Fare neve, sprecare acqua, buttare soldi

[Foto di moerschy da Pixabay.]
Riguardo la questione dell’innevamento artificiale delle piste da sci e delle sue controverse caratteristiche, soprattutto in relazione al consumo di acqua – tema del quale ho scritto in questo articolo ripreso anche da alcuni organi di informazione – una delle evidenze meno conosciute e al contempo più emblematiche e “inquietanti” (a dire di tanti che hanno letto il mio articolo) è quella dello spreco di acqua durante la produzione di neve artificiale. L’argomento è delicato al punto da aver spinto l’Istituto Svizzero per lo studio della Neve e delle Valanghe (SLF) di Davos, uno degli enti di ricerca nel campo più prestigiosi e affidabili al mondo, a mettere in atto uno specifico progetto per indagare la questione, svoltosi su base quadriennale nel periodo 2015-2018 così da ampliare anche cronologicamente la raccolta e il valore dei dati e diretto da Thomas Grünewald.

A Davos l’SLF ha svolto i primi test di innevamento artificiale per dare una risposta alla domanda su quanta acqua venga sprecata durante l’uso dei cannoni per la neve artificiale. I ricercatori hanno confrontato il volume d’acqua convogliato verso la lancia sparaneve con la quantità di neve accumulatasi al suolo dopo una notte di innevamento artificiale. Il volume di neve necessario per stabilire la massa è stato determinato tramite rilievi ultra-precisi mediante scanner laser effettuati prima e dopo il test. Con l’aiuto di misurazioni della densità, dal volume di neve è stato quindi calcolata la corrispondente quantità di acqua immagazzinata nella neve. Una stazione meteo installata vicino alla lancia sparaneve ha inoltre fornito tutti i principali parametri meteorologici come temperatura, umidità dell’aria e velocità del vento.

Dai primi risultati è emerso che durante l’innevamento artificiale la perdita di acqua oscilla tra il 15 e il 40%: valori che si avvicinano a quelli di un altro studio svolto in Francia. Una parte di essa viene spazzata via dal vento, un’altra parte evapora o sublima, senza contare le eventuali perdite nelle tubazioni dell’impianto dovute a usura, scarsa manutenzione o danni. In una fase successiva i ricercatori hanno provveduto a confrontare le perdite di acqua anche con altre condizioni meteo e con diverse impostazioni delle lance sparaneve, nonché a sviluppare ulteriormente le serie di test, così che con l’aiuto dei dati raccolti sarà possibile validare e migliorare i modelli numerici esistenti sull’innevamento artificiale.

Il dato rilevato è effettivamente sconcertante: su 10 litri d’acqua immessi nell’impianto di innevamento, può essere che fino a 4 litri vengano sprecati. È tantissimo, se ci pensate bene, soprattutto in considerazione dell’uso di tutta quest’acqua a scopo esclusivamente ludico. Attenzione, poi: non è soltanto un problema di spreco delle risorse idriche delle località ove gli impianti sono installati, il che sarebbe già preoccupante (e sia chiaro: la scusa che «ma l’acqua comunque non si spreca perché torna al terreno» non regge dacché non è detto che torni disponibile alla collettività, come ho spiegato in quel mio articolo citato). È pure un problema economico altrettanto grave: considerando che i costi stimati per l’innevamento di un km di pista possono raggiungere i 45.000 Euro a stagione, e posto il dato di spreco dell’acqua suddetto, molto semplicemente significa che per ogni km di pista innevato artificialmente si buttano via tra i 7.000 e i 18.000 Euro a stagione. Se si prende il caso del solo Alto Adige, ove 900 km di piste su 1.000 sono innevati artificialmente, basta far due conti per rilevare che in una stagione invernale, insieme all’acqua, vengono sprecati almeno 6,3 milioni di Euro – considerando il dato minimo del 15% indicato dalle ricerche dell’SLF di Davos; ma è facile prevedere che l’importo effettivo sia ben maggiore quanto più alto risulti il dato di spreco dell’acqua.

