MONTAG/NEWS #22, la rassegna stampa di alcune delle più interessanti e utili notizie recenti dalle montagne

Il 2025 anno nero degli incidenti in montagna, un sondaggio sulla percezione delle Olimpiadi invernali, una ricerca che rivela chi sono i frequentatori dei rifugi del Trentino, il cibo alpino candidato a “Patrimonio Unesco”, un ottimo e completo resoconto del dossier “Nevediversa 2026“… queste sono solo alcune delle notizie che compongono la rassegna stampa n°22 di “MONTAG/NEWS”, che torna dopo una pausa forzata a proporvi alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. Le notizie più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra, costantemente aggiornata; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Come sempre, buone letture e buoni approfondimenti!


TRENTINO: PIANI REGOLATORI AGGIRATI PER FAVORIRE IL TURISMO INDUSTRIALE

Il Trentino viene spesso raccontato come un “territorio-modello”: efficienza amministrativa, equilibrio tra sviluppo e tutela, una montagna che avrebbe saputo trovare la propria misura nel tempo della crisi climatica. Ma sotto questa superficie ordinata e rassicurante si muove una realtà ben diversa, fatta di deroghe sistematiche, accelerazioni silenziose e trasformazioni profonde del territorio. È qui, nelle pieghe meno visibili delle scelte politiche e urbanistiche, che emerge un’altra storia: quella di una montagna progressivamente adattata alle logiche della crescita, più che ai suoi limiti, e sostanzialmente svenduta alla turistificazione più esasperata. Ne scrive con la consueta esemplare chiarezza Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italiaqui.


2025, MAI COSÌ TANTI INCIDENTI IN MONTAGNA

Spiacevole da dire, ma evidentemente sempre più persone frequentano la montagna senza averne la dovuta conoscenza e consapevolezza. Ecco dunque che il 2025 è stato l’anno con il più alto numero di interventi di sempre in montagna da parte del soccorso alpino. Le missioni del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico sono state 13mila, con un aumento dell’8% rispetto al 2024. In aumento anche i decessi: +13% ovvero ben 528, oltre a 9.624 feriti. Maggiormente coinvolti gli escursionisti: il 43,6% degli interventi del Soccorso è per loro, seguiti da chi pratica mtb e sci con rispettivamente il 7,6% e il 7,4% del totale. Il quadro complessivo conferma la necessità di investire in prevenzione, sensibilizzazione e formazione, contrastando qualsiasi narrazione fuorviante e banalizzante sulla montagna e la sua frequentazione.


IL CIBO ALPINO CANDIDATO A PATRIMONIO DELL’UNESCO

È stata depositata ieri la candidatura multinazionale “Patrimonio alimentare alpino: programmi culturali di salvaguardia promossi dalle comunità” al Registro delle Buone Pratiche di Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. La candidatura, coordinata dalla Svizzera e presentata con Francia, Italia e Slovenia, non chiede il riconoscimento di singole tradizioni, ma valida programmi di salvaguardia gestiti direttamente dalle comunità alpine: dai Parchi naturali regionali francesi delle Bauges alla Valchiusella in Piemonte con la cultura delle erbe selvatiche, dalla cucina tradizionale slovena nell’Alta Carniola al modello Valposchiavo Smart Valley Bio. La decisione dell’Unesco al riguardo arriverà non prima del dicembre 2027.


CHI FREQUENTA I RIFUGI ALPINI DEL TRENTINO (“MERENDEROS” A PARTE)?

La ricerca “I frequentatori dei rifugi del Trentino”, realizzata da TSM-Accademia della Montagna, ha analizzato il profilo di quanti pernottano nei rifugi, approfondendone le caratteristiche sociodemografiche, le modalità di fruizione della montagna e le aspettative nei confronti dei servizi e dei gestori, nonché il livello di consapevolezza rispetto alle tematiche ambientali e alla sostenibilità. Ne scaturisce il profilo di un frequentatore “maturo”, dal punto di vista anagrafico ma anche in relazione all’esperienza e alle modalità di frequentazione della montagna, con un alto livello di istruzione, che ricerca consapevolmente un’esperienza di immersione e distacco. E poi ci sarebbero i “merenderos”: ma sono altra cosa, per fortuna.


