Il caso studio di Courmayeur, località sempre più “alle stelle” per i turisti e “alle stalle” per gli abitanti

[Courmayeur e il versante italiano del Monte Bianco. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come riporta “Il Sole 24 Ore” in un articolo dell’8 giugno, Courmayeur spicca nell’ambito dell’ultimo Market Report sull’immobiliare di lusso realizzato da Engel & Völkers Italia in collaborazione e con il supporto scientifico di Nomisma. Per la nota località valdostana ai piedi del Monte Bianco il report riferisce

«di un mercato in forte crescita trainato dalla domanda verso il nuovo o il ristrutturato al nuovo, che tuttavia deve confrontarsi con una disponibilità di immobili in calo. I prezzi oscillano, così, tra i 10mila e i 15mila euro al metro quadro per il segmento di pregio e tra i 15mila e i 20mila per quello di lusso. Inoltre, la domanda proviene per il 90% da italiani, prevalentemente tra i 45 e i 54 anni. Nell’80% dei casi di tratta di compravendite legate alla seconda casa, per il 15% relative alla prima casa e per il restante 5% come investimento.»

Dunque si può parlare di un gran successo per Courmayeur, di un luogo pienamente vitale e attrattivo in forza della sua prestigiosa immagine turistica?

[Vista di Courmayeur dalla località Plan Chécrouit. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
No, niente affatto. Anzi: Courmayeur è un comune in lento, costante declino: un centro abitato che demograficamente, socialmente, civicamente sta deperendo, rappresentando in ciò un emblematico caso di studio da analizzare e approfondire attentamente.

Come ho rimarcato nel corso del mio intervento nella conferenza “La montagna del futuro: abitare il cambiamento” svoltasi lo scorso 23 maggio ad Aosta, Courmayeur è la località turistica/sciistica valdostana che, a fronte della propria notevole fama, presenta dati demografici tra i peggiori di tutta la regione:

Come si evince dai grafici, Courmayeur da quasi vent’anni perde abitanti: al 28/02/2026 erano 2.493, dunque dal 2007 ne ha persi circa 500, più del 16%, e i cancellati dall’anagrafe comunale nel periodo sono stati sempre di quelli che vi si sono iscritti. In buona sostanza le persone se ne stanno andando dal comune, e se non fosse per gli iscritti dall’estero – probabilmente lavoratori del settore turistico – la perdita di abitanti sarebbe ancora più rilevante.

Tutto ciò si riflette chiaramente negli indici di struttura della demografia locale: la popolazione sta rapidamente invecchiando e pesa sempre di più sulla parte economicamente attiva che a sua volta è parecchio anziana; è evidente che Courmayeur non sa “attrarre” nuovi abitanti e lavoratori giovani che possano/vogliano stabilirvisi, non a caso pure l’indice di natalità per 1.000 abitanti è estremamente basso:

Sono dati che certificano una comunità in declino e una realtà di svigorimento demografico e sociale, peraltro confermata dalle testimonianze dirette di locali che mi hanno raccontato di persone e lavoratori “espulsi” dal centro di Courmayeur per i prezzi degli alloggi e il costo della vita sempre più alti, costretti a cercare casa più a valle, spesso a parecchi chilometri di distanza, in centri meno turistificati e dunque economicamente più abbordabili.

Posta tale realtà di fatto, quindi dove “spicca” veramente Courmayeur? Con quale sua prerogativa?

Be’, i dati demografici ad oggi forniscono a queste domande una risposta chiara: il paese si sta “resortizzando”, sta diventando un grande residence turistico per persone benestanti e viepiù privo di abitanti, se non quelli direttamente legati alla filiera del turismo. Un centro “abitato” solo parzialmente e periodicamente che potrebbe perdere la valenza di “paese”, di luogo abitato, vissuto, dotato di una propria anima elaborata dalla relazione culturale dei suoi abitanti, per diventare un meraviglioso, costosissimo, celebratissimo non luogo, esclusivamente legato alle dinamiche turistiche e dell’economia conseguente: oggi “di successo” in forza di condizioni e circostanze favorevoli, domani chissà.

[La Skyway Monte Bianco. Immagine tratta da www.facebook.com/skywaymontebianco.]
Ecco perché ritengo Courmayeur un interessantissimo caso di studio tra le località più turistificate delle Alpi, da indagare a fondo: è una località che si sta elevando sempre di più nell’olimpio turistico internazionale e con ciò sembra non rendersi conto che più si eleverà, da più in alto rischierà di precipitare e “schiantarsi”, con danni conseguentemente maggiori per sé stessa, il proprio territori e per la comunità locale. O per ciò che ne resterà, di questo passo.

