Il “capitalismo” di oggi, spiegato rapidamente

Ovvero così:

Ecco.

E fate attenzione a quel di oggi che ho inserito nel titolo del post: così voglio intendere che, per quanto mi riguarda, il capitalismo in quanto sistema politico-economico (e la sua base filosofica) non può e non deve essere considerato il “male assoluto” – tanto più che lo stesso termine “capitalismo” possiede numerose accezioni interpretative a volte pure antitetiche. Semmai, “male” lo è certo “pseudo-capitalismo” contemporaneo totalmente deviato dalle sue origini concettuali e storpiato al fine di trasformarlo in strumento di potere iniquo e per molti aspetti destabilizzante, asservito al controllo di una minoranza che ne ha accentuato a dismisura un (invero paradossale) carattere oligarchico – forse anche in conseguenza di una sorta di inesorabile “difetto genetico” insito nel concetto stesso di capitalismo.

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L’Heimat silvestre

Salgo lungo il sentiero, supero un ponticello in legno, svolto e attraverso una radura alla quale, sulla destra, fanno da limite alcuni grossi massi. I rumori del fondovalle sono assopiti ma ancora udibili; non ci sono altri escursionisti in zona. La traccia si fa ripida, punta in direzione dell’apice del prato verso il bosco, lo contorna per qualche metro poi, con una piega a gomito verso destra, vi entra decisa.
E mi ritrovo qui:

Gli alberi altissimi, il cielo quasi invisibile, la lama di luce solare penetrante, ogni rumore ora svanito.

Nella mente, d’improvviso, come per via di qualche elucubrazione che ricava le sue giustificazioni dall’inconscio, più che da saperi acquisiti, e vi dà forma e le modella con la stessa materia dell’animo, la prima cosa che si fa intellegibile è un pensiero, una parola, un concetto ma forse anche di più: casa. Anzi, per meglio dire: oikos [1].

Poi, l’intelletto reclama il governo di questa inopinata percezione, la rimodella o la modifica, forse la storce ma, senza dubbio, crea qualcos’altro che lì, in quel momento, non mi sembra affatto fuori luogo: “heimat”, concetto da me studiato per tanto tempo, sostanzialmente indefinibile (chi lo ha definito sovente lo ha parimenti traviato) e dunque definibile in mille personali modi, magari pure antitetici tra di loro ma, in verità, necessariamente da cogliere e contestualizzare in determinati spazi e determinati momenti temporali, nonché in determinati stati d’animo. Ecco, non so bene perché ma credo che me lo potrei pure spiegare, se lo volessi, solo che penso che non sia così importante – insomma, lì, nel bosco, quella domenica mattina, lo stare lì con negli occhi esattamente quello che ho cercato di fissare nell’immagine che vedete, ho pensato prima a “casa” e poi a “heimat”.

Forse soltanto una particolare sensazione del momento, forse no, qualcosa di più profondo e articolato. Tuttavia, appunto, non trovo di dover forzare alcuna elucubrazione che non sia piuttosto un prodotto spontaneo e “naturale” del mio essere lì – nel senso duale del termine: in quanto essenza (io sono) e in quanto presenza (io sto). Il senso autentico delle cose e degli eventi quasi sempre scaturisce da sé, serve solo la facoltà di saperlo cogliere e comprendere nella sua autenticità, senza aggiungervi nessun’altra sovrascrittura. E il bosco – come pochi altri ambiti, io credo – è uno spazio, un ambiente, un luogo dentro il quale ciò avviene nel modo più evidente. Un luogo nel quale qualsiasi sovrascrittura umana, anche quando presente, diventa secondaria.

[1] Dal quale peraltro deriva il nostro prefisso eco-, quello ad esempio di “ecologia”.

Gli esseri (a)sociali

Dissertavo, qualche giorno fa, di cosa di possa e debba intendere per “socialità”, ovvero chi sia realmente, oggi, l’essere sociale.

Viviamo un’epoca nella quale il concetto di socialità o sociabilità, nella forma semanticamente oggi preferita – un concetto principalmente culturale, in origine – viene di frequente legato a elementi assai poco “culturali” e spesso assai materiali ovvero funzionali a certi “scopi”. Viene ad esempio da pensare a come il modus vivendi contemporaneo imponga come “luoghi di socializzazione” i centri commerciali ovvero i similari non luoghi i quali, essendo spazi privi di identità culturale, finiscono inesorabilmente per degradare pure la sociabilità e la relativa possibilità di effettiva socializzazione tra gli individui – che non è certo lo scopo di quei (non) luoghi se non indotto da ben altri obiettivi, appunto. E come non citare poi le osservazioni di molti riguardo al paradosso dei “social” networks, secondo le quali tali strumenti digitali avanzati di interazione sociale finiscono in molti casi per rompere le relazioni tra individui trasformandole in algoritmi prefissati e segreganti le persone in esistenze quotidiane sempre più virtuali ovvero finte?
D’altro canto, l’etimologia della parola “sociale” indica sia appartenenza che dipendenza, significati correlati e al contempo, per certi versi, antitetici: ciò accade proprio nella realtà contemporanea e per quanto ho appena osservato, in una situazione di fatto nella quale le possibilità di socializzazione vengono sovente legate alla dipendenza da certe condizioni artificiose di esse e dai fini sostanzialmente differenti in base ai quali vengono create.

Dunque, al di là delle dissertazioni più o meno analitiche e “filosofeggianti” sul tema: chi è o può essere, oggi, il vero “essere sociale”?

