Super ricchi o meno abbienti, questo è il dilemma (di St. Moritz!)

[[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org, rielaborata da Luca.]
Nel giro di pochi giorni sono uscite due notizie riguardanti St. Moritz – la celeberrima località svizzera che immagino non abbisogni di presentazioni – di tono sostanzialmente opposto: una contrapposizione di contenuti che dimostra bene come sulle Alpi, in quest’epoca di cambiamenti molteplici, a volte positivi, altre volte no, si incrocino e in certi casi si scontrino dinamiche complesse derivanti da realtà spesso opposte che si trovano a manifestarsi nello stesso momento e nello stesso luogo in modi piuttosto paradossali, e che abbisognano di gestioni (politiche, amministrative, sociali, culturali) oculate e sensate, al fine di evitare devianze dannose e potenzialmente degradanti.

Vengo al dunque. La prima notizia è che secondo la pubblicazione “UBS Luxury Property Focus 2026“, St. Moritz si conferma la località più cara delle Alpi e tra le più costose al mondo per l’acquisto di una casa, con un prezzo medio di 52.000 Franchi al metro quadrato, pari a oltre 57.800 Euro. Un “record” che rappresenta l’apice attuale di un incremento costante dei prezzi, che sono aumentati di oltre il 40% rispetto ai livelli pre-pandemia, con un’accelerazione decisa tra il 2021 e il 2022. Negli ultimi dieci anni il costo delle case nella località dell’Engadina è passata da circa 25.000-30.000 Franchi/mq al valore medio attuale di 52.000 Franchi/mq prima citato, ma con punte – in aree particolarmente esclusive come Via Brattas o il versante Suvretta, che arrivano a 75.000-100.000 Franchi/mq per proprietà uniche.

Per la cronaca, nella classifica delle località alpine più costose, a St. Moritz seguono Gstaad e Verbier, anch’esse in Svizzera, con circa 45.000 Franchi (49.100 Euro circa). Negli altri paesi alpini, a Courchevel (Francia) il costo è di 32.000 Euro/mq, a Kitzbuhel in Austria circa 20.000 Euro/mq: un costo simile lo si riscontra a Cortina d’Ampezzo, la località più cara delle Alpi italiane, con costi oscillanti tra i 15 e i 20.000 Euro/mq. Quale termine di paragone, il costo al mq di una casa a Montecarlo/Principato di Monaco è di 57.500 Euro, molto simile a quello di St. Moritz.

[Foto di jjgunn da Pixabay.]
La seconda notizia: il Comune di St. Moritz ha iniziato la costruzione di un edificio nella zona Signal, tra le piste da sci e il lago, che ospiterà 19 appartamenti da affittare alle persone residenti in base al loro reddito, quale primo progetto di un più ampio piano comunale per provare a risolvere la carenza di case a prezzi accessibili per gli abitanti, molti dei quali lavorano proprio nel settore del turismo di extra lusso che rendere celebre la località svizzera.

Tuttavia, a fronte dell’immagine internazionale, il Comune engadinese ha dovuto riconoscere la mancanza di case per molte persone con un reddito medio-basso – per i parametri svizzeri – come quelle più giovani o che vivono da sole, le quali non possono permettersi affitti alti quanto medi in loco. Paradossalmente, come rimarcano i dati dell’Ufficio federale di statistica svizzero riferiti al 2024, le costruzioni e la ristorazione (cioè chi costruisce le case per i super ricchi a chi lavora a beneficio del loro soggiorno turistico, in pratica) sono in effetti tra i settori con i salari medi mensili più bassi in Svizzera, rispettivamente di circa 6.100 Franchi (6.600 Euro) e 8.500 Franchi (9.200 Euro): tantissimo per gli standard italiani, pochissimo per quelli di chi deve vivere dignitosamente in alta Engadina. L’obiettivo del Comune è quello di realizzare col tempo almeno 200 appartamenti per queste categorie di persone (con costi d’affitto mensili variabili tra i 750 Franchi per un monolocale ai 2.500 per un quadrilocale) e così provare a evitare che St. Moritz si spopoli, mettendo a rischio la presenza delle scuole, del commercio locale, del sistema sanitario e di tutti gli altri servizi di base, e trasformando definitivamente la località nel più lussuoso non luogo del pianeta. Esattamente come succede in qualsiasi piccolo comune montano nostrano: a dimostrazione che la montagna, nell’estrema varietà di situazioni sociali, economiche, ambientali, culturali e politiche che presenta, palesa ovunque rischi, criticità e problematiche simili.

