No, cari itaGliani, la Crusca non ve lo esce il cane!

No, cari itaGliani, l’Accademia della Crusca non ha affatto sdoganato espressioni quali “siedi il bambino”, “scendi il cane” e altri “simpatici” orrori grammaticali affini. Ha detto tutt’altro, la Crusca, e lo segnala per bene il sito BUTAC – Bufale Un Tanto Al Chilo (bassamente rubo loro l’immagine qui sopra), che riporta un post (peraltro pubblico) dalla pagina facebook di Vera Gheno, membro dell’Accademia. Un testo che richiede un paio di minuti di lettura o poco più, evidentemente un tempo troppo lungo persino per tanti giornalisti i quali hanno invece pensato bene di diffondere la suddetta presunta novità come fosse verissima, con titoli più o meno sensazionalistici, rimarcando una volta ancora la qualità (infima) dell’informazione offerta ai loro lettori e la relativa professionalità di fondo.
Così al riguardo Vera Gheno conclude il suo post:

Tutte le volte che vedo entrare in circolo notizie del genere, comunicate con pressappochismo, mi chiedo come mai dalla parte dei lettori, conoscendo un po’ l’andazzo, ci sia così poca propensione a verificare, prima di gettare letame sul lavoro altrui. Capisco che sia soddisfacente prendersela con quella specie di Hogwarts eburnea che è per molti (per chi non la frequenta davvero) la Crusca. Troppo soddisfacente ergersi a paladini dell’itagliano correggiuto, come dice mia figlia. È così bello lapidare ed essere lapidari, no?
Ora, mi chiedo io: se vedo in giro così tante informazioni distorte nel settore che mi compete, ossia la lingua, quante ce ne saranno riguardo a questioni che non conosco così bene, e sulla cui veridicità non posso giudicare? E poi: abbiamo davvero bisogno di confezionare le notizie in maniera così povera? Anche perché confutare ognuna di queste baggianate costa uno sforzo, perlopiù senza grandi riscontri: la contronotizia corretta, si sa, è infinitamente meno attraente della ghiotta notiziona che mira diretta alla pancia delle persone.

Dunque mi spiace per voi, cari itaGliani iNIoranti (più o meno inconsapevolmente) che speravate di ottenere un tale prestigioso avallo alle vostre bizzarrie lessical-popolari, convinti di essere nel giusto a dire “siedi il bambino” e che invece sbaglino quelli che il bambino lo fanno sedere. Liberissimi di usare quelle espressioni suggestive, sia chiaro, ma nella consapevolezza che siano forme sbagliate che l’uso comune rende radicate (nel parlato vernacolare quotidiano e soltanto lì) e giammai corrette. Altrimenti, ribadisco un “concetto” a me assai caro: se il cittadino nativo di un paese dimostra di non conoscere a sufficienza la lingua propria e del paese stesso in quanto primario elemento identitario e coesivo per la sua comunità sociale (serve rimarcare le “h” svanite nel nulla di tanti “o fatto, “o detto” e cose simili che si leggono sui social?) non merita pienamente di esserne cittadino. Se non al livello “capra” (Sgarbi docet), ecco.

P.S.: e leggete più libri, che forse così imparerete meglio la vostra lingua, cribbio!

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Il cretino grammaticale

[…] Non sono del resto gli incolti a spingere le lingue verso il futuro. È chi è sensibile all’andazzo. Chi sta sulla cresta dell’onda e fa da modello di comportamento sociale.
Robert Musil diede una definizione del tipo umano in questione. In una conferenza sulla stupidità tenuta a Vienna nel 1937 (quindi, sull’orlo dell’abisso), lo differenziò anzitutto dallo stupido predisposto alla devianza, com’è l’ignorante autentico. Stupido anch’esso, definì il tipo che invece ingrossa le mode, ma per eccesso d’adesione al mondo. Campione di un morbo incurabile della cultura: il conformismo. Per paradosso, stupido proprio in quanto di successo e socialmente tenuto per intelligente. “La prevalenza del cretino” di Fruttero e Lucentini illustrò i modi di tale successo, decenni dopo.
Nei mutamenti linguistici, va dunque riconosciuto un ruolo al cretino. Lo si può, anzi lo si deve fare senza spregio, con modi conoscitivi e estendendo anche alla diacronia linguistica, che rischia di essere in proposito esemplare, lo spirito del programma assegnatosi nel 1981 da Raymond Aron con queste parole (qui recate in italiano): “E dico spesso che l’ultimo libro che vorrei scrivere dovrebbe trattare, sul finire, del ruolo della stupidità nella Storia”. Intento cui lo studioso francese non fece in tempo a dare séguito e che, per vastità e profondità della materia implicata, più che ambizioso, può definirsi temerario. […]

(Da un bell’articolo di Nunzio La Fauci su Doppiozero circa l’uso della perifrasi nell’italiano parlato e scritto contemporanei, intitolato Mutamento e prevalenza del cretino e che potete leggere nella sua interezza qui. Cioè, che dovete leggere, dacché assai illuminante e non solo dal punto di vista linguistico-grammaticale.)