DEIMPERMEABILIZZARE I SUOLI ALPINI È UNA PRIORITÀ

Anche nelle Alpi il suolo rappresenta una risorsa spesso trascurata: i terreni alpini immagazzinano acqua, raffreddano l’ambiente circostante e offrono habitat a innumerevoli specie, ma spesso vengono cementificati, impermeabilizzati o danneggiati. Con il progetto “Ground:breaking” la CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi ha mostrato perché è urgente procedere alla deimpermeabilizzazione e come farlo con successo: quattro comuni pilota in Austria, Germania, Italia e Slovenia hanno posto al centro dell’attenzione i temi della deimpermeabilizzazione e del miglioramento del suolo con approcci adeguati alle realtà locali.


REGIO RETICA, COLLABORAZIONE ALPINA TRA ITALIA E SVIZZERA

A poco meno di un anno dal lancio, il progetto Interreg Regio Retica è entrato nella fase operativa. Il comitato che pilota l’iniziativa di cooperazione transfrontaliera fra Bregaglia, Valposchiavo, Engadina e Valtellina ha definito gli indirizzi strategici e operativi. L’obiettivo del progetto è sviluppare strategie condivise per migliorare la qualità di vita dei cittadini e delle imprese su entrambi i lati del confine. Si tratta di circa 200’000 persone fra la Provincia di Sondrio e le Regioni Maloja e Bernina. Un territorio di oltre 4.000 chilometri quadrati che condivide cultura e storia, ma anche incognite e problemi.


UN SONDAGGIO SULLA CONSIDERAZIONE DELLE OLIMPIADI

Anche la Sezione CAI di Bergamo ha prodotto un questionario aperto a tutti riguardante le ultime Olimpiadi invernali appena terminate, che vuole essere un modello base per analizzare a livello centrale il meccanismo proposto come “sostenibile” che avrebbe caratterizzato i Giochi. In concreto, il sondaggio vuole capire quanto i Soci hanno seguito l’evento, dal suo annuncio fino alla conclusione dei giochi; in che proporzione conoscono la posizione espressa in merito dal CAI Centrale; conoscerne l’opinione sulla realizzazione delle infrastrutture necessarie allo svolgimento dei giochi e sul loro impatto sui territori montani; capire in che proporzione i Soci sono a conoscenza delle linee guida contenute nel Bidecalogo. Il sondaggio lo trovate qui.


UN PREMIO A CHI CREA VALORE AGGIUNTO IN MONTAGNA

Dal 2011 in Svizzera il Prix Montagne/Premio Montagna viene assegnato a progetti di aziende, cooperative o associazioni che contribuiscono direttamente alla diversificazione economica e alla creazione di valore aggiunto nelle regioni di montagna. La condizione è che le iniziative abbiano successo economico da almeno tre anni. Insieme al Prix Montagne, dal 2017 viene conferito un ulteriore premio di 20’000 franchi stabilito da una giuria popolare. Per l’edizione 2026 le candidature possono essere inoltrate da subito al sito prixmontagne.ch. Il termine di invio è il 30 aprile prossimo, dopodiché la giuria sceglierà i sei finalisti. I nomi dei vincitori saranno resi noti in occasione della cerimonia di premiazione il 3 settembre a Berna.


IL DOSSIER “NEVE DIVERSA 2026” RACCONTATO BENE

Con un articolato editoriale su “Fatti di Montagna”, Luca Serenthà offre uno dei più completi resoconti sulla presentazione del dossier “Nevediversa 2026”, avvenuta mercoledì 11 scorso a Milano. Scrive Serenthà: «Se si considerano i dati non per difendere il “business as usual”, se si ragiona con le comunità, se ci si confronta con chi fa impresa in montagna, se la politica non guardasse solo all’orizzonte elettorale, allora si raccoglieranno elementi che possono aiutare a tracciare strade nuove che portino a migliorare la vita nelle terre alte, per chi già c’è e per chi vorrebbe tornare o arrivare. Oppure possiamo rimanere ancorati al “si è sempre fatto così”, pensare ostinatamente che all’industria dello sci non c’è alternativa e vedere che succede.»