Insomma, è una situazione piuttosto paradossale, lo ribadisco: da un lato St. Moritz si adopera – volente o nolente – per diventare una località sempre più lussuosa e per super ricchi, dall’altro deve impegnarsi a non spopolarsi permettendo di restare in loco alle persone che lavorano a conseguire il primo obiettivo e al servizio dei super ricchi. Il che manifesta in chiave turistico-alpina la realtà globale in divenire al riguardo e il costante aumento della disuguaglianza tra fasce più ricche e fasce più povere della popolazione, Inoltre, nello specifico, dimostra che non è tutto oro quello che luccica e dietro certi apparenti “paradisi”, che tali effettivamente sono per alcuni ma non per tutti, si celano dinamiche e criticità non dissimili da altri luoghi e contesti ben differenti.

[Hotel e ville di lusso a St. Moritz. Foto tratta da www.glamourmagazine.co.uk.]
D’altro canto, come ribadisco spesso, la montagna è un mondo complesso e per molti versi lo è più di tanti altri: pensarla e considerarla come una sorta di mondo a parte, di luogo felice, di contesto heidiano con montagne meravigliose, prati fioriti e «caprette che fanno ciao» ovvero di divertimentificio al servizio di chiunque lo possa raggiungere e, in tali casi, se lo possa permettere e per ciò trasformabile in tal senso trascurando effetti, conseguenze e portato nel tempo, è la cosa più sbagliata e svilente (per la montagna) che si possa fare. Anche nel paradiso scintillante di St. Moritz, già.

Eliski ed eliturismo, quando l’oltraggio alle montagne giunge dal cielo

Di recente Mountain Wilderness Switzerland, con una serie di manifestazioni sparse per le Alpi svizzere, ha rilanciato la battaglia contro la pratica dell’eliski, da sempre ritenuta una delle più dannose e impattanti sull’ambiente alpino ma ora, con la piega sempre più marcata verso il lusso e «l’adrenalina» che sta prendendo il turismo sciistico e nonostante la crescente sensibilità ambientale diffusa anche in forza delle criticità climatiche di cui le Alpi soffrono, in forte crescita.

Già nel 2012 un rapporto della Commissione federale per la protezione della natura e del paesaggio (CFNP) rimarcava che gli atterraggi in montagna sono incompatibili con gli obiettivi di tutela dei paesaggi di importanza nazionale (in Svizzera denominate “zone IFP”); tuttavia il governo federale non ha mai affrontato la questione. Nel frattempo, il numero di movimenti aerei è aumentato vertiginosamente nei 40 siti di atterraggio consentiti sulle Alpi svizzere. Mentre nel 2007 si registravano 10.112 movimenti aerei in aree di atterraggio situate in zone IFP, questa cifra è salita a 17.024 nel 2024: rappresentando un aumento di quasi il 70%. Circa la metà di questi movimenti aerei è legata ad attività turistiche come l’eliski o a eventi turistici di vario genere sui ghiacciai.

Per Mountain Wilderness Switzerland la situazione attuale è inaccettabile. I paesaggi montani più belli e preziosi necessitano di una maggiore protezione, per questo motivo l’associazione chiede che la questione venga esaminata più a fondo, per verificare se gli atterraggi in queste aree protette siano legalmente consentiti, e presenterà una richiesta di divieto al Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DETEC).

[Una mappa delle aree svizzere – i pallini blu – nelle quali è concesso l’atterraggio per la pratica ell’eliski. Le aree verdi sono zone sottoposte a tutele ambientali, quelle marroni sono aree totalmente interdette ad attività antropiche.]
«Con oltre 2.400 impianti di risalitasostiene Mountain Wilderness Switzerlandle montagne svizzere sono già ottimamente servite. Gli atterraggi di aerei ed elicotteri in montagna per attività come l’eliski o gli aperitivi sul ghiacciaio sono un lusso superfluo; quando avvengono in aree protette, sono del tutto inappropriati. I voli in montagna rendono accessibili anche le regioni più remote senza sforzo fisico, ma disturbano l’ambiente montano unico con rumore e gas di scarico. Mountain Wilderness Switzerland si impegna a rispettare l’ambiente montano, che offre uno spazio di calma, consapevolezza ed esperienze della natura nella sua forma più pura, qualcosa che è diventato raro nella frenetica vita quotidiana di molti. Allo stesso tempo, l’ambiente montano è un habitat fragile per la flora e la fauna, che richiede attenzione. Pertanto, la tutela dei paesaggi più preziosi della Svizzera, le aree IFP, deve essere attuata in modo coerente.»

