Ciò che fotografa l’indagine sullo stato dei piccoli comuni italiani pubblicata lo scorso 15 giugno sul “Sole 24 Ore” è il fallimento di lungo corso della politica italiana nei confronti delle aree interne e montane: un fallimento che non nasce oggi ma decenni fa e che nessuno tra le istituzioni ha voluto risolvere, anzi, che la politica ha reso cronico per disinteresse, incuria, ignoranza, meschinità.
[Una delle infografiche tratte dall’articolo citato de “Il Sole 24 Ore“.]Eppure da quella politica, al posto di veder arrivare piani articolati e organici di sostegno e sviluppo autentici dei territori montani, vediamo continuamente spendere centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici in impianti sciistici, ciclovie e altre infrastrutturazioni d’ogni sorta a beneficio soprattutto turistico perché, dice la politica, «contrastano lo spopolamento delle montagne», «sviluppano l’economia», aiutano «giovani e famiglie a restare» eccetera.
Ma veramente ancora c’è qualcuno che crede a queste baggianate? Veramente qualcuno non vede ciò a cui quelle cose realmente servono, ad alimentare affari clientelari tra i sodali dei politici di turno senza nessuna cura per i territori e le comunità?
[Il nucleo storico di Scanno, in Abruzzo. Foto di Mario75Romano, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]D’altro canto, mi viene da pensare che dalla politica contemporanea, dalla qualità dei suoi componenti e del loro operato, non si può certo sperare che venga qualcosa di buono per le montagne. Anche quando hanno finto di realizzare iniziative apparentemente articolate, ne sono usciti dei disastri più o meno grandi: si pensi ad esempio al mezzo fallimento della Strategia Nazionale per le Aree Interne o alla recente e tanto osannata Legge sulla Montagna, i cui risultati al momento sono del tutto assenti. Non ne sono capaci e non vogliono nemmeno imparare, mi pare chiaro. Per il resto, l’azione della politica per i territori montani si riduce a tanti progettucoli privi di coordinamento, di senso del contesto, di visione progettuale e strategica, di interlocuzione con le comunità, buttati qui e là per le montagne ad mentula canis tanto per far credere (e far parlare al riguardo i media compiacenti) che si facciano cose quando in realtà di concreto non si fa nulla o quasi. E infatti funivie, seggiovie e cannoni sparaneve finanziati con le nostre tasse proliferano ovunque mentre i servizi essenziali per la popolazione – quelli citati oltre a ambulatori, scuole, trasporti pubblici – anch’essi finanziati dalle nostre tasse svaniscono.
Ribadisco: c’è ancora qualcuno che crede alle fandonie della politica sulle montagne? Non sarebbe invece il caso di fare massa critica e chiedere conto alla politica della sua incapacità, o del suo disinteresse, rivendicando con fermezza che le montagne e le aree interne, con i loro bisogni autentici, tornino a essere ascoltate e realmente sostenute? O dite che la politica attuale non è in grado nemmeno di fare questo, troppo impegnata a blaterare parole senza mai realizzare fatti concreti?
[Immagine generata con Google Gemini AI.]La montagna è un mondo complesso ai cui problemi non si possono dare risposte troppo semplici e semplicistiche. È una cosa che ripeto ogni volta che mi è possibile, visto anche ciò che accade di continuo sui monti.
D’altro canto viviamo nell’era del semplicismo più assoluto di tutto, dalla politica all’intrattenimento, all’informazione, a certa cultura, al tempo libero, al pensiero diffuso. È uno dei maggiori paradossi del presente: abbiamo tutti gli strumenti per dare spessore e profondità alla nostra considerazione del mondo in cui viviamo (e all’interazione di noi che lo viviamo), e invece la rendiamo viepiù semplificata, banale, insulsa. Leggiamo sulla stampa articoli superficiali e raffazzonati, ascoltiamo musica spesso priva di qualsiasi valore artistico, vediamo programmi televisivi stupidi e contenuti sui social ancora più stupidi e inutili, sentiamo politici parlare per frasi fatte, banalità, sciocchezze, falsità.
E poi andiamo a farci selfie su panchine giganti e passerelle panoramiche, saliamo in funivia a 3000 metri vestiti da città, ordiniamo ostriche e champagne nei rifugi e facciamo baccano nei boschi e nei prati in quota.
È una dinamica consequenziale, non ci si scappa.
D’altro canto, se un tale semplicismo assoluto comprende anche il pensiero, tutto questo è inevitabile. Al punto che diventa vuotezza di senso e di scopo, inettitudine, ignoranza, inciviltà: un “non stato” mentale ed emozionale che finisce per svuotare inevitabilmente anche i paesaggi che abbiamo intorno e che visitiamo perché siamo noi a concepire e dare senso ad essi, e se non siamo più in grado di farlo quei paesaggi diventeranno solo un mero sfondo alla nostra banale presenza in essi. Nulla più.
È esattamente ciò che accade nei luoghi in cui il semplicismo estremo di certi modelli di frequentazione turistica massificata viene imposta, probabilmente per una ben precisa “strategia”: se il luogo viene fruito in modo semplicistico e superficiale inesorabilmente ne uscirà banalizzato, dunque sminuito nel suo valore ambientale, paesaggistico, sociale, culturale, quindi il suo sfruttamento consumistico diverrà meno evidente, meno criticabile, più occultato. Proprio come accade, ad esempio, per i contenuti multimediali di oggi, talmente vuoti di senso e banali che, anche quando facciano successo, li si consuma e dimentica rapidamente, così banalizzando sempre più anche il gusto e il senso critico diffusi.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Temo sia anche per questo motivo se certi interventi, progetti, opere imposte alle montagne palesemente impattanti e dannosi non provochino delle sollevazioni popolari, lasciando pochi a denunciarne i misfatti. Se delle nostre montagne elaboreremo una percezione e una considerazione troppo semplicistiche e superficiali, ciò che realmente accade ad esse non lo sapremo capire. Continueremo a farci i selfie sulle giostre turistiche e a salire sui ghiacciai con le sneakers da città perché «it’s just fun», sarà «pura adrenalina» e il posto «mozzafiato». Fine – in tutti i sensi.
