[Panorama di Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Sto seguendo, come forse molti di voi, la questione in corso sulla richiesta del comune di Valsavarenche di uscire dai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso al fine di – semplifico molto il suo nocciolo ma coerentemente ai fatti – snellire la burocrazia alla quale l’essere parte del Parco lo sottoporrebbe. La questione è ben coperta e analizzata dal “GognaBlog”, di Alessandro Gogna, e da “Lo Scarpone”, il notiziario on line del Club Alpino Italiano, ai quali vi rimando se volete saperne di più; ulteriori approfondimenti li trovate nel sito web di Mountain Wilderness Italia.
Personalmente, allo stato attuale delle cose (che tuttavia suppongo evolveranno ancora, nei prossimi giorni), sulla questione mi vengono un paio di riflessioni che non mi sembra siano state ancora contemplate, se non marginalmente (almeno tra le testimonianze da me lette), nel dibattito in corso.
La prima: il senso autentico e compiuto di un Parco Nazionale qual è? Mi sembra che da sempre, e in modo crescente nella contemporaneità, un’area naturale protetta venga sempre e solo vista o come un dispositivo di protezione dell’ambiente ma non del paesaggio, nel senso della relativa Convenzione Europea, oppure come uno strumento molesto e vessatorio per chi ci vive dentro. Cose entrambi vere per molti versi, sia chiaro: se è fondamentale proteggere la biodiversità di un territorio montano assolutamente emblematico in tal senso, lo è anche agevolare entro i limiti più sensati la vita di chi ci vive magari da generazioni ed è a sua volta parte della biodiversità locale. Invece, mi sembra che sempre pochissimo si rifletta sulle numerose opportunità che il far parte di un Parco Nazionale per giunta così prestigioso come quello del Gran Paradiso può offrire: per il sempre più crescente turismo sostenibile, per lo sviluppo delle economie locali che proprio nelle specificità del territorio trovano il proprio valore, per la distinzione culturale e identitaria che un luogo così noto e apprezzato determina, eccetera. L’appartenenza al Parco dovrebbe essere una preziosa e luccicante medaglia da appuntarsi al petto, da parte di chi vi fa parte, viceversa viene spesso considerata una macchia da ripulire al più presto. D’altro canto, pensare di poter fare, nei confini di un’area protetta o nelle zone contigue, ciò che fanno altri territori non tutelati, spesso male e con danni notevoli che tutti constatiamo, è una insensatezza bella e buona, in sé e per quanto ho rimarcato poco sopra.
[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]La seconda riflessione è legata proprio a questa insensatezza, e mi sorge leggendo – su “Lo Scarpone”, l’opinione di un “cittadino” di Valsavarenche interpellato sulla questione, il quale immagino manifesti un pensiero diffuso tra molti suoi conpaesani e dunque sia particolarmente emblematica: «Il nostro piano regolatore, in ogni caso, è approvato dalla natura. Se costruisci un metro più a monte una valanga ti porta via tutto, se lo fai un metro a valle, lo fa la prossima piena del fiume». Così ha detto il “cittadino” esprimendo a mio parere una stupidaggine sesquipedale e confondendo gli elementi politici e ancor più antropologici che determinano l’atto di abitare e vivere nei territori come quello in questione. Cosa vorrebbe dire con quelle parole, che se non ci sono pericoli di valanghe o di alluvioni si può costruire ciò che si vuole? Che si possa cementificare, asfaltare, edificare mostruosità d’ogni sorta nei fondivalle perché tanto gli stambecchi e le stelle alpine sono in alto sulle vette? È una formula differente per riaffermare il bieco slogan “La montagna è nostra e ci facciamo quel che vogliamo” che purtroppo certi montanari “sovranisti” tutt’oggi affermano, e che è stata alla base della devastazione di molti territori di montagna dal boom economico in poi, in cambio di un benessere apparente, invero infido e rapidamente svanito?
