…E, sempre a proposito di “guerra genetica”…

Nel frattempo, mentre un po’ ovunque nel mondo l’individuo medio legge sui media le notizie circa i venti di guerra – apparentemente mondiale – in Siria, se ne fa terrorizzare o s’indigna, le posta sui social network per rivelare i propri timori, rimarcare la follia dei potenti belligeranti e le spaventose brutture della guerra (in Siria, e di qualsiasi altra) ovvero invocando pace e fratellanza tra i popoli, su quegli stessi media, insieme alle suddette notizie (e non casualmente, in molti casi), passano mirabolanti pubblicità di giochi on line come questo:

…Nei quali lo scopo principale è fare guerra, combattere, uccidere, distruggere, annientare. Ecco.
Però si gioca gratis.

“Benvenuti” sul pianeta Terra, eh!

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L’immigrazione come questione culturale e la visione dannosamente miope della politica

A mio modo di vedere, la “questione immigrazione” (la definisco genericamente così, senza con ciò sminuire né accrescere la sua portata oltre la realtà di fatto; il definirla “emergenza” come quasi tutti fanno, d’altronde, denota da subito l’approccio profondamente sbagliato e deviante alla questione) non può essere affrontata e tanto meno risolta senza una basilare visione culturale di essa, molto prima che politica. Semmai, appunto, trattarla soltanto con lo strumento politico, senza considerarne la portata culturale ovvero sociologica e antropologica, non fa che peggiorarne continuamente la realtà. Se a ciò si aggiunge l’evidenza che il suddetto strumento politico, già di suo di scarsissimo pregio, viene utilizzato da troppo tempo pure in modo pessimo – con una parte che sostanzialmente agisce come se la questione non esistesse e senza mettere in atto alcuna iniziativa di autentica gestione dei flussi immigratori e tanto meno di integrazione sociale dei migranti, l’altra che s’affida unicamente a slogan populistici di infinita ignoranza a fini di mero tornaconto elettorale senza proporre alcuna soluzione realistica ed effettiva e, in mezzo, un’opinione pubblica priva degli strumenti culturali necessari alla comprensione della questione e dunque rapportatasi ad essa “di pancia” e non di testa, con tutte le bieche conseguenze del caso – è rapidamente intuibile come una “questione” per nulla emergenziale, ribadisco, che se ben gestita da subito non avrebbe creato alcun problema né clamore, rischia di trasformarsi nel classico battito d’ali di farfalla che provoca un uragano.

Posto che, nei fatti, la distinzione continuamente rimarcata da tanti tra “rifugiati” e “migranti economici” può avere un qualche valore teorico “politico” ma è sostanzialmente priva di senso concreto nella realtà, e posto che nessuno ha il diritto di negare a priori a chicchessia il diritto di movimento sul pianeta, sia esso forzato o liberamente attuato (salvo i soggetti alla legge, semmai), basta una rapida occhiata ai libri di storia (antica e moderna) per constatare come da sempre l’umanità sia sottoposta a flussi migratori d’ogni genere nonché come, nell’epoca contemporanea caratterizzata – nel bene o nel male – dai fenomeni della “globalizzazione” e da altre questioni impattanti sul modus vivendi umano (i cambiamenti climatici, ad esempio), tali flussi è inevitabile che diventino più frequenti e massicci. D’altro canto, è ormai altrettanto storicamente palese l’effettiva incapacità della parte più “ricca” del mondo di sostenere quella più povera, sia dal punto di vista economico che sociale, politico, culturale: è inutile rimarcare come, per dirne una, il concetto occidentale di “esportazione della democrazia” abbia fatto danni tremendi, negli ultimi lustri, spesso proprio in quei paesi che ora generano flussi migratori tra i più ingenti.

Insomma, il non essere risultati pronti al manifestarsi della “questione immigrazione” è innegabilmente una delle massime colpe che ci dobbiamo imputare, soprattutto in un paese come l’Italia che, geograficamente, è proteso nel Mediterraneo come (quasi) un ponte con il continente africano. Ora, per metaforizzare, siamo nelle condizioni di un’auto che stia percorrendo una strada il cui fondo è pieno di pietre taglienti e dunque sia costantemente sottoposta al pericolo di forature: ma tra chi, da una parte, fa finta di nulla e continua a proseguire con gli pneumatici scoppiati e a terra, e chi dall’altra vorrebbe risolvere il problema togliendo del tutto gli pneumatici ma senza spiegare come farà poi la macchina a proseguire, non mi pare di vedere e sentire nessuno (o quasi) che invece rifletta su come montare pneumatici antiforatura oppure su come sistemare al meglio il fondo di quella strada. Ovvero, nessuno che proponga soluzione concrete di gestione e controllo effettivo dei flussi migratori (l’idea dei corridoi umanitari “istituzionali”, ovvero messi in atto dagli stati con l’eventuale appoggio logistico delle ONG accreditate, e non da entità “private” che peraltro poco possono fare, e con i quali gestire il numero di ingressi e al contempo garantire a chi passa un percorso di reale integrazione, ad esempio, non può non essere valutata più approfonditamente di quanto sia stato fatto finora); nessuno che concepisca e renda operativo un vero programma di integrazione per i nuovi arrivati, e non intendo dire solo per le cose più “funzionali” come la lingua ma pienamente e approfonditamente culturale (ma qui, ahinoi italiani, pecchiamo assai di mancanza “nazionale” di cultura diffusa: come ha giustamente osservato qualcuno, che valori culturali possiamo insegnare ai migranti se sono gli italiani i primi a non coltivarli e rispettarli?); nessuno che sappia concepire la questione su un piano geopolitico spaziale e temporale ben più vasto di quello che concerne le coste dell’Europa del Sud o il bacino del Mediterraneo, quando è del tutto evidente, appunto, che l’intero pianeta presenta fenomeni migratori importanti e imponenti aventi cause e peculiarità similari, e non considerarli in un’ottica globale (in primis culturale, ribadisco, di nuovo) dall’orizzonte necessariamente lontano nel tempo è una prova di cecità e ottusità politica drammatica e potenzialmente letale.