E in Italia come vanno le cose con l’eliski?

Un po’ come Svizzera se non peggio, e anche qui a causa dell’assenza cronica di una regolamentazione nazionale coerente (presente invece in Francia, Austria, Germania e Slovenia, dove normative precise regolano l’accesso motorizzato alle montagne). Una carenza che dura almeno più di 25 anni, visto che le prime proposte di regolamentazione risalgono al 1998 ma in ambito parlamentare non hanno mai avuto corso concreto, che lascia alle regioni la discrezionalità sul consentire o vietare la pratica determinando un panorama frammentato, confuso, incoerente, anche per la difficoltà oggettiva di controllare e nel caso punire i trasgressori. Una situazione che sembra fatta apposta per essere violata, aggirata, disattesa, insomma, in perfetto “stile” italico.

[Eliturismo – o Instaeliturismo, verrebbe da dire – nelle Dolomiti.]
In ogni caso, sulle montagne italiane l’eliski si pratica soprattutto in Valle d’Aosta e in alcune zone di Piemonte, Lombardia e Veneto, mentre in Trentino e in Alto Adige è formalmente vietato; per la cronaca, il sito “Italiaskirama.it” indica anche la pratica dell’eliski sulle Alpi del cuneese, a Sella Nevea in Friuli e a Roccaraso, in Abruzzo. Tuttavia, come accennato, i tentativi di aggirare i regolamenti vigenti e le conseguenti violazioni non sono rare: basta presentarli come eventi promozionali, attrazioni turistiche o mascherarli come voli di servizio che le deroghe vengono concesse e il gioco – ovvero il danno – è fatto.

Come in Svizzera, anche in Italia è la delegazione nazionale di Mountain Wilderness a denunciare (si veda qui) la situazione e l’inaccettabile realtà di fatto derivante. Secondo l’associazione, il vuoto legislativo nazionale contribuisce a generare un effetto paradossale: l’eliski viene percepito come normale, persino legittimo, nonostante le chiare ripercussioni su ecosistemi fragili, specie nel periodo invernale. È urgente una legge nazionale che armonizzi le norme, garantendo coerenza tra Regioni e Province autonome. Tale normativa dovrebbe includere divieti chiari per voli turistici e ricreativi, limiti acustici e di impatto, strumenti di controllo tecnologici efficaci e sanzioni realmente dissuasive. Solo un intervento organico potrebbe porre fine alla frammentazione legislativa e alle deroghe arbitrarie, restituendo dignità alle montagne e garantendo un turismo più sostenibile e rispettoso.

[Una manifestazione copntro l’eliski di Mountain Wilderness Italia di qualche anno fa.]
L’eliski sulle Alpi italiane rappresenta non solo un problema ambientale ma anche un esempio emblematico di come la mancanza di una legislazione nazionale coerente possa produrre effetti devastanti, vanificando gli sforzi locali e internazionali di tutela del patrimonio montano.

La montagna, con i suoi ecosistemi unici e fragili, merita regole chiare e applicate con rigore, soprattutto in merito ad attività antropiche non solo palesemente impattanti ma pure del tutto aliene alla cultura della montagna e alla sua frequentazione più consapevole e proficua. È bene mantenere alta l’attenzione sul tema e rilanciare il più possibile l’azione contro tali pratiche: e se non lo sa fare la miserrima classe politica che ci ritroviamo, che lo faccia la società civile, cioè tutti noi. Le nostre montagne lo meritano e noi glielo dobbiamo.

C’è un luogo che si può definire più di altri il “centro delle Alpi”?