[Volume presentato dal Parco nel 1951 che attesta l’esclusione del “Budello” di Valsavarenche. Foto di Claudio Vicari tratta da https://gognablog.sherpa-gate.com.]D’altro canto, pure un’affermazione dell’attuale Presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso – di nuovo riportata dai media citati – mi pare sulla stessa falsariga di fondo: «Il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito» ha detto. Ora, a parte il lessico pittoresco utilizzato (ma il termine “asfalto” nel parlato su un’area naturale protetta, poi?), la questione non è, non può essere così rozzamente basata sull’asfaltare o meno le comunità locali ma, come ha giustamente denotato l’amica Mariagrazia Gavazza, Presidente della Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano (CCTAM) del CAI, «sull’insuccesso dovuto al fatto che, fino a oggi, i due enti (cioè il Parco e il Comune di Valsavarenche nonché i soggetti pubblici ad esso superiori – n.d.L.) non sono riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica. Il rischio è che in un periodo in cui ci viene chiesto anche dall’Unione Europea di aumentare le aree tutelate, procedure come questa possano incentivare alcuni Comuni a procedere con la ridefinizione dei confini in altri Parchi Nazionali».
[Veduta della testata della Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]E, aggiungo, non è solo e non tanto l’Unione Europea a chiedere di aumentare le tutele naturali ma lo chiede il pubblico sempre più ampio del turismo lento e consapevole nonché, e soprattutto, ce lo chiede la realtà in divenire la quale, tra le conseguenze della crisi climatica e le crescenti criticità legate alla fragilità delle aree naturali montane, appare sempre più problematica e bisognosa di una gestione politica, amministrativa e civica attenta, intelligente, coerente. Il che non significa affatto imporre catene e recinti burocratico-amministrativi agli abitanti di queste aree ma, parimenti, nemmeno pretendere che in esse le tutele più eque e sensate non debbano avere valore, come se gli abitanti stessi non volessero essere e non si sentissero parte delle loro montagne, del loro paesaggio, della sua storia, dell’identità peculiare che ne deriva e della loro biodiversità. Ma anche in montagna i “Sapiens”, siano essi ambientalisti o cementificatori, fortunatamente restano animali, per certi versi non dissimili da stambecchi, marmotte e nemmeno, in quanto organismi viventi, da stelle alpine e genziane: è bene non scordarlo, se vogliamo salvaguardare veramente e a lungo tutte le montagne, tutelate o meno che siano.
Tuttavia, come accennato, credo che la questione avrà ulteriori sviluppi. Vedremo quali.
A seguito dell’articolo pubblicato qualche giorno fa nel quale ho elencato alcuni termini talmente usati e abusati, nei testi e nei discorsi sul turismo in montagna e su cose affini, che parecchia gente proprio non ne può più di sentirli, numerosi amici (che ringrazio di cuore) ne hanno evidenziati altri parimenti sfruttati e consumati al punto che, oltre a diventare quasi irritanti, la loro stessa accezione ordinaria sfuma, perde senso, si storce, devia, si ribalta… Come rimarcavo nel precedente articolo, questo abuso di parole e formule – spesso ad mentula canis – è la manifestazione di un evidente impoverimento lessicale nella comunicazione a scopi turistici e similari, che la standardizza verso un livello sempre più basso, funzionale al mercato massificato e al consumismo dei luoghi (in fondo ciò che conta unicamente per i promotori di questi modelli di frequentazione turistica), e di contro del tutto antitetica alla narrazione delle valenze paesaggistiche, naturali, ambientali e culturali dei luoghi soggetti loro malgrado a quel lessico impoverito ma pure ai loro visitatori, nella cui percezione di quei luoghi si creano cortocircuiti disorientanti e parecchio dannosi.
E se invece si tornasse a raccontare i territori turistici in modi lessicalmente “normali”, senza slogan, luoghi troppo comuni, frasi fatte, banalità, termini abusati, iperboli assurde e quant’altro di linguisticamente opinabile, cercando di raccontare ciò che il loro paesaggio sa offrire invece di quello che vi si può acquistare?