In verità, mi viene da dire, non stiamo vivendo una “questione immigrazione”, ma una “questione incapacità politica” e “analfabetismo socioculturale”: condizioni che, non a caso, nel tempo sono risultate più volte funzionali a situazioni e periodi assolutamente biechi e autodistruttivi – nuovamente, historia magistra vitae. La questione esiste e ha una considerevole complessità, sia chiaro, per questo deve essere affrontata nel modo più civile, rigoroso ed efficace possibile, scaturendo le soluzioni dall’approfondita analisi culturale del fenomeno – la quale peraltro, se sviluppata su un piano storico, può già fornire illuminanti dettagli al riguardo. Una storia che dimostra con ben pochi dubbi come i movimenti migratori hanno sempre rappresentato in primis un’opportunità di sviluppo e progresso, ben prima che un problema o un pericolo: a patto di essere preparati alla loro gestione e consapevoli della portata del fenomeno – consapevolezza verso cui qualsiasi posizione di matrice anche vagamente xenofoba si è sempre dimostrata antistorica e terribilmente nociva per chi la sosteneva, non per chi ne era bersaglio. Oggi più che nel passato avremmo e abbiamo i mezzi, le risorse e le basi culturali per gestire tali fenomeni antropologici al meglio, conciliando rispetto dei diritti umani, rispetto delle leggi, sicurezza sociale, impatto sociale ed economico, integrazione, salvaguardia civica: invece, forse peggio che in passato per certi versi, trattiamo la questione in modo rozzo, barbaro, antistorico e deviante, aggravandone ogni giorno di più la complessità e la portata.

Ribadisco ancora, una volta per tutte: è soprattutto un problema culturale. Il che lo renderebbe facilmente – o quanto meno funzionalmente – analizzabile, studiabile, vagliabile e, infine, non così difficilmente gestibile. Invece, purtroppo, è proprio l’elemento che lo rende potenzialmente devastante, e non certo per colpa principale dei migranti, che giungono in una parte del mondo che possiede una immane ricchezza culturale, ma continua a fregarsene – qui e in altre situazioni – di averla a disposizione.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere un ottimo saggio di Nora Federici sui fenomeni migratori nella storia passate e presente, tratto dall’Enciclopedia di Scienze Sociali Treccani.

I migliori alleati del terrore

E se quanto successo sabato sera in Piazza San Carlo a Torino fosse la conseguenza anche – se non soprattutto – della fobia ottusamente e ossessivamente diffusa da certi media per meri fini di sostegno (non dichiarato ma palese) verso schieramenti ed esponenti politici che sul populismo di stampo xenofobo stanno basano tutta la loro sussistenza? Un populismo fobico di forma totalmente psicotica e altrettanto totalmente vuoto di autentiche soluzioni (e risolutezze) concrete, il quale per ciò diventa non l’acerrimo nemico di quel problema dal quale trae le suddette fobie, come vorrebbe far credere, ma il suo miglior alleato, con quei media sodali che trasformano la propaganda in psicosi e sociopatia di massa. Coi risultati che, Torino insegna, diventano sempre più evidenti.

Ribadisco, per essere chiaro e inequivocabile: quanto sopra non significa sottovalutare il problema, anzi, tutto l’opposto – il problema va risolto e nel modo più drastico possibile. Sono proprio certi atteggiamenti pseudo-ideologici, diffusi dai media, ad aggravare il problema senza di contro fornire alcuna soluzione. E la massima vittoria che può conseguire il terrorismo, di qualsiasi matrice esso sia, è proprio quella vista sabato sera a Torino: diffondere il panico senza nemmeno muovere un dito. Se permettiamo ciò, e se permettiamo a certuni di far accadere ciò praticando quello che a tutti gli effetti è un “terrorismo socio-culturale”, quel problema non lo risolveremo mai.

