ObesItàlia

«Mamma, mamma! Ma è vero che io sono grasso
«Ma no, tesoro mio, che dici?! Su, eccoti questa merendina, è delle tue preferite… vai di là a mangiartela!»
«Evviva! Grazie, mammina!»

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La famiglia è la prima scuola (di vita)

16602329_10210986601453526_8561585859859334220_oCredo non ci sia molto da aggiungere a quanto riportato nel “manifesto” di tal istituto scolastico portoghese, no?
Se non che sarebbe da stampare in volantini su carta indistruttibile e con inchiostro indelebile, da stampare in un numero di copie pari a… dunque, quante sono le famiglie italiane con figli che frequentano la scuola, di ogni ordine e grado?
Ecco.
E se a molte di esse non servirà leggerlo – fortunatamente – ai genitori di certe altre andrebbe invece marchiato a fuoco sulla fronte, così che si ritrovino a leggerlo ogni mattina, quando vanno nel bagno di casa per sistemarsi e uscire per portare i propri (sfortunati) figli a scuola.
Perché sì, senza alcun dubbio la scuola italiana è traboccante di problemi, propri e indotti da gestioni politiche indegne, ma la “famiglia media” pure di più, per molti versi.

La lettura dei contenuti web sta ammazzando (alle spalle) quella dei libri?

491453484In un articolo uscito giusto qualche giorno fa in occasione della appena conclusa Bologna Children’s Book Fair 2016 – o Fiera del Libro per Ragazzi, se vogliamo essere meno esterofili/esterofoni – il presidente del Centro per il Libro e la Lettura Romano Montroni ha lanciato l’ennesimo grido d’allarme sullo stato della lettura nel nostro paese, più specificatamente riguardo il pubblico più giovane, appunto:

In Italia il 19,5% degli alunni di 15 anni ha scarsi risultati in lettura. Vuol dire che 1 ragazzo su 5 non è in grado di comprendere quello che legge. Nello specifico, il 48,4% dei minori tra i 6 e i 17 anni non ha letto neppure un libro nell’ultimo anno. Questi dati dimostrano come in Italia non ci siamo mai preoccupati di attuare in maniera incisiva una politica del libro e una strategia comune per la promozione della lettura.

Al di là delle implicazioni politiche citate da Montroni, di questi temi parlavo proprio di recente con alcuni amici ricavandone certe osservazioni che reputo interessanti. Innanzi tutto una precisazione: non è vero che i giovani di oggi non leggono; semmai leggono di tutto ma non leggono libri. Non è una distinzione da poco: non è l’esercizio della lettura a mancare, solo che è sempre più deviato verso cose che si leggono ma che non hanno (o hanno raramente, o in misura assai scarsa) valenza prettamente culturale. I giovani di oggi leggono moltissimo i contenuti del web, dei social network, delle live chat o di altro del genere: credo che se si potessero conteggiare le parole lette da un sedicenne di oggi rispetto a uno di 30 anni fa, il primo facilmente vincerebbe. Peccato che – inutile dirlo – quei contenuti non abbiano pressoché nulla di culturale, anzi, verso la fruizione culturale rappresentino non di rado un ostacolo.
Ecco, altra considerazione in tal senso: il web contemporaneo, in particolare i social così frequentati dall’utenza più giovane, con la loro offerta di contenuti di rapido e veloce consumo, i testi ridotti all’osso, il conseguente adattamento al ribasso (sempre di più) della qualità della scrittura (dunque della relativa lettura) l’affidarsi sempre più a immagini (frequentemente copia-incollate), ho l’impressione che stiano sancendo la disabitudine alla lettura di testi lunghi e, generalmente, più strutturati e linguisticamente complessi. Quelli dei (buoni) libri, insomma. E le storie – le grandi, belle, emblematiche, emozionanti storie letterarie – a loro volta offerte dai libri, per lo stesso motivo vengono sostituite da quella specie di “reality-telling della porta accanto”, pervasivo, illimitato e irrefrenato, che i social offrono – sul modello della TV contemporanea.
Non solo il web toglierebbe tempo libero dedicabile alla lettura dei libri ai ragazzi (e non solo), dunque, ma li starebbe pure abituando ad un esercizio della lettura (o pseudo tale) sempre più antitetico alla fruizione di contenuti culturali di pregio scritti. Per di più accentuando il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, come lo stesso articolo citato in principio rimarca:

A questo si deve aggiungere che il 47% degli italiani, secondo dati Ocse, è vittima dell’analfabetismo funzionale o di ritorno, ossia formalmente in grado di leggere e scrivere ma incapace di capire quello che legge.

Ulteriore ostacolo alla lettura e alla comprensione del valore culturale (e sociale) dei buoni libri, insomma.
Posto tutto ciò – questione che, se appurata in tale gravità, è parecchio preoccupante – che si può fare? Forse nulla, nel senso che potrebbe risolversi da sé: non pochi ritengono infatti che i social network abbiano gli anni contati, e che tra non molto decadranno rapidamente – almeno nella forma che oggi assumono e nei contenuti offerti – sostituiti probabilmente da una comunicazione ancora più profondamente legata all’immagine in movimento di matrice televisiva, sempre più live, sempre più in streaming, fors’anche sempre più invadente nelle nostre sfere personali. E che dunque l’estinzione quasi completa del testo web scritto e della lettura conseguente riporterà in auge il testo letterario dei libri – anche perché una comunicazione così ampiamente legata alla creazione personale di immagini immediatamente fruibili potrebbe finire per avviare pure il declino della TV come oggi la conosciamo.
Volendo essere meno speculativi e più pragmatici, invece, è ovvio che tocca ritornare a quanto asserito da Montroni, ovvero alla mancanza di politiche e strategie efficaci per la promozione non solo della lettura in sé ma pure, e soprattutto, dell’importanza di leggere contenuti di pregio. Tuttavia non si può legare il tutto a mere se pur necessarie e ben congeniate iniziative di natura politica: i libri sono cultura al massimo grado, e dunque la lettura/non lettura è questione in primis culturale. Lo è anche il web, certamente, in tutte le sue fenomenologie contemporanee: si dovrebbe lavorare proprio in tal senso, dunque, non sulla contrapposizione tra lettura culturale (dei libri) e lettura superficiale (del web), ma sul senso di due ambiti che si possono coltivare in parallelo e, io credo, possono persino incrociarsi, correlarsi, sovrapporsi pur mantenendo le proprie specificità. Perché la situazione è seria, se tra i 6 e i 17 anni quasi un ragazzo su due non ha letto neppure un libro nell’ultimo anno: non ne va solo della preparazione culturale del ragazzo stesso, ma del futuro della nostra società tutta. Perché per metà il futuro è loro, di quei ragazzi non lettori, ma il mondo è di tutti quanti.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro)

Sia chiaro: per “buona scuola” intendo la scuola (e la didattica) di qualità! Nessun riferimento, dunque, a una certa “riforma” che di questi tempi si sta discutendo dalle nostre parti. No, qui l’argomento è serio (!), e Tullio De Mauro ne disquisisce con riferimento all’ambito scolastico finlandese, tra i più avanzati ed efficienti al mondo.
Ho avuto modo di conoscerla piuttosto bene, la Finlandia, dunque non solo comprendo perfettamente il senso dell’articolo di De Mauro qui sotto riprodotto – pubblicato sul sito web de Internazionale il 23 maggio (vedi qui l’originale), ma posso anche dire di aver visto di persona gli effetti collaterali della bontà del sistema scolastico di lassù: società avanzata, cultura diffusa, senso civico elevato. Tutte cose, appunto, che la scuola deve e dovrebbe essere in grado – ed essere messa in grado – di insegnare fin dall’infanzia. E che – come anche chiosa De Mauro sul finale del suo articolo – fanno la differenza tra una mera riforma politica (qualsiasi essa sia, ribadisco) e un’autentica gestione culturale del sistema scolastico. Coi risultati che possiamo constatare quotidianamente attorno a noi.

