La cognizione della bellezza

Ovunque la Natura, anche nei suoi angoli più “minimi” e all’apparenza trascurabili sa offrire barlumi di meraviglia, parvenze di incanto, piccole magie di luci, ombre, colori e vitalità varie che, quando vengono còlte, lasciano sorpresi, a volte stupiti, comunque strabiliati nel constatare quale patrimonio di bellezza abbiamo a disposizione, intorno a noi.

D’altro canto, il paesaggio naturale non è bello, non manifesta bellezza: siamo noi che gli conferiamo questa dote, formulandola in base alle sensibilità personali e al bagaglio culturale collettivo, essendo la bellezza un’ideale estetico che abbiamo concepito e reso identificabile con modalità condivise nel corso del tempo. Ma è anche vero che la bellezza bisogna saperla vedere, intercettare, cogliere e comprendere per come ho appena detto nonché, e forse in modo maggiore, per come sappiamo derivare da questa capacità di percezione un piacere tanto elementare quanto profondo, che forse nemmeno riusciamo a spiegare ma ci appaga come pochi altri, almeno tra quelli immateriali.

In fondo è anche per tale motivo che il paesaggio naturale può ovunque e comunque donarci bellezza, nelle sue visioni più grandiose – i grandi panorami, le architetture montuose, i boschi più maestosi – come nei più trascurati recessi: tra le ombre del sottobosco, in mezzo alle pietre o a un ordinario prato, nelle foschie che sembrerebbero celare il paesaggio, eccetera. Per cogliere questi doni di meraviglia e incanto, serve solo una cosa altrettanto semplice ma assolutamente fondamentale: l’attenzione, a ciò che abbiamo intorno, a quanto può capitare, a mantenere sempre accesa la curiosità verso la scoperta e il cuore e l’animo aperti alla sorpresa. In fondo è quanto occorre anche per relazionarci con il paesaggio nel quale ci troviamo, per sentirci accolti in esso e per accogliere la sua bellezza in noi, facendoci stare bene e sentire felici in ogni suo angolo pur apparentemente “ordinario”, ribadisco. È una bellezza sublime e oltre modo preziosa, dunque, del cui valore abbiamo il diritto e il dovere di esserne massimamente consapevoli: anche perché è roba nostra, di tutti noi, e trascurarla o non averne cura la danneggia immediatamente ma poi danneggia in modo anche più grave e irreparabile tutti noi.

P.S.: per dire, l’immagine fotografica lì sopra, prodotta con il mio smartphone, non rende affatto giustizia alla percezione di bellezza che ho ritenuto di cogliere nell’angolo ritratto, sui monti sopra casa in un momento speciale nel quale la luce del Sole calante, le ombre conseguenti tra gli alberi il verde dell’erba fattosi luminescente, i chiaroscuri cromatici d’intorno e ogni altra cosa lì presente mi sono sembrati essere tutti insieme al massimo della loro bellezza possibile in quel preciso momento. Ma, appunto, sono attimi di magia che in quanto tali bisogna vivere nel loro subitaneo divenire, apici d’incanto che si possono raccontare pur suggestivamente ma non più riprodurre materialmente, sperando che il loro racconto quanto meno ne delinei, pur minimamente, la bellezza.

Pubblicità

La fantasia insuperabile della natura

Come è possibile questa diversità nella natura? Quando si guarda un albero coperto di neve: chi ha una fantasia tale da riuscire a realizzare queste strutture, questi movimenti?

Vagabondando di frequente nei paesaggi naturali, e cercando di intessere con essi una relazione il più possibile armonica e profonda pur nella sua temporaneità, le sensazioni che elaboro sono le stesse condensate nelle parole lì sopra citate di Franz Gertsch, il grande pittore iperrealista svizzero scomparso pochi giorni fa. Non a caso Gertsch veniva definito “artista camminatore”, come leggo qui: il camminare per lui «era un atto di riflessione e contemplazione» che concretizzava il senso delle sue opere: «l’esperienza visiva e spirituale della natura come espressione del vivente». Sono percezioni del tutto similari alle mie, quando vago per monti, boschi, terre alpestri, con la sola compagnia di Loki (il mio segretario personale a forma di cane, sì) e senza alcun’altra presenza umana, così che la relazione con l’ambiente naturale d’intorno risulti la più genuina e meno ostacolata possibile. La bellezza che così colgo, ben più ambia di qualsiasi canone estetico immaginabile, appare in tutta la sua poliedrica forza, e la sensazione che spesso ne ricavo è quella di un momento di “massimo sublime” nel quale ogni elemento è nel posto giusto al punto che, come sosteneva Gertsch, è impensabile ritenere di poter fare di meglio di quanto sa fare la natura. Non un momento di “perfezione”, come qualcuno potrebbe considerare: penso che associare una tale idea all’ambito naturale non sia granché corretto perché, nel caso, ogni momento sarebbe allora da considerare perfetto, non fosse altro per il fatto che non saremmo in grado di ritenerlo diversamente. Ciascun momento lo sarebbe, altrimenti, dunque nessuno lo potrebbe essere veramente. È semmai la percezione, e la considerazione – se così posso definirlo, ordinariamente ma comprensibilmente – di “un momento giusto nel posto giusto”, della manifestazione di un’armonia superiore allo spazio e al tempo per come li definiamo noi che piuttosto sa rivelare in un solo istante, minimo e insieme massimo, l’anima del luogo dal quale scaturisce in tutta la sua intensità.

