L’artista è un equilibrista

La carriera di un artista è proprio come il filo di un equilibrista. Solo che questo filo è lunghissimo. Si sa da dove si parte, ma non si sa dove arriva. L’artista ci cammina sopra e sa che una volta partito non può tornate indietro. Sa che può arrivare e sa che può cadere. Non sa però quanto alto è questo filo da terra. Meglio non guardare mai giù. Meglio per due ragioni. Primo, perché il baratro potrebbe essere troppo profondo. Secondo, perché invece il filo potrebbe essere teso a soli pochi centimetri da terra, e questa sarebbe la dimostrazione che il destino che ci aspetta è molto limitato. Quando l’artista rimane troppo vicino alla terra è molto ma molto difficile che riesca a toccare il cielo con un dito.

(Maurizio Cattelan con Francesco BonamiMaurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzataMondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011, pag.67.)

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Francesco Bonami, “Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata”

cop_Bonami-CattelanMaurizio Cattelan è il più importante artista italiano vivente.
Bene, potrei chiudere anche qui la presente recensione, confidando nel fatto che, quando uno raggiunge un certo status, tutto ciò che lo riguarda inevitabilmente assume la stessa valenza – circostanza che peraltro nell’arte contemporanea è parecchio diffusa.
Tuttavia, la questione non è – e non può essere – così semplice. Innanzi tutto perché Cattelan è un artista (ribadisco, l’italiano più importante, oggi) senza essere un artista. Voglio dire, i suoi lavori sono opere d’arte, tali considerati e peraltro dotati di senso e valore assolutamente tipici di certa arte contemporanea di matrice politica (quantunque nel libro sia affermato che artista politico e/o impegnato non lo è affatto), ma più che un artista propriamente detto, Cattelan lo definirei più un agitatore artistico, un provocatore nel senso più alto del termine ovvero non colui che faccia soprattutto casino per far parlare di sé, ma che lo faccia per far parlare di qualcosa, e per istigare su quella cosa un certo brain storming collettivo e pubblico. Anche se, poi, la forte carica ironico-sarcastica di tanti suoi lavori tende a lasciare nel (grande) pubblico meno avvezzo alla contemporaneità artistica una sensazione di diletto, più che di ponderazione e di giudizio.
D’altro canto, pure questo Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata (Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011) che Francesco Bonami – a sua volta uno dei più importanti personaggi della critica artistica contemporanea italiana (e non solo), nonché mentore di Cattelan – gli dedica non è una vera autobiografia…

Leggete la recensione completa di Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

L’artista non deve mai diventare un’opera d’arte! (Cattelan/Bonami dixit)

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Il rischio più grosso, per tutti ma in particolare per un artista, è finire col diventare un’opera d’arte, diventare quello che uno fa e non quello che uno vorrebbe essere. Quando le idee diventano più deboli di chi le ha pensate, si accende una luce rossa. Il livello di allerta è massimo. Bisogna evacuare la zona, bisogna abbandonare la nave. Bisogna uscire dalla bottiglia prima che ci rimettano il tappo.

(Maurizio Cattelan (Francesco Bonami), Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata (Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011, pag.117.)

In fondo Cattelan – o Bonami che del suo io narrante s’è appropriato, nel testo da cui è tratta la citazione e che ho recensito qui – sostiene esattamente (con riferimento all’ambito artistico) quanto io vado dicendo da tempo riferendomi all’ambito letterario, ad esempio in questo articolo pubblicato qui sul blog un paio d’anni fa. Ovvero, il fatto che ci siano in circolazione molti scrittori “famosi” che hanno scritto libri i cui titoli solo chi ha letto sa citare: ciò che io ritengo una stortura insensata. Fatevi dire da qualcuno qualche nome di scrittore famoso, appunto, e troverete tanti capaci di citarne a bizzeffe; chiedete poi di citarvi qualche titolo di opere da quegli scrittori famosi pubblicate e, ci scommetto, faticherete a trovarne un paio capaci di ciò – escludendo ovviamente i lettori forti, peraltro a loro volta merce rara.
Ciò non ha senso, ne sono convinto. Deve restare il libro e possibilmente la sua bontà letteraria, nella mente della gente, non il nome di chi l’ha scritto – se non per mera conoscenza nozionistica. Altrimenti, la letteratura in quanto disciplina artistica, con evidenti rilevanze sociale e culturali in genere, perde buona parte del suo senso.

E molto presto qualcosa di completamente diverso! I Monty Python stanno tornando!

Proprio così: manca poco al ritorno del gruppo comico che ha reinventato il modo di ridere dell’epoca contemporanea, gli insuperabili Monty Python! Un ritorno che andrà in scena con dodici spettacoli a Londra i cui biglietti sono inesorabilmente spariti nel giro di pochi minuti (quelli della prima serata in 43,5 secondi: un record assoluto!)
Ok, bene, bello! – direte voi, aggiungendo appena dopo: ma cosa c’entrano i Monty Python con un blog che tratta di letteratura?