TulliodemauroFinlandia: liberi tutti
La Finlandia è la palestra educativa del mondo, scrive Liisa Niveri sullo Spiegel di fine aprile. Dopo Le Monde, The Guardian e Die Zeit anche Der Spiegel torna a dare ampio spazio alle novità che si profilano nella scuola finlandese.
I confronti internazionali sulle prestazioni degli alunni nelle prove oggettive non lasciano dubbi: gli alunni finlandesi contendono a giapponesi e sudcoreani i primi posti nel mondo. Il sistema scolastico tiene insieme la massima inclusività (nessuno è lasciato indietro) e i massimi risultati di qualità, come avviene in Giappone e in Corea del Sud – e in Italia nella scuola elementare. Si cercano i segreti del successo. Il benessere e le scelte soggettive degli alunni sono, a tutti i livelli di istruzione, in primo piano, in un modo che sorprende e spiazza atteggiamenti pedagogici consolidati.
Per esempio, dall’autunno scorso bambine e bambini possono scegliere liberamente tempi e vie per imparare a scrivere: messaggini, computer, stampatello o corsivo a mano. Irneli Halinen, a capo dell’ufficio nazionale per lo sviluppo dei curricoli, spiega che nella media superiore le materie non verranno cancellate, ma, dopo aver studiato la cosa e intervistato singolarmente migliaia di studenti e docenti, si è deciso di favorire sempre di più lo studio attraverso ricerche di gruppo su temi trasversali scelti dagli studenti. Cento o cinquant’anni fa cose del genere suggerirono Édouard Claparède o Guido Calogero. In Finlandia le realizzano.
(Tullio De Mauro)

Perché il nostro futuro dipende da biblioteche, dalla lettura e dal sognare ad occhi aperti… (Neil Gaiman dixit)

In questi giorni sto leggendo un romanzo del quale uno degli autori è Neil Gaiman, senza dubbio tra i più noti scrittori britannici contemporanei. Mi è per questo tornato in mente di aver letto, qualche tempo fa, un suo lungo articolo – originariamente parte del testo di una conferenza tenuta a Londra il 14 Ottobre dello scorso anno e poi uscito sul quotidiano inglese The Guardian – veramente molto interessante e sentito, fin dal titolo: “Perché il nostro futuro dipende da biblioteche, dalla lettura e dal sognare ad occhi aperti”, il quale in verità riassume fin troppo sbrigativamente i molti argomenti trattati in esso da Gaiman. Partendo da un’appassionata analisi dell’importanza della lettura presso i più giovani (cosa scontata ma mai troppo, vista anche la realtà dei fatti), l’autore britannico giunge ad illuminare l’altrettanto importante ruolo del lettore adulto nell’essere esempio e guida, in veste di genitore, per i bambini ma pure per l’intera società, che solo attraverso la maggior diffusione della cultura si può e si potrà definire sempre più avanzata, finendo per sostenere l’indispensabile presenza delle biblioteche nelle nostre città quali autentici baluardi culturali e luoghi in cui trovare quelle stesse atmosfere magiche che solo i libri (e ben più che la TV, come spiega Gaiman) sanno donare.
Una dissertazione, insomma, da leggere con attenzione e sulla quale meditare: nella sua (in fondo) schietta semplicità risulta parecchio lucida e assolutamente programmatica.
Di seguito riporto alcuni significativi estratti del testo, che può essere letto nella versione originale dal sito del Guardian QUI, e ottimamente tradotto in italiano da Valentina Nicoletti QUI, dal blog letterario Dusty Pages in Wonderland.