A me non resta altro che alimentarmi d’una così vibrante forza naturale provando a accumularla e trasformarla in energia vitale, nel frattempo provando banalmente a fissare quei momenti – malgrado la mia inabilità fotografica – in immagini le quali descrivono e condensano ben poco di quella «fantasia» naturale (la composizione in testa al post si riferisce a un’uscita recente sui monti di casa) ma che quanto meno testimoniano l’attimo altrimenti inesorabilmente fuggente ed esprimono il valore dell’esperienza che custodirò nel mio bagaglio vitale.

Vedere la bellezza (del paesaggio)

Se è vero che «la bellezza è negli occhi di chi la guarda», è altrettanto vero che solo se si sa realmente “guardare” con gli occhi si può vedere la bellezza. D’altronde gli occhi vedono ciò che la mente osserva e poi elabora anche grazie al cuore e all’animo – qui sta la differenza tra guardare, osservare e vedere: la prima è un’azione congenita, la seconda è comandata, la terza è meditata. Ma anche l’autentica bellezza, in fin dei conti, non è mai immediata senza essere superficiale: affinché esista e sia compiuta deve essere riconosciuta e poi compresa. È un principio che vale in senso generale ma, nella nostra relazione con il mondo nel quale viviamo e con il quale interagiamo – innanzi tutto attraverso i sensi -, vale in modo particolare. Difatti pure il paesaggio, che del mondo è l’elaborazione culturale percepita, non è qualcosa di “immediato”: è presente nel territorio nel quale stiamo e che consideriamo al fine di riconoscerlo e farlo culturalmente nostro (ovvero per non sentirci smarriti in esso) ma deve essere guardato cioè intercettato, osservato dunque contemplato, visto ergo compreso. E anche la sua bellezza scaturisce nello stesso modo e può diventare un valore culturale oltre che estetico, fondamentale per l’identificazione del paesaggio stesso, che a sua volta entra in noi, nei nostri occhi, nella nostra mente, nel cuore e nell’animo. Il paesaggio esteriore si fa paesaggio interiore, in pratica, e la sua bellezza ci impreziosisce parimenti e ci fa sentire bene, chiudendo il cerchio virtuoso originatosi dal “semplice” atto di guardare ciò che abbiamo intorno. Semplice ma essenziale, già.

Ecopsicologia

Mentre nel giro di solo un paio di giorni, nel nord Italia, si è passati dai 25°C e più di un’estate troppo tardiva alla neve poco oltre i 1000 m di quota di un inverno inopinatamente precoce, e nel frattempo che l’Organizzazione Meteorologica Mondiale pubblica un rapporto – ripreso da molti media internazionali, come il “The Guardian”, e da pochissimi media italiani (un’eccezione qui) – nel quale si dimostra che l’aumento medio delle temperature in Europa è doppio rispetto al resto del pianeta, viene da riflettere in merito allo stress biologico al quale l’ambiente naturale viene sottoposto in forza dei cambiamenti climatici in corso e delle loro bizzarre, imprevedibili variazioni. Ma, considerando che piante e animali hanno una capacità di resilienza differente e per molti versi maggiore del genere umano, che semmai la basa in gran parte sulla propria tecnologia e poco sull’adattabilità biologica, ancor più viene da pensare a quali conseguenze il clima che affrontiamo e in futuro sempre di più subiremo sarà sottoposto l’uomo, anche per come la sua “civiltà” – non tutta, ma molta – continui a mantenere un atteggiamento, verso la situazione climatica in corso, di sostanziale disinteresse diffuso.

È un tema che studia l’ecopsicologia, disciplina ancora relativamente giovane – è nata negli USA a fine anni Ottanta – ma che è destinata a diventare sempre più importante nell’analisi della nostra relazione comportamentale con il mondo in cui viviamo e con la sua dimensione ecologica così scossa dalla crisi climatica. Se è risaputo che il luogo con il quale interagiamo e le sue caratteristiche ambientali condizionano noi e la nostra presenza in esso sia dal punto di vista fisico che psichico, è ben difficile considerare e stabilire quanto la variabile climatica, un tempo marginale ma ormai destinata a diventare una condizione sempre più presente e impattante sull’ambiente, influisca e influirà sull’uomo. Certo l’entità del cambiamento climatico in corso non lascia ben sperare al riguardo, d’altro canto la comunità umana possiede(rebbe) gli strumenti culturali necessari a sviluppare una maggiore e proficua resilienza nei confronti del clima, a partire dalla presa di coscienza compiuta sulla realtà climatica sulla quale fondare qualsiasi evoluzione sociale, tecnologica, antropologica ovvero quell’intelligenza ecologica – altro concetto recente ma assai importante – che ci consenta di vivere al meglio e in armonia con il pianeta e la sua realtà. Nella speranza che l’ecopsicologia serva anche negli anni prossimi a indagare e comprendere meglio la nostra relazione con l’ambiente e non ad analizzare e curare un disagio psichico legato al clima divenuto drammaticamente grave e diffuso.

P.S.: qui c’è un interessante report da leggere sui temi sopra citati, redatto dall’Italian Institute for Planetary Health e intitolato Cambiamenti climatici, studio IIPH: impatto allarmante sulla salute pubblica. L’immagine in testa al post è tratta da questo articolo di “Greenreport.it” che rimanda allo studio dell’IIPH.