Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte III)

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si dimostra “chiaroveggente” in modo incredibile, Calvino, in questo brano delle Lezioni Americane, che pare una descrizione degli attuali social media scritta oggi, non 35 anni fa. Ma anche più avanti il grande scrittore ci offre un’illustrazione sorprendentemente attuale della nostra civiltà, ove segnala che, in fondo, le immagini sono inconsistenti perché il mondo è inconsistente, perché lo è la vita di molte, troppe persone, per le quali le immagini diventano l’unica manifestazione paradossalmente possibile, invero del tutto virtuale e priva di autentica vitalità se non di vera umanità. D’altro canto cosa sono “le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine” se non, pure qui, una profetica definizione del presente che viviamo, del tutto correlabile al concetto baumaniano di società liquida ovvero della “forma” con cui spesso si manifestano le (non) relazioni sociali odierne?

Sono passati 35 anni, appunto. E non sono passati bene, ahinoi.

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Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte II)

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si badi bene: nel 1985, quando Calvino scrisse le sue Lezioni Americane, il web era solo all’inizio e non esistevano i social, tanto meno la politica era degradata come oggi e il termine “ideologia” un qualche senso l’aveva ancora, nel bene e nel male.

Che mai potrebbe scrivere Calvino, oggi, se dovesse esprimere delle osservazioni come quelle delle Lezioni? Se già allora gli pareva che si stesse manifestando “un’epidemia pestilenziale“, di quale ancor più letale malattia soffre l’umanità contemporanea?

Aiuto, ci invadono i barbari(smi)!

Sto navigando sul web in alcuni siti di informazione e capito su un articolo dedicato alle nuove tendenze della moda.
Leggo (e qui riporto le prime righe dell’articolo):

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era look da weekend. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti al fitness e al wellness, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nello streetwear una nuova religione nel vestire. Non a caso le sneaker e le felpe, in particolare quelle firmate da brand di lusso, sono protagoniste dell’ecommerce e hanno rilanciato anche negozi fisici e outlet.

Mmm… no, suona in modo proprio bislacco, questo testo. Sembra ci sia quasi una ricerca forzata dell’anglicismo al fine di rendere l’articolo “conforme”, per così dire, a ciò di cui disserta e all’immaginario lessicale relativo. Per renderlo “alla moda”, ecco. È formato da 75 parole in tutto, di cui ben 9 in lingua inglese: il 12% del testo. Eh, va bene tutto, ma forse qui si sta un po’ esagerando, tenendo poi conto che il tema dissertato non implica affatto una tale profusione di anglicismi per trasmettere il messaggio implicito: non è un testo che disquisisce di informatica o di nuove tecnologie, per essere chiari, tematiche nelle quali le parole straniere sono spesso inevitabili, ma di vestiti. Semplice abbigliamento.

Vediamo invece come va, così:

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era stile da fine settimana. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti alla forma fisica e al benessere generale, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nell’abbigliamento informale una nuova religione nel vestire. Non a caso le calzature sportive e le felpe, in particolare quelle firmate da marchi di lusso, sono protagoniste del commercio sulla rete e hanno rilanciato anche negozi fisici e spacci plurimarca.

Secondo me funziona perfettamente lo stesso. Anzi, pure di più. “Spacci” non è forse un termine bellissimo da sentire – si potrebbe usare rivendite o empori, ad esempio – ma per il resto direi che si legge ugualmente bene, e senza perdere nulla del suo senso e del fine originari.

Sia chiaro: come ho sostenuto altre volte, anche qui nel blog, non sono affatto contrario all’uso di lemmi stranieri nella lingua comune parlata e scritta, anzi, spesso la loro presenza rende la dissertazione più varia, ricca di senso e divertente da seguire. A patto, però, che l’uso dei termini stranieri (inglesi, in particolare) non finisca per svilire la nostra lingua o, addirittura, per renderla persino ridicola. In numerosi casi il loro uso è ormai diventato comune e del tutto accettabile (weekend, ad esempio, che peraltro è la paritetica forma inglese di “fine settimana”, oppure web o blog, che ho usato in questo mio articolo e che viene difficile riportare con simile sinteticità in italiano, ma passino pure parole come sexy, relax, okay, hotel, smog, marketing, social network, e così via), in altri casi non è solo tranquillamente evitabile, ma il forzato inserimento nel discorso assume toni veramente farseschi. Come fosse poi che tanta gente sapesse padroneggiare così bene l’inglese da permettersi di fonderla con la propria lingua madre! Ma quando mai?!

Ribadisco: ogni “nuova” parola straniera, quando inserita in una lingua peraltro di così alto valore storico come quella italiana, è la benvenuta se sa arricchirne il bagaglio lessicale, se aggiunge e affina e non toglie o surclassa. Altrimenti il suo uso diventa un effettivo impoverimento della lingua quando non una vera e propria minaccia alla sua esistenza e all’espressività che possiede. E un “popolo” che non sa salvaguardare e padroneggiare al meglio la propria lingua (per giunta finendo a “scopiazzare” quelle altrui), semplicemente non è un popolo. That’s it!

L’importanza fondamentale del dare un nome alle cose, secondo Zygmunt Bauman (Summer reload)

(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )

(Zygmunt Bauman, © Umberto Rigotti)

Un anno fa (questo articolo è stato pubblicato in origine il 10 gennaio 2018 – n.d.L.) ci lasciava Zygmunt Bauman, uno dei maggiori e più influenti pensatori dell’epoca contemporanea, al quale si deve molto della più illuminata visione del tempo presente che possiamo elaborare.

