Un tempo felice

Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)

Niente da tagliare

[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)

La città del futuro

[Foto di Denys Nevozhai da Unsplash.]
Negli ultimi anni si è avviato un dibattito vivace e spesso molto interessante sul futuro delle città, che a seguito dell’emergenza Covid e di tutti gli annessi e connessi – soprattutto in chiave sociale e sociologica – si è anche ampliato a riflessioni e proposte sempre più concrete anche perché inesorabilmente necessarie.

Nell’ambito dello spazio-mondo antropizzato, è inutile dire che la città rappresenta da sempre il modello abitativo umano per eccellenza, e ciò nel bene e nel male ovvero manifestando l’eccellenza della pratica dell’abitare, qualsiasi cosa possa voler significare nella forma e nella sostanza, e parimenti la rozzezza o il degrado di essa. Già prima del Covid c’era una distanza sempre più estremizzata tra i limiti appena citati, con da una parte neo-luoghi frutto di riflessioni architettonico-urbanistiche (ma anche sociali, economiche, sociologiche, antropologiche…) ponderate e innovative, capaci di “fare” la città ovvero di farne gli abitanti, e dall’altra parte i tanti, troppi non luoghi frutto della mancanza di quelle riflessioni e del perseguimento di interessi meramente e bassamente materiali, la cui presenza in città ne ha distrutto e ne distrugge l’urbanità generando inevitabilmente altrettanti non abitanti, “cittadini” solo di nome in preda a fenomeni di spaesamento, alienazione, desocializzazione e senza un autentico legame culturale con la città abitata. La pandemia, come detto, ha ancora più radicalizzato le varie differenze interne al corpo-città e i relativi scollamenti evidenziando soprattutto gli elementi più controversi e devianti, la cui pericolosità, a seguito dei lockdown forzati, del distanziamento sociale, dell’impossibilità di mettere in atto la socialità naturale di una città e di ogni altra cosa correlata, si è rivelata in modi lampanti e inquietanti.

Tuttavia, ribadisco, la città rappresenta ancora oggi il modello pratico fondamentale scaturente dalla pratica dell’abitare umano oltre che l’ecosistema antropico più emblematico, e lo è per se stessa così come per qualsiasi altro spazio antropizzato, che abbia forma di agglomerato abitato oppure di semplice spazio umanizzato a fini funzionali ma nel quale vi sia interazione tra abitanti pur temporanei nonché tra essi e il luogo – citandomi immodestamente, non è per un mero caso se lo scrivente si occupa di progetti culturali per la montagna ma tra gli ultimi libri ne ha scritti due su altrettante città, entrambe assai emblematiche per ciò che urbanamente (ancor più che urbanisticamente) rappresentano. È soprattutto nelle città che nascono e si sviluppano i modelli relazionali sociali più diffusi (in forme così palesi da poter essere agevolmente studiate e analizzate), ed è dalle città che quei modelli vengono poi esportati (o imposti) altrove insieme a correlati schemi urbanistici, non di rado con (de)contestualizzazioni piuttosto tragiche: basti pensare a certi villaggi montani la cui struttura originaria è stata stravolta a fini turistici assumendo le fattezze di una periferia cittadina, con condomini orribili, parcheggi enormi, strutture commerciali e altre opere (con tutte le forme mentis che si portano dietro, peraltro) del tutto avulse dal contesto territoriale e culturale locale. Le città, insomma, ampliano su macroscale tutte quelle problematiche proprie dei processi di antropizzazione e urbanizzazione di ogni spazio abitato e lo fanno nel bene e nel male, appunto, mantenendosi un modello di sviluppo e di innovazione ovvero di degrado e di inganno della pratica umana dell’abitare, così che il dibattito sul futuro delle città assume un valore e un’importanza assoluti, soprattutto dove e quando metta finalmente da parte il carattere di univocità tirannica che i modelli dell’abitare cittadino hanno assunto soprattutto negli ultimi secoli e sappia considerare, accogliere e sviluppare modelli alternativi, magari nati proprio dove di “città” e “urbanità” non verrebbe immediatamente in mente di disquisire – le aree rurali e i piccoli borghi, per dire – ma di contro dove le differenti dinamiche sociali, economiche, culturali presenti possono generare altrettanto differenti pratiche dell’abitare antropico: al riguardo penso al modello della “metro-montagna”, ad esempio, sviluppato in primis da Giuseppe Dematteis.

