Le montagne e la complessità nella semplicità

La montagna è meravigliosa e affascina così tanto chiunque perché, io credo, è complessità nella semplicità, in ogni suo aspetto. A partire dalle forme delle sue vette, che si possono definire più o meno piramidali (e così infatti le raffiguriamo, fin da bambini) che in realtà sono ben più ricche di linee, profili, sagome, strutture, conformazioni, alla immensa varietà geologica, alla biodiversità – sembrano “solo” boschi e prati, invece c’è un universo di vita – ai paesaggi, apparentemente simili e invece sempre unici, fino alla geografia umana, fatta di infinite culture, saperi, tradizioni, lingue, identità che sembrano simili e invece non lo sono mai e proprio in ciò si definiscono – e via di questo passo, con mille altri aspetti che fanno la realtà della montagna e la rendono tanto speciale.

Una tale complessità si può ridurre a semplicità solo per due ragioni: per ignoranza, ovvero ignorando tale complessità, non sapendola cogliere per mancanza o carenza di strumenti culturali, e nel caso non sarebbe nemmeno una colpa. Oppure per malizia, per meschina ipocrisia, perché la complessità della montagna finisce per complicare anche le mire particolari di qualcuno. A volte, pure per l’unione più o meno conscia di entrambe le cose. E allora la colpa è anche doppia.

Ecco dunque che parte la semplificazione: perché si crede che insegnare la cultura della montagna è una pratica troppo lungo e complicata, o perché la cose semplici non richiedono mai troppi pensieri e per ciò sono più facilmente governabili, manipolabili, più funzionalmente duttili ai propri interessi.

Così la semplificazione diventa banalizzazione, dunque svilimento, svalutazione, degrado. In altre parole: semplificare troppo la montagna è una manifestazione di disprezzo verso di essa, la sua realtà e le sue specificità.

Eppure, la montagna è “complessa” così come in fondo lo è la vita nei suoi tanti aspetti. Più si ha la volontà e la capacità di comprenderli, più si vivrà meglio e con appagante benessere – e non ci vuole molto per ottenere ciò: a volte è solo una questione di scelte, di desiderio, di visione e di presa d’atto. Viceversa, la banalità e il disprezzo avranno vita facile, inevitabilmente.

(Nella foto in testa al post: acquerelli di Silvia De Bastiani, mirabile artista che sa rendere la complessità delle montagne “semplice” da osservare, ammirare, comprendere, al contempo senza semplificarne nulla, anzi, dandole ancora più “profondità”.)

Risposte probabilmente sbagliate a domande concretamente mai poste

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Di cosa ha veramente bisogno il territorio che amministro e miei concittadini che lo abitano?»
«Avendo soldi pubblici a disposizione, come li posso spendere affinché se ne ricavino più vantaggi possibile per l’intera comunità e non solo per una parte?»
«L’intervento che sto finanziando con risorse pubbliche è veramente il migliore possibile, il più consono, il più equilibrato per il mio territorio, o ce ne potrebbero essere altri potenzialmente più proficui?»
«Perché ho scelto di approvare l’intervento finanziato? Con quali criteri l’ho scelto, con quale valutazione di vantaggi e svantaggi, con quale analisi dei benefici e dei rischi che ne potrebbero derivare se qualcosa andasse storto?»…

…Eccetera.

Gli amministratori locali che scelgono di sostenere e approvare certi progetti infrastrutturali per i propri territori montani che in base al più ordinario buon senso appaiono opinabili, rischiosi, invasivi, decontestualizzati, secondo voi se le pongono domande del genere prima di approvarli? O, ancora più in generale: se la pongono qualche domanda sui loro territori, sulla realtà che li caratterizza, sulle comunità che ci vivono, prima di decidere cosa fare e come spendere le risorse pubbliche a disposizione?