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte III)

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si dimostra “chiaroveggente” in modo incredibile, Calvino, in questo brano delle Lezioni Americane, che pare una descrizione degli attuali social media scritta oggi, non 35 anni fa. Ma anche più avanti il grande scrittore ci offre un’illustrazione sorprendentemente attuale della nostra civiltà, ove segnala che, in fondo, le immagini sono inconsistenti perché il mondo è inconsistente, perché lo è la vita di molte, troppe persone, per le quali le immagini diventano l’unica manifestazione paradossalmente possibile, invero del tutto virtuale e priva di autentica vitalità se non di vera umanità. D’altro canto cosa sono “le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine” se non, pure qui, una profetica definizione del presente che viviamo, del tutto correlabile al concetto baumaniano di società liquida ovvero della “forma” con cui spesso si manifestano le (non) relazioni sociali odierne?

Sono passati 35 anni, appunto. E non sono passati bene, ahinoi.

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte II)

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si badi bene: nel 1985, quando Calvino scrisse le sue Lezioni Americane, il web era solo all’inizio e non esistevano i social, tanto meno la politica era degradata come oggi e il termine “ideologia” un qualche senso l’aveva ancora, nel bene e nel male.

Che mai potrebbe scrivere Calvino, oggi, se dovesse esprimere delle osservazioni come quelle delle Lezioni? Se già allora gli pareva che si stesse manifestando “un’epidemia pestilenziale“, di quale ancor più letale malattia soffre l’umanità contemporanea?

Aiuto, ci invadono i barbari(smi)!

Sto navigando sul web in alcuni siti di informazione e capito su un articolo dedicato alle nuove tendenze della moda.
Leggo (e qui riporto le prime righe dell’articolo):

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era look da weekend. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti al fitness e al wellness, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nello streetwear una nuova religione nel vestire. Non a caso le sneaker e le felpe, in particolare quelle firmate da brand di lusso, sono protagoniste dell’ecommerce e hanno rilanciato anche negozi fisici e outlet.

Mmm… no, suona in modo proprio bislacco, questo testo. Sembra ci sia quasi una ricerca forzata dell’anglicismo al fine di rendere l’articolo “conforme”, per così dire, a ciò di cui disserta e all’immaginario lessicale relativo. Per renderlo “alla moda”, ecco. È formato da 75 parole in tutto, di cui ben 9 in lingua inglese: il 12% del testo. Eh, va bene tutto, ma forse qui si sta un po’ esagerando, tenendo poi conto che il tema dissertato non implica affatto una tale profusione di anglicismi per trasmettere il messaggio implicito: non è un testo che disquisisce di informatica o di nuove tecnologie, per essere chiari, tematiche nelle quali le parole straniere sono spesso inevitabili, ma di vestiti. Semplice abbigliamento.

Vediamo invece come va, così:

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era stile da fine settimana. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti alla forma fisica e al benessere generale, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nell’abbigliamento informale una nuova religione nel vestire. Non a caso le calzature sportive e le felpe, in particolare quelle firmate da marchi di lusso, sono protagoniste del commercio sulla rete e hanno rilanciato anche negozi fisici e spacci plurimarca.

Secondo me funziona perfettamente lo stesso. Anzi, pure di più. “Spacci” non è forse un termine bellissimo da sentire – si potrebbe usare rivendite o empori, ad esempio – ma per il resto direi che si legge ugualmente bene, e senza perdere nulla del suo senso e del fine originari.

Sia chiaro: come ho sostenuto altre volte, anche qui nel blog, non sono affatto contrario all’uso di lemmi stranieri nella lingua comune parlata e scritta, anzi, spesso la loro presenza rende la dissertazione più varia, ricca di senso e divertente da seguire. A patto, però, che l’uso dei termini stranieri (inglesi, in particolare) non finisca per svilire la nostra lingua o, addirittura, per renderla persino ridicola. In numerosi casi il loro uso è ormai diventato comune e del tutto accettabile (weekend, ad esempio, che peraltro è la paritetica forma inglese di “fine settimana”, oppure web o blog, che ho usato in questo mio articolo e che viene difficile riportare con simile sinteticità in italiano, ma passino pure parole come sexy, relax, okay, hotel, smog, marketing, social network, e così via), in altri casi non è solo tranquillamente evitabile, ma il forzato inserimento nel discorso assume toni veramente farseschi. Come fosse poi che tanta gente sapesse padroneggiare così bene l’inglese da permettersi di fonderla con la propria lingua madre! Ma quando mai?!

Ribadisco: ogni “nuova” parola straniera, quando inserita in una lingua peraltro di così alto valore storico come quella italiana, è la benvenuta se sa arricchirne il bagaglio lessicale, se aggiunge e affina e non toglie o surclassa. Altrimenti il suo uso diventa un effettivo impoverimento della lingua quando non una vera e propria minaccia alla sua esistenza e all’espressività che possiede. E un “popolo” che non sa salvaguardare e padroneggiare al meglio la propria lingua (per giunta finendo a “scopiazzare” quelle altrui), semplicemente non è un popolo. That’s it!