Contare sul buon Dio non serve

Per ora la montagna è seduta da brava dietro il paese come una nonnina, ma non voglio sapere ancora per quanto. Tuona, lui prende l’ombrello dal sacchetto di plastica. Anche il Benedict era convinto di poter contare sul buon Dio e voleva solo finire di tagliar l’erba attorno alla sua baita, quel mucchio di assi che se ne stava in mezzo al prato come un pacco sorpresa, e invece è arrivata la montagna. Mh, la osserva. Alla vita non scampiamo, dice lui, ma neanche morire val la pena, costa troppo caro.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.69-70.)

Ecco, a proposito di “scrittura come viaggio“, a leggere Camenisch è come fare un viaggio – lento, a piedi o qualcosa del genere – in lungo e in largo per le Alpi grigionesi e dentro il piccolo/grande mondo, oltre modo sorprendente, che racchiudono. Un’esperienza che vi consiglio caldamente: nella sezione del blog dedicata alle “recensioni” trovate i miei articoli dedicati a tutti i libri dello scrittore svizzero pubblicati in italiano.

 

I laghi i boschi le vette il cielo, ma poi le montagne s’incazzano (Arno Camenisch dixit)

Guarda i laghi, esclama lei slanciando le braccia, e le montagne, e i boschi, e la luce, e che bello che è il cielo. Sorride e chiude gli occhi. Sì sì, fa lui, nel bosco siamo tutti uguali, come se uno non l’avesse mai visto, che ci abbiamo passato tutta la vita tra le rocce, una pietra è sempre solo una pietra. E il lago, è li steso sulla pianura come un pesce morto. Poi di colpo arrivano delle nuvole grigie come beole e patapam, giù tuoni e grandine e ti centra un lampo, che quassù si fa in fretta, siamo sui milleotto, se sei sfortunato le montagne s’incazzano e ti buttano addosso dei massi grandi come vacche, ti demoliscono la casa e ci seppelliscono dentro per sempre tutto quello che avevi, altro che pace delle montagne, lo dice solo chi è cresciuto nel cemento.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.14-15.)

O forse lo dice colui al quale nel cemento è semmai rimasto imprigionato l’animo, privo così di autentica libertà? Beh, leggete la personale recensione a La cura, qui, e capirete tutto meglio.

Arno Camenisch, “La cura”

Pochi altri posti nelle Alpi come la valle svizzera dell’Engadina sanno offrire la più completa quintessenza della dimensione alpina, dal punto di vista geografico, del paesaggio, della storia umana tra i monti, della manifestazione artistica relativa. Giungendo dall’Italia, e dopo aver superato i numerosi tornanti della carrozzabile che raggiunge il passo del Maloja, di colpo il paesaggio si amplia ed esplode di meravigliosa sublimità montana, che quasi lo sguardo fatica a recepire completamente. Laghi dalle acque cristalline, cascate spumeggianti, boschi ininterrotti, vette maestose, ghiacciai, storie e vicende affascinanti a non finire, a partire da quelle dei tanti personaggi famosi che non hanno saputo resistere alla bellezza di questi luoghi – Friedrich Nietzsche e Giovanni Segantini, per citarne solo un paio – eleggendoli a propria dimora. E terra, l’Engadina, nella quale si parla una lingua – ufficialmente riconosciuta come tale, nella Confederazione Elvetica – che rappresenta a suo modo un particolarissimo incrocio di culture: il romancio, un antico mix di dialetto lombardo, tedesco-svizzero, ladino e dialetti friulani, ormai utilizzato da poche decine di migliaia di persone ma in fondo anche per questo parecchio identitario, una sorta di sigillo di autenticità alpina come ormai pochi altri ve ne sono per tutte le Alpi.

È la stessa lingua madre – nella sua versione sursilvana – di Arno Camenisch, che proprio in terra engadinese ambienta il suo ultimo (per l’Italia) romanzo, La cura (Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado), una sorta di “estratto di quotidianità”, frazionato in 47 brevi episodi, della vita di una coppia di pensionati nel momento in cui vincono un soggiorno in un prestigioso hotel cinque stelle in Engadina: un evento inatteso e ovviamente lieto tanto quanto “perturbante” la loro ordinaria esistenza… (continua)

(Leggete la recensione completa de La cura cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Morire non val la pena, costa troppo caro (Arno Camenisch dixit)

Per ora la montagna è seduta da brava dietro il paese come una nonnina, ma non voglio sapere ancora per quanto. Tuona, lui prende l’ombrello dal sacchetto di plastica. Anche il Benedict era convinto di poter contare sul buon Dio e voleva solo finire di tagliar l’erba attorno alla sua baita, quel mucchio di assi che se ne stava in mezzo al prato come un pacco sorpresa, e invece è arrivata la montagna. Mh, la osserva. Alla vita non scampiamo, dice lui, ma neanche morire val la pena, costa troppo caro.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.69-70.)

D’altro canto è risaputo, che se si conta troppo sul “buon Dio” si finisce per morire prima… dunque non ne vale la pena, di contarci troppo: meglio vivere la vita il più a lungo possibile e nel migliore dei modi, no?
Peraltro così avrete tutto il tempo per cliccare sull’immagine di Camenisch qui sopra e leggere la personale recensione de La cura, eh!

Davide Sapienza, “I Diari di Rubha Hunish (Redux)”

Il “viaggio”. Quante definizioni, più o meno personali, si possono rendere interpretative del concetto e della pratica del viaggiare, di cosa possa essere, significare, rappresentare, elargire a chi la esercita? Il viaggio può svolgersi dall’altra parte del mondo o appena fuori la porta di casa; si può affrontare con mille attitudini, spiriti, predisposizioni di mente e d’animo, filosofie diverse; può essere turistico, culturale, avventuroso, esplorativo… può essere un motivo di relax, uno svago, un’esperienza, una fuga.

Oppure, il viaggio può essere la goccia che fa traboccare il tempo – come si legge sulla quarta di copertina de I Diari di Rubha Hunish, il masterpiece di Davide Sapienza che in questo marzo 2017 torna nelle librerie in versione Redux (Lubrina Editore, Bergamo; postfazione di Tiziano Fratus) ovvero integrata con sette nuovi capitoli e una parte inedita intitolata Il Tempo della Terra, che in qualche modo rappresenta il principale aggiornamento “spirituale” dell’essenza del libro, ma di contro recuperando l’originale (e celeberrima) copertina dell’edizione 2004 – la prima, quella edita da Baldini Castoldi Dalai.

Rubha Hunish è la terra più settentrionale della celebre isola scozzese di Skye: una scogliera brulla, di quelle tipiche delle Highlands, un promontorio erboso che si allunga nel Mare del Nord apparentemente senza molte attrattive se non quelle date dalla selvatichezza del paesaggio. (continua…)

(Leggete la recensione completa de I Diari di Rubha Hunish (Redux) cliccando sulla copertina del libro in testa al post, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)