[Le Alpi svizzere dall’aereo. Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay.]
Ci sono molte località che, un po’ per proprie convinzioni variamente legittime (o no), un po’ – be’, soprattutto – per suggestivo e accattivante  marketing turistico, si definiscono “il centro delle Alpi” o “al centro delle Alpi. Sono ovviamente libere di farlo e in ogni caso stabilire quale possa essere il centro della catena alpina, posto che ci sarebbe innanzi tutto da decidere cosa intendere con tale formula, è a dir poco arduo e nella sostanza pure parecchio vano.

Tuttavia, a ben vedere, c’è un luogo che per ragioni più giustificabili di molte altrui, dacché obiettivamente fondate, può sostenere di essere il/al centro o un centro della catena alpina: è il nodo orografico compreso tra la Val Bregaglia, l’Engadina e la Val Sursette, più nota come Surses (romancio) o Oberhalbstein (tedesco). È una zona con vette importanti ma non così eccezionali, visto che la più alta è il Piz Lagrev, di “solo” 3164 metri; però, come detto, delimita tre valli di notevolissima importanza geografica e storica, unite da altrettanti valichi fondamentali per i transiti attraverso le Alpi: il Passo del Maloja, il Passo dello Julier e il Passo del Settimo, i primi due frequentati almeno dall’epoca romana se non prima, il Settimo addirittura dall’Età del Bronzo ovvero da almeno 4000 anni.

[L’alta Val Sursette nel 1977 con il Lago di Marmorera, alle spalle la zona del Passo del Settimo e, sullo sfondo (verso sud), le montagne del gruppo Masino-Disgrazia. Fonte: ETH Library Zurich, Image Archive / WIH_FLs15-281, CC BY-SA 4.0.]
[Tratto di pavimentazione d’origine romana lungo la strada del Passo del Settimo. Foto di Jean-Louis Pitteloud, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Proprio a questa epoca – ovvero a circa il 2000 a.C. – risalgono le tracce di insediamenti abitativi stabili nella Val Sursette: tra i più importanti c’è quello di Padnal-Savognin, un villaggio nel quale si stima abitassero circa cento persone composto da capanne a schiera, costruite a palo e a traliccio e adagiate su un avvallamento, con dotazione di stalle, magazzini, cisterne per la raccolta dell’acqua e officine metallurgiche. Ciò in quanto la zona del Surses è tra le più importanti della Alpi per l’estrazione preistorica dei metalli, oggi fatta oggetto di numerose campagne archeologiche che hanno anche rilevato le testimonianze del rilevante traffico di merci e persone dal versante settentrionale delle Alpi a quello meridionale che qui, evidentemente, aveva una delle sue direttrici transalpine principali, il che rende il territorio che vi sto raccontando ancora più meritorio di essere considerato “centrale” nella geografica storica della catena alpina.

[Gôt Sot, nella parte bassa della Val Sursette, con dietro (verso nord) i paesi di Tinizong e Savognin. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Peraltro, pare che la zona sia stata identificata e percepita come agevole per valicare le Alpi, nonché da abitare, in epoche ancora più preistoriche e non solo dai nostri antenati, visti i numerosi ritrovamenti delle orme dei dinosauri lasciate 200 milioni d’anni fa sulle pareti del Piz Ela, del Tinzenhorn o del Piz Mitgel, montagne che sovrastano la Val Sursette. Come se ogni creatura dotata di senno che si sia trovata in zona nel corso del tempo ne abbia intuito l’importanza strategica, seguendo linee di transito percepite come utili e convenienti alla propria sussistenza tanto nomade quanto stanziale.

[La Val Sursette in veste invernale vista verso nord dal Piz Grevasalvas, vetta tra Surses e Engadina. Foto di Capricorn4049, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ma il fattore che fa della zona tra Bregaglia, Surses e Engadina un centro autentico delle Alpi e dell’intero continente europeo è quello idrografico, peraltro già piuttosto noto e citato. E il “centro del centro” è il Piz Lunghin, sommità che chiude il suddetto nodo orografico verso meridione i cui tre versanti guardano le altrettante valli sottostanti. Ciò comporta che l’acqua che dal Lunghin divalla a sud-ovest sul versante di Bregaglia finisce nella Maira/Mera, poi nel Liro, quindi nell’Adda, nel Po e nel Mar Mediterraneo; l’acqua che scende verso est e l’Engadina va nell’Inn, quindi nel Danubio e dunque nel Mar Nero; l’acqua che fluisce a nord verso il Surses va nel bacino del Reno e dunque nel Mare del Nord e nell’Oceano Atlantico. Ovvero, i tre grandi bacini marini che contornano e definiscono la geografia dell’Europa della quale, per ciò, il “modesto” Piz Lunghin (alto solo 2780 metri) rappresenta il principale baricentro idrografico.