Un costo “nascosto” che va ad appesantire ancora di più la spesa per la produzione della neve artificiale che i comprensori sciistici devono sostenere, ovvero a rendere ancora più cupo il rosso dei loro bilanci, a malapena salvati dalle continue iniezioni di soldi pubblici. Ovvero, una gran zappata sui piedi che le stazioni sciistiche si stanno pervicacemente dando da anni, nella presunzione che la neve artificiale possa salvarle (e salvare le economie montane locali, come si continua papagallescamente a sostenere) quando invece le sta affossando rapidamente e definitivamente.

A questo punto, la domanda è sempre la stessa: ha senso tutto ciò? Economicamente, ambientalmente, socialmente e culturalmente, ha ancora una logica? Ovvero l’ha forse mai avuta? Oppure non è che una sorta di pulsione ossessiva che cerca di difendere e giustificare interessi e tornaconti ormai in gran parte divenuti sostanzialmente ingiustificabili?

Pubblicità

Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

Un tempo felice

Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)

Niente da tagliare

[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)

L’odore di letame

[Foto di Pete Linforth da Pixabay.]

Avevo otto anni quando abbiamo lasciato Zernez per stabilirci a Lavin nella casa paterna di mamma, giù presso il ponte di Coray, sull’Inn. La notte si sentiva il mormorio del fiume. Poi se una volta si dormiva altrove, proprio quel rumore mancava.
Il paese non è molto cambiato dal tempo della mia infanzia: qualche casa nuova, fuori paese qualche costruzione agricola, un impianto di depurazione delle acque, una circonvallazione per le macchine: più o meno tutto. La struttura del luogo è rimasta quella che era. Le facce delle case ci sono ancora; anche certi odori che mi riportano il passato: qui il profumo di legna bagnata, di segatura, qui invece fragranza di pane fresco, qua o la il vecchio sentore di camino e di fuoco della stufa… L’odore di letame è quasi svanito anche qui. Una volta era sempre presente, un odore elementare e al tempo stesso indizio di una eterna trasformazione di materia organica: mutazione del letame ancora tenero in vecchio concime nero, in humus e in terra fertile.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.135. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” del libro.)

Questo passaggio del libro di Peer lo comprendo molto e sento parecchio “mio”. Perché, se devo citare qualcosa che mi riporti immediatamente alla mente i deliziosi ricordi delle mie vacanze estive da bambino sui monti, così formative per la mia attuale relazione non solo con le montagne ma, a ben vedere, con l’intero mondo vissuto, be’, a mia volta cito l’odore del letame e degli escrementi lasciati dalle mucche al pascolo (cosa alla quale ho già fatto cenno qui). Il quale, al di là della sua fonte, non aveva (e non ha, ove sia ancora presente – cosa sempre più rara, d’altronde) nulla di disgustoso, anzi, come afferma Peer, ha qualcosa di profondamente vitale, una sorta di effluvio ancestrale, una narrazione odorosa di un paesaggio antico e fondamentale, un elemento immateriale ma ben percepibile legato al ciclo della vita terrestre in generale, non solo a quello della singola specie e del territorio ove vive. Oltre ovviamente a essere, un odore del genere, una componente basilare – tra quelle immateriali – che formano il paesaggio locale e ciò a prescindere dalle mie particolari percezioni.

Poi, di contro, capisco anche quelli che a volte incrocio in giro per i monti e, in presenza di questo odore, dicono «Bleah, che puzza!» e fanno la faccia schifata. Non è colpa loro, a ben vedere, solo che non sanno più capire che – permettetemi l’osservazione un po’ mordace – a volte certa merda sparsa sui prati montani è molto più preziosa e gradevole di tanta altra assai diffusa altrove e che non si ritiene affatto tale, ecco.