Oscar Peer, “Il rumore del fiume” (Edizioni Casagrande)

Correrò il rischio di risultare ripetitivo, nello scrivere (e ribadire, appunto) quanto state per leggere, ma da appassionato di territori e paesaggi montani e, dunque, essendo particolarmente sensibile a tuto ciò che narra per iscritto i monti, se devo determinare un genere letterario confacente, definibile come «letteratura di montagna», inevitabilmente non posso che pensare al panorama editoriale svizzero, l’unico, a mio modo di vedere, che possa veramente identificarsi in quella definizione di genere. «Be’, facile!» forse dirà qualcuno di voi, visto che la Svizzera è fatta per buona parte di montagne. No, io ribatto, non è così automatica la cosa: basti pensare a un Emilio Salgari che raccontò in modo impareggiabile paesi più o meno esotici nei quali mai era stato! D’altro canto è vero che, nella gran quantità di testi letti che in qualche modo hanno i monti come elemento importante, nessuno “sa far parlare” le montagne come certi scrittori elvetici: non conta solo la capacità di rendere vivido il paesaggio montano con le parole, semmai di rendere le parole parti delle montagne, esattamente come le pietre, l’erba, il legno dei boschi, la neve, il ghiaccio. Non si tratta di saper descrivere al meglio i monti, ma far che in qualche modo siano i monti stessi a descrivere le vicende umane che su di esse si svolgono, con gli autori che si fanno “trascrittori” della voce narrante delle montagne.

Peraltro, nel piccolo ma peculiare panorama letterario elvetico, c’è un ambito regionale che anche più degli altri riesce a fare quanto ho appena scritto: è quello sviluppatosi nelle vallate del Canton Grigioni, composto di pochi affascinanti autori che spesso scrivono utilizzando la lingua romancia, a sua volta un lessico, con le sue tante varianti, che pare nascere direttamente dalle montagne proprio come gli elementi naturali prima citati. L’engadinese Oscar Peer è considerato il maggiore degli autori romanci contemporanei, e se Il Ritorno è probabilmente il suo romanzo più noto (trovate qui la mia “recensione”), ne Il rumore del fiume (Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult; orig. La rumur dal flüm, 2011) diventa del tutto evidente quanto ho scritto poco sopra in tema di «letteratura di montagna».

Il rumore del fiume è un’originale narrazione autobiografica relativa agli anni engadinesi dell’infanzia e della giovinezza di Peer, elaborata attraverso una sorta di flusso di coscienza e di memoria messo per iscritto senza soluzione di continuità, certamente divisa per capitoli ma che non la interrompono mai e semmai servono all’autore per focalizzare l’attenzione su certi personaggi familiari di quei suoi anni giovanili – la madre, il padre, i fratelli, i nonni – così come su altre figure significative, in modo più o meno bizzarro, che animavano quel suo piccolo mondo alpino costantemente sonorizzato dalle acque dell’Inn, il fiume che percorre l’intera Engadina, a volte placido se non glacialmente silenzioso come negli inverni più freddi, altre volte spumeggiante, quasi rabbioso ma comunque presenza viva e ravvivante (oltre che geograficamente identitaria: in romancio Engiadina significa “giardino dell’Inn” ma lo stesso toponimo originario altomedievale latino Vallis Eniatina è traducibile con “Valle della Gente dell’Inn”) del territorio in questione.

È un’autobiografia, come detto, ma Il rumore del fiume la si legge veramente come una specie di quaderno di memorie romanzate, in certi momenti spassoso, in altri commovente (come le pagine finali, che Peer dedica alla morte della madre), non di rado deviante verso altre storie apparentemente aliene dal contesto narrativo principale eppure a loro modo importanti e quasi mai legato a una determinata cronologia, semmai più alle varie figure che l’autore rende il soggetto del suo racconto. Nel complesso ne esce un affresco familiare alpino, un “piccolo mondo antico” engadinese con accezioni diverse da quelle del romanzo di Fogazzaro ma che come questo fa del territorio in cui si svolgono le vicende narrate un micro mondo quasi autarchico in ogni suo aspetto, anche geograficamente: St. Moritz o Coira, che comunque si trovano l’uno in Engadina e l’altra nei Grigioni dacché ne è il capoluogo, sembrano pianeti lontani e diversi. È d’altro canto un mondo piccolo e tuttavia capace di influire inconsciamente tanto quanto profondamente nel carattere dei suoi abitanti e, più materialmente, nelle storie quotidiane, e non solo perché la sua morfologia ne condizioni le attività sussistenziali. Questo accade anche perché – tornando alle mie riflessioni precedenti – la montagna vissuta dal giovane Oscar Peer è una condizione antropologica, non solo un territorio particolare con il quale, gioco forza, bisogna scendere a patti. Ecco, forse è questo il nocciolo più interno della particolare dote narrativa elvetica, e grigionese in particolare, così capace di far scaturire dalle montagne parole fatte immaterialmente dei suoi stessi elementi: autori come Peer, Arno Camenisch, Leo Tuor, Clà Biert o Gian Fontana (cito i primi che mi vengono in mente, senza nulla togliere ad altri tuttavia pressoché sconosciuti ai lettori italiani dacché non tradotti) scrivono testi con parole che sono come i sassi che compongono un cairn e indicano la direzioni lungo i sentieri o come i legni che, opportunamente lavorati e magistralmente assemblati, compongono le costruzioni rurali di molte zone alpine. Sono parole fatte di montagna, che ce l’hanno dentro, tra le loro sillabe come pietre nell’acqua dei ruscelli o prati circondati da abetaie e ciò anche quando il testo non parla specificatamente di montagna, come è il caso di Il rumore del fiume: eppure questa c’è, viva, vivida, materna e al contempo dura, dominante e proteggente, affascinante, attraente, delimitante dal punto di vista geografico eppure, e in fondo proprio per questo, capace di stimolare l’esplorazione e la scoperta del mondo da parte dei suoi abitanti pur rimando preziosa e insostituibile Heimat alla quale, come fa Oscar Peer per poter scrivere Il rumore del fiume, si resta legati tutta la vita e fino alla fine si desidera di tornare.