Secondo me, se così si facesse, un po’ di problematiche che caratterizzano in negativo il turismo contemporaneo si risolverebbero rapidamente.
Comunque, eccovi un’altra “bella” (si fa per dire) infornata di terminologie e formule abusate, con l’invito sempre valido di segnalarne ancora altri e le vostre relative considerazioni, così da creare un piccolo antivocabolario turistico, tanto ironico quanto emblematico e utile:
Experience: ma quanto abbiamo vissuto male e ci siamo persi noi che fino a qualche tempo fa in montagna vivevamo “esperienze”? Che fortunati invece i gitanti di oggi che si godono le experience! Come? Dite che sono la stessa cosa? Be’, una differenza sostanziale c’è: l’esperienza la si vive e acquisisce gratuitamente, della “experience” si può godere solo se si compra e paga. È tutta un’altra cosa, in effetti.
Green: questo termine è un po’ la versione anglofona di “sostenibilità”, utilizzato ad mentula canis quando si voglia far credere che una cosa sia ambientalmente equilibrata senza prendersi la briga di specificare come lo sia e perché. Infatti sorge il dubbio che il termine nasconda un sottile inganno, che in realtà non sia “green” ma grin, che in inglese significa (anche) “sorriso enigmatico”, “sogghigno”. Come di uno che vi stia prendendo in giro, ecco.
Caleidoscopio di colori: temo sia la combinazione cromatica che assume il paesaggio nello sguardo di uno che abbia assunto allucinogeni. Se osservate un paesaggio e trovate che la gamma di colori risulti armoniosamente conforme al territorio e alle sue peculiarità geografiche o antropiche e non si manifesti in strutture simmetriche caleidoscopiche (appunto), beh… provate ad assumere allucinogeni, ecco!
Natura incontaminata: sono state trovate microplastiche e altre sostanze contaminanti persino sulla vetta dell’Everest e in Antartide, il che – purtroppo – rende la definizione ormai priva di senso reale e credibilità. Infatti chi la usa nel lessico turistico spesso sta fingendo che alcune aree naturali siano “incontaminate” per poterle così contaminare al pari delle altre.
Chilometro zero: in origine i prodotti così definiti erano quelli che si acquistavano presso l’azienda agricola del paese, oggi invece si ha l’impressione che tale formula stia subendo la stessa sorte di «Prodotto in Italia» per la quale basta che qualcosa venga confezionato entro i confini nazionali per essere definito così, anche se viene prodotto dall’altra parte del mondo. O forse si riferisce ai beni trasportati con veicoli acquistati a “km zero”?
[Ecco, per dire…]
Adrenalinico: fa il paio con “mozzafiato” e, visto come l’adrenalina in quanto neurotrasmettitore provoca effetti come l’accelerazione della frequenza cardiaca, l’aumento della pressione sanguigna e la dilatazione delle vie aeree, se qualcuno dovesse vivere «un’esperienza adrenalinica» in un «paesaggio mozzafiato» spero per lui che vi sia un medico nelle vicinanze. E con lui uno psicoterapeuta che, dopo la rianimazione, gli faccia capire che godere del paesaggio con maggior calma e serenità non è affatto una colpa, anzi.
Borgo abbarbicato: in effetti se un borgo è situato su un versante montuoso, spesso è “abbarbicato”, una peculiarità che peraltro, in un paese con diffusi dissesti idrogeologici come l’Italia, non è esattamente qualcosa da vantare a cuor leggero. Ma poi, sopra quale grado di pendenza del monte il borgo diventa “abbarbicato” invece che esser semplicemente situato su un pendio?
Inclusivo: è un termine certamente affascinante, questo, se non fosse che di frequente chi lo usa in certi contesti o per determinati ambiti non aggiunge chi o cosa possano e debbano includere. Con la sensazione che, in tali casi, il termine venga utilizzato con un’accezione paradossalmente esclusiva.
