Arno Camenisch, “Sez Ner”

Di frequente, quando mi sono trovato a dissertare di cose di montagna e, quasi sempre, quando il tema verteva nello specifico su libri e opere letterarie ambientate in montagna, ho proposto un interrogativo tanto consono al riguardo quanto ancora poco eviscerato o persino non trattato in modo piuttosto superficiale: ma esiste un genere letterario e una produzione editoriale conseguente definibili letteratura di montagna? Che, sia chiaro da subito, non significa semplicemente libri ambientati in montagna o che parlano di montagna, semmai, volendo abbozzare una definizione assai parziale eppur già consona, libri in cui la montagna parla, nei cui testi la particolare e peculiare dimensione montana – sia essa afferente alle Alpi o ad altre catene montuose – prende voce viva da protagonista e da essenza spazio-temporale imprescindibile, non rimanendo mera scenografia anche se speciale o semplice contesto geografico sulla cui mappa la narrazione si muove.

Bene, credo che, se di letteratura di montagna si possa parlare in maniera autentica, lo si debba fare in primis partendo dal paese e dallo spazio culturale montano per eccellenza, almeno in Europa, ovvero la Svizzera. Altrove è ben più difficile trovare una similare relazione tra produzione letteraria e spazio antropologico-culturale – in Italia pochi nomi mi vengono in mente: ad esempio Mauro Corona, soprattutto nella sua prima produzione e nonostante la discutibilità del personaggio mediatico nel quale poi si è trasformato, e Claudio Morandini – ma non si può tralasciare di citare anche il grande Mario Rigoni Stern. Nella letteratura svizzera invece il “micro-macrocosmo” alpino lo si può trovare quasi ovunque e non solo perché orizzonte visuale inevitabile ovvero territorio ad alta matrice identitaria, a partire dai grandi nomi storici – Keller, Walser, Frisch, Dürrenmatt – fino a quegli autori la cui produzione si è specificatamente focalizzata sullo spazio alpino raccontandone geografie fisiche, umane, sociali, culturali, assumendo non di rado matrici narrative antropologiche pur rimanendo in contesti creativi: Charles-Ferdinand RamuzJacques Chessex, Oscar Peer e, nella contemporaneità, Leo TuorArno Camenisch, con quest’ultimo che, per qualità narrativa, originalità stilistica e successo di pubblico si potrebbe definire il più significativo rappresentante di quella peculiare letteratura di montagna – elvetica e non solo (senza nulla togliere agli altri coevi: il mio è un appunto meramente personale).

Di Camenisch ho letto tutto quanto sia stato pubblicato in Italia – trovate le mie “recensioni” ai suoi libri nell’omonima pagina del blog – tuttavia mi mancava inopinatamente il suo primo romanzo, non ancora edito in Italia (da un editore italiano, intendo) ma solo nella Svizzera Italiana: Sez Ner (Edizioni Casagrande, 2009, versione italiana a cura di Roberta Gado Wiener). Un romanzo che per molti motivi ha suscitato grande interesse ed entusiasmo, quasi in modo sorprendente per come in pratica abbia rappresentato il debutto letterario dello scrittore svizzero […]

(Leggete la recensione completa di Sez Ner cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Oscar Peer, “Il ritorno”

Prima o poi la vita impone a chiunque qualche forma di ritorno: a un luogo, a una situazione quotidiana precedente, a un passato che torna presente, a persone più o meno care, a un’idea o a un sogno. Ritorni verso condizioni che si sono lasciate per scelta libera o forzata, per buone cause o decisioni sbagliate oppure perché la vita stessa ha presentato imprevisti che le hanno cambiato drasticamente il corso. Ritorni che non sempre si presentano facili, anzi: di frequente la condizione vitale imposta dal “ritorno” appare ostica, tribolata, inquieta anche perché priva di quei riferimenti che prima, nel bene e nel male, ne marcavano e definivano la dimensione quotidiana e poi sono cambiati o non ci sono più, sostituiti da altri verso i quali la relazione è difficile. In effetti, quello del ritorno non è mai uno stato riferito direttamente e unicamente a chi ne è soggetto, al contrario: coinvolge l’intero ambiente sociale in cui si torna, al punto che il “ritornante” vi si ritrova non solo spaesato ma pure sottomesso e alienato.
E non c’è molta differenza, nella sostanza, tra ritorni affrontati e vissuti in ambienti differenti, ad esempio in una grande città dalla quale si era partiti oppure in un piccolo villaggio di montagna. Semmai, in questo secondo caso la sociologia alla base della situazione appare più condensata nella dimensione della comunità e dunque più evidente nella sua sostanza – nel bene e nel male, di nuovo.
Il momento della ricomparsa del contadino Simon in un piccolo villaggio dei Grigioni, dopo tre anni trascorsi in prigione per un omicidio colposo (ha scambiato un compaesano per un cervo, durante una battuta di caccia, e lo ha ucciso) è proprio ciò che racconta Oscar Peer ne Il Ritorno (Edizioni Casagrande, 2006, traduzione dal romancio di Marcella Palmara-Pult; orig. Accord, 1978.), forse il romanzo più famoso e suggestivo dello scrittore svizzero di lingua romancia []

(Leggete la recensione completa de Il ritorno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Tutti montanari, ma di un’altra razza

La mattina presto si sfalcia senza fatica. Di tanto in tanto bisogna affilare la falce con la cote che si porta nel bossolo allacciato alla cintura. La pietra dev’essere bagnata: c’erano bergamaschi, livignaschi o trepallesi che la portavano in tasca, prima di arrotare dovevano sputarci sopra, il che fino mezzogiorno richiedeva una notevole quantità di saliva, ma molti di loro ciccavano e la bocca restava umida; oppure ogni tanti pisciavano sulla cote, cosa che secondo loro la rendeva molto più mordente. Quelli erano appunto dell’altra parte, montanari anche loro, ma un’altra razza. I contadini qui hanno il portacote alla cinta e quando falciano si sente il cloc cloc della cote. Ogni tanto quando non c’è più niente da bere e non ci sono ruscelli in vicinanza, mandano i bambini a prendere l’acqua col bossolo e l’acqua ha il gusto di legno e di terra.

(Oscar Peer, Il Ritorno, Edizioni Casagrande, 2006, traduzione dal romancio di Marcella Palmara-Pult, pag.24.)