Quelli contro il “Green Pass”

Che poi, la cosa che fa più ridere, di quelli che scendono nelle piazze contro il “Green Pass”, le restrizioni, gli obblighi vaccinali e tutto il resto di affine gridando «Li-ber-tà! Li-ber-tà! Li-ber-tà!», è che nel mentre che sfilano e si radunano e riprendono con lo smartphone ciò che stanno facendo e riprendono se stessi e si fanno selfie che pubblicano sui social media (ovviamente ce ne sono anche nella foto qui sopra, tratta da questo articolo di “Open”) e chattano a destra e a manca coi loro sodali e poi se ne tornano al parcheggio dove hanno lasciato l’auto e lo pagano con la carta di credito e poi prendono l’autostrada con il Telepass e magari se ne tornano a casa di corsa mettendosi davanti alla tivù sperando di essere stati ripresi dalle telecamere dei TG oppure controllando quanti «Mi piace» hanno raccolto i loro post su Facebook e Instagram, ecco, facendo tutto questo e senza contare le altre cose quotidianamente similari, quelli – se si vuole restare sul loro stesso piano di “ragionamento” – mettono a repentaglio e limitano la loro “libertà” ben più che qualsiasi passaporto e prescrizione restrizione di sorta, dimostrando per giunta tutta la loro inguaribile attitudine all’asservimento più inerte e inetto, oltre che pernicioso – per gli altri, in primis.

E la cosa divertentissima è che tutto ciò se lo fanno da soli!

Posto poi, gli stessi individui, magari invocare al primo fatto di cronaca le immagini delle telecamere di sicurezza che riprendono le vie pubbliche, quelle stesse telecamere che hanno ripreso e registrato la loro presenza nelle strade (parimenti a chissà quanti altri smartphone nelle mani di ignoti) nel mentre che urlavano «Li-ber-tà! Li-ber-tà! Li-ber-tà!»

Be’, non sembra quasi uno dei più folli sketch dei Monty Python?

Eh, la “libertà”. Proprio (clic).

Tornare liberi (?)

[Il’ja Repin, Che libertà!, olio su tela, 1903.]
Ne ho sentito un altro, oggi, nel servizio di un radiogiornale sul ritorno in “zona bianca” di molte regioni e sulla riapertura di quasi tutti i locali e gli spazi pubblici in forza dell’andamento dei dati riguardanti la pandemia da Covid, che alla domanda su cosa ne pensasse al riguardo, ha risposto «Finalmente torniamo a essere liberi!»

Liberi, già.

Ma perché, eravate in prigione, prima? “Liberi” da che, poi? La “libertà” è poter andare al ristorante o in piscina quando e quanto si vuole? E prima, se non ci andavate, era perché eravate incatenati ad un muro o rinchiusi in una cella e non potevate fare null’altro, non solo andare a pranzo fuori?
Mah!

Per carità, ci sta l’affermazione banalotta buttata lì così, magari anche indotta dal microfono dell’intervistatore nel quale dover dire qualcosa di “interessante”, alla quale in quel contesto posso anche non dare un gran peso. Però più in generale sì, credo sia certamente significativa e di nuovo – dacché ne disquisivo qualche giorno fa in merito a un altro argomento – ho la vivida impressione che la nostra società, libera e progredita, voglia formulare per se stessa un concetto di “libertà” parecchio dozzinale, primitivo e degradato, dal quale si evince di contro che il senso più autentico, importante e utile di esso resti sostanzialmente trascurato o incompreso, se non proprio ignorato.
È una cosa parecchio pericolosa, questa: non è mai sufficiente ricordare che la libertà è qualcosa che tanto più si apprezza quanto meno si gode, mentre quando la si possiede quale garanzia democratica ci si prende la (paradossale) libertà di trascurarla, sprecarla oppure addirittura di negarla: a proprio danno, quando ci si assoggetta a imposizioni e prescrizioni invero inutili e perniciose, o a danno altrui, quando si pretende che altri non godano della stessa “libertà” che si possiede (o che si crede di possedere).

Non sono sicuramente le restrizioni dettate dalla pandemia, necessarie per senso civico ancor prima che per disposizione sanitaria, a determinare o meno la nostra libertà – che è partecipazione, come diceva (cantava) bene Gaber, ovvero anche condivisione di responsabilità atta alla salvaguardia del nostro buon vivere, individuale e collettivo. Ce ne sono di ben peggiori di cose che mettono continuamente in pericolo la libertà, e quasi sempre sono camuffate proprio da “libere scelte”, “emancipazioni”, “privilegi” e quant’altro: fate un giro sui social o sui mass media nazional-popolari, ad esempio, e vi troverete cataloghi ben forniti al riguardo – ma immagino sia inutile rimarcarlo.

D’altro canto, come scrisse Goethe:

Nessuno è più schiavo di colui che crede di essere libero senza esserlo.