Splendida cornice: a volte ci si trova di fronte a certi dipinti, racchiusi in cornici notevoli, la cui qualità artistica è così discutibile che inevitabilmente si pensa: be’, vale più la cornice del quadro! Ecco: i paesaggi naturali pregevoli, come quelli frequentati dal turismo, di “valore” invece ne hanno così tanto che a nessuno verrebbe in mente di racchiuderli in una pur «splendida cornice», eccetto a quelli che invece non sanno coglierne e apprezzarne realmente la bellezza e, evidentemente, li considerano solo merce da agghindare e vendere.
Terra di contrasti: ecco un’altra di quelle formule suggestive e accattivanti che descrivono “qualcosa” ma nessuno capisce bene cosa. Con il risultato che, quando viene così usata al punto di diventare abusata, i veri «contrasti» che evidenzia sono tra le specificità della “terra” in questione e la turistificazione omologante che le viene imposta, a partire dalla banalità del lessico utilizzato.
Questo è quanto, per ora. Converrete che c’è di che ridere, riflettere, inquietarsi, inorridire… fate voi.
Ribadisco il mio grazie di cuore agli amici che hanno segnalato i termini e le definizioni i cui miei commenti avete appena letto: Maurizio Brini, Giovanni Grosskopf, Peter Hoogstaden, Cesare Martinato, Ettore Pettinaroli.
Ci avrete certamente fatto caso che, nei comunicati spesso parecchio enfatici (quando non palesemente propagandistici) che presentano progetti, opere e infrastrutture ad uso soprattutto turistico nei territori montani, vi è un uso talmente reiterato di alcuni termini e definizioni che molti ormai dichiarano – in modi più o meno motivati – di non sopportare più.
Di seguito ne ho raccolti alcuni:
Sostenibilità: in effetti, ormai, per sostenere che un’opera è “sostenibile” basta scrivere nei documenti che la presentano che è «sostenibile». Fine. Che poi lo sia veramente e come effettivamente lo sia, spesso non è dato sapersi.
Destagionalizzazione: uno dei termini-mantra più diffusi, questo, dietro il quale sovente si nasconde l’intenzione, più che di spalmare le presenze turistiche di una località lungo tutto l’anno, di replicarne meramente i numeri e le modalità. Un inganno che mira alla massificazione turistica illimitata, in pratica.
Valorizzazione: altro termine-mantra diffusissimo con il quale si vorrebbe far credere di evidenziare il “valore” paesaggistico e ambientale di un luogo mentre spesso, in realtà, lo si vuole mettere a valore, cioè trasformarlo in bene di consumo, applicargli un prezzo e così (s)vendere al mercato turistico.
Spopolamento: ciò contro cui ad ogni buona occasione si dice di “lottare” e per farlo si spendono montagne di soldi pubblici realizzando opere che alla popolazione servono poco o nulla. Infatti, basta dare un occhio ai dati demografici per capire che, dove si facciano quelle opere lottare contro lo spopolamento, i posti si spopolano come e più che altrove.
Resilienza: devo dire che il termine a me piace, ma sicuramente in molte occasioni viene usato a sproposito ovvero, evidentemente, senza saperne il significato corretto. Così spesso diventa un vocabolo che non indica la necessità di adattamento dell’uomo alle specificità naturali ma giustifica la pretesa di adattare la Natura alle volontà dell’uomo.
Overtourism: anche questo termine, in sé e al netto dell’essere un anglicismo, non ha nulla di contestabile, ma di sicuro è stato forse il più citato della scorsa estate e probabilmente lo sarà anche delle prossime stagioni turistiche, di nuovo in modo ripetutamente improprio: infatti ciò che viene definito overtourism spesso non lo è, il termine ha una definizione “tecnica” piuttosto precisa e per le località montane si dovrebbe parlare di overcrowding o di sovraffollamento intermittente/irregolare, più tipico sui monti.
[Ecco, ad esempio.]