Gli adulti possono facilmente distruggere l’amore di un bambino per la lettura – non scoraggiate i bambini dal leggere, solo perché pensate che stanno leggendo la cosa sbagliata. Per i bambini non esistono né la lettura sbagliata, né la cattiva narrativa.

La narrativa ha due funzioni. In primo luogo, è un vera e propria droga alla lettura. La necessità di sapere cosa succede dopo, il bisogno di voltare pagina, l’esigenza di andare avanti, anche se ciò che leggiamo ci appare difficile, perché qualcuno è in difficoltà e bisogna sapere come tutto andrà a finire… è una vera e propria droga. Poi ti costringe a imparare nuove parole, a pensare nuovi pensieri per andare avanti, per scoprire che la lettura di per sé è piacevole. Una volta imparato questo, siete sulla buona strada per leggere di tutto.

E la seconda cosa che la narrativa produce è la costruzione dell’empatia. Quando si guarda la TV o un film, si osservano cose che accadono ad altre persone. La prosa narrativa è qualcosa che si costruisce attraverso la combinazione di 26 lettere e una manciata di segni di punteggiatura e voi,  solo voi, usando la vostra immaginazione, create un mondo e la gente che lo abita, in modo che possiate guardare attraverso altri occhi. Si arriva a sentire cose, visitare luoghi e mondi che altrimenti non avreste mai conosciuto. Si impara che anche il resto delle persone là fuori è un “io”. Ci si comporta come qualcun altro, e quando si torna al proprio mondo, si procede in modo che questo si trasformi leggermente.

La narrativa è in grado di mostrare un mondo diverso, trasporta in un luogo in cui non si è mai stati. Una volta che hai visitato altri mondi, come quelli in cui si mangia frutta fatata, non si può mai essere del tutto a proprio agio con il mondo nel quale si è cresciuti, e il malcontento è una buona cosa: le persone scontente possono modificare e migliorare i loro mondi, li vivono meglio e li rendono diversi.

Un altro modo per distruggere l’amore di un bambino per la lettura, ovviamente, è quello di assicurarsi che non ci siano libri di ogni genere in giro e non dare loro un posto dove leggere quei libri. Io sono stato fortunato, avevo un ottimo locale biblioteca da piccolo. Ho avuto quel tipo di genitori che potevano essere persuasi ad accompagnarmi biblioteca sulla strada per andare a lavoro durante vacanze estive, e il tipo di bibliotecari ai quali non importava che un piccolo ragazzo non accompagnato tornasse in biblioteca ogni mattina per sbirciare nelle schede del catalogo per bambini alla ricerca di libri con fantasmi, magia, razzi spaziali, oppure vampiri, investigatori, streghe e altre meraviglie.

Le biblioteche sono sinonimo di libertà, libertà di leggere, libertà di idee, libertà di comunicazione. Creano l’educazione (che non è un processo che termina il giorno in cui lasciamo la scuola o università), intrattenimento, creazione di spazi sicuri e facile accesso alle informazioni.

L’alfabetizzazione è più importante che in passato in questo mondo di testo ed e-mail, un mondo di informazioni scritte. Abbiamo bisogno di leggere e scrivere, abbiamo bisogno di cittadini globali che possano leggere comodamente, comprendere ciò che stanno leggendo, capire le sfumature e farsi capire.

Abbiamo l’obbligo di leggere per piacere, in privato e in luoghi pubblici. Se leggiamo per piacere, se gli altri ci vedono leggere, allora impariamo, esercitiamo la nostra immaginazione. Mostriamo agli altri che la lettura è una buona cosa.

Abbiamo (noi scrittori, n.d.s.) l’obbligo di dire ai nostri politici quello che vogliamo, di votare contro i politici di qualsiasi partito che non capiscono il valore della lettura nella creazione di cittadini meritevoli, che non vogliono agire per preservare e proteggere le conoscenze e favorire l’alfabetizzazione. Questa non è una questione di politica di partito. Questa è una questione di umanità comune.