Sulla “sacralità” del Paesaggio

Credo che chiunque riveli in sé almeno un poco di sensibilità – cosa che peraltro, a mio modo di vedere, fa parte del “minimo necessario” per potersi considerare esseri umaninon possa non percepire nel paesaggio la manifestazione di una sacralità assoluta. Ma niente di teologico o religioso, sia chiaro – anzi: ciò è quanto maggiormente può svilire quella manifestazione – come nemmeno di meramente estetico, solo legato alla percezione (pur possente ed emozionante) della bellezza naturale del paesaggio e neanche di “sovrannaturale” – definizione in fondo utile a noi uomini quando qualcosa in Natura sfugga alla nostra comprensione o all’immaginazione (e quanto poco ancora la conosciamo, la Natura!)

No, è invece qualcosa di ben presente nel paesaggio stesso, in forma tangibile e non immateriale (semmai siamo ancora noi che nell’individuare – anche inconsciamente – tale sacralità, tentiamo di definirla attraverso forme cognitive inesorabilmente immateriali), che ne determina la forma, l’armonia geomorfologica, il senso, il valore filosofico e di conseguenza la percettibilità da parte nostra – che potrà essere più fisica ovvero maggiormente spirituale e mistica, appunto, ma è una faccenda nostra, questa, non del paesaggio che la genera.

Nel riflettere su ciò, mi torna in mente la visione panteista di Giovanni Segantini, quando il grande artista affermava che “Non cercai mai un Dio fuori di me perché ero persuaso che Dio fosse in noi e che ciascuno di noi è parte di Dio come ciascun atomo è parte dell’Universo”, ove tuttavia l’uso del vocabolo “Dio” voleva esprimere un concetto di “entità divina” del tutto antitetico a quello teologico-religioso cristiano e semmai più affine alla concezione buddista, se non ad una vera e propria visione – di matrice pagana – di Natura quale espressione “divina” dacché essa stessa sede del “divino”.

Giovanni Segantini, “Trittico della Natura o delle Alpi: la Natura”, 1898-1899.

Ma anche se, ribadisco, la metafora divina di Segantini può risultare fuorviante, di sicuro egli comprese perfettamente la cognizione (lo dimostra in quelle parole sopra citate, portate sovente ad esempio del suo panteismo “misticamente laico”) che la sacralità assoluta del paesaggio è in fondo presente anche in noi, se sappiamo coglierla e manifestarla – e Segantini certamente lo fece da par suo, attraverso la propria meravigliosa arte). Il che comporta che riuscire a fare questo è in fondo, a sua volta, una grande manifestazione dell’umana sensibilità di cui dicevo in principio nonché, ad un livello più pratico ovvero antropologico, del legame che dobbiamo palesare nei confronti del territorio e dell’ambiente da noi abitato – della Terra, insomma. È il divenire parte dell’Universo come ciascun atomo, per citare ancora Segantini, dunque è il rivelarsi creature “divine” – noi sì, antiteticamente a qualsiasi pretesa e presunta entità teologica, comunque troppo “umana” per risultare credibile e dunque troppo “meschina”, in senso concettuale, nei confronti del paesaggio (ecco perché affermavo che una visione dottrinale religiosa del paesaggio finisce per svilire la sua naturale sacralità).

Di contro, non riuscire in tutto ciò, oltre a quanto affermavo all’inizio di questa dissertazione, temo rappresenti la nostra personale parte di responsabilità in una sostanziale “negazione” del paesaggio e della sua sacralità, ovvero in un possibile, catastrofico sfacelo finale. Che peraltro facilmente non cancellerà il paesaggio, la sua sacralità e la grande bellezza che manifesta, ma cancellerà chi doveva e poteva godere – o ne avrebbe dovuto consapevolmente godere: noi esseri umani.

“Osservare” nel profondo, non “vedere” in superficie

119234-1“(..) Troppo spesso noi esseri umani, che abbiamo avuto la fortuna – rispetto alle altre razze viventi sul pianeta – di sviluppare in modo approfondito una consapevole concezione quadridimensionale del mondo, in senso generale e non solo visuale, commettiamo il grave errore di limitarci a un’osservazione del mondo stesso sostanzialmente “bidimensionale”, per così dire. Un riferimento orizzontale, uno verticale e nulla più, quasi che, ormai assuefatti alla tele-visione della realtà attraverso uno schermo televisivo o similmente tale, nella quale la “distanza” che l’etimo greca del termine identifica è priva di profondità e ancor più della dimensione temporale, si porti e utilizzi quel modo di vedere le cose anche nel mondo reale, restando sulla superficie della visione proprio come se vi fosse uno schermo oltre il quale è impossibile andare e dal quale, gioco forza, dobbiamo ricavare qualsiasi dimensionalità. Guardiamo il paesaggio come se l’immagine scorresse in TV ovvero sul web, come se non vi fosse la possibilità di penetrarlo, di andarci dentro e dunque aggiungere una terza dimensione e poi, una volta in esso, avere cognizione pure della quarta dimensione, quella del tempo. Non solo: in fondo, pure restando in un mero ambito percettivo di tipo bidimensionale – orizzontale/verticale – si possono ricavare innumerevoli altri riferimenti dimensionali, i quali nell’insieme danno corpo alla nostra osservazione, la arricchiscono di molti particolari, dettagli, intuizioni, cognizioni. (…)”

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale si parla di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro. Di vita, in pratica, nel senso più pieno e alto del termine.)