O pur di “fare” velocemente e potersi vantare d’aver “fatto” entro la prossima tornata elettorale, di spendere in fretta quei soldi per paura che vengano girati altrove, di accontentare o soddisfare interessi particolari tralasciando di considerare quelli della collettività, di evitare l’interlocuzione con la comunità locale evitando così qualsiasi protesta o contestazione… di domande di quel genere certi amministratori locali proprio non se ne pongono?

Temo di no, a constatare la realtà delle cose. Però poi quegli amministratori si danno delle “risposte”, attraverso gli interventi e i progetti che propongono. Ma se non ci sono le domande, di che “risposte” si tratta, quale valore possono avere? Probabilmente nessuno, il che rende quelle (non) risposte quasi certamente sbagliate.

Noi tutti invece quelle domande ce le dovremmo porre di continuo, visto che i soldi spesi per tanti interventi realizzati o in progetto sulle montagne sono nostri: e di conseguenza dovremmo essere in grado di dare, e darci, risposte buone e valide. O forse anche noi trascuriamo un po’ troppo spesso di porcele?

La montagna non si “usa”, si vive!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Mi pare evidente che molte persone, quando salgono sui monti, assumono un atteggiamento di mero uso della montagna, per ragioni ludico-ricreative in primis ma non solo per questo. Non gliene faccio una colpa, sia chiaro, si tratta di comportamenti indotti dal costume del momento, da certo immaginario diffuso e, non di meno, da chi ha tutto l’interesse che si frequenti le montagne senza pensare troppo a ciò che si sta facendo perché su quei comportamenti ci costruisce i propri business.

Quanto sopra vale anche in altri ambiti: si pensi a come i beni comuni dei territori montani – acqua, legno, rocce, terre… – non siano definiti così nel lessico diffuso ma «risorse»: qualcosa da utilizzare e sfruttare, al fine di ricavarci una certa convenienza – di tale questione ne ho scritto di recente qui. Una visione prettamente utilitaristica, motivata materialmente dalla necessità di usufruire di quelle “risorse” ma ingiustificabile quando finisca per trascurare cosa realmente siano: beni comuni, appunto, oltre che elementi che danno vita all’intero ambiente, non solo a noi umani (che peraltro dell’ambiente siamo parte integrante, anche se ce ne siamo ormai dimenticati).

Il principio di fondo è lo stesso: molte persone usano le montagne per ricavarci una convenienza personale, sia anche solo il puro divertimento: legittimo, per carità, ma che non dovrebbe dimenticare il senso del contesto. Perché la montagne – territori speciali sotto infiniti punti di vista, inutile dirlo – non vanno “usate”, vanno vissute. Anche per quelle poche ore che ci si sta per svagarsi. Vanno vissute perché fanno vivere: lo sostengono tanti che ci vanno, ad esempio per “rigenerarsi” dalla quotidianità in città. Ecco, appunto: ma se la quotidianità che ci tocca vivere oggi è quasi del tutto fatta di azioni gioco forza utilitaristiche, dobbiamo proprio riproporre questo modus vivendi anche in montagna? Dobbiamo usarla come fosse una mera risorsa dalla quale ricavarci una convenienza personale, o non sarebbe molto più bello e gratificante viverla per quello che è realmente, cioè un bene che ci fa bene?

[Uno dei meravigliosi disegni “didattici” di Michele Comi.]
Posta questa realtà, è triste e irritante constatare che, non di rado, quelli che “usano” le montagne in maniera utilitaristica e, dunque, consumistica – cioè come fossero risorse da sfruttare e consumare – sono gli stessi amministratori locali, i quali invece di riconoscere il fondamentale valore culturale di bene comune dei propri monti, decidono di sfruttarli e “valorizzarli”, cioè metterli a valore così che si possano usare, possibilmente pagando un prezzo. Una mercificazione consumistica, in pratica, come se le montagne fossero territori simili a tanti altri, spazi come quelli urbani concepiti come mere risorse da utilizzare. Quegli spazi che sono diventati dei non luoghi, nei quali conta solo l’uso che se ne può fare perché tutto il resto, la loro bellezza, l’anima, l’identità, si è perso o è stato sacrificato al tornaconto.

