Ora dico la mia sulla “questione sacchetti”!

Ok: a questo punto, visto che tutti dicono la loro, anch’io voglio dire la mia sulla “questione sacchetti.

I Sacchetti sono un’antica famiglia nobile fiorentina (il cui stemma vedete lì sopra) nota almeno dal XIII secolo, e forse anche sin dall’XI con un Isacco o Isacchetto che dette il nome al casato, citata nel XVI canto del Paradiso di Dante. Accumulò ingenti ricchezze (anche in proprietà immobiliari, opere d’arte e reperti archeologici) con la mercatura e l’attività bancaria, ricoprendo varie cariche nella città di origine e acquisendo il titolo aristocratico di marchese nel 1594 con Matteo. Attuale primo discendente della famiglia è Urbano, IX marchese di Castelromano.
Ovviamente, tali Sacchetti sono assolutamente, ineluttabilmente, tafonomicamente biodegradabili.

Questo è quanto. Bisogna sempre dire come stanno veramente, le cose! E se tale verità pur inoppugnabile non vi sta bene, andate a quel paese! Sì, al paese di Treglio, intendo dire, e visitate in particolare una delle sue frazioni. Ok?

Tutto il resto al riguardo sono fregnacce. Ecco.

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La politica è morta, abbasso la politica!

Sempre di più le democrazie occidentali producono – per sconcertante paradosso – un potere politico ormai completamente basato sulle caste, sull’autoreferenzialità, sul presenzialismo mediatico come unico contatto con gli elettori, sul più ridicolmente bieco populismo, sulla ciancia vuota e futile,  sull’insulto reso slogan – ultimo confronti delle presidenziali francesi docet. Ovunque, da destra a sinistra, i programmi sono ormai scomparsi, la finalità di guidare civicamente e moralmente i paesi è dimenticata, la “politica” nel senso originario del termine del tutto estinta: il fine principale dei politici contemporanei – sovente l’espressione peggiore della società da cui provengono – è preservare e accrescere il proprio potere, non più a vantaggio del paese governato ma a suo totale discapito. È vero: “ogni popolo ha i governanti che si merita”, ma tale desolante verità è un circolo vizioso sempre più autodistruttivo e letale, nel quale ad averne la peggio sono e saranno sempre, per primi, i singoli individui e comuni cittadini. A meno che, finalmente, quel popolo comprenda, con piena consapevolezza civica e morale, di non poter e dover meritare i governanti da cui si ritrova comandato… Ma forse è pura utopia, questa, ancor più di quanto sostenne Thoreau nella sua (vitale, oggi più di allora) Disobbedienza Civile: il governo migliore è quello che non governa affatto. Anche se, aggiungo io, non vedo come ci si possa ritenere una civiltà realmente avanzata se continuiamo a farci comandare da un sistema di potere politico tanto esanime, qualsiasi esso sia.

“È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. Altri – come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche – servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo.”

E se invece si facesse scoppiare una rivolta dei libri? (Reloaded)

(Questo articolo, balzatomi agli occhi poco fa, lo pubblicavo qui sul blog più di 3 anni fa. Inutile dire che oggi è ancora più valido di allora, e questa non è affatto una bella cosa. Nient’affatto.)

read-booksGià… dei libri piuttosto che di forconi o altro del genere e di così “fumoso”, se non bieco. In fondo, buona parte dei malanni che stanno uccidendo l’Italia nascono in primis da un grave problema culturale. Ignoranza, insomma, in senso generale e soprattutto nel senso di ignorare la realtà, dalla quale deriva la mancanza di consapevolezza e senso civici, il menefreghismo imperante, l’abulia sociale, la spiccata tendenza ad assoggettarsi a qualsiasi potere (o pseudo-tale) che accontenti i propri egoismi… Tutte cose sulle quali prospera e s’ingrassa chi vuole dominare, da sempre e ovunque: il popolo ignorante è ben più semplice da governare che quello consapevole, informato, acculturato – qualità che ne sottintendono un’altra ancor più fondamentale: libero.
Una rivolta dei libri, una rivoluzione culturale che spazzi via ogni cosa che offende l’intelligenza, l’onestà, l’etica e il buon senso comune: e non pensate che, da questo punto di vista, la prima cosa ad essere spazzata via sarebbe proprio la miserabile casta politica che l’Italia si ritrova?