UN SITO PREISTORICO A OLTRE TREMILA METRI DI QUOTA

Nel 2017, durante un’ordinaria escursione in quota, un escursionista che si trovava a camminare ai piedi del ghiacciaio del Pizzo Tresero, in comune di Valfurva nel Parco Nazionale dello Stelvio, notò qualcosa di insolito sulla superficie di una roccia levigata dal ghiaccio. Non si trattava di una semplice frattura o di un segno naturale: erano figure antropomorfe, zoomorfe e di genere rituale di chiara fattura umana. Fu scoperto così il sito di incisioni rupestri del Pizzo Tresero, la cui quota di oltre 3000 metri lo rende il più elevato d’Europa mai identificato, ufficialmente reso pubblico solo nel novembre 2024 dopo sette anni di studi, analisi e verifiche scientifiche che lo hanno datato a circa 3500 anni fa attestandone tanto l’eccezionalità quanto i numerosi “misteri”.

C’è un luogo che si può definire più di altri il “centro delle Alpi”?

[Le Alpi svizzere dall’aereo. Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay.]
Ci sono molte località che, un po’ per proprie convinzioni variamente legittime (o no), un po’ – be’, soprattutto – per suggestivo e accattivante  marketing turistico, si definiscono “il centro delle Alpi” o “al centro delle Alpi. Sono ovviamente libere di farlo e in ogni caso stabilire quale possa essere il centro della catena alpina, posto che ci sarebbe innanzi tutto da decidere cosa intendere con tale formula, è a dir poco arduo e nella sostanza pure parecchio vano.

Tuttavia, a ben vedere, c’è un luogo che per ragioni più giustificabili di molte altrui, dacché obiettivamente fondate, può sostenere di essere il/al centro o un centro della catena alpina: è il nodo orografico compreso tra la Val Bregaglia, l’Engadina e la Val Sursette, più nota come Surses (romancio) o Oberhalbstein (tedesco). È una zona con vette importanti ma non così eccezionali, visto che la più alta è il Piz Lagrev, di “solo” 3164 metri; però, come detto, delimita tre valli di notevolissima importanza geografica e storica, unite da altrettanti valichi fondamentali per i transiti attraverso le Alpi: il Passo del Maloja, il Passo dello Julier e il Passo del Settimo, i primi due frequentati almeno dall’epoca romana se non prima, il Settimo addirittura dall’Età del Bronzo ovvero da almeno 4000 anni.

[L’alta Val Sursette nel 1977 con il Lago di Marmorera, alle spalle la zona del Passo del Settimo e, sullo sfondo (verso sud), le montagne del gruppo Masino-Disgrazia. Fonte: ETH Library Zurich, Image Archive / WIH_FLs15-281, CC BY-SA 4.0.]
[Tratto di pavimentazione d’origine romana lungo la strada del Passo del Settimo. Foto di Jean-Louis Pitteloud, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Proprio a questa epoca – ovvero a circa il 2000 a.C. – risalgono le tracce di insediamenti abitativi stabili nella Val Sursette: tra i più importanti c’è quello di Padnal-Savognin, un villaggio nel quale si stima abitassero circa cento persone composto da capanne a schiera, costruite a palo e a traliccio e adagiate su un avvallamento, con dotazione di stalle, magazzini, cisterne per la raccolta dell’acqua e officine metallurgiche. Ciò in quanto la zona del Surses è tra le più importanti della Alpi per l’estrazione preistorica dei metalli, oggi fatta oggetto di numerose campagne archeologiche che hanno anche rilevato le testimonianze del rilevante traffico di merci e persone dal versante settentrionale delle Alpi a quello meridionale che qui, evidentemente, aveva una delle sue direttrici transalpine principali, il che rende il territorio che vi sto raccontando ancora più meritorio di essere considerato “centrale” nella geografica storica della catena alpina.

[Gôt Sot, nella parte bassa della Val Sursette, con dietro (verso nord) i paesi di Tinizong e Savognin. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Peraltro, pare che la zona sia stata identificata e percepita come agevole per valicare le Alpi, nonché da abitare, in epoche ancora più preistoriche e non solo dai nostri antenati, visti i numerosi ritrovamenti delle orme dei dinosauri lasciate 200 milioni d’anni fa sulle pareti del Piz Ela, del Tinzenhorn o del Piz Mitgel, montagne che sovrastano la Val Sursette. Come se ogni creatura dotata di senno che si sia trovata in zona nel corso del tempo ne abbia intuito l’importanza strategica, seguendo linee di transito percepite come utili e convenienti alla propria sussistenza tanto nomade quanto stanziale.

