Cartelli necessari

Ecco, non giudicatemi male se ora, qui, io vi confesso che, rispetto ad alcuni individui ovvero ad alcuni tipi umani oggi piuttosto comuni, e ispirandomi a certe precauzioni di sicurezza che la diffusione del coronavirus ha imposto, non indugerei un attimo ad apporre fuori dai miei ambiti quotidiani dei cartelli d’avviso come questi:

Già. Perché la socialità è bella e proficua se coltivata con le persone che ne sanno riconoscere il valore autentico e prezioso (il quale peraltro non è affatto legato a frequenze, vicinanze, cordialità o che altro di convenzionale), mentre verso altre persone, appunto, il distanziamento sociale più netto possibile è cosa altrettanto bella e assai proficua, in pratica necessaria.
Doverosa, anzi,
Indispensabile, direi.

Ecco.

P.S.: clic.

Domande

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay]
Qualche giorno prima della fine del “lock down” mi hanno invitato a uno di quegli incontri in streaming sul web per parlare di temi più o meno correlati al periodo coronavirulento ancora in corso, e mi hanno fatto qualche domanda al riguardo.

D.: «Ti sei sentito in prigione, o privato della tua libertà, con tutte le restrizioni imposte per il coronavirus?»
Io «No.»
D.: «Quanto hai sofferto per questa condizione?»
Io «Non ho affatto sofferto.»
D.: «E cosa farai, appena finiranno le restrizioni?»
Io: «Quello che facevo prima.»
D.: «Quanto cambierà la tua vita dopo questa esperienza?»
Io: «Non cambierà. Nel senso che la vita cambia sempre, cambiava prima e certamente cambierà ancora dopo, a prescindere. Deve cambiare di continuo, non sarebbe vita, altrimenti. No?»

Secondo me, avessero potuto o dovuto farlo non mi avrebbero più invitato, credo.

P.S.: però l’incontro è andato bene, alla fine. Ci tengo a dirlo, ecco.

Assembramenti

Domenica scorsa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, siamo tornati a camminare per boschi che non attraversavamo da quando è iniziato il lock down per il coronavirus. E abbiamo notato – be’, forse più io che lui che è normalmente più interessato ad altri argomenti, suppongo – che c’era un gran assembramento, appena a fianco dei sentieri percorsi: di alberi, non di umani. E c’è venuto da constatare – ma sempre più a me che a lui, penso – che la situazione era inversa a quella che gli umani hanno dovuto subire negli ultimi due mesi: sui monti, dove agli umani era vietato andare sempre in forza delle restrizioni per il coronavirus, gli alberi sono potuti (si fa per dire) restare ben assembrati; nelle città, dove agli umani era consentito stare ma con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso, peraltro spesso non troppo rispettati (e non sempre per colpa di chi li avrebbe dovuti rispettare ma non poteva farlo), agli alberi è spesso proibito creare assembramenti, preferendo ad essi asfalto e cemento (entro i quali poi, quando prendono la forma di megacentri commerciali con relativi superparcheggi, gli umani si assembrano in modi francamente folli).

Mi auguro che ora, con l’allentamento delle restrizioni, siano riviste anche queste bizzarre limitazioni: che gli umani possano tornare ad “assembrarsi” nei boschi (cosa peraltro alquanto improbabile, vista la vastità delle foreste a disposizione) e che agli alberi sia consentito di assembrarsi nelle città e nelle zone urbanizzate molto più che in passato. Sarebbe un’opportunità preziosa e di cui giovarsene parecchio, io credo – e se ne gioverebbe anche Loki, il mio segretario personale a forma di cane, quando in città abbia certi bisogni fisiologici da espletare senza doverli gioco forza fare sui selciati delle pubbliche vie. Ecco.

 

Il coronavirus e le librerie

[Foto di Nino Carè da Pixabay ]
Consentitemi di unirmi ai numerosi che, in queste ore, manifestano dubbi e perplessità circa la chiusura, tra gli altri esercizi commerciali e in forza dei provvedimenti anti-coronavirus, anche delle librerie.

Sia chiaro, io di dubbi non ne voglio sollevare nel senso che posso capire e ben accettare qualsiasi motivazione emergenziale: certo, le librerie non sono un servizio “essenziale” – non lo sarebbero, in un paese nel quale la maggior parte delle persone e delle famiglie avessero in casa una buona dotazione di libri da leggere. Ma, inutile dirlo, in Italia non è così, anzi. Per cui, in queste ore di forzate permanenze domestiche chissà quanto prolungate, il libro, media culturale per eccellenza, io lo vedrei come qualcosa di più che essenziale oltre che di piacevole e confortante (per la mente tanto quanto per il cuore e l’animo) da avere a disposizione, in modi che ovviamente siano consentiti dai suddetti provvedimenti.

Lo ammetto, sono di parte: ma se c’è da fare di necessità virtù, come dice il noto adagio popolare, questa sarebbe (stata) una buona occasione per cercare di recuperare quel gap culturale che rende i lettori italiani tra i meno numerosi e assidui del mondo avanzato. Invece, evidentemente, si preferisce che restino i canali TV a rappresentare i “media culturali” per eccellenza, in Italia.

Eh già, la TV, “con la sua vasta offerta di cultura di gran qualità” (tutto virgolettato, sì).

Ecco, capite perché mi permetto di essere perplesso, no?