«Ambientalisti da salotto» vs «montanari duri e puri»

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Se trovo assolutamente stupida l’espressione «ambientalisti da salotto» che leggo ancora di frequente in giro – anche perché vi sono ambientalisti di quel “genere” che hanno fatto cose eccelse a favore degli spazi naturali e, nello specifico, delle montagne – trovo altrettanto stupida l’esaltazione, parimenti frequente, del montanaro quale “difensore incrollabile” delle sue montagne: ho conosciuto frotte di montanari “duri e puri” che non hanno esitato un istante a svendere le proprie montagne al primo immobiliarista o impiantista di passaggio, figuriamoci!

Quindi, suvvia, siamo seri e vediamo di usare il buon senso nel discernere veramente e motivatamente chi-fa-cosa evitando qualsivoglia insulsa polarizzazione, utile solo a certe frange di stupidi (appunto) e a certa politica ideologica che le alimenta – e pensa di farsi forte con i loro sbraiti. I territori naturali, antropizzati o meno, e le montagne sono altrove, dove vi siano cittadini attenti all’ambiente anche se vivono in grandi centri urbani e montanari profondamente consapevoli di ciò che sono le loro montagne, entrambi sensibili alla realtà delle cose e al miglior rapporto possibile tra uomo e Natura. E queste persone, “diverse” ma uguali, devono poter parlarsi, discutere, confrontarsi, riflettere insieme, agire insieme in modalità compiutamente metromontana.

Tutti gli altri è bene che restino a languire nella loro sterile insipienza.

Se la politica “contrasta” lo spopolamento delle montagne aprendo funivie e ciclovie e chiudendo scuole e farmacie

[Veduta di Gromo in alta Val Seriana, Lombardia. Foto di ©Vincenzo Piramide, tratta da www.touringclub.it.]
L’83,2% dei comuni montani con meno di 5mila abitanti risulta privo di almeno un servizio essenziale alla residenza tra farmacia, ufficio postale, sportello bancario e distributore di carburante, e solo il 19,6% ne dispone contemporaneamente. Senza contare poi le carenze croniche di personale amministrativo, il degrado della qualità dei servizi offerti alla cittadinanza, i tagli continui di risorse, la scarsa rappresentatività politica…

Ciò che fotografa l’indagine sullo stato dei piccoli comuni italiani pubblicata lo scorso 15 giugno sul “Sole 24 Ore” è il fallimento di lungo corso della politica italiana nei confronti delle aree interne e montane: un fallimento che non nasce oggi ma decenni fa e che nessuno tra le istituzioni ha voluto risolvere, anzi, che la politica ha reso cronico per disinteresse, incuria, ignoranza, meschinità.

[Una delle infografiche tratte dall’articolo citato de “Il Sole 24 Ore“.]
Eppure da quella politica, al posto di veder arrivare piani articolati e organici di sostegno e sviluppo autentici dei territori montani, vediamo continuamente spendere centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici in impianti sciistici, ciclovie e altre infrastrutturazioni d’ogni sorta a beneficio soprattutto turistico perché, dice la politica, «contrastano lo spopolamento delle montagne», «sviluppano l’economia», aiutano «giovani e famiglie a restare» eccetera.

Ma veramente ancora c’è qualcuno che crede a queste baggianate? Veramente qualcuno non vede ciò a cui quelle cose realmente servono, ad alimentare affari clientelari tra i sodali dei politici di turno senza nessuna cura per i territori e le comunità?

[Il nucleo storico di Scanno, in Abruzzo. Foto di Mario75Romano, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
D’altro canto, mi viene da pensare che dalla politica contemporanea, dalla qualità dei suoi componenti e del loro operato, non si può certo sperare che venga qualcosa di buono per le montagne. Anche quando hanno finto di realizzare iniziative apparentemente articolate, ne sono usciti dei disastri più o meno grandi: si pensi ad esempio al mezzo fallimento della Strategia Nazionale per le Aree Interne o alla recente e tanto osannata Legge sulla Montagna, i cui risultati al momento sono del tutto assenti. Non ne sono capaci e non vogliono nemmeno imparare, mi pare chiaro. Per il resto, l’azione della politica per i territori montani si riduce a tanti progettucoli privi di coordinamento, di senso del contesto, di visione progettuale e strategica, di interlocuzione con le comunità, buttati qui e là per le montagne ad mentula canis tanto per far credere (e far parlare al riguardo i media compiacenti) che si facciano cose quando in realtà di concreto non si fa nulla o quasi. E infatti funivie, seggiovie e cannoni sparaneve finanziati con le nostre tasse proliferano ovunque mentre i servizi essenziali per la popolazione – quelli citati oltre a ambulatori, scuole, trasporti pubblici – anch’essi finanziati dalle nostre tasse svaniscono.