N.B.: occorre ricordare che a Courmayeur nel 2015 è stata pure realizzata quella che si può considerare la principale attrazione turistica della Valle d’Aosta, la “Skyway Monte Bianco”, costata ben 138 milioni di Euro – fondi pubblici della Regione Valle d’Aosta. Un’attrazione importante e rinomata (nonché costosissima) che a quanto pare non ha fatto per nulla bene al luogo e alla sua comunità. I cui abitanti infatti se ne vanno via, nonostante la spettacolare funivia e il viavai di turisti che l’affollano di continuo.

Una funivia sulla vetta di tutte le montagne!

La Presidente di ANEF – l’Associazione Nazionale degli Esercenti Funiviari – ormai non ha più remore, più vergogne, più scrupoli. Evidentemente perché non ha parimenti più nessuna relazione autentica, culturale, umana con le montagne e la loro realtà, che la Presidente vede solo come spazi vuoti da riempire, cementificare, infrastrutturare, consumare e (s)vendere a tutti, pensando di far passare tutto ciò come la montagna “inclusiva”, dove tutti hanno il “diritto” di salire, dove sia «normale» arrivare in vetta in funivia (magari in abiti e tailleur griffati oppure vestiti come se si fosse in spiaggia a Riccione), e dove quelli che la pensano diversamente desiderano solo le montagne «abbandonate» in preda a «disastri».

La montagna viene svilita, vilipesa, cancellata: e solo perché la Presidente “vende” funivie pretendendo che chiunque si inchini al suo volere? Ma sul serio si può cadere così in basso, palesare un pensiero tanto banale e dimostrarsi a tal punto cinici nei riguardi delle nostre montagne? Oppure tale comportamento in realtà dimostra le sempre maggiori difficoltà – per ragioni climatiche, ambientali, economiche, eccetera – e il conseguente nervosismo crescente del settore che rappresenta?

Be’, anche al netto di queste inevitabili considerazioni, le dichiarazioni della Presidente di ANEF appaiono tanto goffe quanto inquietanti. E formalmente pericolose: per il futuro delle montagne, della loro cultura, della loro anima. Montagne che – ribadiamolo ancora – sono di “tutti”, sì, di tutti quelli che vi portano rispetto. Dote che evidentemente la Presidente non sa, non riesce, non vuole più manifestare pur di fare spazio agli interessi propri e dei suoi sodali ben oltre quanto sia legittimo e ammissibile. Davvero possiamo accettare un comportamento del genere?

Per chi non lo capisca: non è affatto una mera questione ambientalista ma morale, politica, civica. Di logico, umanissimo buon senso, insomma.

Cosa dovrebbe fare una politica assennata con lo sci

P.S. – Pre Scriptum: «Ma come, siamo in estate e scrivi ancora di sci?» potrebbe chiedere qualcuno. Certo che ne scrivo: perché lo sci si pratica in inverno ma lo si prepara in estate, quando si costruiscono gli impianti, si spianano le piste, si scavano i bacini per l’innevamento e si fa tutto il resto di funzionale ai comprensori e a volte di dannoso alle montagne. In fondo scriverne in inverno è ovvio ma per certi versi “inutile”, già.

Ormai lo sanno anche i sassi che lo sci non rappresenta più il futuro di molti territori montani nei quali ancora oggi si pratica. E, sia chiaro, dico questo con grande inquietudine e tristezza, perché se così non fosse vorrebbe dire che gli effetti dei cambiamenti climatici in corso non sarebbero così pesanti. Lo dico anche con rispetto verso chi lavora nei e per i comprensori sciistici, ma la crescente insostenibilità ambientale e economica che li caratterizza fa della loro presenza al di sotto dei 2000 metri di quota qualcosa di avulso ai territori, e per ciò ancor più impattante.

Insomma, la realtà è chiara e lampante, e a fronte di essa una politica assennata e veramente impegnata nell’amministrare al meglio territori e comunità andrebbe a scalare le risorse finanziarie pubbliche oggi destinate allo sci dirottandole tanto gradatamente quanto in modo crescente alle numerose altre economie locali che lavorano nei territori o che potrebbe essere sviluppate in essi, e che risultano ben più coerenti al divenire della realtà, climatica e non solo, ancor più se in grado di assicurare un’autentica ecosostenibilità.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Una politica intelligente devierebbe, nel giro di qualche anno, il flusso di soldi pubblici dalla monocultura dello sci alla pluricultura comunitaria, e a tal proposito elaborerebbe progetti e piani articolati di sviluppo organico dei territori nei quali l’obiettivo principale sarebbe il benessere delle comunità residenti, alimentato e sostenuto dalle filiere economiche locali e certamente anche dal turismo, ma non più praticato in forme monoculturali e invece realizzato in modi sensati e coerenti con i territori e le loro specificità climatiche, ambientali, culturali, sociali. Anche perché, in un luogo, quando ci stanno bene gli abitanti si trovano bene anche i turisti; inoltre, se gli operatori turistici, che sono in tutto e per tutto soggetti economici, sanno lavorare bene, stanno in piedi da soli producendo utili senza avere bisogno, se non minimamente e in via eccezionale, di aiuti pubblici.