Panorama mozzafiato: ma precisamente da quando la veduta ampia di un luogo particolarmente bello genera così gravi problemi di respirazione a molte persone?
Effetto “wow”: «Nel marketing, effetto di sorpresa e ammirazione suscitato nel consumatore tramite un’abile presentazione delle novità e qualità del prodotto». Ecco, appunto: si veda sopra alla parola valorizzazione e poi si rifletta su cosa c’entri con un luogo in montagna.
Rispetto per l’ambiente: un po’ come accade per sostenibilità, anche in questo caso per far credere che un’opera o un progetto siano rispettosi dell’ambiente, basta scrivere da qualche parte e rimarcare che promuovono il “rispetto per l’ambiente”. E, di nuovo, come lo facciano è cosa che rimane sovente misteriosa.
Stakeholders: in effetti fino a qualche tempo fa era più diffuso e usarlo faceva molto “figo”, poi evidentemente si è diffusa maggiormente la percezione di non sapere cosa significasse veramente e ciò l’ha reso un po’ meno abusato, anche se lo si può trovare ancora, qui e là.
Ma sono solo alcuni, di termini e definizioni similari se ne potrebbero citare moltissime altre.
In generale è evidente che pure in tema di montagne, turismo e cose affini, un po’ come succede in altri ambiti, il lessico pubblicamente in uso si sta molto standardizzando e impoverendo: è una manifestazione pressoché inevitabile della pari omologazione dei modelli e delle dinamiche attraverso le quali l’industria turistica persegue le proprie finalità e si impone nei territori viepiù turistificati, rivelandone la matrice puramente economico-speculativa per la quale non servono troppe parole ma i soli termini giusti e efficaci da trasformare in slogan, come il marketing insegna. Tutto legittimo, sia chiaro, se non che in presenza di una cultura della frequentazione montana piuttosto scarsa e superficiale certi termini, anche quando utilizzati in buona fede, possono facilmente generare cortocircuiti notevoli e non di rado dannosi.
In ogni caso, penso proprio che anche voi ne conoscerete altri di termini che sentite o leggete così spesso e, magari, con significati talmente impropri da non poterne più… quali sono, e perché non ce la fate più a sopportarli?
Turismo oggi significa soprattutto consumo, intrattenimento, distruzione, superficialità e velocità; e la sua pratica è diventata talmente disciplinata e concentrata da essere talvolta più fonte di stress che di benessere. Spesso i turisti globali non sono interessati all’anima e alla storia del luogo che visitano, bensì vi si recano solo per fotografare e collezionare esperienze, sgomitando nervosi fra tante altre persone che si trovano nella stessa destinazione per lo stesso motivo, attratte dalle tendenze dei social più che da reali desideri. Mettersi in mostra online e poter affermare di averlo fatto è ormai diventato più importante del viaggio stesso. Invece, la fine del turismo e la nuova ecologia degli spazi del tempo libero possono significare la nascita di nuove forme di vacanza più educate, rispettose, lente, limitate e gestite; nelle quali il viaggio è lungo e fa parte dell’esperienza, e la meta non è un luogo da consumare e immortalare sullo schermo dello smartphone, bensì un territorio da osservare e conoscere nella sua complessità e in cui confrontarsi con l’altro, inteso come una cultura diversa dalla propria. ln questo modo la vacanza può diventare per tutti uno spazio di rigenerazione, benessere e arricchimento del sé, che si tratti di una città storica o di un ambiente naturale. Ciò si può accompagnare a una rivendicazione dell’ozio e del riposo, altrettanto importanti nella prospettiva della maggiore quantità di tempo libero da conquistare.
Già, dice bene Alex Giuzio in questo passaggio del suo ottimo e illuminante libro (che ho avuto la fortuna di presentare lo scorso giugno a Oltre il Colle con l’autore): ma la vacanza per come ci viene venduta e imposta dai modelli turistici contemporanei, è veramente una vacanza? Oppure è solo una messinscena, una finzione che siamo indotti a recitare, una circostanza artificiosa ovvero la riproposizione dei conformismi e dei cliché del nostro modus vivendi quotidiano, soltanto modulati in altre forme per ingannarci al riguardo? E se fosse anche per ciò che molta parte del turismo oggi proposto fosse “insostenibile”? Perché non è sostenibile che si possa realmente considerare “turismo” nel senso buono del termine?