A proposito di città del futuro, alcuni dei contributi recenti più interessanti li ho trovati negli scritti di Maurizio Carta, autore del recente saggio Futuro. Politiche per un diverso presente edito da Rubbettino: ad esempio in [Nuovo Abitare] Reimmaginare le città della prossimità aumentata, pubblicato su “Ag|Cult” il 1 febbraio di quest’anno, Carta scrive:

Da urbanista e “futuredesigner”, che da anni lavora sulle metamorfosi urbane, sono convinto che serva una riflessione competente e sistemica per imparare dalla crisi, per rivoluzionare i nostri comportamenti una volta superata la pandemia, e per evitare – o mitigare – la prossima crisi. Non significa abbandonare le grandi città, come propongono alcuni, né associare al distanziamento fisico necessario per ridurre il contagio il distanziamento urbano, producendo, come conseguenza, una dispersione urbanistica che aggraverebbe l’impronta ecologica.
Ritengo, invece, che dobbiamo aggiornare al tempo post-pandemico quelle che definisco “città aumentate”, sistemi urbani capaci di amplificare la vita comunitaria senza divorare risorse: città più senzienti per capire prima e meglio i problemi, più creative per trovare risposte nuove, più intelligenti per ridurre i costi, più resilienti per adattarsi ai cambiamenti, più produttive per tornare a generare benessere, più collaborative per coinvolgere tutti e più circolari per ridurre gli sprechi ed eliminare gli scarti. Città a prova di crisi. Voglio proporre qui un modello di “città della prossimità aumentata”, ad intensità differenziata, policentriche e resilienti, con un più adeguato metabolismo circolare di tutte le funzioni, con una maggiore vicinanza delle persone ai luoghi della produzione e ai servizi, con una nuova domesticità/urbanità dello spazio pubblico. Dobbiamo usare la creatività del progetto, imparando dalla natura che si evolve per innovazioni, per adattamenti creativi e per inedite cooptazioni. Nel concreto, dobbiamo progettare la rigenerazione delle nostre città perché siano antifragili, capaci di usare le crisi per innovare, luoghi mutaforma capaci di adattarsi alle diverse esigenze delle città anti-sindemiche. Non più il tradizionale elenco di funzioni separate (figlio dell’urbanistica del Movimento Moderno, della città-macchina), ma, imparando dall’intelligenza e dalla creatività della natura, un fertile bricolage di luoghi che siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando ruoli differenziati.

Qui invece trovate un altro interessante e recente contributo che disserta intorno al citato saggio di Maurizio Carta: [Sviluppo locale e Comunità] La forma della città del futuro. Ne cito un passaggio per chiudere in modo intrigante questo mio articolo:

Il futuredesign delle città del diverso presente per il futuro che vogliamo, soprattutto delle città mediterranee dovrà agire entro un nuovo urbanesimo che operi, non più come un set lineare di istruzioni fondiarie alimentate dal consumo di suolo e dalla rendita, ma come un sistema vivente, che evolva con le persone, che si sviluppi circolarmente, non producendo rifiuti, che si reinventi e si rinvigorisca attraverso la metamorfosi. Richiede un urbanesimo capace di essere nuova guida sapiente dei processi insediativi attraverso l’integrazione con la sostenibilità ecologica, con la gestione dell’uso dei suoli, con l’efficienza energetica, con la progettazione di nuove forme dell’abitare, senza sottrarsi dalla produzione di valore, ma anzi accettando la sfida di tornare a produrre «valori», materiali e immateriali.
Le città contemporanee sono organismi vibranti di luoghi e comunità, di dati e informazioni, di sensori e attuatori, di azioni e reazioni generati sia dalle persone che dall’ambiente. Le città devono essere più reattive ai nostri cambiamenti comportamentali, fungendo da dispositivi abilitanti per migliorare la nostra vita contemporanea. Una città più intelligente non sarà quella che aggiunge tecnologia ed efficienza al suo organismo tradizionale, ma dovrà essere una città che innova profondamente le sue dinamiche di sviluppo, che rivede il suo modello insediativo e che ripensa il suo metabolismo, che rinnovi il patto sociale con i suoi cittadini, fondato sul binomio spazio-società.
È una città che genera cittadini intelligenti e attivi investendo nel capitale umano e sociale, nei processi di partecipazione, nell’istruzione, nella cultura, nelle infrastrutture per le nuove comunicazioni. Una città che innova il software (il modo di abitare, produrre, muoversi) e non solo l’hardware, che rielabora un modello di sviluppo sostenibile, garantendo un’alta qualità di vita per tutti i cittadini e prevedendo una gestione responsabile delle risorse attraverso una nuova politica, più aperta e condivisa.