Il pensiero che anche le montagne possano diventare dei “non luoghi” dovrebbe essere semplicemente spaventoso. Eppure, ecco la proliferazione di infrastrutture turistiche che non danno nulla ai territori montani (anzi, li degradano) ma che le persone possono usare, la lunaparkizzazione delle montagne le cui specificità paesaggistiche e ambientali vengono annullate e piegate al servizio dell’attrazione ludica, la neve artificiale che, utilizzando l’acqua come “risorsa”, appunto, e dimenticano che sia un bene comune, permette di usare i pendii montani per il mero divertimento di chi vuole sciare anche se non ci sono le condizioni per farlo – di chi si disinteressa della montagna e della sua realtà, in buona sostanza. Eccetera, di esempi simili se ne possono fare molti.

Ma la montagna, quando usata, mercificata, consumata, venduta come una risorsa da sfruttare, viene condannata alla decadenza. Come ogni luogo che va vissuto e invece ciò non avviene. E ogni risorsa troppo sfruttata, senza consapevolezza, senza buon senso, senza limiti, prima o poi finisce. Siamo disposti a correre questo rischio? Possiamo essere talmente stolti?

Vado in montagna «per fuggire dal caos e dallo stress della vita in città». Ma veramente?

Quando leggiamo di articoli e testi dedicati alla frequentazione turistica delle montagne, e alle motivazioni che spingono così tante persone a passare solo qualche ora oppure giorni interi sui monti, anche a prescindere da cosa ci si vada a fare, sovente si leggono cose molto simili: «la bellezza del paesaggio», «la natura, l’aria pura», «la possibilità di relax», «la fuga dal caos e dallo stress della vita in città». Tutte motivazioni legittime e comprensibili, solo apparentemente ovvie ma invero l’ovvietà di esse è legata all’alterità ambientale che rende le montagne, e i territori naturali, diversi dagli spazi antropizzati e iperurbanizzati tipici delle nostre città.

Tuttavia, molto spesso tante di quelle persone che motivano le proprie gite o le vacanze in montagna con quelle affermazioni finiscono poi per ritrovarsi in parcheggi intasati di auto e a vagabondare con la propria per cercare un posto libero, code agli impianti di risalita come in metropolitana, poste da sci affollate come vie cittadine, sentieri sui quali si cammina in lunghe code, ristori e rifugi intasati, hotel grandi come condomini di periferia seppure certamente di pregevole qualità e super confortevoli ma che finiscono per offrire gli stessi agi che si hanno a disposizione a casa propria o si frequentano abitualmente nelle città in cui si passa il resto dell’anno.

Posto tutto ciò, dove si trova dunque la fuga dal caos della città? Dove e come ci si può rilassare? Basta farlo riproducendo le stesse dinamiche della quotidianità ordinaria ma in un contesto paesaggistico differente, che però si fa fatica a poter godere proprio perché intasato e per molti versi nascosto da tutta quella riproduzione dei modelli metropolitani di fruizione dei luoghi dai quali si viene costantemente distratti? Se i territori naturali hanno la capacità da tempo scientificamente comprovata di ristorare la mente, il corpo e l’animo dal modus vivendi opprimente, stressante e manipolatorio nel quale ci tocca vivere per buona parte dell’anno, perché non sappiamo e non vogliamo sfruttare tale fondamentale prerogativa?