In effetti, dice bene Doctor Who, il personaggio della nota serie TV della BBC prodotta e sceneggiata da Russell T. Davies:

You want weapons? We’re in a library. Books are the best weapon in the world. This room’s the greatest arsenal we could have. Arm yourself!

(Volete armi? Andate in una biblioteca. I libri sono l’arma migliore nel mondo. Questo luogo è il più grande arsenale che potremmo avere. Armatevi!)

Booksareweapons

“Guarda, i signori e i príncipi sono l’origine di ogni usura…”

Hans Baldung Grien, “Ville assiégée pendant la guerre des Paysans”, 1525.
Hans Baldung Grien, “Ville assiégée pendant la guerre des Paysans”, 1525.

La «Guerra dei Contadini» venne combattuta in Germania tra il 1524 e il 1526: fu una rivolta dei più poveri appoggiata da soldati professionisti, tra cui comandanti dei Lanzichenecchi come Florian Geyer, Michael Gaismair e Götz von Berlichingen, basata su ragioni etiche, teoriche e teologiche scaturenti dalla riforma protestante, le cui critiche ai privilegi e alla corruzione della Chiesa Cattolica Romana sfidarono l’ordine religioso e politico costituito. Ma rifletté anche un diffuso malcontento derivante dallo scollamento tra le diverse classi della società germanica del tempo, che permetteva al sistema di potere vigente di assoggettare in maniera sempre più rigida e illiberale la popolazione meno benestante – composta non solo da contadini, peraltro. Per dirla con il leader della rivolta, il pastore Thomas Müntzer, nella sua Confutazione ben fondata: «Guarda, i signori e i príncipi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5,8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea 3,2-4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca
Müntzer peraltro era in principio un discepolo di Martin Lutero, il quale appoggiò inizialmente la rivolta dei contadini per poi invece avversarla duramente: tale “tradimento” contribuì a portare Müntzer su posizioni assai distanti dal suo “maestro” e via via più radicali, arrivando ad affermare che «Lutero dice che la Parola di Dio è sufficiente, ma non si rende conto che la gente che spende ogni minuto del suo tempo per procurarsi il pane non ha tempo per imparare a leggere la Parola di Dio.»
A sua volta Michael Gaismair (militare delle truppe venete e uomo di guerra, dunque) il quale fu pure eletto capo della rivolta dei contadini nel Tirolo, lasciò scritto nel suo Ordinamento un passaggio di strabiliante attualità, che pare scritto in risposta a certi eventi contemporanei: «Tutte le mura cittadine, i castelli e le fortificazioni che si trovano nella regione devono essere abbattute e non devono esserci più in futuro delle città, bensì soltanto villaggi, affinché non esistano più differenze tra gli uomini.»
Vi dico di questo evento storico sostanzialmente ignorato dalla storiografia ufficiale – soprattutto a Sud delle Alpi – principalmente perché narrante d’una rivolta contro la chiesa cattolica e contro i potenti (cioè i “buoni”, eh!) del tempo, quelli che determinavano nel bene e (soprattutto) nel male la vita quotidiana della gente comune, per rimarcare la sua “morale” principale: la Guerra dei Contadini fu l’unica rivolta popolare che ebbe al suo fianco le forze militari contro i poteri dominanti. Non ve ne sono state altre, di simile portata, nella storia.

No, per dire, ecco. Historia semper magistra vitae, vero?

N.B.: evento storico citato da Giuseppe Culicchia (che ringrazio) in Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Einaudi 2016, pag.133, e da me integrato con ulteriori dettagli. Cliccate sull’immagine in testa all’articolo per saperne di più.

