Contro l’overtourism già si protestava (vanamente) più di un secolo fa

Avanti, costruite ferrovie ovunque, profanate la Jungfrau con il frastuono delle vostre macchine e la cupa marea di gente, e calpestate il suo capo con le vostre suole sporche del fango della grande città! […] Ma l’avete violentata; la svendete per un misero guadagno, come una volgare prostituta!

Così scrive a pagina 228 del suo romanzo “Flut” lo svizzero Jakob Wiedmer, archeologo di grande fama, scrittore, direttore di museo, finanziatore, inventore, uomo di notevole e brillante eclettismo; del libro e del suo autore ne racconta un bell’articolo di “Swissinfo.ch”.

Quelle lì citate sembrano parole scritte oggi riguardo l’infrastrutturazione turistica delle montagne e le conseguenze legate al turismo di massa; invece il romanzo fu scritto nel 1904 e uscì l’anno successivo, quando Wiedmer si fece pure albergatore a Wengen – oggi celeberrima località dell’Oberland Bernese ma ai tempi poco più di un anonimo villaggio di montagna – per aver sposato Maria Stern, donna abile negli affari e proprietaria dell’albergo. Proprio in quegli anni Wengen si stava trasformando in località turistica grazie alle ferrovie che la collegavano a Lauterbrunnen e Grindelwald, ma divenne meta inevitabile del turismo internazionale con l’apertura della Ferrovia della Jungfrau, nel 1912. Wiedmer visse dunque la rapida e per molti versi sconvolgente trasformazione del villaggio, e il suo assoggettamento al turismo di massa, del quale già allora intuì le degradanti dinamiche consumistiche e – oggi si direbbe – “estrattive” a danno dei luoghi e delle loro comunità.

D’altro canto il suo libro è chiaro nei propri contenuti fin dal titolo: “Flut” significa ondata, un termine che tutt’oggi viene utilizzato per descrivere il sovraturismo, o overtourism, in territori che non hanno le capacità di sostenerlo, subendone gli sconquassi. Il libro racconta le vicende di un isolato villaggio di montagna dalle tradizioni rurali si trasforma improvvisamente in una località turistica internazionale invasa dai turisti. I contadini diventano albergatori, sullo sfondo di gelosie e conflitti crescenti che portano a un finale apocalittico: il villaggio viene completamente distrutto da un incendio, simbolo delle conseguenze di uno sviluppo centrato esclusivamente sul turismo e del suo impatto sulla natura alpina. Il romanzo ebbe un buon successo ma non piacque affatto nell’Oberland Bernese, tant’è che nel 1907 i Wiedmer dovettero andarsene da Wengen e si trasferirono a Berna, dove Jakob divenne direttore del Museo storico nel 1907.

[Turisti allo Jungfraujoch. Immagine tratta da https://swissfamilyfun.com.]
Insomma: già più di un secolo fa si erano perfettamente intuite le conseguenze negative che un turismo troppo massificato e basato su dinamiche prettamente economiche e commerciali in territori pregiati e delicati come quelli montani. Anzi: ancora prima, nel 1883, un altro autore svizzero legato all’Oberland, Arnold Halder, pubblicò il racconto Die Stiefelchen oder Was sich in Interlaken Alles treffen kann (“I piccoli stivali, ovvero cosa può succedere a Interlaken”) nel quale descrisse le fratture che il turismo stava generando all’interno delle società alpine e il mondo rurale che si opponeva ai sempre più numerosi e grandi alberghi di lusso.

[Veduta panoramica dell’odierna Wengen, con (nelle nuvole) la vetta della Jungfrau e a destra la celebre valle di Lauterbrunnen.]
Ecco, sono passati 150 anni e nonostante tutto ciò, nonché la grande massa documentale critica nei riguardi del turismo di massa che è stata elaborata nel frattempo in forza del divenire del fenomeno, abbiamo spesso (troppo spesso) lasciato che le montagne venissero violentate e svendute per un misero guadagno, come volgari prostitute, e continuiamo a farlo. Un secolo e mezzo (ma le radici del turismo contemporaneo nascono ancora prima, nel XVIII secolo) di storia, cronache, fatti, conseguenze, successi divenuti fallimenti, paesaggi stravolti, frequenti disastri, culture e identità calpestate, in molte località non è servito a nulla, non ha fatto capire niente. E non tanto sul o contro il turismo in sé (ovvero i turisti), ma riguardo la sua trasformazione in uno strumento di assoggettamento, sfruttamento, consumo e svendita dei territori montani. Che è il modo con il quale ancora oggi il turismo viene considerato e utilizzato da certa politica alienata dalla realtà delle cose, dal tempo e dalla storia ma che, purtroppo, governa molte nostre montagne. Speriamo almeno che non facciano la fine apocalittica del villaggio raccontato da Wiedmer perché, in effetti, le premesse ci sono tutte.