[La Val Sursette in veste invernale vista verso nord dal Piz Grevasalvas, vetta tra Surses e Engadina. Foto di Capricorn4049, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ma il fattore che fa della zona tra Bregaglia, Surses e Engadina un centro autentico delle Alpi e dell’intero continente europeo è quello idrografico, peraltro già piuttosto noto e citato. E il “centro del centro” è il Piz Lunghin, sommità che chiude il suddetto nodo orografico verso meridione i cui tre versanti guardano le altrettante valli sottostanti. Ciò comporta che l’acqua che dal Lunghin divalla a sud-ovest sul versante di Bregaglia finisce nella Maira/Mera, poi nel Liro, quindi nell’Adda, nel Po e nel Mar Mediterraneo; l’acqua che scende verso est e l’Engadina va nell’Inn, quindi nel Danubio e dunque nel Mar Nero; l’acqua che fluisce a nord verso il Surses va nel bacino del Reno e dunque nel Mare del Nord e nell’Oceano Atlantico. Ovvero, i tre grandi bacini marini che contornano e definiscono la geografia dell’Europa della quale, per ciò, il “modesto” Piz Lunghin (alto solo 2780 metri) rappresenta il principale baricentro idrografico.

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Elaborazione mia su base Google Earth.]
Ecco, mi piace pensare che proprio seguendo il corso dell’acqua, fondamentale elemento di vita, che da queste montagne si origina per definire la geomorfologia dell’intero continente, anche gli animali e gli uomini siano arrivati, transitati, confluiti, defluiti, ripartiti e ritornati lassù seguendo il corso del tempo e della storia come linee di forza tanto materiali, incise nelle valli e sui fianchi montani, quanto immateriali, proprio come flussi primari della vita possibile sulle Alpi in epoche che sembrano così lontane, pensandoci oggi, eppure durante le quali già stava prendendo forma la grande civiltà alpina. Che tra le vette della Bregaglia, dell’Engadina e della Val Sursette può ben dire di avere uno dei suoi storici fulcri nodali, un “centro geoantropologico” oggi certamente meno imprescindibile di un tempo per i nostri viaggi ma nel quale – forse più che altrove per ciò che vi ho raccontato fino a qui – incontrare e poter dialogare con il Genius Loci delle Alpi e per ciò ancora profondamente affascinante.

Proprio non ce la facciamo a capirla (a meno di andare tutti alle Svalbard)

[Panorama di Ny-Ålesund, tratto da www.facebook.com/nyalesundresearch.]
La ticinese Tessa Viglezio è una scienziata giovane (è nata nel 1997) ma dal curriculum notevole e già prestigioso. Laureata in biologia e con un master in Ecologia e Conservazione, è stata capo della stazione italiana di ricerca polare “Dirigibile Italia” del CNR a Ny-Ålesund, sulle isole Svalbard, mentre ora lavora per il Consorzio internazionale Sios, che gestisce il sistema integrato di osservazione dei territori artici delle Svalbard le cui misurazioni supportano le ricerche scientifiche sul sistema meteoclimatico e ambientale del nostro pianeta.

[Tessa Viglezio in un’immagine tratta da www.facebook.com/dirigibileitalia.]
Intervistata da Andrea Bertagni sul “Corriere del Ticino”, ha formulato – da scienziata tanto quanto da Sapiensalcune considerazioni estremamente significative sul clima attuale e sul rapporto tra le Alpi e noi abitanti dei loro territori. Eccone alcune:

«Alle isole Svalbard i ritmi non sono frenetici come quelli europei, è tutto molto più lento. Anzi, non tutto. Il cambiamento climatico è ad esempio avvenuto in modo molto più veloce». Le temperature sono drasticamente salite, mettendo a rischio gli stessi abitanti, che avendo costruito le loro case sul permafrost, sono costretti a ristrutturare continuamente, visto che il permafrost si sta riducendo molto velocemente rendendo il terreno instabile.

«Quando torno a casa, mi rendo conto che in Svizzera e in Ticino il cambiamento climatico non è avvertito come un problema urgente come invece succede alle Svalbard dove è sotto gli occhi di tutti. Me ne rendo conto e un po’ mi rattristo perché c’è poca consapevolezza che prima o poi i suoi effetti arriveranno e si manifesteranno in tutto il suo clamore anche in Svizzera». Non che qualcosa non stia già succedendo, come dimostrano lo scioglimento dei ghiacciai alpini o l’innalzamento generale delle temperature. Ma se il surriscaldamento del clima costringe già oggi a ricostruire casa forse la presa di coscienza è diversa. Senza il forse. E il fenomeno appare in tutta la sua reale forza e presenza. «È solo questione di tempo prima o poi gli effetti del cambiamento non potremo fare a meno di vederli con i nostri occhi anche in Svizzera e in Ticino.