Una verità che vale e varrà sempre, a prescindere da qualsiasi fatto storico – o da qualsivoglia pandemia, già.

2 giugno e altre “blasfemie”

[Immagine tratta da qui.]
Spiego la blasfemia istituzionale del mio post di ieri.

Sono convinto da sempre che, per considerarsi cittadini di uno stato, sia esso definibile anche “nazione” oppure no, sia necessaria una pur minima conoscenza dello stato stesso, della sua storia, della sua geografia (vedi il post di stamattina), della cultura e delle istituzioni materiali e immateriali fondamentali – così come, ovviamente, lo stato-istituzione deve conoscere i propri cittadini. È la base della relazione identitaria che forma, concretamente, la società civile del paese e conferisce ad essa valore e considerazione, anche a livello internazionale, e di contro che permette a tale società di non essere una mera somma di individui-numeri privi della cultura peculiare del paese e incapaci di riconoscersi in esso nel modo più virtuoso possibile (e non semplicemente esultando quando segna la nazionale di calcio, per essere chiari).

Ecco: detto ciò, ho passato anni a chiedere a tante persone, conoscenti o meno, in occasioni delle festività civili nazionali italiane (2 giugno, 4 novembre, 25 aprile, eccetera), se sapessero cosa si festeggi in quelle occasioni. Tanti mi hanno risposto correttamente (alcuni con un po’ di confusione ma passi), tanti altri, e io penso troppi, no. C’è gente che il 2 giugno ritiene sia la festa dell’Unità d’Italia, e che il 25 aprile si festeggi la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale – la “vittoria”, sì.

Posto quanto ho scritto poc’anzi, per me è altamente discutibile che una persona che non conosca cosa si festeggia il 2 giugno – o che non sa quale sia il fiume più lungo d’Italia o quando cada il Rinascimento, per dire – possa considerarsi “italiano”. Andate in Svizzera a chiedere che ne pensano di un eventuale concittadino che non sappia cosa è accaduto il primo di agosto del 1291, e poi mi dite. Per metterla in altro modo: non sono affatto convinto che la cittadinanza di un paese, quando sia un diritto “naturale” ovvero legata allo ius sanguinis, esimi il cittadino dal possedere una, ribadisco, pur minima conoscenza culturale del suo paese. Altrimenti, ribadisco pure questo, che ne ricava il maggior danno è il paese stesso in quanto entità istituzionale e comunità civica, che col tempo (e rapidamente) vanno a perdere valore, importanza e dunque a svanire irrimediabilmente.

Bene, dopo tutti quegli anni di domande, di risposte errate e di conseguenti constatazioni che la suddetta conoscenza civica e culturale del proprio paese in troppi italiani non c’è, mi riconfermo ciò che da tempo penso, e che più o meno equivale a quanto già sentenziò il Metternich (nell’interpretazione corretta e assolutamente fattuale, non in quella distorta e funzionalmente dispregiativa) e, riguardo le festività nazionali italiche, la butto inesorabilmente sul ridere. Perché in effetti fa ridere, la cosa.
Tanto, appunto, per molte persone cambia poco o nulla – poi a breve cominciano gli Europei di calcio e allora torneranno tutti quanti orgogliosi “patrioti”, no?

Ecco. Amen.

 

Politica vs cultura

P.S. – Pre Scriptum: quando testi di qualche anno fa, riletti oggi, appaiono non solo ancora attuali ma se possibile più rappresentativi del presente rispetto a quando sono stati scritti, è segno che c’è qualcosa (fosse solo “qualcosa”, poi!) che non va nella realtà contemporanea e nella sua evoluzione nel tempo. Ecco, ad esempio il seguente articolo ha più di tre anni, eppure trovo che sia validissimo tutt’oggi. Con una sola differenza: a leggerlo si potrebbe pensare che quando lo scrissi qualche residuo barlume di fiducia nelle istituzioni politiche lo conservassi ancora, malgrado tutto; oggi, invece, quei barlumi si sono pressoché spenti, scomparsi in un buio dei più impenetrabili.

Da tempo sostengo con grande fermezza che qualsivoglia attività di natura “politica” (intendendo ciò nel suo senso contemporaneo più diffuso ovvero di gestione della cosa pubblica – anche se, a ben vedere: quale pubblica azione, in quanto tale, non assume sempre una valenza politica piccola o grande, quando attuata in un ambito sociale?) non può stare in piedi se non viene costruita su solide basi culturali – che “solide” diventano e si mantengono quando siano il più ampiamente condivise e comprese. In questo caso sì, il “gesto politico”, sia esso individuale o pubblico-istituzionale, gestisce veramente la polis e ne sviluppa concretamente la realtà; altrimenti resta un mero esercizio di stile oppure soltanto una sgarbata perdita di tempo. D’altro canto, posto proprio quanto ho denotato nella parentesi poco sopra, qualsiasi azione culturale anche più di tante altre è azione politica, anche perché “cosa pubblica” è sia il relativo patrimonio materiale (arti, mestieri, prodotti culturali nonché monumenti e opere di carattere affine) sia quello immateriale (saperi, conoscenze, nozioni, saggezze, dottrine di pensiero…), dunque ogni iniziativa che realizzi e/o attivi tali elementi con effetti diffusi, cioè pubblici/collettivi, è inevitabilmente (e fortunatamente, aggiungo) anche un’azione politica.