N.B.: le immagini storiche (cioè le prime due nell’articolo) sono tratte dal blog del Museo Nazionale Svizzero.

Se la “sindrome di Heidi” fa ancora danni, sui monti

La trasfigurazione della lotta quotidiana per la sopravvivenza in aree montane strutturalmente deboli in un auspicabile ideale di esistenza è stata in primo luogo un’invenzione di circoli borghesi urbani. Non va dimenticato, per esempio, che Johanna Spyri, l’autrice di Heidi, un successo mondiale, abitava in un moderno appartamento di Zurigo e detestava i lavori domestici, mentre la sua innocente e sonnambula protagonista faceva ritorno, dalla residenza altoborghese di Francoforte, alla miseria degli alpeggi e alle spicciole cure del nonno. Questo genere di racconti svenevoli produceva nei lettori di città un desiderio nostalgico di ancestralità, serenità d’animo e radicamento, in breve, di ciò che abbiamo imparato ad associare all’ingannevole concetto di Heimat. Tuttavia questa Heimat fantasticata doveva ancora essere messa in scena.

A pagina 91 del suo importante e illuminante libro All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche, uscito nel 2024, Selma Mahlknecht ritorna a quella “malattia” della quale ancora oggi la montagna contemporanea soffre, la cosiddetta “sindrome di Heidi”, che ha fatto da radice a molta della visione superficiale e banalizzante con la quale il turismo di massa considera le montagne e le trasforma in quella “Heimat” ingannevole citata nel brano. Una visione che, appunto perché semplicistica, risulta del tutto funzionale ai propri interessi meramente economici e consumistici.

Ma le considerazioni di Mahlknecht rimandano anche a un altro libro basilare, quel Kill Heidi del compianto Sergio Reolon – che fu Presidente della Provincia di Belluno negli anni Duemila e raro esempio di politico assennato e consapevole – il quale fin dal titolo (e ancor più nel sottotitolo: Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose) appare pienamente programmatico rispetto alla suddetta “sindrome”. Che peraltro viene alimentata pure da tre delle quattro categorie nelle quali, nel libro, Reolon suddivideva gli abitanti delle montagne: il non montanaro, il montanaro scompaginato, il montanaro localista e il montanaro civicus – categorie mirabilmente raffigurate nel disegno di Michele Comi che vedete qui sotto.

Figure che, nei primi tre casi, rappresentano appunto la causa/effetto dello stato precario della montagna contemporanea: tra chi pretende di avere voce sulle questioni montane solo perché sui monti ci va a fare le vacanze (sovente in hotel di lusso e salendo sulle cime esclusivamente in funivia), chi in montagna ci vive ma non conosce nemmeno i nomi delle vette e delle località visibili dalle finestre di casa, chi invece forse quelle le conosce ma le usa (usando ugualmente preconcetti e identitarismi privi di cultura e ricchi di demagogie) come baluardi entro i quali barricarcisi, rifiutando qualsiasi possibile evoluzione. Infine chi, invece, riesce a coltivare una certa coscienza su come stanno andando le cose e capisce che con l’idea alpestre artefatta di Heidi e dei suoi epigoni reali, con le caprette-che-fanno-ciao ma pure con le seconde case (vuote per 355 giorni all’anno) o gli impianti di sci per piste sulle quali non nevica più (se non grazie all’innevamento artificiale, ovvero prosciugando torrenti e laghi alpini per far divertire qualche annoiato turista e un tot di stranieri per i quali essere sulle Alpi o in Nuova Zelanda non fa granché differenza) ovvero con tutte le (non) strategie di sviluppo turistico messe in atto negli ultimi decenni la montagna non va da nessuna parte, anzi, si sta viepiù danneggiando da sola.

