Piero Terracina, 1928-2019

La memoria non è il ricordo; il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda il suo vissuto. La memoria è come un filo che lega il passato al presente, è proiettata nel futuro e lo condiziona.

(Piero Terracina, 1928-2019)

È assai significativo che una figura della memoria così importante come Piero Terracina leghi, non solo metaforicamente, il passato con il futuro, facendo di questo una proiezione del primo. Significativo dacché il nostro presente pare voler dimenticare pervicacemente il passato, negandone la memoria o quanto meno ignorandola, così soffocando sul nascere qualsiasi proiezione verso il futuro ovvero qualsiasi programmazione, progettazione, invenzione di un buon futuro. Si vive in un eterno presente come se “ieri” fosse già preistoria e come se “domani” non dovesse mai arrivare: una condizione di smemorato immobilismo culturale, e di conseguenza sociale, politico, antropologico, che alla fine si trasforma in una sostanziale privazione di libertà.

Forse anche per questo che Piero Terracina ha saputo pronunciare parole emblematiche come quelle citate – che ho tratto da qui. La foto è invece tratta da “Moked”: cliccandoci sopra potrete leggere un articolo a ricordo di Terracina tratto dal portale.

Vivere di ipotesi

Il nostro mondo contemporaneo vive di ipotesi. Ipotizziamo qualsiasi cosa, congetturiamo su tutto, supponiamo, speculiamo e poi “crediamo” prima ancora che vi sia motivo di credere – dacché rendiamo “verità credibile” ciò che ancora non lo è e probabilmente mai lo sarà ma ipotizziamo che lo possa essere, appunto – e tutto ciò, a quanto sembra, non per cercare di comprendere e prepararci a quanto ci aspetterà nel futuro ma proprio per sfuggire alla realtà, per trovarvi sempre una via di fuga, per non perdere tempo nel cercare quei riscontri oggettivi che prima o poi un’ipotesi credibile li rendano realtà e verità effettiva. Anzi, si fa l’opposto: si producono ipotesi sulle e dalle ipotesi, in ogni ambito (sociale, economico, politico, ma anche in quelli privati) ci si allontana sempre più dall’obiettività e dalla tangibilità, fino a che ogni logica viene a cadere e, di conseguenza, pure l’ipotesi più strampalata, più assurda, più folle, viene ritenuta credibile.

Stiamo trasformando la realtà del nostro mondo nella pallina che ruota in una roulette, un incessante (ma incompreso) gioco d’azzardo con la nostra esistenza quotidiana, solo che decidiamo come comportarci e agire ancora prima che esca il numero.

È una probabile conseguenza dell’esserci da tempo impantanati in un eterno presente col quale fare di tutto per dimenticare il passato e ignorare il futuro, come scrivevo già qui. Ma tale “presente“ è una dimensione che cronologicamente non esiste, in verità, dunque che non può dare alcuna utile e genuina certezza: per questo, insomma, che viviamo viepiù di ipotesi. Col rischio che quella roulette, con questo andazzo, diventi inevitabilmente russa.

L’odore della primavera

Finalmente si può lavorare con la finestra aperta; ed anche stando al tavolo tra carte e libri finalmente si può annusare l’odore della terra in amore e del letame sui prati. Solo che ora rimango incerto tra il lavoro qui nella mia stanza del sottotetto e quello che mi aspetta fuori. Comunicare con i miei lettori o ripulire attorno alla casa le scorie dell’inverno e bruciarle nel debbio?

(Mario Rigoni Stern, Segnali di primavera in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.79.)

Il canto di rinascita del cuculo

Nell’aprile del 1945 ero in un Lager e dai boschi di Graz avevo sentito il cuculo; poi tra le macerie di un vecchio bombardamento un vecchio vestito da cacciatore mi aveva sussurrato: – Non aspettare nessuno, mein liebe Freund. Vai a casa, scappa!
Anche per questo ogni anno desidero il canto del cuculo, che avrà pure rallegrato in quello stesso giorno gli amici della contrada e di scuola diventati partigiani che dentro il Bosconero aspettavano il segnale. Insomma i rondoni per la mia felice infanzia, e il cuculo per il giorno della speranza sono i segnali di sempre per ogni primavera. Infine se non abbiamo speranza a che vale vivere?

(Mario Rigoni Stern, Segnali di primavera in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.81.)

Visitando e raccontando le “cliniche dell’abbandono”… con Jussin Franchina questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 11 febbraio duemila19, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 9a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata “Di altre cliniche dell’abbandono!

Ci sono, sono tanti, sono un po’ ovunque, ma spesso non li vediamo o da essi scansiamo lo sguardo, nella sensazione che la loro decadenza possa essere in qualche modo contagiosa. Eppure, se effettivamente l’oblio attanaglia i muri, le pareti, i fregi quando ve ne siano, le suppellettili all’interno e tutto il resto di materiale, la parte immateriale c’è ancora, rimane sempre, e spesso conserva “pezzi di umanità” di raro pregio e simbolicità. Sono i luoghi abbandonati, dei quali il nostro mondo massimamente antropizzato abbonda ma che sembrano buchi temporali, ambiti di sospensione dal tempo mentre tutt’intorno la vita continua a correre freneticamente. Ma c’è che qualcuno che ancora sa puntare lo sguardo verso di essi e “vederli”, sa riconoscerne la presenza, la storia, il retaggio umano. Ad esempio Jussin Franchina, scrittrice, ghostwriter, autrice letteraria “bergamasca ascendente veneta”, la quale sostiene che i luoghi abbandonati siano bellissimi proprio perché sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli, e perché solo grazie allo stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia con la giusta sensibilità si può svelare e scoprire il loro contenuto di storie, di sensazioni, di umanità, di sogni svaniti, o forse non ancora del tutto. Jussin questi posti li definisce “le cliniche dell’abbandono”, e in questa puntata, dopo la precedente dello scorso anno, ci guiderà nuovamente alla scoperta di alcuni di essi, vicini a noi e particolarmente emblematici, in un cammino fatto di parole e musica affascinante, illuminante e vivace di quella vita “sospesa” ma ancora vibrante che in quei luoghi si conserva e aspetta solo di essere percepita.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 25 febbraio, sempre alle ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

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