Forse anche questi aspetti del tema in questione andrebbero finalmente analizzati e compresi meglio, se si vorrà elaborare un’evoluzione dei modelli turistici veramente virtuosa e benefica per i territori, le comunità che li abitano e i vacanzieri che li frequentano.
[Immagine tratta da jennyvallese.com.]Solitamente la nostra frequentazione della natura, in particolar modo dei luoghi più o meno turistici e turistificati, è legata a scopi ludico-ricreativi: ci sta, è il modello di fruizione di tali luoghi che si è sviluppato nel tempo ed ha elaborato l’immaginario comune con il quale li intendiamo: posti dove trovare dell’intrattenimento che il modus vivendi quotidiano in città per ovvi motivi non ci può concedere, almeno non come possono fare quelle località, con l’aggiunta dell’attrattiva estetica del territorio naturale, che a sua volta ci dona geografie impossibili da ritrovare nei centri urbani.
Ribadisco: è una cosa legittima e comprensibile oltre che per molti versi necessaria, vista la vita caotica e stressante che così spesso ci tocca vivere nella quotidianità.
Resta tutta il fatto che una tale frequentazione degli ambienti naturali non ce li fa vivere veramente, non ci porta a essere parte di essi, a elaborare con essi una relazione veramente compiuta, anche solo per le poche ore che ci stiamo, in un fine settimana o in un’uscita domenicale. I modelli di fruizione turistica (anche quando apparentemente non sono tali, in realtà pescano comunque da quell’immaginario: basti pensare all’elaborazione estetica veicolata dal marketing turistico, e non solo da questo, con cui di norma percepiamo e interpretiamo i paesaggi di montagna) attraverso i quali visitiamo quei luoghi sono esclusivamente costruiti in funzione dei suddetti scopi ludico-ricreativi. Infatti, se tali scopi non riusciamo a conseguirli, facilmente dell’escursione compiuta porteremo a casa un ricordo meno gradevole e appagante di altre volte, vuoi anche perché sempre in forza di quei modelli e degli immaginari di cui ho detto poc’anzi forse ci saremo costruiti delle aspettative basate su di essi e non sulla realtà effettiva dei luoghi che abbiamo visitato. Molto spesso il turismo contemporaneo punta proprio su questo: offrire le stesse esperienze, rese modello ripetuto una volta che ne si è constatato il potenziale successo e l’attrattiva collettiva, in luoghi diversi, sovente radicalmente differenti ma nei quali, appunto, vengono replicate quelle dinamiche turistiche ovvero, fondamentalmente commerciali. Esempio “piccolo” ma ormai grandemente classico di questa standardizzazione massificata dell’esperienza turistica sono le “panchine giganti” che ormai a centinaia occupano luoghi interessanti standardizzandone la fruizione e dunque le stesse valenze paesaggistiche dei luoghi, che ne escono appiattite e conformate; ma anche la stessa industria dello sci e in certa parte anche l’escursionismo, nonostante si svolgano su montagne sempre diverse e dunque dotate di differenti peculiarità, tendono a costruire e offrire al turistica identiche fruizioni, esperienze, modalità di visita e di frequentazione dei territori, con ciò deprimendo quando non banalizzando le valenze intrinseche e referenziali di ciascun luogo.