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Beh, c’entrano totalmente. I Monty Python sono stati per la comicità in senso generale – anche per quella letteraria, alla quale sono legati a multiplo filo – ciò che i Beatles sono stati per il pop: un’autentica rivoluzione. Dissacranti e senza rispetto, geniali e insieme ferocissimi, hanno attaccato le idiosincrasie britanniche e rivoltato come un calzino il linguaggio e la sintassi della risata via tubo catodico in modo assolutamente magistrale. Se oggi l’umorismo lo si fa in un certo modo, anche in ambito letterario – e parlo di autentico umorismo, non di cabaret, sia chiaro: i libri dei vari comici di Zelig, tanto per fare un nome, sono altra cosa! Rispettabile, ma altra! – è soprattutto grazie a loro. Chiunque voglia creare qualcosa di comunicativo e voglia in esso metterci un quid di umorismo, in quantità più o meno importante, inevitabilmente (ancorché magari indirettamente o inconsapevolmente) farà riferimento a Pythons.
Ergo, se per chi come me, in qualità di autore di romanzi umoristici e cultore del genere, i Monty Python sono qualcosa come Thor per i Vichinghi in battaglia, ineluttabilmente per chiunque che su questo pianeta ha e avrà di che ridere per qualcosa di umoristico, su carta, in video, sul grande schermo o altrove, deve e dovrà qualcosa (se non tutto) ai Pythons.

E comunque un qualcosa di letterario su di loro ve lo voglio segnalare – o ricordare: la bella autobiografia pubblicata qualche tempo fa da Sagoma Editore. John CleeseTerry GilliamEric IdleMichael PalinTerry Jones e l’indimenticato Graham Chapman raccontano da protagonisti la genesi di un mito: i desideri e le aspirazioni della loro infanzia, gli anni di formazione nelle più prestigiose università monty-python-bigdel mondo, i retroscena del debutto televisivo e della nascita di film che hanno fatto ridere il mondo ma anche incavolare parecchia gente. Il tutto arricchito da numerose foto d’archivio, illustrazioni inedite e succulenti aneddoti raccontati direttamente da chi ha letteralmente stravolto la comicità cinematografica e televisiva mondiali.
Cliccate sulla copertina a lato per saperne di più oppure QUI, e prepariamoci, che già si dice che vista la febbrile attesa per gli spettacoli di Londra e il successo della prevendita dei biglietti, i Pythons starebbero pure pensando a tornare in tournee in giro per il pianeta… e allora sì, se così veramente fosse, il mondo non sarebbe più quello di prima, ma qualcosa di completamente diverso!

Monty Python, l’autobiografia

La buonanima di George Harrison diceva che i Monty Python avevano ereditato lo spirito dei Beatles. Dopotutto, i Python si erano formati alla fine del 1969, proprio quando i Favolosi Quattro stavano diventando quattro singoli individui altrettanto favolosi. Entrambi erano gruppi composti da uomini che in breve tempo avevano prodotto – ciascuno nel proprio campo, che fosse la musica o la comicità – materiale straordinario e ineguagliabile. E naturalmente entrambi – ciascuno a modo suo – avevano cambiato il mondo. Forse George ci aveva visto giusto (Bob McCabe). Nel 1969, sei gentiluomini inglesi (in realtà c’erano due infiltrati, un gallese e un americano), uniscono le forze per creare un programma televisivo su un agente teatrale senza scrupoli, inaffidabile e viscido: Monty Python. Il team, in breve tempo, rivoluziona il mondo della comicità con gag surreali e un umorismo che sfida con classe la morale dell’epoca. I Python sono cool, eccentrici, visionari, assolutamente necessari. Tanto da essere definiti gli eredi dello spirito dei Beatles.. ”.

I Monty Python sono una parte, e nemmeno così piccola, della civiltà contemporanea. Anzi, mi sbilancio, dirò di più: a mio parere lo spirito di quanto hanno saputo fare, seppur con fini comici, lo si può per molti versi paragonare a quello insito nel pensiero di alcuni grandi filosofi del passato. Anche per come la risata può ben essere l’arma migliore che noi si possa avere a disposizione per sprofondare dentro tante delle cose che ci circondano, analizzandone come nessun altra cosa saprebbe meglio fare.
Per questo – sempre dal mio punto di vista – chi li ignora è in parte tagliato fuori dalla realtà. Oltre che essere più triste di quanto non potrebbe essere, altrimenti…

L’autobiografia dei Monty Python è pubblicata in Italia da Sagoma Editore. Cliccate sull’immagine per avere ogni ulteriore dettaglio al proposito.