Donegani, l’ingegnere delle Alpi

[Cliccate sull’immagine per aprirla in un formato più grande.]
A proposito di Valtellina: da oggi 18 giugno a Bormio, al Mulino Salacrist, c’è una mostra dedicata a un personaggio a dir poco fondamentale per la “conquista” e la territorializzazione moderna e contemporanea dei territori alpini: Carlo Donegani, geniale ingegnere bresciano, progettista di alcune delle strade più ardite e spettacolari delle Alpi, come quelle che superano i passi dello Spluga e dello Stelvio. Questa seconda, in particolare, vero e proprio capolavoro in ambiente montano estremo che restò per molto tempo la strada più elevata d’Europa, rappresenta tutt’oggi un’opera per molti versi emblematica, sia in senso tecnologico riguardo la capacità umana di infrastrutturazione funzionale dei territori alpini, sia in senso culturale e antropologico, per come realizzazioni del genere contribuirono a modificare e sviluppare, spesso profondamente, la relazione umana con le montagne, a partire dalla percezione visiva di esse. Peraltro contribuendo a “inaugurare”, per così dire, il fenomeno della panoramicizzazione del paesaggio alpino molti anni prima dell’avvento di funicolari, cremagliere e funivie, che sancirono definitivamente la “normalità turistica” del fenomeno grazie ai viaggiatori del Grand Tour che giungevano sulle Alpi alla ricerca del sublime alpestre – e tali avventure alpine si svilupparono proprio nel periodo di realizzazione delle strade sui grandi valichi alpini, guarda caso. Si badi bene, riguardo la “conquista” dei panorami: potrebbe sembrare una cosa banale oppure un’ovvietà, detta così oggi, ma l’aver portato la gente comune in cima ai monti ad ammirare i territori alpini e dintorni dall’alto ha letteralmente rivoluzionato il punto di vista diffuso sul loro paesaggio, generando molta parte dell’immaginario comune che ancora oggi rappresenta lo “standard” al riguardo – nel bene e nel male, ma ciò ovviamente non per merito o colpa di Donegani e delle sue strade o degli altri progettisti del tempo a lui assimilabili.

[Immagine tratta dal sito web del Centro Documentazione Donegani.]
D’altro canto, anche solo dal mero punto di vista ingegneristico, indubbiamente i progetti di Donegani lasciano ancora a bocca aperta per l’arditezza delle soluzioni ideate tanto quanto la capacità di metterle materialmente in atto: si consideri che la strada dello Stelvio venne realizzata in soli 3 anni e che fino al 1915 rimase aperta anche in pieno inverno, grazie a un piccolo esercito di spalatori che la mantenevano sgombra dalla neve – in anni nei quali nevicava ben più di oggi, peraltro!

Insomma, una mostra affascinante e molto interessante che, se avrete occasione di passare da Bormio, merita certamente una visita.

Costruire le città di domani

[Mumbai, India. Foto di Abhay Singh da Unsplash.]

Continuiamo a costruire l’urbs senza pensare alla civitas.

Così afferma Stefano Serafini, filosofo e psicologo, consulente scientifico dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, in merito a come cambieranno – ovvero a come potrebbero cambiare – le città a seguito della pandemia da Covid-19, in un articolo pubblicato sul sito italiano di “Euronews”.

Con quell’affermazione, Serafini vuole rimarcare che, nella città contemporanea, nonostante quanto sta accadendo a livello planetario segnali con tutta evidenza la necessità di una rinascita della relazione profonda e consapevole tra il luogo abitato e i suoi abitanti, «continuiamo a rafforzare le strutture ma non miglioriamo la vita politica, nel senso di partecipazione (sociale e civica, n.d.s.) delle città.»

Usando come pretesto argomentativo il tema delle installazioni di funivie in ambito urbano, che molti ritengono una soluzione al movimento metropolitano delle persone ma che invero è un’idea ormai vecchia di qualche decennio e che continua a essere proposta dalle amministrazioni pubbliche oggi per mera mancanza di altre idee più innovative e rivolte al futuro (ovvero per mancanza di programmazione, pianificazione e visione futura da parte di quegli amministratori cittadini), il dubbio dunque che Serafini pone è tanto semplice quanto gigantesco, nella sua portata: «Per una città del domani, i modelli di ieri sono ancora validi?»

Perché se ogni luogo abitato, anche il meno territorializzato e più sperduto, deve essere pensato (e gestito) dai suoi abitanti sulla base di una visione necessariamente rivolta al futuro, questo non può che valere massimamente per le città, che dei luoghi abitati dall’uomo rappresentano l’esempio fondamentale e, a volte, più deviato e deviante. Se ciò non avviene, la decadenza è soltanto una questione di tempo, proprio come alcune città stanno drammaticamente palesando – nonostante certi progetti “innovativi” ma, appunto, in realtà nati nel passato e concettualmente (ma pure concretamente) incapaci di andare oltre il presente e dunque, alla fine, civicamente sterili.

È una questione di importanza radicale, posto anche quanto denotavo qui al riguardo, che non può e non deve essere (più) trascurata, a partire dall’amministratore pubblico più alto in carica fino al singolo cittadino.