[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]È una formula apparentemente di successo, che funziona un po’ ovunque ma ciò perché basata su una dinamica puramente consumistica, che prende solo dai luoghi fruiti e sfruttati senza lasciare ad essi nulla, se non qualche iniziale tornaconto all’esercizio commerciale di turno. Tuttavia con il tempo, come detto, inesorabilmente consuma il territorio e tutto ciò che contiene, inclusa la componente umana, fino a che più nulla in loco sosterrà la richiesta di intrattenimento del turista definitivamente trasformato in cliente, così che il luogo perderà ogni valore in tal senso e il cliente cercherà intrattenimento altrove, in una riproduzione delle stesse dinamiche costante e continuamente demolitrice. Sia chiaro: sarà una perdita solo formale, in verità il valore del luogo, le sue peculiarità, le sue potenzialità resteranno intatte anche in presenza di un consumo notevole – del territorio naturale in primis – solo che si sarà consumata anche la capacità di cogliere quelle sue caratteristiche specifiche. Il che genererà inevitabili conseguenze ambientali ma anche, e soprattutto, sociali, economiche, culturali, di chissà quale lunga durata nel tempo e sperando che non risultino irreversibili – come ad esempio quando tali dinamiche innescano fenomeni di spopolamento ancora più accentuati che nel passato nonostante le promesse iniziali di segno opposto (di casi al riguardo sulle montagne italiane se ne contano a centinaia), dovuti non solo a ragioni socioeconomiche ma pure alla perdita di identità culturale del luogo, talmente legatosi nel tempo ai succitati modelli turistico-consumistici di massa da far che, una volta svaniti questi, tanto il luogo che la sua comunità non sappiano più ritrovare uno scopo per sé stessi, per la relazione reciproca e dunque per la loro permanenza attiva nel territorio. Per essere chiari: ci sono località che buona parte delle persone ormai riconoscono solo perché ci si scia, non per altro: be’, personalmente credo e temo che località del genere abbiano già la sorte segnata, se non sanno e sapranno rielaborare un identità più consona al loro territorio e alle peculiarità variamente culturali che offrono, dunque più referenziale, più in grado di riconoscerli come “luoghi”, innanzi tutto, e in ciò diversi ovvero peculiari rispetto ad ogni altro.
Quando sento parlare di “destagionalizzazione”, per certe località particolarmente investite da fenomeni di iperturismo stagionale, come le stazioni sciistiche (il cui periodo di apertura di impianti e piste in forza della crisi climatica in corso è e sarà sempre più breve e incerta), da un lato capisco le accezioni con le quali si interpreta il termine e le trovo anche legittime, dall’altro tuttavia mi sorge un’inquietudine piuttosto profonda. Perché non di rado mi sembra che l’unico scopo che si vorrebbe conseguire con la destagionalizzazione turistica in certe località sia soltanto quello di riprodurre lungo l’intero anno, e non solo nei periodi di maggior frequentazione, quegli stessi modelli di fruizione turistica di massa così poco o nulla attenti ai territori e dunque così consumanti i paesaggi. Quando ciò accade il disastro a danno dei luoghi si moltiplica inevitabilmente.
[Immagine tratta da www.scimarche.it.]Più che di destagionalizzazione io vorrei sentir parlare di defruizione o, se si preferisce, di polifrequentazione (ma potrei indicare altri “neologismi” al riguardo, anche se immagino avrete capito il senso generale): cioè, molto semplicemente, puntare sì ad attrarre turismo lungo l’intero anno ma attraverso modalità di frequentazione differenti e volta per volta consone alla stagione, al clima, ai cicli naturali, alle valenze ambientali e paesaggistiche che il luogo può offrire mese dopo mese, alle possibilità ricettive oltre che alla capacità altrettanto consona di narrare il luogo in base a tutte queste sue variabili locali, che in fondo sono anche i tanti elementi che compongono e rendono speciale l’identità culturale del luogo stesso. Troppo spesso, come dicevo, la fruizione turistica invernale, basata per gran parte sullo sci (anche se solo nel modello imperante in quanto imposto: in verità la pratica sciistica sta diventando sempre meno importante nell’economia montana invernale, sia per la crisi climatica e sia per i costi sempre più alti che impone) e quella estiva, che oggi punta molto su escursionismi “alla moda” e sull’e-mtb (ormai la versione su due ruote dentate dello sci) sono sostanzialmente basate sugli stessi modelli e immaginari, oltre che su una narrazione del marketing tranquillamente sovrapponibile. Il tutto, ovvio, solo per tentare di preservare lo stesso business, dunque lo stesso modello di fruizione, senza alcuna sostanziale variazione e, cosa per me ancora peggiore, manifestando un identico disinteresse profondo verso i luoghi e le loro comunità, entrambe asservite a quel business consumistico. Che appunto consuma, ribadisco, e come dice il termine stesso ciò che viene consumato prima o poi finisce, si esaurisce, viene eliminato chissà per quanto tempo, forse per sempre.