Una politica sensata, giudiziosa, oculata, che fosse veramente espressione (non solo elettorale) dell’anima dei territori e del senso delle comunità locali farebbe tutto questo. Anzi, avrebbe già cominciato a farlo da tempo.

Invece?

Invece ad esempio in Lombardia, nei soli ultimi cinque anni (e al netto dei contributi Covid) la politica regionale ha destinato all’industria dello sci la bellezza di 258.773.795 Euro di soldi pubblici, che diventano 466.473.795 con i fondi per le opere olimpiche (solo quelle prettamente legate alle gare) e con altri finanziamenti. Di quei 258 e più milioni di Euro, ben 150.023.795, pari al 58% del totale, sono stati destinati ai comprensori con quota media pari o inferiore ai 1700 metri, cioè quella alla quale oggi si trova lo zero termico medio invernale sulle montagne lombarde, ovvero la quota al di sotto della quale già oggi la pratica dello sci risulta totalmente insensata:

D’altro canto, una politica realmente degna di tal nome – termine in origine nobilissimo e fondamentale, oggi be’, per come viene manifestata, lasciamo stare – farebbe molte più cose buone e utili per le montagne e le comunità di quelle che la politica che abbiamo concretamente fa. Una politica per la quale, c’è da pensare, le montagne rappresentano soltanto un gran fastidio oppure un mero ambito utile a fare affarismi senza troppi scrupoli. Già.

“La Montagna del futuro” e la difesa delle Cime Bianche sul TGR della Valle d’Aosta

L’onda lunga delle impressioni derivate dall’incontro dello scorso sabato 23 maggio ad Aosta dal titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento” sta continuando a fluire: oltre ai numerosi articoli usciti sulla stampa e sui quotidiani on line, anche il TGR valdostano se n’è occupato con un servizio che ha provato a riassumere i temi e le tante considerazioni emerse dalla serata, nel quale trovate anche gli interventi di Nicola Pech e del sottoscritto.

Il servizio è al minuto 13’35” (cliccate sull’immagine per attivare il link):

Ringrazio molto i cronisti della sede RAI di Aosta per essere intervenuti all’incontro e averne dato testimonianza.

Una serata bella e proficua per il futuro delle montagne, sabato scorso a Aosta

L’incontro di sabato scorso ad Aosta dal significativo titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento”, è stato bello e importante oltre ogni previsione.

Lo è stato per il pubblico numeroso e partecipe, per la bravura e la competenza di Annamaria Gremmo, che l’ha moderato, e di Nicola Pech, relatore insieme a me di contenuti di alto livello, interessanti e illuminati, per il dibattito che successivamente è scaturito con i presenti.

E perché, io credo, qualche buona indicazione su come poter abitare il cambiamento che sta avvenendo sulle nostre montagne, da una parte sottoposte a criticità climatiche, ambientali, socioeconomiche sempre più marcate e, dall’altra parte, assoggettate a iniziative e progetti spesso discutibili quando non palesemente devastanti, è scaturita e l’abbiamo rimarcata.

Ad esempio, che ogni iniziativa realizzata in montagna deve avere al centro la comunità, il suo benessere, i suoi bisogni; che la monocultura turistica è una delle cose più pericolose e degradanti per i territori montani e rappresenta un modello imposto ormai obsoleto da cambiare al più presto; che le terre alte sono un patrimonio collettivo il cui paesaggio e i beni comuni vanno tutelati, non consumati, e non può essere concepito come uno spazio vuoto da sfruttare e mettere a rendita; che la montagna è un ambito tanto meraviglioso quanto complesso ai cui interrogativi non si possono dare risposte troppo semplici e superficiali ma occorre visione, competenze, consapevolezza, senso del contesto, progettualità organica a lungo termine, interlocuzione costante con le comunità.

Qualcuno del pubblico ha detto che è stato un incontro «memorabile». Me lo auguro, e ancor più mi auguro che la memoria fondamentale che le persone possano conservare, e la conseguente consapevolezza, è quella dell’importanza che le montagne hanno per il tempo che stiamo vivendo, per il futuro che ci aspetta, per noi tutti che le abitiamo e le frequentiamo. Sono un patrimonio comune, appunto, del cui futuro tutti abbiamo il diritto e il dovere di esserne responsabili.

N.B.: le foto della prima galleria sono di Francesco Sisti, quelle della seconda sono di Marco Soggetto e tratte dall’articolo citato di “AostaSera.it”.