La difesa (e la sconfitta) della “identità”

Forse con fin troppa ingenuità, lo ammetto, continuo a trovare incredibilmente sconcertante tutta questa massa di persone che manifestano atteggiamenti di xenofobia e odio etnico, che di frequente sfocia in razzismo, giustificandoli con «la difesa dell’identità» – ovvero di ciò che definiscono così o che pensano di credere tale anche se, a chieder loro lumi al riguardo, significativamente non sanno rispondere niente di sensato e determinato. Trovo la cosa sconcertante perché proprio questi loro atteggiamenti sono la prova lampante e fondamentale che, qualsiasi cosa possa definirsi “identità” in base al loro punto di vista, è già decadente, soccombente e destinata a fine sicura. Se invece fosse un elemento forte, questa “identità”, non solo non abbisognerebbe di quegli atteggiamenti per essere “difesa” ma, in modo del tutto naturale, si imporrebbe (culturalmente) su qualsiasi altra che, in ogni caso e con tutta evidenza, possiede minore forza e influenza – fosse solo per una mera motivazione numerica, ma in verità per molte altre cose più importanti.

D’altro canto il nocciolo della questione è proprio nella mancanza di cultura, riguardo quella “identità” xenofobica: cultura ovvero storia, conoscenza, memoria, coscienza antropologica, consapevolezza civica, cognizione sociale e sociologica. Senza questi elementi fondamentali per qualsiasi virtuosa identità culturale, l’altra “identità”, quella virtuale, non è che una scatola vuota e dalle pareti assai fragili, che se da un lato suscita (per una reazione psicologica istintuale e primitiva) atteggiamenti violenti e incivili, dall’altro – faccia opposta della stessa medaglia – fa di essi un esercizio autodistruttivo. Per un’autodistruzione che d’altro canto è inevitabile, senza la presa di coscienza riguardo la suddetta vuotezza culturale, ma che quegli atteggiamenti finiscono per accelerare.

P.S.: se non lo si fosse capito, le riflessioni personali in questo mio post sono del tutto sociologiche e giammai politiche.

Sovranismi(nimi)

Comunque rispetto a certi “figuri” è molto più sovranista Giovanni, il criceto del mio amico A., il quale, quando gli si sposta la gabbia dal suo angolo di casa preferito, protesta vivacemente finché non riconquista quel “territorio” domestico così gradito respingendo la minaccia, da chiunque venga portata.

Ecco.

Xenofobia e sfascio sociale

Comunque, vorrei ricordare che i fenomeni di xenofobia, intolleranza politica, religiosa, etnica, razzismo, sono tipici delle società in rapida decadenza sociale, culturale e identitaria, prossime alla rovina e allo sfascio, la storia lo insegna in modo indubitabile. È paradossale – o forse non lo è affatto ma emblematico – che a caratterizzarsi da quei fenomeni siano le parti dichiaratamente nazionaliste, sovraniste, neo o postfasciste, ovvero quelle che si impongono come baluardo della cultura e dell’identità delle società in cui si muovono quando invece di tali elementi rappresentano il degrado e l’inesorabile declino. Gli stessi effetti, in fondo, causati all’opposto dalla globalizzazione più cieca e spinta, quella che pretende di assoggettare a sé qualsiasi patrimonio identitario culturale comune pur strutturatosi nel tempo, dimostrando con ciò una consueta e perniciosa situazione: le due facce della stessa medaglia – a sancire un identico, inevitabile declino civile.

Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste

Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste, che siano di tipo politico, sindacalista, cooperativista, nazionalista, sovietista o altro, sarà sempre lo stesso: favorire la paura e l’odio dei mediocri verso qualsiasi valore individuale, stimolare il fanatismo verso ogni spirito libero. Così facendo, si sgretolano le risorse essenziali per qualsiasi evoluzione umana.

(Henry-Léon Follin, Parole di un vedente (Paroles d’un Voyant), 1934.)