Per questo io sostengo da tempo, oltre ai miei profondi dubbi sulla “destagionalizzazione”, la necessità che i luoghi turistici – quelli di montagna innanzi tutto ma perché sono il mio campo di studio e interesse principale ma anche perché presentano forse più potenzialità che altri – debbano assolutamente diversificare anche le proprie economie locali, non legandosi in maniera troppo stretta a quella turistica e per ciò non svendendo il proprio territorio e le risorse che offre principalmente ad essa. Perché non si può (più) fare industria in montagna, ovviamente di un certo tipo e taglia, perfettamente armonizzata all’ambiente e totalmente sostenibile, nelle varie forme che le terre alte consentirebbero? Perché si parla tanto di “economie circolari” per le arre interne e rurali ma poi, alla stregua dei fatti, molto spesso la definizione si concretizza in pochi esempi quasi più di immagine che di reale sostanza imprenditoriale e economica, e di nuovo pressoché legata all’economia del turismo? Perché, tornando più direttamente al comparto turistico, non si riesce a pensare a un portato socioeconomico diverso da quello imposto dall’industria turistica classica, proprio attivando modalità differenti di frequentazione dei territori che sappiano coinvolgere in maniera molto più ampia l’intera comunità residente, dunque con ricadute molto più diffuse di quelle ordinariamente generate dal turismo massificato, soprattutto quello “mordi-e-fuggi” che oggi rappresenta lo standard per moltissime nostre località turistiche?
Certo, serve quel cambio di mentalità generale che già tanti invocano da tempo: innanzi tutto nella politica locale, ma qui che avvenga la vedo così dura che personalmente auspicherei che siamo per prime le comunità residenti nei luoghi turistici a cambiare idea su di essi e su loro stessi, rendendosi conto che chiunque venga a visitare i propri territori, in qualsiasi modo lo faccia, dovrà farlo cercando di andare oltre la mera e banale ricerca di intrattenimento ludico-ricreativo e comprendendo cosa hanno intorno e perché il luogo in cui si trovano è diverso dagli altri e a suo modo speciale se non unico. In fondo non è compito della politica fare ciò – potrebbe esserlo ma essa sembra non avere una tale facoltà o non si dimostra interessata a manifestarla – dunque non resta che agli abitanti dei luoghi compiere questo atto, in fondo semplice eppure per molti versi rivoluzionario, quasi sovversivo se paragonato a quei modelli di turistificazione consumistica di cui ho detto. In fondo questo è anche il modo fondamentale, più immediato e efficace per rimettere al centro di tutto la comunità, chi anima e dà veramente vita al luogo, la place experience postulata dalla sociologia del turismo contemporanea contrapposta alla customer experience per la quale il cliente-turista ha sempre ragione e domina su tutto e tutti: ovvero, la più deleteria pratica consumistica che per errori e colpe che ora non è il caso di elencare è stata per troppo tempo imposta ai luoghi turistici e alle montagne soprattutto.
È finalmente ora di voltare pagina, di cambiare idee, paradigmi, modelli, visioni, atteggiamenti, umanità verso questi luoghi peraltro così fondamentali per il nostro benessere.
P.S.: anche di destagionalizzazione del turismo in montagna mi occupo – gioco forza! – da tempo, vedi qui.