Quelli che «Lo potevo fare pure io!»

(È Lucio Fontana, ovviamente!)
Ecco, anche quelli che di fronte alle opere di arte contemporanea se ne escono con frasi del tipo «Ah, ma questo lo potevo fare pure io!» mi stanno dicendo qualcosa di indubitabilmente chiaro ed emblematico, o identificativo. Sono come il tizio che a bordo piscina gonfia il petto e si vanta con gli amici di aver vinto numerose gare di nuoto, fino a poco tempo prima, ma si guarda bene dall’entrare in acqua per non dimostrare in modo lampante di non saper nemmeno restare a galla. E se si insiste a chiedergli la prova delle sue così “sublimi” doti natatorie, ovviamente quello se ne fa offeso, dando a chiunque del cafone malfidente o altro di simile.

Proprio come quando provi a osservare ai primi che, forse, non hanno ben compreso il senso dell’opera e non si sono sforzati di conoscerla e capirla. Ti guardano altezzosi se non collerici, perché sei tu l’idiota che riesce a dare un senso a quell’opera d’arte, non loro che non ne trovano alcuno. Tu e quell’insulso artista che l’ha fatta, non loro che “potevano farla” ma non l’hanno fatta. Eh!

P.S.: sì, certo che lo conosco e l’ho letto, questo libro!

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La letteratura semplificata degli scrittori ristretti

Dal suo punto di vista, come scrivono oggi gli scrittori in Italia?
«Secondo me ci sono persone, anche molto capaci, che hanno un poco limitato il loro orizzonte. Si tende a proporre una storia con un contenuto finale positivo, in cui c’è un protagonista nel quale ci s’identifica abbastanza facilmente, che affronta i problemi che assomigliano a quelli della vita quotidiana di tutti, eccetera eccetera. È, per molti aspetti, una banalizzazione di ciò che si può fare con il romanzo. A me queste scritture interessano poco».
[…]
È più che altro una questione commerciale a spingere gli scrittori verso questa “banalizzazione”?
«Non la definirei così. In primis gli editori hanno ristretto il loro orizzonte, ora che sono oggettivamente in pericolo: buona parte di loro in Italia oggi fattura molto meno di quanto si raccoglieva dieci anni fa. A fronte di questo è stata fatta la scelta di scommettere sulla semplificazione di ciò che propongono. Gli autori risentono di questo tipo di scelta. Mi dispiace perché in altre arti funziona diversamente: prendiamo il cinema, per esempio. Anche i prodotti più pop come le serie tv e i film con i supereroi – che sbancano il botteghino – hanno delle complessità narrative che sono molto superiori a quelle di un romanzo ritenuto difficile».

(Brani di un’intervista a Giulio Mozzi, una delle menti più brillanti (da autore e da analista) del panorama letteraria italiano contemporaneo, pubblicata su Tio.ch. Cliccate qui per leggerla nella sua interezza – merita assolutamente – oppure sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Vibrisse, il “bollettino di letture e scritture” curato da Mozzi.)

La fine delle vacanze

Per certi aspetti è divertente già lavorare, dopo le ferie estive, prima che buona parte degli altri ricomincino a farlo. Ad esempio, in questa settimana mi sono divertito a constatare, giorno dopo giorno, il cambiamento nelle espressioni delle persone che ho visto in giro dacché al momento in ferie.
Lunedì, con quasi una settimana piena di vacanza ancora davanti, le facce erano sostanzialmente rilassate e allegre.
Martedì anche, suppergiù.
Mercoledì qualche ruga sul viso l’ho vista comparire, e qualche sorriso m’è parso più tirato.
Giovedì ho notato le prime espressioni a metà tra il confuso, lo sconcertato e l’affranto, e in generale ho visto facce meno allegre in proporzione a sempre più diffuse discussioni sulle ferie ormai prossime a finire.
Venerdì, tra tante espressioni più o meno desolate, qualcuno aveva già assunto la faccia di quello che pare gli abbiano sterminato la famiglia o, peggio, rubato l’abbonamento alla pay-TV per vedere le partite della propria squadra del cuore.
Infine sabato e domenica è giunto per molti il weekend più tragico ovvero più triste dell’anno, gli ultimi due giorni di vacanza che tuttavia, mentalmente e emotivamente, ancora “vacanza” ormai non lo sono più, quello che siccome è comunque un weekend bisogna essere allegri ma è come esserlo a bordo del Titanic dopo lo scontro con l’iceberg, con la nave già instabile e inclinata e senza scialuppe di salvataggio in vista.
Ecco.

In fondo con le vacanze finisce sempre così: non vedi l’ora che arrivino e, quando finalmente arrivano, non ti capaciti di come è possibile che siano già finite.
Se l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, l’attesa della vacanza un po’ meno, già.