Ribadisco: c’è ancora qualcuno che crede alle fandonie della politica sulle montagne? Non sarebbe invece il caso di fare massa critica e chiedere conto alla politica della sua incapacità, o del suo disinteresse, rivendicando con fermezza che le montagne e le aree interne, con i loro bisogni autentici, tornino a essere ascoltate e realmente sostenute? O dite che la politica attuale non è in grado nemmeno di fare questo, troppo impegnata a blaterare parole senza mai realizzare fatti concreti?

La complessità della montagna nell’era del “semplicismo” assoluto

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
La montagna è un mondo complesso ai cui problemi non si possono dare risposte troppo semplici e semplicistiche. È una cosa che ripeto ogni volta che mi è possibile, visto anche ciò che accade di continuo sui monti.

D’altro canto viviamo nell’era del semplicismo più assoluto di tutto, dalla politica all’intrattenimento, all’informazione, a certa cultura, al tempo libero, al pensiero diffuso. È uno dei maggiori paradossi del presente: abbiamo tutti gli strumenti per dare spessore e profondità alla nostra considerazione del mondo in cui viviamo (e all’interazione di noi che lo viviamo), e invece la rendiamo viepiù semplificata, banale, insulsa. Leggiamo sulla stampa articoli superficiali e raffazzonati, ascoltiamo musica spesso priva di qualsiasi valore artistico, vediamo programmi televisivi stupidi e contenuti sui social ancora più stupidi e inutili, sentiamo politici parlare per frasi fatte, banalità, sciocchezze, falsità.

E poi andiamo a farci selfie su panchine giganti e passerelle panoramiche, saliamo in funivia a 3000 metri vestiti da città, ordiniamo ostriche e champagne nei rifugi e facciamo baccano nei boschi e nei prati in quota.

È una dinamica consequenziale, non ci si scappa.

D’altro canto, se un tale semplicismo assoluto comprende anche il pensiero, tutto questo è inevitabile. Al punto che diventa vuotezza di senso e di scopo, inettitudine, ignoranza, inciviltà: un “non stato” mentale ed emozionale che finisce per svuotare inevitabilmente anche i paesaggi che abbiamo intorno e che visitiamo perché siamo noi a concepire e dare senso ad essi, e se non siamo più in grado di farlo quei paesaggi diventeranno solo un mero sfondo alla nostra banale presenza in essi. Nulla più.

È esattamente ciò che accade nei luoghi in cui il semplicismo estremo di certi modelli di frequentazione turistica massificata viene imposta, probabilmente per una ben precisa “strategia”: se il luogo viene fruito in modo semplicistico e superficiale inesorabilmente ne uscirà banalizzato, dunque sminuito nel suo valore ambientale, paesaggistico, sociale, culturale, quindi il suo sfruttamento consumistico diverrà meno evidente, meno criticabile, più occultato. Proprio come accade, ad esempio, per i contenuti multimediali di oggi, talmente vuoti di senso e banali che, anche quando facciano successo, li si consuma e dimentica rapidamente, così banalizzando sempre più anche il gusto e il senso critico diffusi.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Temo sia anche per questo motivo se certi interventi, progetti, opere imposte alle montagne palesemente impattanti e dannosi non provochino delle sollevazioni popolari, lasciando pochi a denunciarne i misfatti. Se delle nostre montagne elaboreremo una percezione e una considerazione troppo semplicistiche e superficiali, ciò che realmente accade ad esse non lo sapremo capire. Continueremo a farci i selfie sulle giostre turistiche e a salire sui ghiacciai con le sneakers da città perché «it’s just fun», sarà «pura adrenalina» e il posto «mozzafiato». Fine – in tutti i sensi.

Scuse dovute

[Ansel Adams, Mt. McKinley, Wonder Lake, Denali National Park, Alaska, 1947.]
Sento di nuovo il dovere di chiedere scusa per i contenuti che di frequente – inevitabilmente troppo di frequente – propongo sul blog e sui social, relativi agli altrettanto troppo numerosi disastri che si perpetrano nei/ai territori montani. Ogni giorno saltano fuori nuovi interventi a dir poco discutibili quando non palesemente disastrosi, verso i quali ogni frequentatore genuinamente appassionato delle montagne come cerco di essere io (d’altro canto vivendoci) credo fatichi a restare zitto e insensibile, ma capisco bene che il rischio di diventare monotoni, quindi noiosi, è forte.