Probabilmente è quello enunciato da Eliot il fine ultimo e assoluto del viaggio, dell’esplorazione di luoghi, paesaggi, del partire per un altrove che può essere in capo al mondo oppure a pochi passi dalla partenza: tornarci, nel luogo dal quale si è partiti, per conoscerlo con la meraviglia della prima volta che lo si vede e così incontrare e conoscere noi stessi come fosse la prima volta. Che sarà diversa da quella successiva e da quella dopo ancora e da qualsiasi altra.
È il fine del nostro esplorare, è il senso profondo della nostra vita.
La montagna è meravigliosa e affascina così tanto chiunque perché, io credo, è complessità nella semplicità, in ogni suo aspetto. A partire dalle forme delle sue vette, che si possono definire più o meno piramidali (e così infatti le raffiguriamo, fin da bambini) che in realtà sono ben più ricche di linee, profili, sagome, strutture, conformazioni, alla immensa varietà geologica, alla biodiversità – sembrano “solo” boschi e prati, invece c’è un universo di vita – ai paesaggi, apparentemente simili e invece sempre unici, fino alla geografia umana, fatta di infinite culture, saperi, tradizioni, lingue, identità che sembrano simili e invece non lo sono mai e proprio in ciò si definiscono – e via di questo passo, con mille altri aspetti che fanno la realtà della montagna e la rendono tanto speciale.
Una tale complessità si può ridurre a semplicità solo per due ragioni: per ignoranza, ovvero ignorando tale complessità, non sapendola cogliere per mancanza o carenza di strumenti culturali, e nel caso non sarebbe nemmeno una colpa. Oppure per malizia, per meschina ipocrisia, perché la complessità della montagna finisce per complicare anche le mire particolari di qualcuno. A volte, pure per l’unione più o meno conscia di entrambe le cose. E allora la colpa è anche doppia.
Ecco dunque che parte la semplificazione: perché si crede che insegnare la cultura della montagna è una pratica troppo lungo e complicata, o perché la cose semplici non richiedono mai troppi pensieri e per ciò sono più facilmente governabili, manipolabili, più funzionalmente duttili ai propri interessi.
Così la semplificazione diventa banalizzazione, dunque svilimento, svalutazione, degrado. In altre parole: semplificare troppo la montagna è una manifestazione di disprezzo verso di essa, la sua realtà e le sue specificità.
Eppure, la montagna è “complessa” così come in fondo lo è la vita nei suoi tanti aspetti. Più si ha la volontà e la capacità di comprenderli, più si vivrà meglio e con appagante benessere – e non ci vuole molto per ottenere ciò: a volte è solo una questione di scelte, di desiderio, di visione e di presa d’atto. Viceversa, la banalità e il disprezzo avranno vita facile, inevitabilmente.
(Nella foto in testa al post: acquerelli di Silvia De Bastiani, mirabile artista che sa rendere la complessità delle montagne “semplice” da osservare, ammirare, comprendere, al contempo senza semplificarne nulla, anzi, dandole ancora più “profondità”.)
[Immagine generata con Google Gemini AI.]«Di cosa ha veramente bisogno il territorio che amministro e miei concittadini che lo abitano?»
«Avendo soldi pubblici a disposizione, come li posso spendere affinché se ne ricavino più vantaggi possibile per l’intera comunità e non solo per una parte?»
«L’intervento che sto finanziando con risorse pubbliche è veramente il migliore possibile, il più consono, il più equilibrato per il mio territorio, o ce ne potrebbero essere altri potenzialmente più proficui?»
«Perché ho scelto di approvare l’intervento finanziato? Con quali criteri l’ho scelto, con quale valutazione di vantaggi e svantaggi, con quale analisi dei benefici e dei rischi che ne potrebbero derivare se qualcosa andasse storto?»…
…Eccetera.
Gli amministratori locali che scelgono di sostenere e approvare certi progetti infrastrutturali per i propri territori montani che in base al più ordinario buon senso appaiono opinabili, rischiosi, invasivi, decontestualizzati, secondo voi se le pongono domande del genere prima di approvarli? O, ancora più in generale: se la pongono qualche domanda sui loro territori, sulla realtà che li caratterizza, sulle comunità che ci vivono, prima di decidere cosa fare e come spendere le risorse pubbliche a disposizione?
O pur di “fare” velocemente e potersi vantare d’aver “fatto” entro la prossima tornata elettorale, di spendere in fretta quei soldi per paura che vengano girati altrove, di accontentare o soddisfare interessi particolari tralasciando di considerare quelli della collettività, di evitare l’interlocuzione con la comunità locale evitando così qualsiasi protesta o contestazione… di domande di quel genere certi amministratori locali proprio non se ne pongono?
Temo di no, a constatare la realtà delle cose. Però poi quegli amministratori si danno delle “risposte”, attraverso gli interventi e i progetti che propongono. Ma se non ci sono le domande, di che “risposte” si tratta, quale valore possono avere? Probabilmente nessuno, il che rende quelle (non) risposte quasi certamente sbagliate.
Noi tutti invece quelle domande ce le dovremmo porre di continuo, visto che i soldi spesi per tanti interventi realizzati o in progetto sulle montagne sono nostri: e di conseguenza dovremmo essere in grado di dare, e darci, risposte buone e valide. O forse anche noi trascuriamo un po’ troppo spesso di porcele?