[Tessa Viglezio con il collega glaciologo Jacopo Pasotti al lavoro negli ambienti polari delle Svalbard. Immagine tratta dal profilo Instagram di Jacopo Pasotti.]

Nel frattempo potrebbero essere messi in campo azioni e strumenti capaci di rallentare l’innalzamento delle temperature e tutto quello che si porta dietro. «Abbiamo le tecnologie e le capacità di innovazione, usiamole anche per il clima».

Così Tessa Viglezio chiude le proprie considerazioni, con una speranza che è però anche un appello alle istituzioni pubbliche affinché agiscano finalmente e concretamente per contrastare le conseguenze della crisi climatica. D’altro canto pure sulle Alpi tali conseguenze, con i disastri che ne conseguono, si fanno sempre più frequenti e distruttive: basti pensare alle frane da fusione del permafrost, alle esondazioni di fiumi e torrenti che si fanno viepiù violente, ai fenomeni estremi come la tempesta Vaia, eccetera. Probabilmente noi qui, a differenza degli abitanti delle isole Svalbard, siano meno sensibili, più distratti, convinti che in un modo o nell’altro ce la possiamo sempre cavare, troppo viziati per percepire e elaborare il rischio. O forse, mi viene da temere, non abbiamo (più) la stessa relazione con il territorio nel quale abitiamo che invece le genti delle Svalbard ancora conservano, non ci sentiamo più legati ad esso, all’ambiente naturale del quale abbiamo dimenticato di fare parte. Così, inevitabilmente, non sappiamo più cogliere i segnali d’allarme che il territorio e l’ambiente ci inviano attraverso i fenomeni in rapida estremizzazione, e di questa svagatezza diffusa la politica – a livello globale salvo rarissime eccezioni, purtroppo – se ne approfitta per soprassedere al problema, liquidandolo con tante belle parole ma con ben pochi fatti concreti: le tante COP sul clima susseguitesi nel corso degli anni lo dimostrano bene.

[L’altipiano di Fellaria, nel Gruppo del Bernina, uno dei pochi ambienti “polari” delle Alpi lombarde. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]
Dobbiamo arrivare a subire i disagi degli abitanti delle Svalbard e vederci trasformare, degradare, rovinare i territori nei quali abitiamo per essere più consapevoli di ciò che sta succedendo a noi e all’intero nostro pianeta e dunque per intimare alla classe politica di smetterla di blaterare e invece agire con decisione e rapidità al fine di scongiurare conseguenze ancora più deleterie della crisi climatica? O preferiamo continuare a pensare che, anche stavolta, «andrà tutto bene»?

Il famoso e identitario “Fritto misto di pesce del Bernina”

[La Cima Motta, 2336 m, nel comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco. Foto di Zbigniew Rutkowski, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Durante la 26esima edizione delle Giornate del Turismo Montano che si sono svolte a Trento lo scorso novembre, è emersa una delle sfide principali che dovrà affrontare da qui al prossimo futuro il turismo montano: quella di sviluppare un racconto identitario dei territori di montagna, la narrazione dunque non solo dei servizi offerti ma anche – e soprattutto – delle specificità culturali, delle tradizioni, dei prodotti locali e delle esperienze autentiche che si possono vivere nelle terre alte e che rendono ciascun luogo montano unico e peculiare. Uno storytelling peraltro sempre più richiesto e apprezzato da chi decide di passare le proprie vacanze e trascorrere del tempo in montagna.

Ecco infatti come la Valmalenco decide al volo di partecipare a tale così importante sfida turistica:

[Articolo pubblicato da “Il Giorno” il 4 dicembre scorso, si veda anche qui.]
«A Cima Motta apriremo un ristorante di pesce, gestito da due cuochi di Pantelleria!» Ma certo, cosa c’è di più tradizionale e identitario per una valle delle Alpi Retiche?

Be’, sarebbe da standing ovation se fosse la gag di uno spettacolo comico… ma non lo è, no.