Lo ricorda David Bidussa con un articolo pubblicato sul sito web della Fondazione Feltrinelli, nel quale disserta dell’ultimo lavoro pubblicato da Bauman, Retrotopia, in particolare dell’importanza ontologica della lingua e della fondamentale necessità di denominare le cose del mondo in cui viviamo al fine di identificarle, riconoscerle, condividerne sostanza e senso dunque per porre le migliori basi alla loro comprensione.
Scrive Bidussa al proposito:

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.
È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. In esso la parola dell’uomo si apre, prima ancora che alla conoscenza del mondo, all’incontro con il mondo e la sua lingua si svela tutt’altro che semplice strumento per afferrare e impadronirsi di ciò che non ha lingua.
Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo (1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.

Non è un caso se tali principi risultino fondamentali anche nello studio geoculturale e antropologico dei territori e dei paesaggi, disciplina che m’appassiona ormai da tempo – altrettanto, non è causale che a mia volta consideri Bauman fondamentale anche per tali studi, attraverso la cui lente mi viene di leggere quanto scritto da Bidussa. Il pensiero del grande sociologo polacco mi fa tornare alla mente quanto ha scritto un altro grande osservatore di mondi, territori, paesaggi, genti e culture, Paolo Rumiz, in La leggenda dei monti naviganti: «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi». È sul serio una verità assoluta, questa: i nomi delle cose, ancor più quando diventano nomi di luoghi dunque toponimi, sono “contenitori” tanto piccoli nella forma quando infiniti nella capienza di culture, sapienze, tradizioni, usi e costumi, storie grandi e belle o tristi e terribili, vicende umane, credenze, leggende, miti. Rappresentano perfettamente il carattere ontologico della lingua citato da Bauman e rimandano allo stesso carattere identitario-culturale del linguaggio, rappresentando pure, i nomi e i toponimi, marcatori referenziali fondamentali alla generazione del legame antropologico tra uomo e territorio, ambiente, paesaggio, spazio (e anche tempo) ovvero con l’intero pianeta sul quale tutti stiamo e con ogni cosa esso contiene. Un legame che, nella sua essenza ancestrale e immutabile, definisce il nostro essere “civiltà” se non, ancor più specificatamente, identifica cosa è la civiltà umana.

Forse Bauman, sostiene Bidussa, ci ha proprio lasciato “orfani” di una parola, un ultimo fondamentale nome, capace di definire una genealogia del presente e identificare, almeno in nuce, il futuro che ci attende. Sicuramente e non solo, dico io: come già scrivevo un anno fa nel giorno della sua scomparsa, un uomo e una mente come Zygmunt Bauman mancheranno sempre di più, alla nostra civiltà e al nostro futuro.

P.S.: potete leggere l’articolo integrale di David Bidussa cliccando sull’immagine in testa a questo post.

Cittadinanza italiana, e “citadinanza itagliana”

Be’, e se si cominciasse col mettere in discussione la cittadinanza italiana di tutti quegli “italiani” che dimostrano palesemente di non saper scrivere correttamente nella propria lingua, ovvero di non saper padroneggiare uno degli strumenti culturalmente fondamentali per potersi dire parte della comunità sociale nazionale, per giunta pure uno di quelli più significativi al fine di comprendere il bagaglio culturale in possesso (ovvero, dall’altro verso, la gravità delle relative mancanze) del soggetto in questione?

Suvvia, non siamo più ai primi del Novecento, quando l’ancora scarsa alfabetizzazione della popolazione italiana non poteva essere correlabile né alla sua ignoranza culturale, né viceversa alla frequente intelligenza e saggezza che a quei tempi la vita anche più della scuola poteva insegnare! Siamo nel 21° secolo, anno 2018 (duemiladiciotto!), in piena era dell’informazione, con qualsiasi conoscenza culturale (lessicologica e non) a portata di tutti: la svista ci sta, l’errore di battitura causale e il sovrappensiero del momento pure, ma certe castronerie linguistiche che si leggono diffusamente sui social semplicemente non sono ammissibili dacché, ribadisco, risultano un segno inequivocabile di grave superficialità culturale oltre che di dissonanza cognitiva, di analfabetismo linguistico-funzionale, di “svacco” identitario (ma potrei dire di ignoranza, per farla breve), al punto da suscitare gravi dubbi sulla conformità di tali individui rispetto ai valori culturali storici del paese – scrigno di cultura senza pari, al mondo, è bene ricordarlo. “Italiani” che scrivono in italiano come fossero bambini di seconda elementare, ma con un maggior numero di errori di ortografia e grammatica: ditemi pure che sono cinico, sprezzante, arrogante o che altro, ma io costoro, prima di un adeguato e rigido periodo di rialfabetizzazione, non posso affatto metterli sullo stesso piano di altri italiani che invece dimostrano di possedere tali nozioni basilari.

E, per essere chiari, non è una questione di idee espresse da quelli o questi, ci mancherebbe. Anzi, semmai proprio l’opposto: che l’incapacità espressivo-linguistica di certi individui è garanzia certa di inabilità intellettuale. Di un cervello in consunzione, già, senza che il relativo proprietario faccia il minimissimo sforzo che in tal caso occorre per riattivarlo: per pensare a ciò che si scrivere e per scriverlo in modo da identificarsi come italiano, non come un forestiero che conosca la lingua nazionale da solo poco tempo. Forestieri che in molti casi, almeno da questo punto di vista linguistico, la cittadinanza italiana la meriterebbero più di molti “italiani”.

P.S.: peraltro, per singolare coincidenza, proprio in questi giorni (e dopo che ho scritto questo articolo), un comune della bergamasca ha pensato bene di istituire un corso di italiano per italiani. Ecco, appunto.