[Un parco divertimenti a tema Heidi in Carinzia, Austria.]
Bene: se tenete conto che quest’ultimo capoverso che avete appena letto lo scrissi più di 8 anni fa proprio “recensendo” il libro di Reolon, e nonostante ciò è tutt’ora validissimo, capite bene come la “sindrome di Heidi” non solo sia ancora ben attiva sulle nostre montagne, ma che una cura efficace ad essa, almeno in molti luoghi, non sia stata ancora realmente trovata. D’altro canto, forse la cura migliore è proprio quella che Reolon rese titolo del proprio fondamentale libro, con buona pace della celeberrima e pur gentilissima Signora Spyri.

P.S.: posto tutto quanto sopra, è bene dire che Heidi non ha colpe, poverina.

I selfie di nessuno

[Immagine generata con Google Gemini AI.]

Oltre che reiterare ancora una volta il processo di marchiatura, il selfie esprime un insopportabile bisogno di confermare la propria esistenza, di lasciare un documento di sé, una traccia del proprio heideggeriano esserci nel mondo (esserci alla piramide di Cheope, al Taj Mahal), un’ansia di rassicurarci sul fatto che la nostra esistenza non è una bufala, una fola di vento, ma che siamo davvero.

In questo significativo brano tratto dal suo fondamentale libro Il selfie dei mondo (Feltrinelli, 2017; il brano è a pagina 46), Marco d’Eramo esplica una realtà o un “principio” che, se ci pensate un attimo, può essere ben applicato a molte attrazioni che oggi “agghindano” gli ambiti della frequentazione turistica massificata. Penso ad esempio alle panchine giganti, ai ponti tibetani, alle passerelle panoramiche “mozzafiato” e alle altre similari amenità – peraltro tutte cose fatte apposta per i selfie, e viceversa (ma, per aspetti non così dissimili, penso anche a cabinovie, ciclovie, rifugi-gourmet, eccetera): elementi creati appositamente per farci esistere attraverso le “emozioni” che devono (devono, necessariamente) generare e che possiamo (dobbiamo) testimoniare con il nostro telefonino, per “essere” veramente e così sopperire alla crescente incapacità di relazionarci culturalmente con i luoghi nei quali siamo (voce del verbo “essere” e del verbo “stare”, guarda caso), di entrare a far parte del paesaggio locale in quanto mix di elementi naturali, presenza umana e reciproca interrelazione [1]. E se è del tutto naturale e legittimo il nostro costante tentativo di affermare di “esistere”, di “esserci” nel mondo, farlo in questo modo rischia di renderci vittime dell’effetto opposto.

In pratica, tra l’atto immateriale del selfie e le suddette opere ludico-ricreative nella sostanza non c’è differenza: sono entrambi manifestazioni di egoriferimento e di autoreferenza per le quali non conta l’immagine in sé (nel primo caso) o l’attrazione nel secondo, ma conta che ci consentano di palesarci, di affermare «Ehi, ci sono anche io!», di poterci credere veramente “esistenti” e, ribadisco, non attraverso le emozioni vissute ma la loro testimonianza socialmediatica. Infatti, ne ha scritto Marco d’Eramo nel suo libro, come nell’immagine contemporanea in forma di selfie non conta il luogo che si riprende ma noi che ce lo scattiamo, parimenti ai fruitori di panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche eccetera non interessa veramente il paesaggio circostante ma essere sull’attrazione e testimoniarlo. Anche perché quei manufatti non servono affatto a mostrare e/o a rendere più comprensibile i paesaggi nei quali sono stati piazzati, che si coglierebbero e comprenderebbero benissimo anche senza di essi, anzi meglio dacché la visione non verrebbe disturbata dall’installazione metallica e da chi la fruisce in modi sovente futili (ma ciò perché è la stessa attrazione a richiederlo, non perché futili siano le persone che la fruiscono).

Ecco. Poi, da qui a far che il principio dissertato diventi valido anche per cose più grandi – cabinovie, ciclovie eccetera ma pure certe mete turistificate, i “borghi”, le «location»… – non ci passa molta strada. Nel turismo massificato che fa del selfie una delle sue ragioni d’essere fondamentali, tutto ciò che ha un quid di “spettacolare” o che giustifica (anche senza una logica) l’appellativo di “mozzafiato” o altri simili diventa funzionale al riguardo. Tuttavia, quando ciò accade, se tutto può servire a farci credere di essere vivi, probabilmente nulla riesce veramente a conseguire tale scopo. Alla fine crediamo di “essere” ma in realtà non siamo più nessuno.

[1] Convenzione Europea del Paesaggio: https://premiopaesaggio.cultura.gov.it/convenzione-europea-del-paesaggio/

 

Iperturismo, super funivie, mega resort… Cosa è “normale” e cosa non lo è più, sulle montagne di oggi?

