Il fine ultimo del viaggio, il senso profondo della vita

[Foto di Karl Egger da Pixabay.]

Noi non cesseremo l’esplorazione,
e la fine di tutto il nostro esplorare
sarà giungere là onde partimmo
e conoscere il luogo per la prima volta.

[T.S. Eliot, Little Gidding, in Quattro Quartetti, 1ª ed. originale 1942, vv.239-242.]

Probabilmente è quello enunciato da Eliot il fine ultimo e assoluto del viaggio, dell’esplorazione di luoghi, paesaggi, del partire per un altrove che può essere in capo al mondo oppure a pochi passi dalla partenza: tornarci, nel luogo dal quale si è partiti, per conoscerlo con la meraviglia della prima volta che lo si vede e così incontrare e conoscere noi stessi come fosse la prima volta. Che sarà diversa da quella successiva e da quella dopo ancora e da qualsiasi altra.

È il fine del nostro esplorare, è il senso profondo della nostra vita.

Se il turismo smette di essere cultura e pensa solo all’economia

Sono a pranzo dai miei e, al Tg che stanno guardando alla tivù, passa un ennesimo servizio che esalta il turismo come «driver economico» per i territori che coinvolge. Cosa verissima, sia chiaro: che il turismo rappresenti un’economia di prim’ordine un po’ ovunque si manifesti è indubitabile.

Di contro, per l’ennesima volta – assistendo a quell’ennesimo servizio giornalistico – la sensazione vivida è che il turismo che diventa “economia forte” trascura del tutto la sua natura primigenia che invece è pienamente culturale.

Il turismo, ovvero il viaggio, è (forse) l’esperienza culturale umana per antonomasia, fin da quando l’uomo preistorico è uscito dal riparo delle caverne in cui dimorava e ha cominciato a esplorare il mondo. E lo è perché il viaggio del “turista”  – esperienza culturale – si manifesta come relazione parimenti culturale con il paesaggio che è a sua volta un elemento culturale primario, sia esso naturale oppure antropizzato ovvero si tratti di monumenti della Natura o dell’arte umana. Posto ciò, nel momento in cui il turismo dimentica (funzionalmente) la sua matrice culturale per manifestarsi unicamente come “driver economico”, ecco che diventa inesorabilmente  -ma non sempre inconsapevolmente – un elemento di degrado e di depauperamento dei territori che coinvolge. Fino ad assumere le realtà e le dinamiche del sovraturismo o overtourism, per le quali il turismo estrae valore, benessere, vigore sociale e identità dai territori – per questo in tali casi viene definito “estrattivo” – senza lasciare nulla in cambio. Anzi, lasciando rapidamente dietro di sé le macerie derivanti dal proprio sovrasfruttamento. Macerie che a volte non si vedono nella località turistica/turistificata – che diventa un non luogo ma senza che ciò venga percepito da molti, al contrario venendo riconosciuto come “più familiare” e dunque apparentemente gradito – e che invece si manifestano in modi ben più gravi e deleteri nelle comunità che abitano le località coinvolte. Le quali, infatti, inesorabilmente perdono vitalità urbana e economica, socialità, servizi di base (deviati a favore dei bisogni del turista), benessere residenziale, perdono abitanti che preferiscono andarsene altrove prima di soccombere definitivamente, perdono anima, coscienza di luogo, identità culturale.

Fino a che perderanno pure quel turismo il quale, una volta estratto tutto ciò che si poteva ricavare e consumare dal luogo, lo abbandonerà al suo destino cambiando meta. In tal caso, la speranza è che non tutto nei luoghi soggetti a queste dinamiche sia stato devitalizzato e le loro comunità residue, riacquisite consapevolezza e coscienza di luogo, riescano a riprendersi facendo tesoro di quanto accaduto e rifiutando radicalmente ogni eventuale tentativo di ritorno di quel modello di turismo-driver (mono)economico, estrattivo, per contemplare una frequentazione turistica di matrice nuovamente e compiutamente culturale, che ruoti intorno al benessere della comunità e non più al business dei tour operator, ai bisogni degli abitanti e non alle esigenze dei turisti, alla valorizzazione autentica dei territori e dei paesaggi e non alla messa a valore di essi per farne beni di consumo da vendere – a volte svendere – sul mercato turistico.

Insomma, che il tutto torni a manifestare – oltre a ogni altra cosa possibile – un’autentica e compiuta anima culturale. Di quella cultura che dà valore ai luoghi, ai paesaggi e alla relazione di chi li vive e li frequenta consapevolmente assicurando loro vitalità e benessere oggi e ancor più domani. Quella cultura che fa la civiltà che ci rappresenta e, in fondo, ci rende compiutamente umani, che si sia residenti, turisti, viaggiatori, lavoratori ovvero semplici, ineludibili abitanti di questo nostro mondo.

Robert Weis, “Ritorno a Kyoto”

«I viaggi sono i viaggiatori» scrisse Fernando Pessoa. È una frase che trovo bellissima e assai profonda, nel suo minimalismo fatto di tre sole parole fondamentali che però raccontano moltissimo del senso del viaggiare. Mi piace anche nella versione “ribaltata”: «I viaggiatori sono il viaggio», per lo stesso principio in base al quale il paesaggio esteriore, quello dove ci si muove e con il quale si interagisce viaggiandoci, si riflette sempre – nel viaggiatore autentico e consapevole – in un conseguente paesaggio interiore, che compendia e congiunge le forme dei luoghi visitati e la sostanza dei pensieri e dei sentimenti di chi li visita. Anzi, quello interiore nel viaggiatore suddetto diventa quasi sempre il paesaggio “primario”, quello dei due che dà senso all’altro e non viceversa, come verrebbe da pensare. Tutto ciò vale ancor più quando il viaggio viene intrapreso non solo come forma di conoscenza compartecipata e interattiva del mondo ma pure come pratica di rinnovamento, di trasformazione personale, di evoluzione mentale e spirituale, magari a seguito di un periodo difficile.

D’altro canto «Quando sei nel dubbio mettiti in moto» scrisse David H. Lawrence: un’altra affermazione che trovo fondamentale e lampeggia sempre nei miei pensieri, come un’insegna al neon. Il dubbio è spesso la conseguenza di una crisi, di una messa in discussione di alcune delle proprie certezze sulle quali si è deciso di fondare la propria quotidianità che invece si rivelano fragili. E la crisi, termine che viene dal latino crisis, in greco κρίσις, impone una scelta, una decisione (ciò significa letteralmente il termine), dunque un cambiamento, tanto più radicale quanto più l’origine è importante ovvero grave. Per Robert Weis, scrittore lussemburghese, paleontologo di formazione, il cambiamento conseguente a un periodo difficile è proprio il moto, il viaggio dall’altra parte del mondo, in Giappone, che rispetto al nostro di mondo rappresenta per molti versi un “altro” pianeta – soprattutto culturalmente, socialmente e sociologicamente: Ritorno a Kyoto (Gagio Edizioni, 2025, traduzione a cura dello stesso autore; orig. Retour à Kyôto, 2023) è il “diario” (uso questo termine per temporanea comodità, ma non è così adatto: spiego meglio più avanti) che racconta la sua esperienza al riguardo, il racconto di un viaggio fuori dal proprio mondo, dalla vita ordinaria prima vissuta, «dedicata più al mantenimento dello status quo che all’accettazione di un cambiamento» e al contempo dentro se stesso, lì dove è indispensabile ritrovare il mondo esteriore al fine di sentirsene pienamente parte e non un elemento variamente estraneo se non alieno []

(Potete leggere la recensione completa di Ritorno a Kyoto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)