Sull’estinzione del “ribelle” nell’era contemporanea

14142036_10153995442978165_7214674882369903251_nAl di là dell’arguta ironia musical-smartphonica che presenta, quest’immagine (ovviamente scovata sul web) mi ha suscitato una certa riflessione (inevitabile e ineluttabile?) sul tempo presente e sullo stato di noi che lo viviamo e determiniamo.
Rappresenta, l’immagine, due “simboli” che in un ordinario immaginario collettivo (un po’ dilatato nel tempo, magari) rappresentano cose del tutto antitetiche: i punk (o meglio i “figli” – quasi i nipoti, ormai – degli originali!) dunque la ribellione sociale moderna per eccellenza, e i telefonini, cioè il massimo (o quasi) del conformismo consumista contemporaneo.
Ora: al di là che, cosa ovvia, non c’è nulla di male che dei punk di oggi utilizzino uno smartphone – ormai sempre meno status symbol e sempre più oggetto di quotidiana utilità (o di assai futile e stupido impiego, ma lasciamo stare…) – questo casuale accostamento dei suddetti concetti di “ribellione” e di “conformismo/sottomissione” (alle “regole” della nostra post-moderna società consumistica) mi fa chiedere: ma oggi, esistono o possono esistere ancora i “ribelli”? E, ribadisco, intendo il termine così come lo intendevano i punk originari degli anni ’70, quelli il cui motto fondamentale era “fuck the system!”, che si opponevano a tutto ciò che fosse emanazione del sistema di potere vigente mirando ad una forma di esasperata anarchia nichilista nella quale, a prescindere dai piccoli o grandi estremismi presenti, si poteva riscontrare una fonte pura di autentica energia ribelle, di opposizione vera e non di facciata, di rifiuto totale delle regole imposte e non di semplice “antagonismo” – il quale di frequente non è che una forma di protesta assolutamente funzionale e necessaria al sistema apparentemente avversato.
Insomma: si può essere ancora veri ribelli, oggi? Oppure la contemporanea società liquida, così straripante di non realtànon luoghi, non idee, non culture, non individui – ha imposto una onnipotente condizione vitale in grado di soffocare e spegnere sul nascere qualsiasi moto – più o meno culturale, sociale, politico, eccetera – di segno contrario? Inoltre, come è stato per il movimento punk – probabilmente l’ultimo grande moto di controcultura popolare internazionale apparso nella storia, capace tutt’oggi di palesare la sua influenza su molte cose, anche se a volte in modo omologato e (paradossalmente) conformista – una tale capacità di ribellione, se esiste, può essere in grado di rendersi visibile e lasciare tracce evidenti della sua azione, oppure resta sostanzialmente confinata alle iniziative del singolo ovvero a sporadici e trascurabili episodi collettivi?
Probabilmente intuirete, dal modo in cui ho posto tali domande, che le personali risposte ad esse tendono alla negazione (peraltro atteggiamento molto punk, quello “negative”!). Già, perché temo che, appunto, una delle più eclatanti vittorie che stia ottenendo il sistema in cui (e con cui) la nostra parte di mondo vive sia proprio quella di saper annullare in modo rapido, scaltro e incisivo qualsivoglia elemento di disturbo, soprattutto ove questi risulti del tutto giustificato, nel proprio moto di ribellione, alla realtà dei fatti. La passione che sovente molte persone manifestano per certe buone cause – bellissima e preziosa, sia chiaro – non ha i crismi della ribellione in senso “punk” ovvero originario: non esce dal recinto del sistema, semmai cerca di spostarne i paletti o variarne la forma. Questione di atteggiamento, senza dubbio (il nichilismo iconoclasta punk non è certamente un modus vivendi così condivisibile da tutti!) ma pure, io temo, di perdita d’un certo nerbo indocile e potenzialmente eversivo che noi uomini d’oggi non abbiamo più, almeno in questo momento storico. Colpa del benessere diffuso, della perdita di valori, di senso civico o di consapevolezza politica, della strategia di depressione culturale così ben diffusa dai media nazional-popolari o più semplicemente di imperante apatia ovvero di qualsiasi altra cosa possibile e immaginabile… beh, fatto sta che di cosa sia la “ribellione” – al di là, ribadisco, di peculiari esperienze individuali e piuttosto solinghe – credo ce ne siamo dimenticati.
Magari, dirà qualcuno, è meglio così. Magari no, penso io. Diceva Camus: “Cos’è un ribelle? Un uomo che dice no.” Oggi, invece, ci fanno dire “sì” anche quando non vogliamo o non sappiamo cosa comporterà: è la società sempre più liquida, e quando sei immerso in un liquido non serve a nulla dire o pure urlare “no!” pensando così di non bagnarti o, peggio, di non affogare!