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Elaborazione mia su base Google Earth.]
Ecco, mi piace pensare che proprio seguendo il corso dell’acqua, fondamentale elemento di vita, che da queste montagne si origina per definire la geomorfologia dell’intero continente, anche gli animali e gli uomini siano arrivati, transitati, confluiti, defluiti, ripartiti e ritornati lassù seguendo il corso del tempo e della storia come linee di forza tanto materiali, incise nelle valli e sui fianchi montani, quanto immateriali, proprio come flussi primari della vita possibile sulle Alpi in epoche che sembrano così lontane, pensandoci oggi, eppure durante le quali già stava prendendo forma la grande civiltà alpina. Che tra le vette della Bregaglia, dell’Engadina e della Val Sursette può ben dire di avere uno dei suoi storici fulcri nodali, un “centro geoantropologico” oggi certamente meno imprescindibile di un tempo per i nostri viaggi ma nel quale – forse più che altrove per ciò che vi ho raccontato fino a qui – incontrare e poter dialogare con il Genius Loci delle Alpi e per ciò ancora profondamente affascinante.

I voli turistici in montagna, oggi (non) come un secolo fa

[Foto di Banff Lake Louise Tourism & Travel Alberta.]
Il “Corriere del Ticino”, quotidiano della Svizzera italiana, nella sua rubrica “Cent’anni fa” ove ripropone alcune notizie pubblicate sul giornale un secolo esatto fa, ricorda che l’11 dicembre 1925 «La Compagnia aerea Ad Astra ha l’intenzione di organizzare anche nella attuale stagione invernale, a St. Moritz, un servizio di escursioni aeree e che dislocherà a questo proposito un aeroplano Junker a St. Moritz

Dunque già cent’anni fa si proponevano esperienze turistiche attualmente ancora “in voga” sui monti e spesso promozionate – oggi con l’elicottero (ai tempi sostanzialmente non ancora inventato), che siano voli turistici, eliski o altro di affine. Non si è inventato granché di nuovo, insomma, nonostante a volte i voli attuali vengano ritenuti una pericolosa devianza contemporanea del turismo montano.

[Uno degli Junkers F 13 della compagnia aerea svizzera Ad Astra Aero. Fonte: commons.wikimedia.org.]
Ma se nel 1925 si può immaginare che non si fosse in grado di comprendere il portato e le conseguenze (non solo ambientali, ovviamente) di tali esperienze turistiche, è sorprendente che oggi, con tutte le conoscenze, le vicende, le consapevolezze sia sui temi della tutela ambientale che della frequentazione turistica responsabile dei territori montani, ancora si abbia il coraggio e la faccia tosta di proporre cose come, appunto, l’eliski, i voli turistici ai rifugi o in occasione di eventi montani o altre esperienze di volo di matrice ludico-ricreativa e non legate a necessità proprie dei territori.

[Veduta dell’alta Engadina. Immagine tratta da www.engadin.ch.]
Per qualcuno non è bastato un secolo e più, insomma, per maturare un buon senso consono a cosa sono le montagne, al loro valore specifico e a come si possono (e devono) vivere con il miglior equilibrio possibile, sia da abitanti che da visitatori, per il bene di tutto e tutti. Cosa ci vorrà, poi, per capire un’evidenza così palese?

L’Engadina, le sue bellezze, i paradossi (e un piccolo giallo storico)

[Foto di Jacques Bopp su Unsplash.]
L’immagine che vedete qui sopra – ingranditela cliccandoci sopra per goderla appieno – rivela (per chi non la conosca) o riafferma (per chi invece la conosca già) la mirabile bellezza montana dell’alta Engadina, lì ripresa dal Piz Corvatsch nel suo tratto “primigenio” tra il Passo del Maloja e Suvretta, sobborgo di St. Moritz.

