Parlano tutti tedesco

Uno aveva preso molto sul serio il compito di salvaguardare il dialetto come espressione di appartenenza alla sua terra e in casa, con la famiglia si esprimeva solo ed esclusivamente nella lingua con la quale era cresciuto e che gli è stata insegnata dai suoi. L’inizio della scuola materna del suo ultimogenito era anche il primo confronto del bambino con chi parla italiano.
Alla domanda su come fosse andato il primo giorno di asilo, questo rispondeva: “Ma, insóma, i parlan tücc tudésch”.

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pag.19.]

Una bevanda fatta con orzo

Uno era un purista dell’italiano, che voleva difendere dall’invasione galoppante dell’inglese. La sua crociata si arenò al primo bar, quando nell’aprile del 1967 invece di un whisky chiese “Una bevanda fatta con orzo” e mezz’ora dopo gli fu servita una scodella colma di semolino fumante.

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pagg.71-72.]

La scrittura e il paesaggio

[Foto di pasja1000 da Pixabay.]
Il rapporto che esiste tra il territorio e il paesaggio è molto simile a quello che, nella lingua parlata, c’è tra parole pronunciate e messaggio comunicato. Il territorio è come le parole, la forma dell’espressione vocale e la manifestazione della peculiarità linguistica; il paesaggio è il messaggio, il significato espresso, percepito e da comprendere. Forse è proprio per questo che, personalmente, trovo vi sia così tanta affinità tra il “mestiere” dello scrivere, in senso letterario, e quello dell’indagare le relazioni tra uomini e paesaggi. La scrittura genera (ed esprime) concetti intellettuali, aiutando a elaborarne altri di conseguenza in base a chi la legge, a come la interpreta e a quali emozioni suscita; il territorio genera il concetto del paesaggio che viene elaborato di conseguenza da chi lo osserva, lo percepisce, lo vive e vi interagisce.

Ugualmente, per questo il territorio lo si può considerare un libro scritto nel tempo dagli uomini che vi hanno vissuto e lo hanno abitato, modificato, abbellito o guastato: il messaggio del testo che vi si può leggere è il senso del suo paesaggio. Saperlo comprendere, e saperci cogliere l’inestimabile cultura che offre, non è solamente un esercizio di mera geografia fisica ma soprattutto una pratica di geografia umana, nel senso più pieno e compiuto (dunque non solo scientifico, anche filosofico) della definizione. Cioè dell’uomo, della nostra mente e del nostro animo, di noi tutti che i territori di questo mondo e i loro paesaggi li viviamo quotidianamente e nei quali giorno per giorno ci specchiamo per ciò che siamo – per ciò che quei paesaggi sono.

Uomini di parola

[Cliccateci sopra per saperne di più sul film.]
Ho visto Uomini di Parola.

Dunque… domanda: cosa potete fare se avete tra le mani una sceneggiatura parecchio debole e scontata, con un finale altrettanto prevedibile, e volete comunque sperare di ricavarne fuori un buon film? Risposta: tirar fuori un bel po’ di soldi e assoldare nel ruolo dei protagonisti alcuni grandi e celebri attori, contando sulle loro doti attoriali e, ovviamente, sul richiamo dei loro nomi (tutti nobilitati dall’Oscar, per di più). Ciò tuttavia vi espone ad un rischio non indifferente: quello di non riuscire a ottenere un successo sufficiente a coprire i costi di realizzazione del film, visti i tanti soldi spesi come sopra indicato.

Ecco, Uomini di parola è – sostanzialmente – tutto qui. Un gran cast per un film altrimenti mediocre, tutto basato sul duetto e l’intesa recitativa tra Christopher Walken e Al Pacino (meno su Alan Arkin), col primo notevolissimo e col secondo che, a me, pare sempre Al Pacino che recita e a volte parodia (voce del verbo “parodiare”) il se stesso anni degli ‘70/’90 (non che sia una colpa, sia chiaro), i quali sembra proprio che si divertano parecchio nei ruoli assegnati da vecchi gangster in pensione, divertendo parimenti lo spettatore che li osservi duettare. Ma, ribadisco, soprattutto – se non solo – lì c’è il divertimento, in quel duettante contesto, perché per il resto la pellicola non riuscirebbe (e non riesce) proprio a scrollarsi di dosso, ahimè, l’etichetta di «BANALE».

Forse per questo oppure per qualche altro motivo, chissà, fatto sta che quel rischio potenziale che paventavo poco sopra sul mancato ritorno dell’investimento s’è avverato. Un’occasione sprecata, insomma, lo hanno rimarcato in diversi nel disquisire del film: come avere a disposizione delle potenti fuoriserie e lasciarle intruppate nel traffico dell’ora di punta.

Franco Loi

Me se regordi pü se chí, a Milan,
ghe sia ’na piassa cun l’aria sensa temp,
che dré ’n cantun me sun pruȃ de andà
e i gent ne l’acqua passàven cume ’l vent.
E dré ’l cantun una camisa bianca
pareva lí a spetàm, e gh’era nient.
La piassa sensa temp, ’na dòna stanca,
j òmm che van sarȃ nel sentiment.
Sú no due seri mí. Gh’era ’na panca
e mí che camenavi tra la gent,
e quèl cantun, che mai ghe se rivava,
l’era la vita che de luntan se sent.*

Franco LoiBach, Milano, Scheiwiller, 1986. In memoriam.

[Foto di Nino Carè da Pixabay + Lucarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, da Wikipedia Commons.]
(*: Non mi ricordo più se qui, a Milano, | ci sia una piazza con l’aria senza tempo, | che dietro un angolo mi son provato ad andare | e le genti nella pioggia passavano come il vento. | E dietro l’angolo una camicia bianca | sembrava lì ad attendermi, e non c’era niente. | La piazza senza tempo, una donna stanca, | gli uomini che trascorrono chiusi nel sentimento. | Non so dov’ero io. C’era una panca | e io che camminavo tra la gente, | e quell’angolo, cui mai si arrivava, | era la vita che da lontano si sente.)