Ennesime parole, quelle di Follin – giornalista francese, pensatore individualista, esperto di economia politica e sociale e autore di numerosi saggi al riguardo – che a quasi un secolo di distanza dalla loro formulazione risultano non solo del tutto valide, ma pure necessarie. A quei tempi molti regimi totalitari di opposte basi ideologiche e identiche realtà pratiche minacciavano in modo evidente le libertà individuali, oggi simili minacce permangono per forza di governi dichiaratamente “democratici”, dimostrando che il “potere”, in qualsiasi forma si manifesti, mai potrà andare d’accordo con la vera libertà. Se ne dirà difensore e alleato, la lusingherà con le parole più belle e apparentemente nobili, ne chiederà il supporto per i propri fini promettendo adeguate contropartite ma, prima o poi, finirà inesorabilmente – ovvero a causa della propria ineluttabile antitetica natura – per attaccarla e soffocarla.

Fatta l’Italia, “fatti” gli italiani…

Cerco qui nel blog di non occuparmi di argomenti “bassi”: non so se ci riesco sempre, ma almeno ci provo. Tuttavia qualche riflessione che regolarmente mi gira in loop nella testa in determinate circostanze, unita a una predisposizione a preservare la memoria di certe idee di Massimo D’Azeglio (!?), mi impone di mettere per iscritto alcuni appunti, sapendo bene di scoprire l’acqua calda tanto quanto di non dover dimenticare quanto ci si possa ustionare, a starci dentro…
Lunedì sera, per la partita della nazionale, “un italiano su due era davanti alla TV” – come hanno certificato molti media (ad esempio questo). Niente di male, per carità: questo non è certamente un problema, anzi! O non lo dovrebbe essere, un problema, se non fosse che, puntualmente, nei vari commenti sul merito sono risaltati fuori termini quali “patriottismo”, “senso di appartenenza”, “orgoglio” e altro di simile. Lo stesso Gianluigi Buffon, portiere della nazionale suddetta, le ha usate con notevole enfasi (vedi qui) e con parole che certo stridono con quelle di tanti altri che, vista la situazione in cui versa l’Italia, si dicono invece assai poco orgogliosi di essere italiani. Bene, giusto così, se non fosse che (e due) il personaggio in questione (e con lui tanti altri affini) guadagna 6 milioni di euro all’anno, ovvero 500 mila mensili (fonte: qui). Scommetto che molti “esodati”, molti terremotati emiliani o di altre parti, molti imprenditori strozzati dall’eccessivo carico fiscale italiano ovvero molti altri cittadini “normali”, con quegli introiti annui, si direbbero pur essi orgogliosi e patriottici ben più di quanto sentono di poter dire, ora, e nonostante i media, che con quel “un italiano su due davanti alla TV” vorrebbero farci credere che gli italiani, quando serve, sanno tirare fuori un gran patriottismo e un mirabile senso di appartenenza alla nazione… Se non fosse che, (e tre!) un italiano su tre (ecco!) ad esempio non sappia perché si festeggi il 2 Giugno, e che l’identità nazionale conti solo per il 45% dei cittadini (fonte: qui).
Ergo: ancora una volta l’unica (artificiosissima) rappresentazione dell’orgoglio patriottico italiano viene da personaggi che guadagnano più di trecento volte una persona normale, che fanno parte di un mondo (il calcio) intriso di corruzione e illegalità, e che stanno ben attenti a non dire che il loro “attaccamento” alla maglia azzurra significa sostanziosi premi partita, in caso di vittoria.
Una mediocrità rappresentata da una devianza. Un miserrimo guazzabuglio, insomma.
Sarò pessimista, populista, qualunquista e pure stronzo, ma sovente mi viene da pensare che ciò che stanno subendo, gli italiani, un po’ se lo meritano: hanno intorno il proprio paese che va’ allo sfacelo e (molti) non fanno nulla, ma la nazionale di calcio è tra le più forti del mondo, e (molti) esultano con energia e convizione invidiabile, che un decimo di esse farebbe dell’Italia il posto più civile e socialmente avanzato del pianeta.
Bene. Come a dire: siamo su un aereo che sta precipitando, ma i sedili al suo interno sono di gran classe. E un buon sedativo ci eviterà pure qualsivoglia paura e dolore. Tanto ormai, di medicine del genere, gli italiani sono fatti e strafatti