L’Engadina è per molti aspetti una delle zone più significative e emblematiche delle Alpi. Innanzi tutto perché il suo lungo solco vallivo si incunea tra le vette delle Alpi centrali andando a lambire quelle occidentali (che cominciano oltre il Passo dello Spluga e la linea formata dai fiumi Reno-Liro e Adda) ma è già parte del bacino idrografico del Danubio, dunque dell’Europa orientale, in quanto l’Inn, che percorre la valle, ne è uno dei principali affluenti alpini. Proprio sopra il Passo del Maloja, sul confine tra l’Engadina e la Val Bregaglia che scende verso Chiavenna e l’Italia, si trova il Piz Lunghin, vetta assolutamente secondaria in questa regione alpina (è alta solo 2780 m) che tuttavia è considerata dal punto di vista idrografico il centro dell’Europa, dato che dai suoi tre versanti le acque confluiscono verso est e il Mar Nero (con l’Inn, appunto), a ovest verso il Mar Mediterraneo (con la Maira/Mera, che sfocia nel Lago di Como) e a nord verso il Mare del Nord, dunque l’Oceano Atlantico (con uno dei rami del Reno).

Inoltre non si può non considerare la realtà moderna e contemporanea dell’Engadina, che ne ha fatto una delle mete più ambite dal jet set internazionale e St. Moritz la “Montecarlo delle Alpi”. Realtà invero paradossale per come la zona presenti, a poche centinaia di metri di distanza, angoli di naturalità alpestre tra i più belli e intatti della catena alpina e spazi iperantropizzati tipici di una qualsiasi metropoli. Al punto che sono gli stessi engadinesi, quando dissertano del capoluogo vallivo St. Moritz, a non considerarlo parte dell’Engadina ma una sorta di zona franca culturale e paesaggistica nella quale per molti versi faticano a riconoscersi. Di ciò ne scrisse emblematicamente anche il grande scrittore engadinese Oscar Peer, in un brano che trovate qui.

D’altro canto non si può dimenticare che, prima di diventare una delle capitali del lusso internazionale, St. Moritz ha sostanzialmente “inventato” il turismo montano invernale: nel 1864 l’albergo Engadiner Kulm, gestito dalla famiglia Badrutt, fu il primo a rimanere aperto anche in inverno, dando il via allo sviluppo della attività turistica invernale e, negli anni successivi, agli sport della neve.

[Un grande classico fotografico: la veduta dell’alta Engadina e del Bernina da Muottas Muragl, sopra Pontresina. Immagine di Matthias Taugwalder, tratta da wegwandern.ch.]
Tornando agli aspetti geografici della valle, il nome dell’Engadina nasce grazie al proprio fiume, l’Inn, forma tedesca del romancio En nel quale si ritrova l’antico nome latino Aenus; ma in esso sussiste anche un piccolo “mistero” o giallo storico. Infatti il termine Engadina, in romancio Engiadina, in tedesco Engadin, viene dal latino vallis Eniatina che significa letteralmente “valle degli Eniati”, ovvero gli abitanti della valle dell’Aenus (da cui Eniatinus). Tuttavia, e qui sorge il piccolo “mistero”, non si è mai appurato chi fossero realmente questi “Eniati”: se, molto semplicemente, gli abitanti della valle, se una tribù di origine celtica come le altre stanziate nelle Alpi centrali in epoca romana, oppure se un popolo specifico e autoctono ma del quale non si hanno informazioni certe.

Un po’ paradossale è anche l’altro significato sovente attribuito al termine Engadina, cioè “giardino dell’Inn”: definizione che lessicalmente non ha alcun fondamento se non come suggestiva trovata turistica ma che, di contro, descrive bene la grande bellezza alpestre del territorio engadinese il quale effettivamente in molti suoi angoli sembra un meraviglioso giardino, assai ben curato, che offre vedute tra le più spettacolari delle Alpi ed è caratterizzato da una grande biodiversità montana.

Insomma, l’Engadina è un luogo che ammalia chiunque e del quale è facile innamorarsi anche grazie alle sue peculiarità così speciali e a volte contrapposte, che la rendono comunque una realtà più unica che rara nelle Alpi. Come scrisse Nietzsche, uno dei più celebri residenti della valle,

L’Alta Engadina, il mio paesaggio, così lontano dalla vita, così metafisico…