L’analfabetismo funzionale, nel 2023

Questo nuovo anno appena cominciato – mi auguro nel migliore dei modi per voi che state leggendo – vedrà finalmente regredire una delle pandemie culturali più gravi che ormai da troppo tempo attanaglia una parte consistente della società italiana, ovvero l’analfabetismo funzionale?

L’Italia è in assoluto il paese europeo peggiore al riguardo (i dati OCSE segnalano quasi il 28% di analfabeti funzionali, vedi qui) e i risultati di ciò si vedono spesso – spiace dirlo ma è quello che penso. Ogni iniziativa e azione culturale che punti a migliorare, per quanto possibile, le varie situazioni di evidente o potenziale degrado riscontrabili un po’ ovunque – penso ad esempio alla frequentazione consapevole e realmente sostenibile delle montagne, per restare nel mio ambito di attività – rischia di perdere molta parte della sua efficacia se non tutta, nel caso coloro verso i quali è diretta non fossero in grado di comprenderne l’importanza e tanto meno il messaggio – come di frequente verrebbe da ritenere. D’altro canto è inutile rimarcare quanto il problema sia pesante per ogni ambito della nostra società, se la stessa voglia continuare a definirsi evoluta e in costante progresso – non solo culturale.

Nei giorni in cui viene ricordata la scomparsa di Tullio De Mauro (avvenuta il 5 gennaio 2017, ne scrissi qui), una figura fondamentale per la cultura italiana contemporanea e da sempre impegnata nel mettere in evidenza la necessità di una buona cultura linguistica diffusa quale base ineludibile della più compiuta democrazia, mi viene dunque spontaneo proporre quella domanda iniziale. Miglioreranno le cose al riguardo, in questo 2023? O una zavorra così drammaticamente pesante e ostacolante per l’evoluzione del paese diventerà ancora più ponderosa, più grave, più rovinosa?

Una cosa è certa: parte della risposta – forse la gran parte – sta a noi determinarla. Speriamo sia quella migliore possibile e non viceversa, Ecco.

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Vivere nella verticalità dello spazio

[Prato Leventina, nell’omonima valle ticinese. Foto di Alazar Ferrazzini da Unsplash.]

«Sempre più mi attrae, poi, l’immagine di un’esistenza e di un’attività che si prolungano nella verticalità dello spazio (propria, beninteso, di parecchi vichi maggiori delle valli ticinesi), un’economia che si sposta secondo la stagione dal villaggio al maggengo e da qui all’alpe, fino ai pascoli estremi, oltre i duemila, ormai quasi ubbidendo a millenarie leggi inviolabili.
«Non fa meraviglia che le fondamenta d’una tale struttura lentamente sistemata non abbiano subito gravi scosse per secoli. Era naturale – per limitarmi a un dato centrale – che in questa conca quasi di collina capre e pecore cedessero nettamente alle vacche, fortificando via più, diciamo così, il mito della razza bruna svittese. Ma sono lieto di scrivere che ancora poco fa ho visto passare nella Bedrina più nascosta un drappello di capre, toccate per riconoscimento di giallo alla base delle corna: un transito ordinatissimo, con fermatine per rapide pasture in cima allo strapiombo.
«Né muta per tanti anni il paesaggio: prati e campi, con qualche stalla, che separano l’uno dall’altro i villaggi, raccolti in gruppo non distratto da case stupide o spaesate.
«Non altrimenti che in altre parti del Cantone, il cambiamento può quasi dirsi recente: inevitabile, certo, ma non di rado senza regola, senza sufficiente rispetto del duro lavoro fatto in passato, insomma prodotto da un’impazienza pari alla noncuranza.»

[Giorgio Orelli, Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.98-99.]

Le vedute letterarie del paesaggio ticinese di Giorgio Orelli sono sempre meravigliose, vividissime, profonde, saggi antropologici “minimi” narrati con una sensibilità poetica rara che raccontano molto più di quanto riportano le parole impiegate. Quelle che avete letto, riprese in Rosagarda, originariamente vengono dal testo che Orelli scrisse come prefazione della monografia Prato Leventina nelle carte medievali e nella tradizione, edito dal comune del Cantone Ticino nel 1985. La Bedrina citata da Orelli è oggi una riserva naturale che preserva le importanti torbiere presenti in zona: la potete conoscere meglio qui.