Disquisendo e riflettendoci sopra, anche grazie agli amici con cui ho chiacchierato al riguardo, mi viene da pensare che, forse, il vero essere sociale è colui che comprende benissimo come, per essere “sociali” in certi casi, bisogna essere “asociali” in altri. Pare una roba ovvia, detta così, ma credo che non lo sia affatto, dacché una condizione di “asocialità” facilmente deve prevedere la sospensione, pur temporanea, dei rapporti in essere nella comunità sociale e del loro valore relazionale se non pure uno stato (pur sempre momentaneo) di solitudine: qualcosa che terrorizza molte persone ma che invero è di importanza fondamentale per qualsiasi individuo – ne scrissi qui al riguardo. D’altro canto è proprio in assenza di una condizione di socialità, o sociabilità, che possiamo acquisire autentica consapevolezza del suo senso, del suo valore e dell’importanza che può possedere e che possiamo cogliere: una “regola” altrettanto ovvia ma, evidentemente, non così tanto come si potrebbe credere. Per essere chiari – facendo un esempio tra i tanti possibili riguardo al principio elementare in questione: così come possiamo formulare un autentico e benefico concetto di “bellezza” solo constatando cosa possa essere “brutto” ovvero “sgradevole”, ugualmente abbia la possibilità di comprendere il valore e l’essenza sociale del nostro vivere quotidiano solo se sappiamo sperimentare e comprendere il corrispondente valore di una consapevole asocialità. È un principio semplicissimo, ribadisco, ma come molte cose simili la loro semplicità diventa spesso occasione di inconsapevolezza, di trascuratezza e omissione: e non è forse l’inconsapevolezza (ma potrei anche dire l’ignoranza ovvero l’ignorare la realtà, senza apparire eccessivo) uno dei “cardini” della pseudo-socialità imposta oggi?

Piuttosto e al contrario, a voler essere sempre “sociali” per volontà quasi sempre indotta, appunto, da meccanismi di – se così posso definirli – “psico-marketing” che in verità di sociale non hanno nulla o quasi, nel concreto – si finisce per diventare veri asociali, ovvero un elemento sostanzialmente antitetico all’autentica socialità, la quale non vive certo di inconsapevolezze e ignoranze né tanto meno di relazioni preconfezionate, sintetiche, contraffatte e distorte verso fini diversi da quelli originari – nonché dal senso sociale/sociologico immutabile, in fondo, se cogliendolo pienamente vogliamo (e possiamo) rimanere veramente umani.

Se oggi le ideologie uccidono le idee

Osservando e ascoltando il mondo d’intorno, con le sue cose buone e le altrettante storture, mi sembra sempre più evidente il fatto che, se in passato dalle idee sono nate le ideologie, oggi dalle “ideologie” viene sempre più spesso la morte delle idee.

In fondo non conta che ciò accada perché le ideologie (classiche) siano morte ovvero perché si siano trasfigurate in qualcosa che non rappresenti più la “visione del mondo” di un determinato gruppo sociale più o meno ampio, dotata d’una certa propria logica (scientifica o no), ma una mera manifestazione propagandistica e mistificatoria nella quale la costruzione del pensiero, condivisa e condivisibile, è stata messa da parte per far posto all’affermazione di intenti esclusivi sostanzialmente privi di logica sociale – qualcosa che per generarsi e affermarsi, insomma, non abbisogna di idee ma dell’esatto opposto, della mancanza di esse.

Non conta ciò, appunto, perché se le ideologie muoiono, ed è naturale che avvenga (oltre che sovente giusto), di contro le idee non possono morire, almeno finché vi sia qualche mente ancora in grado di formulare pensieri nel modo più libero possibile, il che significa ricercare e formulare sapienza e conoscenza. Dunque, sarebbe bene tornare all’origine, alle idee senza ideologie. Che magari rinasceranno, inedite, singolari, innovative, più o meno rivoluzionarie ma solo, finalmente di nuovo, con le idee alla base e non altre cose molto più infide e bieche.

Stiamo diventando tutti “androidi” (senza cervello)?

Syd Mead, Concept art per Blade Runner. (http://sydmead.com/v/12/)

L’indipendenza è un valore sacro da difendere: è impensabile farsi condizionare dagli altri, farsi limitare, farsi dire che cosa fare e come vivere. Eppure, io stesso conosco moltissime persone ‒ mie coetanee, anche ‒ per cui l’essere condizionati dall’esterno, il rinchiudersi in una forma data, è diventata una specie di religione inconsapevole.

Questa citazione è tratta da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, che riflette sulla semplificazione culturale come tendenza tra le più diffuse del presente, rivelatrice di un degrado che coinvolge vari ambiti dell’esistenza, dal lavoro ai rapporti, fino alla musica e alla spiritualità, chiedendosi conseguentemente: “Quali soluzioni abbiamo per non trasformarci tutti negli androidi profetizzati da Philip K. Dick?” Testo breve tanto quanto illuminante, appunto. Vi consiglio di leggerlo e meditarvi sopra: cliccate sull’immagine per visualizzarlo interamente, dal sito di Artribune.
Poi, se vi interessa sapere la mia opinione al riguardo ovvero la risposta alla domanda dickiana posta – più avanti nell’articolo – da Caliandro “Che succede nel momento in cui la semplificazione culturale raggiunge il punto di non ritorno? Diventiamo tutti androidi?“, beh, sì, lo diventiamo. Anzi, ampia parte della popolazione lo è già diventata: spento definitivamente il cervello e meccanizzate le solite, invariabili azioni quotidiane – rompere tale routine è ormai percepita come qualcosa di potenzialmente rischioso – si è formalmente nella condizione di automi antropomorfi programmati per compiere certe attività e solo quelle ovvero comandati/comandabili a distanza in tutto e per tutto. Inclusa la funzione “OFF”.