Sotto tali aspetti non posso dunque non imputare alla politica attuale altre gravi colpe (ennesime!), più di quanto si possano di contro imputare alla cultura (che non è senza peccato, senza dubbio, ma la cui storia non presenta certo la tremenda devianza che l’ambito politico ha subìto da parecchio tempo a questa parte). Due, le colpe suddette: la prima, di aver ormai scelto di non costruire più la propria iniziativa su basi culturali, preferendo invece la più bieca demagogia a meri fini oligarchici e/o sostanzialmente monocratici (nonché le “propagande” astratte ai fatti culturali concreti), come se l’azione politica non producesse (volente o nolente) cultura; la seconda, speculare alla prima, di aver negato qualsiasi proprio supporto “naturale” alle azioni culturali, come se la cultura non fosse una fondamenta imprescindibile di qualsiasi società civile ma, anzi, qualcosa di fastidioso, da togliere di mezzo il più rapidamente possibile.

C’è ormai, insomma, una profonda frattura tra cultura e politica: una cesura tanto netta quanto irrazionale e non so quanto sanabile, a tal punto, quale può essere quella di una madre con la propria figlia. La seconda rifiuta le saggezze e gli insegnamenti della prima per darsi alla “bella vita”, ma non capisce che la bellezza apparente è in verità profonda alienazione: di quelle che, superato un certo limite, divengono demenza definitiva.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Che “ridere”, i razzisti!

[Foto di Clay Banks da Unsplash.]
A prescindere dai vari episodi registrati negli anni dalle cronache, inclusa l’ultima vicenda di George Floyd, fa sempre parecchio sorridere – in senso sarcastico, sia chiaro – l’atteggiamento dei razzisti e degli xenofobi nei confronti degli individui contro i quali si scagliano. È “divertente” e grottesco vedere come essi, con quei loro atteggiamenti e con le parole che li accompagnino, siano convinti di mettere in atto una prova di forza e di superiorità verso i loro “bersagli”, sui quali si vogliono mostrare e far credere vincenti, quando il loro modo di agire è la prova perfetta, ancorché non necessaria, della loro debolezza, dell’inferiorità e della sconfitta che stanno subendo, la quale ha origine proprio dalla fobìa incontrollata ovvero da una condizione psicologica di timore e di conseguente soggezione. Sarebbe logico, d’altro canto, avere paura di ciò verso cui ci si dice più forti e superiori? Ovviamente no: non c’è nessuna logica in tale comportamento, ovvero c’è ma nel senso opposto a quello che razzisti e xenofobi vorrebbero fra credere, ove essi si rendano conto di essere la parte perdente del confronto e reagiscano in modo così disperato, e disperatamente irrazionale, esattamente come chi sia costretti a impegnarsi in un confronto sapendo già di uscirne sconfitto.

Ma, credo, c’è un’altra evidenza piuttosto palese dalla quale si genera la fobìa e l’odio verso l’altro ritenuto “nemico”, sia esso l’immigrato, lo straniero, la persona LGBT, la donna, eccetera. C’è l’evidenza che quegli individui fobici e violenti capiscono perfettamente – e non riescono a negarselo: anche da questo nasce la loro aggressività, che è pura, irresolvibile frustrazione – che i “loro” nemici sono, o possono essere, migliori di loro. Ad esempio, nel caso italiano, razzisti e xenofobi che si scagliano contro gli immigrati sanno bene che, salvo le ovvie eccezioni, tali immigrati se ben eruditi ai valori e alla cultura del paese ove sono giunti, e se inclusi in modo virtuoso nella sua società civile, sarebbero, sono e saranno cittadini migliori di quei razzisti (e non ci vuole molto per esserlo, d’altro canto). Ciò fin dalle basi, ovvero dal saper evitare di assumere quegli atteggiamenti tanto incivili e barbari, propri di persone indegne di essere considerate “contemporanee” e prive di valore umano. Atteggiamenti che sono qualcosa di antitetico al senso stesso di “società nazionale”, ancor più se interpretata nei modi che quelle stesse persone portano a loro pregio ma che nel concreto invece la società la indeboliscono fino a farla implodere su se stessa ben più di qualsiasi “invasione” (o di altre simili invenzioni), altra prova in forma di schizofrenica ossessione della loro estrema debolezza.