Gli animali non “parlano” (per nostra fortuna)

Gli animali non sanno parlare come noi, è superfluo affermarlo ma forse non per noi umani che, anche per quello, ci possiamo sentire dominanti rispetto alle altre specie: dunque, “sapere” quella nostra “verità” ci è di gran comodo. Certo, potremmo pensare che sia una sfortuna che gli animali non possano parlare con noi: ci consentirebbe di approfondire ancor più il nostro rapporto con loro. O forse di rendere ancor più oppressiva la nostra dominazione nei loro confronti, chissà.

Tuttavia, spesso, forse per una mia eccessiva zoofilia indebitamente sviluppatasi nel tempo della quale tuttavia mi ritrovo a essere piuttosto orgoglioso, mi ritrovo a pensare che sia una fortuna, per noi umani, che gli animali non sappiano parlare. Perché potrebbe anche essere che, se parlassero, ci direbbero delle cose talmente intelligenti, sagge e profonde che noi umani, salvo rare eccezioni, non capiremmo. Al punto che finiremmo diffusamente per considerare gli animali non solo inferiori a noi ma pure un po’ matti.

Certo, ci potrebbe pure essere il rischio che, se parlassero, in molti casi ci coprirebbero di maledizioni e improperi, al punto che finiremmo per considerarli non solo inferiori a noi ma pure dei gran facinorosi.

“Matti” e “facinorosi”. Loro, già.

Ma in fondo non penso che possa accadere, una cosa del genere. Sono animali, non umani, la loro è un’autentica civiltà, non qualcosa di reputato tale.

Il vuoto del ghiacciaio

I ghiacciai, lo sanno anche i sassi ormai, sono tra i migliori indicatori naturali in assoluto dei cambiamenti climatici sia negli aspetti scientifici sia in quelli paesaggistici, per come la loro grande mole renda evidenti e inoppugnabili a tutti le variazioni che subiscono, anche nel breve periodo, in forza di quei cambiamenti. Per tale motivo vengono così spesso fotografati e mostrati al pubblico: basta affiancare due immagini dello stesso ghiacciaio (di qualsiasi angolo del pianeta, ormai) riprese oggi e solo qualche anno fa, se non decenni fa, per rilevare le sconcertanti perdite di estensione e di massa subite anche da parte di chi non sappia nemmeno cosa sia la glaciologia.

Tuttavia, un’evidenza forse ancora più sconcertante, riguardo il ritiro dei ghiacciai, è constatare non tanto ciò che ne resta ma ciò che già non c’è più: il vuoto lasciato dalla scomparsa della massa glaciale, l’alveo ricolmo di aria e niente altro, la mancanza percepibile e drammatica nel paesaggio ove il ghiacciaio si trova(va). L’immagine che vedete lì sopra, scattata da Alberto Prina (lo scorso maggio, anche se le condizioni erano già quelle di fine estate) e che io traggo dalla pagina Facebook di Jacopo Merizzi – guida alpina, scalatore leggendario, uno dei celeberrimi numi tutelari di quel sublime territorio alpino che è la Val Masino e il suo gioiello-nel-gioiello, la Val di Mello – rende perfettamente l’idea della quale vi sto scrivendo. Mostra il vuoto lasciato dalla scomparsa della lingua valliva del Ghiacciaio della (o del) Ventina, in alta Valmalenco nel gruppo del Disgrazia, con i due enormi cordoni morenici laterali che contenevano una conseguente, gigantesca massa di ghiaccio la cui fronte un tempo lambiva i rifugi sul fondovalle, visibili nell’immagine (se la ingrandite cliccandoci sopra li noterete meglio), e che in un secolo è totalmente sparita, lasciando solamente il nulla. Oggi il ghiacciaio si sta sempre più ritirando nel circo sommitale della valle e ne fuoriesce una lingua stretta e magra, in parte ricoperta da detrito, che non riesce più nemmeno a ricordare o rimarcare a chi non l’avesse mai vista ciò che era un tempo.