L’assalto alle montagne è costante nonostante la realtà delle cose, per come sta andando il mondo, imporrebbe di cambiare totalmente direzione, sguardo, forma mentis, idee, azioni. E in effetti le montagne stanno cambiando, e cambia sempre più anche la considerazione e la consapevolezza delle persone verso di esse (sì, c’è tanto turismo cafone che gira per i monti e combina danni, ma tenete sempre conto che «fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce»): forse è proprio per questo che certa politica particolarmente ignorante (senza distinzioni di parte) spinge così tanto a fondo il suo assalto distruttivo ai territori montani: perché si rende conto che presto tutto quanto gli crollerà addosso e dunque cerca di approfittarne il più possibile fino a che può. È il colpo di coda di un drago morente (e suicida), che non per questo non deve essere contrastato e fermato in ogni modo, visti i danni tremendi che ancora produce. Denunciare questi danni è un dovere ma pure un diritto, perché può consentire di assicurare alle montagne un presente e un futuro migliori e dunque a noi che ci viviamo e/o le frequentiamo un maggior benessere nello starci e nel godere della loro bellezza, in primis, e ancor più di tutto ciò di buono e utile che sanno donarci.

Tuttavia, ripeto, sono certo che le foreste in crescita prima o poi cancelleranno i guai degli alberi che cadono, i conseguenti allarmi e le denunce inevitabilmente reiterate che io come altri proponiamo così di frequente. E sono altrettanto certo che per i distruttori delle montagne non c’è speranza, già oggi sono morti che camminano. A noi spetta il compito – fondamentale, inutile dirlo – di far che la loro distruzione perpetrata alle terre alte, materiale e immateriale, non sia irreparabile.

Gli «ambientalisti da salotto» circolano ancora?!

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«Ambientalisti da salotto». Non di rado leggo ancora questa pittoresca definizione (rivolta anche a me, che non posso definirmi “ambientalista” e in salotto ci sto pochissimo) e confesso che non riesco a non ridere nel leggerla. Un po’ come se vedessi qualcuno che usa un cellulare Nokia degli anni Novanta credendo che sia molto migliore di quelli odierni, ecco.

Rido per diversi motivi: primo, appunto, per la grottesca vetustà della definizione. Mamma mia cari “amici”, siete ancora fermi lì? Suvvia, il tempo corre avanti, evolvete anche voi!

Secondo: perché non ho mai capito come mai uno che si interessi di ambiente dal salotto di casa debba necessariamente essere peggio di chi se ne interessi altrove: ho conosciuto “ambientalisti da salotto” con una sensibilità verso le tematiche di difesa ambientale e un’attività, quando dal loro salotto uscivano, ben maggiore di molti “paladini del territorio” sempre in giro a parlare ma mai ad agire oppure agendo male. Certo, so bene che la definizione sarebbe rivolta proprio a chi parla tanto e nulla fa: ma quanti soggetti così ce ne sono in circolazione fuori da qualsivoglia salotto, soprattutto tra quelli così adusi a proferire quella definizione?

Terzo: perché chi se ne sta in salotto effettivamente fa molti meno danni all’ambiente dei tanti che se ne escono e girano per i territori naturali con enormi SUV, in moto, escavando piste, costruendo impianti, cementificando ove possibile e senza alcun rispetto per l’ambiente e il paesaggio, per poi accusare gli altri che criticano tali comportamenti di essere «ambientalisti da salotto».

Quarto: perché puntualmente chi tira fuori questa definizione è colui che non ha altri argomenti da proporre a sostegno delle proprie “idee” (e forse nemmeno ha “idee” da proporre) e quindi non trova di meglio che ripetere pappagallescamente cose del genere, per giunta cadendo nella solita, sterile, stupida polarizzazione ideologica e tematica in voga ovunque nel nostro paese, dall’ambito politico in giù (o in su).

Quinto: perché gli pseudo-ambientalisti (da salotto o da altri locali domestici) le cui posizioni sono più dannose che benefiche per l’ambiente esistono veramente, così come esistono i “paladini della montagna” (o di qualsiasi altro ambito) le cui idee e azioni sono altrettanto deleterie e distruttive. Solo che, bisogna dirlo, almeno i primi parlano tanto e non fanno nulla, i secondi sbraitano e sovente fanno dei gran danni. Se proprio ci sia da buttare qualcuno dalla torre, la scelta viene facile.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
In realtà, ci sono molte più persone che invece sanno dire e fare cose, a tutela dell’ambiente naturale, assolutamente virtuose, benefiche, concrete, efficaci. Guarda caso gli “ambientalisti da salotto” e quelli che danno loro contro si ritrovano molto più spesso sui social che in giro per montagne e spazi naturali. E per fortuna che vanno così le cose: altrimenti quelli che si proclamano e credono “ambientalisti veri” in modo del tutto ingiustificato, i quali purtroppo a loro volta circolano fin troppo, le montagne e gli ambienti naturali li avrebbero già distrutti da tempo.

Dunque, evviva chiunque rispetti e tuteli veramente e consapevolmente l’ambiente: dal salotto, dalla cucina, dal bagno di casa oppure sulle montagne e altrove.