei sostiene di avere qualcosa da dirci, giusto?
Il giovane guardò dritto in camera, e con grande calma disse: “Andate tutti quanti affanculo!

Tranquilli: la TV ha le ore – o, tutt’al più, gli anni contati!

senza-nome-true-color-02Hanno (abbiamo) ragione quelli che si indignano per la notizia riportata qui sopra (cliccate l’immagine per leggere il relativo articolo)… ma state tranquilli: queste cose della TV odierna – i suoi teatrini post-fattuali, le sue innumerevoli scempiaggini, le deprecabili ignobiltà come quella qui sotto (ovviamente nascosta dietro le solite bieche ipocrisie del tipo “vogliamo ricordare le vittime e onorare i soccorritori”) – sono soltanto le indubitabili prove della sua prossima fine. La TV sta raschiando il lurido fondo del proprio barile e presto imploderà su sé stessa, lo affermano sempre più numerosi esperti di comunicazione. Gli indici di ascolti sbandierati ai quattro venti come (unica) “prova” del successo delle sue trasmissioni sono come le fascette promozionali che sui libri (o libroidi) dei grandi editori annunciano milionate di copie vendute: dati fasulli, ovvero costruiti e appositamente gonfiati per conseguire meri fini di vendita del prodotto. Nel frattempo, le nuove generazioni stanno fuggendo dalla TV, sostituendola pressoché totalmente dal web. Resteranno i canali satellitari multimediali e on demand con (soprattutto) le proprie cult series, i film e lo sport: tutto il resto – informazione in primis – passerà dalla rete, attraverso contenuti sempre più self produced che manderanno la TV per come la conosciamo ora nel mondo dei ricordi per sempre. Cosa che, al di là di tutto, è sicuramente un bene; su che alla lunga ciò invece non significhi passare dalla padella alla brace, beh… come si dice, ai posteri l’ardua sentenza. Sperando che non sia capitale.

P.S.: comunque, per quanto mi riguarda sostengo da sempre che il modo migliore di considerare la TV sia il seguente… ecco:

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Presidential Apprentice: il nuovo reality USA

trump-apprenticeLa notizia che il neo-eletto presidente degli USA Donald Trump resterà produttore esecutivo del celebre (in America) reality show The Apprentice – nella forma Celebrity: cliccate sull’articolo qui sopra riportato per leggerlo e saperne di più – ha solo all’apparenza una semplice connotazione politica che peraltro facilmente molti riterranno secondaria – legata al poliedrico conflitto d’interessi di The Donald con la conseguita carica istituzionale. In verità, la notizia risulterà oltre modo emblematica per qualsiasi studioso, cultore o appassionato di scienze sociali, per come riveli in maniera palese quel processo di correlazione, fusione – quando non confusione – tra realtà/verità e finzione/invenzione, già in atto da tempo un po’ ovunque nel mondo (e ovviamente in quello maggiormente mediatizzato, in particolare) ma che al solito l’America, nel suo essere incubatrice e sviluppatrice primaria delle “realtà” (nel senso più ampio del termine e senza delimitazione tra accezione positiva e negativa) del mondo contemporaneo, disvela in maniera lapalissiana nonché sempre più conforme – ribadisco quanto già espresso più volte, in precedenza (qui, ad esempio) – a certe opere letterarie distopiche del secolo scorso.

Insomma: al di là di qualsivoglia considerazione attuale e/o futura sull’operato politico del nuovo Presidente, senza alcun dubbio ne vedremo delle belle. E capire quanto, oltre ad essere “belle”, saranno vere oppure finte sarà un esercizio assolutamente frequente, nei mesi a venire.

Trumpology

14992076_10210697569536457_545931070250001023_nC’è qualcosa di veramente straordinario in questa foto della famiglia del nuovo presidente degli USA Donald Trump che ho scovato casualmente sul web. Anzi, di extraordinary – in inglese il concetto si esprime meglio: extra ovvero fuori dall’ordinario, sotto molti aspetti.
A partire dal fatto che no, non è come probabilmente state pensando e come ho creduto io appena l’ho vista: non è un fake, è verissima. Circola sui social media dallo scorso mese di agosto ma fa parte di una serie del 2010 realizzata dalla fotografa Regine Mahaux (ne potete sapere di più qui).

Posto ciò, l’immagine è delle più emblematiche che vi siano. È palesemente costruita e posata eppure è assolutamente vera, realistica, obiettiva. Deborda di kitsch in modo esagerato, eppure quello è uno degli studi di lavoro del miliardario, ora Presidente USA, nella Trump Tower di New York – qualcosa che dunque, di logica, dovrebbe essere la più seriosa e meno pacchiana possibile (con quegli stucchi dorati e quei lampadari che, mammamia, sarebbero bburini pure in una balera di quart’ordine d’una periferia malfamata. Eppoi la faccia di lui, con espressione “Io sono io e sono miliardario e voi siete solo merda”, quella di lei in posa da ciò che fu – una modella – con tanto di vestito in preda a inopinato e sublime colpo di vento, quella del di loro figlio in sella a quella specie di mega-Trudi leonino il quale – vien da pensare – avrà appena udito dal padre la solita frase di (tale) circostanza «Figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo!» ovvero il “tutto questo” che l’orizzonte sconfinato visibile dalle vetrate alle spalle dei soggetti esemplifica in modo perfetto…
Eppoi ancora i modellini di auto di lusso sul tappeto ai piedi del First Son, le foto di tutti gli altri figli avuti dai precedenti matrimoni del neo-presidente sul tavolino là dietro – perché, sia chiaro, per un cristiano osservante come lui la famiglia è importante, che sia quella del primo, del secondo o dell’ennesimo matrimonio! – il colore della cravatta (la quale tuttavia solo l’anno prima sarebbe stata blu e solo l’anno dopo d’un colore neutro, visto il suo frequente rimbalzello politico.)
Non solo: in quest’immagine vi si possono “vedere” chiaramente Disneyland, Las Vegas, Hollywood e le soap anni ’80 ma anche gli show TV (più o meno reality) contemporanei, il generale Custer che sconfigge i maledetti indiani così come Joseph Mc Carthy che gigioneggia amabilmente con il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, il turbocapitalismo yankee e i fast food nonché quel tipicissimo atteggiamento dei benestanti (arricchiti, generalmente) WASP (del genere “io non sono razzista ma stammi lontano, sporco negro!”) il quale nella pancia dell’America tutt’oggi si autoalimenta e si mantiene più in forma che mai – e che, con diverse accezioni ma equivalenti risultati, è rintracciabile nelle figure similari un po’ ovunque (vedere un po’ questa foto d’un noto “leader” politico europeo – ora decaduto – e poi ditemi se non ha lo stesso identico mood!)

Insomma: c’è buona parte di ciò che è l’America oggi, che inevitabilmente avrebbe finito (e ha finito) per votare Donald Trump come proprio Presidente. In fondo, il suo senso peculiare l’ho già indicato in principio di questo articolo: il fatto che sembri tanto un fake, un fotomontaggio o altro del genere e che invece sia autentica. L’apparente verità che si palesa falsità e viceversa, sempre più legge fondamentale della contemporanea società liquida. In fondo quanti prima dello scorso 8 novembre avrebbero creduto che uno come Trump sarebbe diventato il Presidente della maggiore superpotenza mondiale? Ecco: tutto torna, dunque.