[La funivia a due piani di Samnaun, in Svizzera, da 180 persone a cabina. Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
In uno dei tanti passaggi interessanti e stimolanti (alle pagg.115-116) del suo libro “All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche” (del quale vi scriverò presto), Selma Mahlknecht pone l’attenzione su come sulle montagne il turismo sempre più massificato abbia imposto i rigonfiamento, l’ingigantimento di ogni cosa, spostando sempre più in là il limite ovvero sostanzialmente negando che ve ne possa essere qualcuno:

Quand’è che il turismo diventa troppo? Il limite di tolleranza varia in continuazione. Quando si raggiunge un eccesso precedentemente messo in conto, la nostra sensibilità si adatta alla nuova realtà e sposta la soglia del dolore un poco più in là. Come nelle terapie di iposensibilizzazione, l’aumento costante della dose porta a una crescente insensibilità, o come in una dipendenza patologica, si ha il bisogno di alzare continuamente l’asticella del consumo per provare ancora qualche stimolo.

Mahlknecht ha ragione, drammaticamente ragione. Fateci caso: rifugi e ristori lungo le piste da pochi coperti fino a qualche tempo fa oggi servono centinaia di pasti al giorno assomigliando a mense industriali, funivie che caricavano pochi passeggeri per cabina ora ne portano 150 e più, sentieri escursionistici lungo i quali ci si doveva fermare per far passare gli altri camminatori oggi sono ampi tracciati ciclabili se non carrabili, alberghi e pensioni da poche camere e con servizi spartani ora sono grand hotel a più stelle con servizi d’ogni genere per centinaia di ospiti, eccetera.

Una volta le prime cose citate erano normali e nessuno pensava che non potessero esserlo, oggi è “normale” che siano diventate come descritto e nessuno penserebbe di tornare indietro a ciò che erano prima. Tuttavia, sia un tempo che oggi, in montagna ci si divertiva e ci si diverte, si sciava, si faceva la coda agli skilift (gli skilift! Solo uno sciatore per volta che saliva, roba da cavernicoli!) così come oggi alle grandi funivie, si facevano/fanno escursioni, si aspettava/aspetta il proprio turno per pranzare in rifugio. Solo che ogni cosa si è ingigantita – strade parcheggi hotel impianti sentieri rifugi – e questo processo di ingrandimento crescente non sembra avere termine, mentre di contro le montagne sono ancora quelle di una volta, non crescono di più, non hanno più spazio da offrire. Se non sfruttando e consumando il territorio naturale ancora intatto: come se da una parte non ci possano e debbano essere limiti e dall’altra, sulle montagne, di limiti ce ne siano eccome ma lo si ignora.

[La funivia Campodolcino-Alpe Motta, nel comprensorio sciistico di Madesimo in valle Spluga, attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta, che presi tante volte da ragazzino per andare a sciare: 16 persone per cabina, code di ore in salita e in discesa.]
Ribadisco: era “normale” la montagna di una volta ed è “normale” quella di oggi, nel senso che la norma è ciò che noi accettiamo sia tale: ma è evidente che si tratti di due dimensioni differenti, di due montagne rese differenti, di modi di fruirle che hanno la stessa forma ma sostanze ben diverse, dettate dal fatto che il turismo pretende e abbisogna di mandare sempre più persone in montagna ma pure da come noi percepiamo e consideriamo – o non consideriamo – cosa sia la montagna e cosa possa o debba essere. E se ci meravigliamo, in bene o in male, quando vediamo quanto sia diventato grande e confortevole un rifugio lungo le piste da sci che anni fa era piccolo e spartano, facciamo più fatica a constatare cosa sono diventate le montagne nello stesso tempo, le pensiamo sempre come “normali” nella loro apparente immutabilità: diventiamo sempre più insensibili nonché bulimici, come scrive Mahlknecht. In effetti non sono le montagne che cambiano, siamo noi a cambiare, le nostre visioni, gli immaginari, le pretese, le “verità”, e tutto quello che da ciò poi deriva, inclusi i segni che lasciamo sulle montagne – strade case impianti piste eccetera. E ogni cambiamento può essere in meglio oppure in peggio, ça va sans dire.