Il nulla, già. Una volta quel nulla era ghiaccio, dunque acqua (potabile), era un paesaggio differente, ambientalmente più ricco, era una montagna apparentemente più vitale, era la dimostrazione di un clima ben diverso. Oggi è la prova inequivocabile di un dramma climatico in corso del quale ancora troppo poco siamo capaci di concepire la portata e le conseguenze, dunque di formulare la necessaria resilienza – che, per certi versi e in circostanze estreme, sta già diventando pratica di sopravvivenza.

Le immagini del ritiro e dello sfacelo dei ghiacciai sono fondamentali e indispensabili dacché inequivocabili in ciò che mostrano e raccontano, senza lasciare posto ad alcun dubbio. Tuttavia, ribadisco, lo sono pure le immagini che non li mostrano più, i ghiacciai, proprio perché non ci sono più. Il vuoto che si coglie tanto chiaramente da esse, se posso così dire, è un po’ il vuoto che c’è nella nostra anima di fronte ai cambiamenti climatici e del mondo nel quale viviamo, che probabilmente col passare del tempo diventerà sempre più un altro mondo, un altro paesaggio. Simile per certi aspetti, diverso per molti altri. C’è solo da augurarci che quel vuoto glaciale non rappresenti a suo modo anche il vuoto delle coscienze e delle volontà umane nel cogliere, comprendere e, per quanto possibile, agire. Affinché resti solo parziale, il vuoto, magari ancora colmabile, in qualche modo, e non diventi invece totale, definitivamente.

Luca Serianni

Secondo lei qual è il livello dell’alfabetizzazione oggi in Italia, soprattutto fra i giovani? E cosa si intende oggi per essere una persona alfabetizzata?
Dal punto di vista del mio bilancio personale di docente non posso dire di avere un’impressione negativa. Però – certo – è un bilancio particolare, legato ad una nicchia di studenti, oltretutto di una facoltà di Lettere. In generale, direi che per alfabetizzazione – oggi – si deve intendere la capacità di dominare un lessico abbastanza ampio, che – per capirci – è quello che si riconosce nel tradizionale articolo di fondo di un giornale. Allora bisogna chiedersi se – non solo i giovani ma, in generale, la popolazione avente un titolo di studio – è in grado di capire, non un impegnativo testo di filosofia o di scienza, ma un articolo di giornale in tutte quelle sue implicazioni che consistono nel dominare le parole meno comuni e nel cogliere l’eventuale ironia del giornalista, legata all’uso di una parola arcaica o letteraria. Questo è un gioco che lo scrivente o parlante colto fa abbastanza spesso: recuperare una parola della tradizione non usuale per dare a questa un senso ironico. L’alfabetizzazione, in accezione più larga, comprende anche questo. Insisto sull’esempio del giornale perché questa competenza deve esser misurata sulla base di un obiettivo tendenzialmente alla portata di tutti. Non sono molti quelli che leggono il giornale, ma questo è secondario, almeno da questo punto di vista; se non lo leggono perché preferiscono navigare in rete, è un conto; se non lo leggono perché non capiscono che cosa c’è scritto, vuol dire che siamo di fronte a dei veri e propri analfabeti, anche se sanno scrivere la propria firma.

[Intervista tratta da “Il Varco”, l’originale è qui.]

In una realtà linguistica così degradata come quella italiana – tale innanzi tutto per colpa di molti italiani – la scomparsa di un autentico faro per la nostra lingua come è stato il professor Serianni è quanto mai grave. Anche perché viene e verrà sottovalutata dai più: e ciò, per un paradosso che in realtà non è tale, denota ancor più la gravità della perdita. Certamente, l’italiano (soprav)vivrà ancora, ma da oggi sarà un poco più insicuro nel suo cammino tra la gente comune verso il futuro.