 

L’analfabetizzazione strategica

Uno dei massimi e cronici problemi dell’Italia, al di là di ogni altra cosa, resta il processo di analfabetizzazione ormai di lungo corso. Un processo avviatosi in maniera (forse) incidentale, come retaggio “genetico” del latino panem et circenses, poi fascistizzato dal regime mussoliniano e divenuto via via strategico, soprattutto dagli anni ’70 in poi (forse anche come reazione al Sessantotto), con la decadenza dei contenuti offerti dai media divenuti nazional-popolari, con l’assoggettamento della produzione culturale al consumismo sempre più spinto e bieco, poi con la pubblica e plateale denigrazione della cultura, con l’imposizione di modus vivendi e operandi nei quali ignoranze e incompetenze assurgono a virtù piuttosto di essere difetti – denigrazione che una politica a sua volta sempre più degradata e ignobile, causa/effetto dello stesso processo di analfabetizzazione ha ormai fatto suo orgoglio: basta pensare ai numerosi esponenti politici che si vantano di non leggere libri da anni, in primis, paradossalmente, l’attuale seppur dimissionaria (per la crisi in corso) sottosegretaria ai Beni Culturali. Che è un po’ come se uno chef andasse in TV a giudicare aspiranti cuochi dichiarando di aver cucinato l’ultima volta anni fa e di non ricordare nemmeno i tempi di cottura delle pietanze… Ma, a parte questo e per ribadire, tutto quanto risulta assolutamente significativo circa la sistematica, strategica regressione culturale del paese ovvero, se preferite, il suo profondo imbarbarimento. Un paese, d’altro canto, istituzionalmente morto da tempo, almeno dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica (il “sicario”, probabilmente): e di nuovo non a caso, ma inesorabile conseguenza della realtà di una società civile che, privata della fondamentale base culturale, non può stare in piedi e tanto meno reggere qualsivoglia istituzione statale.

Tuttavia, considerando le pochissime voci che denunciano tale situazione e che ancora sono consce di quanto basilare siano la cultura e la produzione culturale per qualsiasi società libera, evoluta e “progredibile” anche nel futuro, evidentemente all’Italia e a buona parte dei suoi abitanti va bene così. Amen.

Max Frisch, “Il silenzio. Un racconto dalla montagna”

«La montagna è scuola di vita». Così recita uno dei motteggi vernacolari più diffusi tra i frequentatori assidui dei monti, certamente tornito in una retorica d’antan che oggi appare un po’ pesante ma d’altro canto basato su una verità antropologica e culturale di antico lignaggio, almeno da che l’uomo ha cominciato a frequentare stabilmente le terre alte. La montagna che insegna a vivere con lo stretto necessario, a sfruttare al meglio il poco che offre, a sopportare la fatica e i sacrifici, a coltivare coraggio e ingegno ma pure intuito e passioni, ad acuire la personale sensibilità, a godere di paesaggi e di spettacoli naturali di bellezza assoluta, di luoghi dotati di energia e forza possente come le maestose e ardite vette alpine, che sembrano straordinarie manifestazioni cristallizzate nella roccia e nel ghiaccio, nonché in forme imponenti e bizzarre, dei sogni, delle paure e delle ambizioni umane. Al punto da avere attratto fin da subito gli uomini a salirle, anche prima dell’invenzione settecentesca dell’alpinismo, al fine di elevarsi dalla piattezza terrena e sentirsi più vicini al cielo, al sublime, all’infinito. Ma poi, appunto, per inseguire cimenti ardimentosi, per manifestazioni di forza, di audacia, per prove d’eroismo – che non di rado, poi, rappresentano un tentativo di rivalsa da quotidianità prive di slanci e di valori.
Proprio come accade a Balz Leuthold, il trentenne in crisi con se stesso e la propria vita le cui gesta narra Max Frisch ne Il Silenzio. Un racconto dalla montagna (Del Vecchio Editore, 2013, traduzione di Paola Dal Zoppo, postfazione di Peter Von Matt; orig. Antwort aus der Stille, 1937). Balz ha sempre voluto fare qualcosa di fuori dall’ordinario, nella sua vita: per distinguersi, per mostrare di cosa è capace, per non essere l’ennesimo e indistinguibile uno tra tanti,  ma non c’è mai riuscito. Ha un fratello più grande e, egli crede, più “realizzato”, una fidanzata che a breve sposerà; vive ai piedi delle Alpi, le montagne le ha sempre frequentate, le vette altissime e ardite lo attraggono da sempre: ha deciso, scalerà una di quelle vette lungo una via che nessuno mai ha saputo salire prima []

(Leggete la recensione completa di Il Silenzio. Un racconto dalla montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)