[Sopra, la “Baita del Sole”, ristoro-alloggio sulle piste di Madesimo, negli anni Settanta; sotto, un “rifugio” (il “Piz Boé Alpine Lounge“) sulle piste dell’Alta Badia, nelle Dolomiti.]
Dunque, per dircela tutta: è veramente normale, la “normalità”? Al netto del contesto temporale in cui si manifesta e di ogni altro ragionamento possibile al riguardo, chi lo stabilisce che lo sia e su quali basi? Perché ciò che un tempo ci sembrava normale oggi non lo è più – ovvero, era più normale prima o adesso? Ancora: non è che ciò che noi stabiliamo come “normale” per il nostro mondo, in base al nostro giudizio, non lo è per il mondo stesso del quale comunque siamo parte?

No, non «si stava meglio quando si stava peggio signora mia!», questa riflessione che state leggendo non vuole affatto essere passatista – per carità, il passatismo è tra le cose più ottuse che si possano manifestare. Ma altrettanto ottuso io penso sia il dare per scontato ciò che potrebbero non esserlo, il considerare qualcosa “normale” senza pensare, riflettere o stabilire quale sia la norma che lo sancisce, e credere che qualcosa possa essere “normale” anche quando genera rischi che invece si potrebbero evitare, con una maggior ponderazione della norma alla base. Fino ad arrivare – per dirne una – a lamentarsi dell’overtourism in montagna e del degrado conseguente quando sulle vette della zona ci arrivano funivie da 150 persone, telecabine da portate di 6000 persone all’ora e ai piedi sono stati realizzati parcheggi da centinaia di posti auto circondati da hotel da duecento camere dove prima c’erano una piccola funivia, uno spiazzo per le auto e qualche piccola pensione. Dove sta il punto di equilibrio – sempre che ce ne sia uno – tra le due dimensioni? E quello di rottura, se l’ingigantimento continua senza sosta e senza che sappiamo stabilirne normalità o anormalità?

[Tignes, rinomata località “ski total” sulle Alpi francesi.]
Non «si stava meglio quando si stava peggio», di sicuro, ma forse si sta veramente meglio quando si riesce a capire ciò che ci può far stare peggio, traendone da questa consapevolezza una “norma”, una normalità, non solo condivisa ma pure sensata, equilibrata, contestuale, veramente razionale e, dunque veramente benefica per tutti. Anche perché a dare per scontate troppe cose, sulle montagne anche più di altrove, ha sempre generato molti problemi e conseguenze infauste. Meglio evitarle.

Di quale turismo hanno bisogno le montagne, e di quale no? Ne parliamo domani sera ad Almenno San Bartolomeo

Vi ricordo l’appuntamento di domani sera, venerdì 20 marzo, ad Almenno San Bartolomeo (Bergamo), presso la Sala Convegni dell’Antenna Europea del Romanico nei pressi della nota Rotonda di San Tomè, dove ospite del primo dei cinque incontri della Rassegna “Sistemi sociali antagonisti o solidali” promossa dal Centro Studi Valle Imagna in collaborazione con Molte fedi sotto lo stesso cielo, Noesis, Associazione Dorainpoi e la Bibliosteria di Cà Berizzi. Una rassegna che vuole approfondire e riflettere sulle trasformazioni più significative della società contemporanea — tra conflitti globali, mutamenti delle democrazie, nuove forme di individualismo e futuro delle comunità.

Parlerò di “Montagne di Turismi” ovvero dei territori montani sottoposti ai flussi turistici contemporanei spesso ingenti e sovente poco o nulla gestiti, tra opportunità preziose, equilibri necessari e rischi potenziali per le comunità residenti. Temi sulla cui evoluzione si fonda molto del futuro prossimo delle nostre montagne, per i quali il turismo è senza alcun dubbio una delle economie più importanti e potenzialmente vantaggiose ma solo se resa organica a ogni altra attiva negli ambiti locali e i suoi aspetti economici non prevaricano quelli ecologici, non solo dal punto di vista ambientale ma, soprattutto, da quelli sociali e culturali.

Sono temi che, inutile rimarcarlo, coinvolgono un po’ tutti: residenti, villeggianti, turisti, operatori economici, appassionati di montagna, società civile. Per ciò mi auguro possiate e vogliate partecipare all’incontro (l’ingresso è libero), e così contribuire alla discussione e al dibattito che ne scaturirà. A domani sera!

Per saperne di più sull’incontro cliccate qui; ringrazio di cuore Andrea Taietti e “L’Eco di Bergamo” per l’ottimo articolo dedicato all’appuntamento e alla rassegna.