Per la cronaca, e per chi non conosca il luogo, Cima (o Monte) Motta è il secondo punto più alto del comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco e lo stabile nel quale si vorrebbe aprire il “ristorante di pesce” è parte della vecchia stazione di arrivo dell’ovovia ormai dismessa da decenni: un fabbricato parecchio vetusto che sarebbe da ristrutturare radicalmente oppure da abbattere, eliminandone l’attuale desolante visione.

In ogni caso, al netto di ciò e pure della “simpatia” che potrebbe suscitare l’iniziativa malenca, capirete bene quali cortocircuiti culturali inneschi lo sci di oggi nel disperato tentativo di restare attrattivo e contrastare l’inesorabile agonia alla quale viene sottoposto dalla crisi climatica e dalle circostanze socioeconomiche attuali – nel mentre che, con tali iniziative bislacche, temo proprio che invece acceleri la propria fine. D’altro canto vorrei proprio sapere chi sia lo sciatore che sale in alta Valmalenco, al cospetto dei ghiacciai del Bernina e a due passi dalla Svizzera, agognando di mangiare un fritto misto di pesce siciliano. Chissà se nel frattempo a Pantelleria giungeranno turisti desiderosi di gustarsi un ottimo piatto di pizzoccheri o di sciatt valtellinesi?!

Mi sa che, a pensarci bene, l’unico «fritto» qui sia lo sci, ormai diventato un «misto» di imprenditoria turistica sgangherata e alienazione culturale sconcertante in balìa degli effetti della crisi climatica, già.

Trasformare le criticità in opportunità. La frana di Lanzada e una potenziale bella lezione per tutte le nostre montagne

Qualche tempo fa vi ho scritto della frana, “piccola” ma impressionante, caduta in Valmalenco sul versante montuoso ove transita la strada che da Lanzada sale verso Franscia e Campo Moro, rimasta gravemente danneggiata il che ha imposto l’isolamento della zona a monte, assai rinomata e frequentata sia in estate che in inverno anche grazie alla presenza di numerosi rifugi.

Al riguardo, su “montagna.tv”, Michele Comi offre una delle sue intriganti riflessioni su come l’evento, al netto degli evidenti disagi che genera (la strada non riaprirà che nella primavera prossima, se tutto va bene) e nella fortuna che non vi sono state vittime, può diventare l’occasione per ritrovare un rapporto più autentico con la montagna e dire addio al mordi e fuggi:

Ora che la strada è interrotta, possiamo provare a rallentare, rinunciare alla toccata e fuga giornaliera, prenderci il tempo necessario per attraversare la montagna dal basso. Due, tre giorni d’avventura. Un viaggio che parte dal fondovalle, attraversa i piani altitudinali uno dopo l’altro e ci rimette in sintonia con il ritmo dell’ambiente.

[Le zone di Campo Moro, con l’omonima diga, e di Campagneda sovrastata dal Pizzo Scalino, rimaste isolate a seguito della frana di Lanzada.]
In effetti, posto che la strada di collegamento alle zone di Campo Franscia e Campo Moro fu realizzata negli anni Cinquanta del Novecento e aperta al traffico privato negli anni Sessanta, è come se tutta l’area ora isolata sia stata rimandata indietro nel tempo di quasi un secolo, quando lassù vi si poteva giungere solo a piedi peraltro lungo mulattiere che in molti tratti rappresentano veri capolavori di ingegneria vernacolare, come la definisco io. In tal senso è ovviamente comprensibile la decisione di alcuni dei rifugi posti a monte della frana di chiudere fino a che la strada non verrà ripristinata, ma è altrettanto ammirevole la scelta dei gestori del Rifugio Zoia, a Campo Moro, di tenere invece aperto, sicuramente per le festività natalizie e poi in base alle circostanze del momento: chi salirà lassù potrà godere di una dimensione alpestre più unica che rara, di quieti e silenzi quasi impossibili da ritrovare altrove sulle nostre iper-antropizzate Alpi, di un’esperienza che, facilmente, diventerà indimenticabile. Chapeau ai ragazzi dello Zoia!