Ha senso tutto ciò, rispetto a quelle motivazioni così di frequente addotte dai gitanti e dai vacanzieri montani? A me non sembra e sia chiaro: non è affatto una critica al turista che decide, più o meno consapevolmente, di usufruire di quei modelli di frequentazione turistica dei territori naturali (ma non solo di questi, ovviamente, il principio è valido anche altrove), il quale piuttosto si ritrova a essere costretto ad accettarli e subirli, per motivi vari e diversi. Tuttavia, subiti una volte, due volte, tre o quattro volte, dopo un po’ a mio parere deve diventare necessaria una riflessione al riguardo: ma sto veramente fuggendo dal caos e dallo stress della vita ordinaria, o più semplicemente cambiando la routine quotidiana, vivendo periodi di vacanza che presentano le dinamiche sopra descritte? Sto veramente ritemprandomi in un contesto del genere, o forse mi sto solo convincendo di ciò dal momento che pago un certo prezzo e in cambio ottengo servizi di cui abitualmente a casa non posso godere – fosse solo l’essere servito a pranzo e a cena da un cameriere premuroso o trovarsi una colazione abbondante che nessun bar di città potrà mai offrire, salvo rari e costosissimi casi, oppure l’area wellness appena sotto la propria camera?

Sono esempi banali e elementari, questi che propongo: ovviamente la questione è più articolata e profonda, sottoposta a variabili economiche e imprenditoriali che poco o nulla contemplano la qualità della permanenza turistica in un luogo ambientalmente pregiato, mirando quasi esclusivamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) al profitto, alla massimizzazione degli incassi, alla quantità delle presenze che fa utile in bilancio a fine stagione turistica e fissa limiti da dover sempre rincorrere e superare, stagione dopo stagione. Per l’industria turistica è pressoché necessario che un parcheggio il quale contenga duecento autovetture ma abbia spazio per arrivare a trecento debba essere ampliato in tal senso (magari scavando qui e là si arriva anche a quattro o cinquecento posti auto): ma può essere necessario, anzi è veramente necessario anche per chi vuole vivere la montagna in maniera autentica, pur volendo usufruire di certi comprensibili agi? Io credo che non solo non sia necessario ma, oltre una certa misura, diventi inevitabilmente deleterio per la qualità dell’esperienza di frequentazione dei luoghi e di vacanza, da una parte, e per quella dell’ospitalità offerta dalle strutture ricettive dall’altra oltre che, ovviamente, per lo stesso territorio, il suo paesaggio, la sua identità culturale, il benessere della comunità residente. Risulta fondamentale, e sempre più urgente, trovare un punto di equilibrio tra le esigenze e le necessità dei tre principali attori in gioco – il turista, l’albergatore/ristoratore/esercente commerciale, l’abitante del luogo – ma ancor di più secondo me, ribadisco, risulta imprescindibile quella riflessione di cui ho scritto prima da parte di ciascun frequentatore delle montagne e dei territori di grande pregio ambientale – quelli capaci di ristorarci nella mente, nel corpo e nello spirito, appunto, ovvero in grado di donarci una “fuga” il più possibile autentica dalle dinamiche opprimenti della vita quotidiana ordinaria. Una riflessione che si risolve in una (doppia) domanda fondamentale: è veramente la vacanza che voglio vivere in montagna? O sto correndo il rischio di ripetere le stesse cose che faccio già in città, nel resto dell’anno, autoconvincendomi che non sia così per non rovinarmi la (meritata) vacanza stessa?

Capitemi: non so affermando che la vera vacanza in montagna sia obbligatoriamente quella da passare in tenda in luoghi sperduti senza nessun confort e senza incrociare anima viva o quasi per giorni interi (esperienza che può risultare affascinante e invitante per molti e niente affatto a tanti altri). Ma nemmeno posso concepire che una vacanza in montagna sia come quelle che vedo così spesso vissute in enormi parcheggi, resort immensi, code agli impianti, resse ai banconi dei rifugi – che magari per giunta si mettono a offrire ostriche e champagne come i ristoranti gourmet del centro città o i beach club sulle spiagge più alla moda.

No, per quanto mi riguarda questa non è “vacanza”, non è «una fuga dalla città», non è relax: è solo un portarsi appresso la gabbia nella quale si vive rinchiusi per tutto il resto dell’anno. Niente di più e di tanto triste.