[Il Rifugio Zoia.]
In generale, mi viene da ampliare il principio delle riflessioni di Michele Comi a tutto il contesto montano, che quasi sempre tende a subìre troppo – suo malgrado – le difficoltà e le criticità che ne caratterizzano la realtà corrente. Credo che uno dei paradigmi da cambiare, in tema di vita nei territori montani, sia anche questo: comprendere se e come certe criticità sovente croniche delle quali la montagna soffre non possano essere trasformate in specificità e dunque in potenziali opportunità, in considerazione del fatto che la montagna è differente da ogni altro luogo e comunque non potrà mai godere degli stessi agi dei territori più urbanizzati se non attraverso stravolgimenti materiali e immateriali così profondi dei propri territori e della propria anima da rischiare non solo l’omologazione più banalizzante ma pure l’annientamento dell’identità peculiare, del senso stesso di essere «montagna» e, dunque, della propria esclusiva attrattività.

Questo (serve dirlo?) non significa che gli abitanti dei territori montani debbano essere condannati a vivere in maniera meno agiata rispetto a quelli dei contesti cittadini, ma significa che non si può sempre pensare di infrastrutturare le montagne a (bieca) imitazione delle città solo perché così si rende la vita più comoda ai turisti, che invece devono finalmente tornare a comprendere che, ad esempio, un rifugio di montagna innanzi tutto non è un albergo e, ancor più, che per essere ciò che è deve richiedere di essere raggiunto in maniera consona e equilibrata al luogo in cui si trova: con una bella e rinfrancante camminata su un vero sentiero, con l’adeguata attenzione al territorio che si attraversa, portandosi in spalla uno zaino con tutto ciò che occorre alla frequentazione autentica dei territori in quota… così come con la considerazione che il villaggio nel quale si alloggia non è un quartiere periferico di una grande città ma un luogo che proprio in ciò che non ha sa offrire molto di ciò che manca alle città. Che non sono negozi parcheggi locali notturni discoteche o che altro ma la dimensione montana vera, il silenzio, la tranquillità, il cielo stellato senza inquinamento luminoso, la magia del bosco, la fatica del sentiero e la soddisfazione di averlo percorso fino alla meta, le chiacchiere scambiate con altri escursionisti lungo quel sentiero, la visione sfuggente di un selvatico, le multiformi geografie alpestri e la vastità dei panorami da lassù visibili… insomma, non credo serva continuare perché chiunque potrebbe andare avanti per ore.

[Uno dei Laghi di Campagneda con il Pizzo Scalino.]
Trasformare le criticità in opportunità, senza piangersi addosso e/o aspettare che la politica intervenga o altri soggetti facciano “cose”, quasi sempre calandole dall’alto senza interlocuzione con le comunità, ma riflettere, meditare, analizzare, capire come le proprie specificità montane possano e sappiano rendere i luoghi speciali, ognuno a suo modo unico e dotato di proprie potenzialità geografiche, economiche, sociali, culturali delle quali poter fruire e poi offrire ai visitatori come valori aggiunti del luogo. Sarebbe una piccola/grande rivoluzione per le nostre montagne, di sicuro non semplice da mettere in atto ma altrettanto certamente più difficile da dirsi che da farsi se mancano la visione necessaria e almeno la volontà di provare di cambiare quelle carte – sempre le stesse, in effetti – fino a oggi sul tavolo montano.

Un esempio significativo al riguardo lo offre lo stesso Michele Comi nel proprio articolo su “montagna.tv” in merito a quanto accaduto in Valmalenco:

Provare a pensare che un singolo minibus può trasportare gli occupanti di molte vetture e liberare dai parcheggi intere cataste di lamiere, oltre ad esporre molto meno le persone ai pericoli di crollo, che non potranno mai essere del tutto eliminati. È un inizio semplice, concreto. Perché non provare ad agire sui comportamenti, e non soltanto sulle opere di contenimento e difesa?

[Il Gruppo del Bernina riflesso in un laghetto nella Valle di Scerscen.]
Ecco. Godere di questi mesi di silenzi profondi e salvifici, lassù oltre la frana di Lanzada, e capire come farne un privilegio peculiare del luogo non facendoci più andare così tante autovetture private come prima, invece che una calamità perché le autovetture private non ci possono andare come prima. Cambiare paradigma, prospettiva, visione, consapevolezza. È difficilissimo da fare solo se non vogliamo farlo. Se invece volessimo, chissà, potrebbero aprirsi dei mondi straordinari che avevamo a portata di mano ma non eravamo capaci di vedere.